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2016

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Che Guevara, missionario di violenza

La nostra rivista ha già dedicato alcuni articoli a smascherare il surreale mito di Ernesto “Che” Guevara (*).
Com’era il leader guerrigliero in realtà? In questo numero ne offriamo ai nostri lettori un vivido ritratto, descritto da chi lo ha conosciuto personalmente

 

che guevara Trentatré testimonianze dirette. Trentatré cubani che hanno conosciuto personalmente Ernesto Guevara de la Serna, detto “Che”, e sono sopravvissuti all’esperienza. Buona parte dei loro compagni non ha avuto la stessa sorte: sono stati fucilati dall’irascibile comandante, che non tollerava la minima avversità nei suoi confronti. Trentatré testimonianze raccolte, con cura, dal cubano Pedro Corzo nel libro «Che Guevara, missionario di violenza» (Spirali, Milano 2009). Ex prigioniero politico, l’autore, scrittore e giornalista, dirige oggi, a Miami, l’Instituto de la Memoria Histórica contra el Totalitarismo.

 

Aspetto personale sgradevole

L’aspetto personale del Che era molto sgradevole. “All’inizio la gente lo chiamava El Chancho, il Porco, perché non gli piaceva lavarsi. Non mi va di parlare di cose personali, ma quell’uomo aveva sempre addosso un odore di rognone fritto che spaccava il naso a chiunque”, ricorda il suo istruttore militare in Messico, Miguel Sánchez, detto El Coreano. Per tale motivo, forse, fu sempre un solitario. Egli socializzava di rado. Oltre al suo temperamento misantropo, il fatto è che nessuno supportava il suo odore.

Nelle innumerevoli discussioni con i cubani – dei quali disprezzava la razza meticcia e ne scherniva l’accento caraibico – questi chiudevano la questione dicendogli: “Tu nemmeno ti lavi!”, come riferisce Jaime Costa, assaltatore del Cuartel Moncada, membro della spedizione del Granma, comandante dell’Ejército Rebelde. “Queste discussioni erano roba di ogni giorno. Era il suo carattere prepotente e sprezzante a suscitare l’antipatia della gente”.

Originariamente, Guevara era soprannominato dai compagni proprio El Chancho, il Porco. Il nomignolo “Che” (gergo basso-popolare argentino per rivolgersi a un’altra persona), era il modo spregiativo con cui i cubani, stanchi delle ironie razziste di Guevara, gli rispondevano per le rime. Poi, alla fine, è rimasto legato al suo nome.

 

Carattere prepotente e pieno di odio

Tutti i testimoni concordano nel descrivere il suo carattere come arrogante, prepotente e pieno di odio.

“Credo che Guevara fosse caratterizzato da un atteggiamento prepotente, arrogante e sprezzante. Odiava tanto, anzi secondo me sapeva solo odiare. Provava molto disprezzo nei confronti del popolo cubano. Era un uomo di odio, di risentimento, di vendetta e anche di basse passioni”, dichiara un suo ex commilitone, Armando Fleites, fondatore e capo del Segundo Frente Nacional del Escambray, cioè della guerriglia nel centro dell’isola, nonché comandante capo dell’Ejército Rebelde.

La pensa in modo identico Lázaro Asencio, anch’egli capo del Segundo Frente: “Le peggiori caratteristiche del Che sono presenti in tutti e in ciascuno dei suoi gesti. Anche nella vita privata, le caratteristiche del Che erano quelle di un uomo senza valori morali, anzi era un amorale, totalmente amorale. (…) Guevara era un guerrafondaio, ingiusto, crudele, non conosceva pietà. La sua vita a Cuba è costellata di tradimenti. (…) La vera immagine di Ernesto Guevara è assolutamente il contrario di quella mostrata dalla propaganda. Tutto quello che dicono i sostenitori di Guevara è un’assoluta menzogna”.

