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2016

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Corano e jihad

La guerra santa è nata da un’interpretazione abusiva del Corano, oppure è stata praticata sin dall’inizio? L’opinione di due specialisti

 

È apparso di recente un interessante saggio sulla jihad nel Corano. Gli autori, due docenti francesi d’islamistica, vi sfrattano non pochi miti (1).

Gli autori aprono segnalando come nel Corano, già nelle Sura del periodo meccano, cioè prima dell’Egira (622), si alternino con identica valenza teologica versetti che offrono la pace ai “credenti” (cioè ai soli musulmani), e versetti che, invece, minacciano la guerra contro i “miscredenti”.

Tali appelli alla guerra sono tanto più impellenti quanto sono accompagnati da promesse di ricompense e di castighi divini, sia in questa vita sia nell’aldilà. Essendo il Corano la parola stessa di Allah, tutti i versetti sono recepiti con lo stesso valore teologico. Taluni analisti minimizzano il ruolo della religione nell’espansione dell’islam, vedendovi appena fenomeni socio-politici.

Un esame oggettivo, invece, mostra che, sin dall’inizio, c’è stata la volontà di imporre “la legge di Dio”, e dunque un modello politico-religioso di società islamica, ai “miscredenti”.

 

“Combatti i miscredenti”

Dopo l’Egira inizia il periodo detto medinese, nel quale il carattere guerrafondaio dell’islam diventa quasi esclusivo: “Combattete coloro che non credono in Allah, che non vietano quello che Allah e il Suo Messaggero hanno vietato, e quelli, tra la gente della Scrittura, che non scelgono la religione della verità, finché non versino umilmente il tributo, e siano soggiogati” (9,29). “Uccidete i miscredenti ovunque li incontriate” (2,191); “Maledetti! Ovunque saranno trovati, saranno presi e massacrati” (33, 61), ecc.

È proprio il periodo medinese quello rivendicato dai salafiti e dai fondamentalisti come modello di società islamica pura e autentica.

A Medina, dopo un periodo di consolidazione, Maometto passa all’offensiva. E non smetterà mai di guerreggiare sino alla sua morte, nel 632. Queste guerre saranno sempre giustificate con versetti calati ad arte. Si comincia con assalti alle carovane meccane, per rifornirsi di viveri, soldi e donne. Man mano diventano vere battaglie contro tutti. Maometto presenta le sue vittorie militari come prova della veracità della nuova rivelazione. Le sue guerre si dirigono, in particolare, contro cristiani ed ebrei, che egli costringe alla conversione, pena l’espulsione. Tutto approvato, anzi spronato, da Allah.

A Medina era rimasto un solo clan ebreo. Il “profeta” stringe d’assedio il loro quartiere, costringendoli alla resa. Secondo la Sîra (biografia di Maometto), solo quattro ebrei si convertirono. Gli altri, più di novecento, furono passati al filo della spada. Le donne e i bambini furono venduti come schiavi.

Nel periodo meccano, Maometto sembrava ancora convinto della possibilità di armonizzare il nuovo messaggio con le antiche Scritture. Arrivato a Medina, però, egli si rese conto che la “gente del Libro” non lo avrebbe accettato come “Sigillo dei profeti”. Allora rivolge contro di loro il suo sdegno che, come recita il Corano, coincide con quello di Allah. Sia la Sîra siano i Maghazi (racconti delle spedizioni belliche del “profeta”) offrono descrizioni dettagliate delle sue guerre contro cristiani ed ebrei per imporre la nuova religione.

L’islam diventa un gruppo religioso coeso, in guerra contro qualunque opposizione a qualunque livello. La volontà del capo, Maometto, coincide con quella di Allah. Nasce il sogno di un impero islamico cappeggiato da un “califfo”, vale a dire un “luogotenente del Profeta”. Nell’espansione dell’islam vediamo, dunque, un intreccio di fattori psicologici e materiali, sempre fondati sulle credenze religiose. Perfino ai giorni nostri, intellettuali arabi come Mohamed Talbi giustificano le “spedizioni del Profeta” (Maghazi al-Nabi) come guerre necessarie per impedire che l’islam scomparisse.

 

 

Corano e jihad

Nel Corano, la radice j-h-d compare ben quarantuno volte. Diciannove volte si riferiscono esplicitamente al combattimento con l’uso di violenza. Esempio tipico è il versetto 9,73: “O Profeta, combatti (jahid) i miscredenti e gli ipocriti, e sii severo con loro” (9,73); oppure il 9,41: “Dovete lanciarvi nel combattimento, lottando (jahidu) nelle vie di Allah”. Altre sei si riferiscono ad azioni militari. Appena due designano vagamente una “pressione” per imporre la fede islamica, mentre le altre quattordici sono assai vaghe.