Non diversamente racconta Orlando de Cárdenas, giornalista, amico personale di Fidel Castro, collaboratore del Movimiento 26 Julio: “Il suo modo di fare con gli altri era molto brusco, molto rude. Era un tipo assolutamente asciutto, freddo, senza sentimenti. Era dispotico e insolente fino alla villania”.

Un commilitone di Che Guevara, Lázaro Guerra, non lesina parole denigratorie: “Era una perfetta canaglia, un criminale, un codardo”. Negli incontri sociali cui il Che partecipava insieme a Fidel Castro, era frequente sentire il commento degli altri invitati: “Ma guarda che carogna si è portato qui Fidel!”. Usa toni identici un altro suo compagno nella guerriglia della Sierra Maestra, Agustín Alles Soberón: “Era un tipo freddo e arrogante, uno psicopatico. (…) Una volta scrisse ‘Odio la civiltà!’”.

 

Indifferente ai problemi sociali dell’America Latina

L’immagine dell’idealista, addolorato per i problemi sociali dell’America Latina, e quindi impegnato nelle lotte liberatrici per risolverli, si infrange davanti al fatto che, nei suoi innumerevoli giri per il Continente negli anni Cinquanta, sui quali scrisse numerosi Diari, Ernesto Guevara mai menzionò una sola situazione sociale o politica che gli destasse preoccupazione. Voleva solo “fare la vita da milionario”, come scrisse in una lettera al padre. Mentre era in Guatemala nel 1954, esplose la rivoluzione di Castillo Armas. Guardando i combattimenti dalla finestra ebbe questa reazione, raccontata a una zia: “Me la faccio sotto delle risate nel vedere la gente che scappa sotto le bombette lanciate da questi aerei”.

L’assalto al Cuartel Moncada in Santiago de Cuba, il 26 luglio 1953, punto di partenza ideale della Revolución, che produsse titoli cubitali in tutta America Latina, non trovò nessuna eco nelle lettere né nei Diari del Che. “Guevara in gioventù non ha mai avuto nessuna preoccupazione di carattere sociale. Era un tipo indifferente, un bohémien che non si interessava ai problemi del suo paese né dell’America Latina. (…) Era solo un turista spensierato”, racconta il suo principale biografo, il cubano Enrique Ros.

Fu la sua prima moglie, la peruviana Hilda Gadea, militante comunista, a indottrinarlo sul marxismo-leninismo. Fu pure Gadea a presentargli, in Messico, il rivoluzionario cubano Antonio López, detto Ñico, che lo introdusse nel gruppo di Fidel Castro, che allora cospirava contro il presidente cubano Fulgencio Batista, addestrandosi alla guerriglia in una proprietà rurale.

Il Che, racconta Miguel Sánchez, l’istruttore militare del futuro gruppo guerrigliero, “era un avventuriero che il destino aveva portato in Messico. A leggere la sua biografia ci si rende conto che partecipò alla spedizione del Granma [lo yacht che portò i guerriglieri a Cuba] per puro miracolo. (…) Sono convinto che nemmeno lui sapesse perché si fosse messo in quel pasticcio”. Un motivo, però, c’era, e lo rivelò alla moglie Hilda: “Sono assetato di sangue!”.

 

Crudele con gli animali

Miguel Sánchez riferisce anche di un aspetto poco conosciuto della personalità di Che Guevara: la sua crudeltà con gli animali. Mentre era in Messico, egli usava acchiappare gatti randagi con grandi reti e, dopo averli martoriati con lo scalpello, li sbatteva per terra fino a ucciderli: “Era una cosa orrenda, una crudeltà che non avevo mai visto. Vedendo ciò, non ebbi più dubbi sulla sua crudeltà e sul suo sadismo. Era una persona priva di compassione. Prima sfogò i suoi istinti criminali sui poveri animali, poi sappiamo tutti le storie delle cose che fece a Cuba. (…) Aveva istinti psicopatici”.