Il Corano pone i combattenti della jihad (mujahidin) al di sopra degli altri musulmani, promettendo loro laute ricompense. Molti versetti sono dedicati proprio a loro. Non devono chiedere mai la pace (47,35); saranno assistiti nella guerra da battaglioni di cavalieri angelici (48,4-7; 3,124-125), ecc. Devono combattere contro gli empi, gli infedeli, i briganti, gli apostati e, di modo generale, contro tutti quelli che non credono nell’islam.

A volte, Allah stesso organizza le battaglie dei mujadidin (8,42). Egli si ingaggia “fisicamente” nelle guerre dei credenti ed è al loro fianco (47,35). Ed è così che l’islam si è sempre diffuso con la violenza. Gli studiosi francesi citano uno dei più grandi teologi musulmani, Muhammad al-Ghazali (1058-1111): “Io non ho mai visto una sessione di dibattito che sia finita con la conversione di una sola persona all’islam. Le conversioni sono sempre avvenute per altre cause, soprattutto per la lotta con la spada. Non abbiamo ereditato dai nostri antenati il costume di diffondere l’islam con le discussioni”.

 

“Piccola” e “grande” jihad?

Si usa dire che il Corano distinguerebbe tra la “piccola” e la “grande” jihad, e che solo la prima si riferirebbe all’uso della violenza, mentre la seconda indicherebbe, in modo generico, la lotta contro il male. In realtà, come dimostrano gli studiosi francesi, questa è una distinzione apparsa solo nel IX secolo, allorché si stinse il primo ardore delle conquiste musulmane. Essa, però, non sostituirà mai il significato guerriero iniziale. Né si può contrapporre, nei testi coranici, la jihad al quital (combattimento) oppure alla harb (guerra).

Sebbene nel Corano vi siano sedici ricorrenze di jihad in senso ambiguo, e quindi legittimamente interpretabili come lotta spirituale, non si può negare che tutte le altre ricorrenze, specialmente quelle del periodo medinese, si riferiscano esplicitamente alla guerra santa, senso assunto dai musulmani della prima ora, con a capo il “profeta”. D’altronde, la separazione fra islam “spirituale” e islam guerrafondaio non è così netta. La storia è piena di esempi di musulmani “spirituali”, come i sufi, che si gettano nella guerra quando si tratta di difendere la propria fede.

Anche molti hadith, anch’essi libri canonici per i musulmani, corroborano il senso militare della jihad: “L’Inviato di Dio disse: Ho ricevuto l’ordine di combattere i popoli finché essi confessino che non vi è un’altra divinità all’infuori di Allah. Chi non crede, potrà essere colpito nella sua persona e nei suoi beni” (Sahih al-Buckhari).

Nei trattati di diritto islamico (fiqh), il capitolo sulla jihad riguarda esclusivamente l’aspetto militare: al “territorio dell’islam” (dar al-islam), dove vige la legge coranica, si contrappone il “territorio della guerra” (dar al-harb), che va sottomesso. Dal secolo X, alcuni teologi islamici interpongono, fra questi due territori, quello delle “tenebre” (muhadana), uno spazio dove la conciliazione (suhl) può essere tollerata, in attesa che venga assimilato, ineluttabilmente, al primo. L’esito è sempre lo stesso: la sottomissione.

 

Una soluzione?

I docenti d’islamistica terminano chiedendosi se vi sia una soluzione. E rispondono che il problema non è tanto le discordanti interpretazioni dei vari versetti del Corano quanto, a monte, la credenza che il Corano sia la stessa parola di Dio rivelata al “profeta”. Finché questo dogma non venga meno, vi saranno sempre fazioni islamiste che, sulla scia dello stesso Maometto, interpreteranno la jihad come guerra santa, da portare avanti fino all’annichilimento degli “infedeli”.

 

1. Marie-Thérèse et Dominique Urvoy, Le jihad dans le Coran et dans l’histoire, in “Le Figaro Histoire”, febbraio-marzo 2015, pp. 58-65. Marie-Thérèse Urvoy è docente d’islamistica e di storia medievale araba presso l’Istitut Catholique de Toulouse. Dominique Urvoy è docente di pensiero e di civiltà arabi presso l’Università di Toulouse-II.

Categoria: Marzo 2016

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