 

Il primo crimine

Sbarcato a Cuba, non ci mise molto a commettere il suo primo delitto: l’assassinio di Eutimio Guerra. Mentre il Consiglio discuteva se giustiziare o no questo contadino, accusato di tradimento, il Che estrasse la pistola e gli sparò un colpo in testa: “Da quel momento, io non ero più il medico della spedizione, ora ero diventato un rivoluzionario”, scrisse nel suo Diario. Commenta a proposito Enrique Ros: “Il Che è diventato un rivoluzionario perché ha commesso un omicidio a sangue freddo. Non per le sue idee o per le sue imprese, ma solo perché ha ammazzato un altro essere umano”.

Questo fu solo l’inizio di una lunghissima serie di assassinii a sangue freddo. “Lui ammazzava la gente senza scomporsi, come se fosse una cosa senza molta importanza”, racconta il suo compagno, comandante Jaime Costa.

Un testimone dell’assassinio di Eutimio Guerra, il comandante Roberto Bismarck, opina: “Il Che non è mai stato altro che un assassino, un ipocrita e uno sfaticato”.

 

Il massacro di Santa Clara

Resterà nella storia, per esempio, il massacro di Santa Clara.

Anticipandosi alla seconda colonna, guidata dal comandante Camilo Cienfuegos, Che Guevara conquistò la città di Santa Clara, nel cuore dell’isola. Senza aspettare ordini superiori, cominciò a uccidere militari e civili senza dar loro la possibilità di difendersi. Racconta Jaime Costa: “Senza procedere a nessun interrogatorio, [Che] cominciò ad ammazzare tutti. Le prime non erano fucilazioni, ma vere e proprie esecuzioni alla cinese, con un colpo alla nuca”.

Una volta arrivato, Cienfuegos si rese conto di ciò che stava accadendo ed esclamò: “Questo è un bagno di sangue! Ci sono un mucchio di morti! Dove sono le carte dei processi?”. Le carte, ovviamente, non c’erano.

 

Il boia di La Cabaña

Dopo il trionfo della Revolución, Che Guevara fu nominato procuratore del Tribunale rivoluzionario in stanza nella prigione La Cabaña, chiamato Comisión Depuradora, una sorta di Norimberga non solo contro gli oppositori di Fidel Castro, ma anche contro chi potesse fargli ombra. Fu qui che il Che commise la maggior parte dei suoi crimini.

“Era un uomo sempre disposto ad ammazzare. Non faceva domande né processi, semplicemente era disposto a togliere la vita a chiunque”, racconta Lázaro Guerra, un suo commilitone. Fu proprio alla Cabaña che Guevara coniò la massima “Nel dubbio, ammazzalo!”. Scrive José Vilasuso, pubblico ministero della Comisión Depuradora: “Le fucilazioni erano tanto frequenti, che la pulizia non poteva essere mai sufficiente. Restavano sempre pozze di sangue”.

L’avvocato Napoleón Vilaboa, membro della Comisión Depuradora, racconta: “Le sentenze erano dettate prima che il processo iniziasse. Prima del processo si sapeva già quali condanne sarebbero state pronunciate. Guevara segnalava personalmente con una matita o una penna le persone che sarebbero state fucilate”. Difficilmente gli imputati trovavano un avvocato difensore, i pochi che si azzardavano ad assumere tale ruolo venivano a loro volta accusati di “complicità”, e quindi processati e fucilati.

I testimoni parlano di almeno 800 fucilazioni nel breve periodo (1959-1960) in cui Che fece da procuratore del tribunale rivoluzionario.

 

L’uccisione di Jesús Carreras

Uno degli episodi più bui nella vita di Che Guevara è l’uccisione del comandante Jesús Carreras. Tra i fondatori del movimento rivoluzionario a Cuba, Carreras comandava il Segundo Frente Nacional de Escambray, cioè la guerriglia nel centro dell’isola, strategicamente più importante di quella comandata da Fidel Castro sulla Sierra Maestra, cosa che il Líder Máximo non poteva tollerare. Inviò, quindi, Che Guevara ad operare anche in quella zona, cosa che Carreras, militare molto superiore, impedì. L’argentino se la legò al dito.

Dopo il trionfo della Revolución, Che Guevara fece arrestare Carreras e il suo aiutante, il comandante americano William Morgan. Dopo un processo farsa, furono entrambi fucilati.

 

Pessimo leader

Che Guevara non fu mai un buon leader guerrigliero. Anzi, era un incompetente. Ricorda Miguel Sánchez: “El Chancho non aveva la minima capacità organizzativa. (…) Tutti i progetti cui partecipò finirono in un fallimento. Ha fallito come marito, come padre di famiglia, come guerrigliero e anche come rivoluzionario. (..) Era un incompetente in tutto quello che intraprendeva. (…) Era un ignorante in questioni militari”.

Che Guevara era consapevole di questa inefficienza. “Io di guerra non so niente – ammise una volta al comandante Huber Matos – io mi sono battuto, ma ho anche dovuto correre parecchio e darmela a gambe”.

L’avventura militare nella Repubblica Dominicana, nel 1959, fu un disastro. Quasi tutti i suoi uomini furono uccisi dall’esercito di Rafael Leónidas Trujillo. Egli stesso dovette essere messo in salvo in fretta e furia.

La sua spedizione nel Congo, nel 1965, finì pure in catastrofe. Fu “una specie di manuale della sconfitta, un manuale di tutto ciò che non si deve fare”, come espone il suo biografo Enrique Ros.

Guevara fallì anche in Bolivia, dove trovò la morte nel 1969. Il suo movimento non ebbe mai l’appoggio dei contadini. Conclude Ros: “Nelle sue guerre, Che commise tutti gli errori che un guerrigliero può commettere”.

 

Il Diario adulterato

Tutto nel Che è menzogna, perfino il suo famoso Diario in Bolivia. I manoscritti furono, infatti, portati a La Havana e redatti di nuovo, agli ordini di Fidel Castro. “Quando venne pubblicato – ricorda Huber Matos – Fidel ci mise quello che gli interessava e tolse quello che avrebbe potuto nuocergli. Il Diaro del Che è una storia adulterata”.

 

La fabbricazione del mito

Diversi testimoni sollevano un quesito assai inquietante: a metà degli anni Sessanta, Ernesto Che Guevara era diventato una presenza ingombrante in Cuba. Lo stesso Fidel Castro voleva sbarazzarsene. Perciò lo inviò in Bolivia, senza il minimo appoggio logistico, verso una morte sicura. “Fu una bidonata per togliersi il Che di torno. Non ho il minimo dubbio”, afferma Huber Matos.

Morto il personaggio, se ne fece un mito, poi manipolato con scaltrezza per l’avanzamento della rivoluzione comunista nel mondo intero.

Si lamenta Orlando de Cárdenas, già collaboratore intimo di Fidel Castro: “Si è svolta una campagna per trasformarlo in una specie di mito. La sua morte prematura, le condizioni in cui morì hanno favorito l’immagine che si vuole dare di lui. Ma noi che lo abbiamo conosciuto, ben sappiamo che lo hanno totalmente trasformato”.

Si è data un’altra immagine del Che, un’immagine lontanissima dalla realtà di quello che fu quest’uomo”, conclude Agustín Alles Soberón, che lo conobbe intimamente sulla Sierra Maestra.

 

* Che Guevara, il mostro dietro il mito, “Tradizione Famiglia Proprietà”, marzo 2012. http://www.atfp.it/rivista-tfp/2012/102-marzo-2012/678-che-guevara-il-mostro-dietro-il-mito.html

Categoria: Marzo 2016

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