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2016

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La cappa della TFP:

un simbolo che parla di crociata

 

di Plinio Corrêa de Oliveira

 

Nel 1969, per la prima volta, i soci e cooperatori della TFP brasiliana si presentarono in pubblico indossando una caratteristica cappa rossa, da poco ideata da Plinio Corrêa de Oliveira, che poi, insieme allo stendardo, sarebbe diventata un simbolo distintivo delle TFP in tutto il mondo. In una riunione, il pensatore cattolico così ne spiegava il simbolismo (*).

 

Ho sentito dire che la nostra cappa fra poco compirà quindici anni. Nella vita di un uomo, quindici anni ne fanno un giovanotto. Nella vita di un simbolo, ne fanno un veterano. La cappa sta diventando veterana al calore delle campagne, delle polemiche, degli applausi, delle ammirazioni che possono giungere fino alla venerazione.

 

L’idea della cappa

Il motivo che mi portò a inventare la cappa era per evitare che le nostre campagne si perdessero nel trambusto delle grandi città. Per un gruppo piccolo, come quello nostro allora, ciò sarebbe stato una tragedia. Un piccolo gruppo che scende nelle piazze senza che nessuno se ne accorga, può chiudere bottega perché ha fallito. Dal punto di vista pubblicitario è morto e seppellito, perché si stabilisce un circolo vizioso: proprio perché è piccolo, non attira nessuno, non attirando nessuno non cresce...

L’unico modo, pensavo io, era scendere nelle piazze e far saltare in aria l’indifferenza generale, segnando la nostra presenza in modo talmente strepitoso che fosse impossibile ignorarlo. Ecco come è nata l’idea della cappa.

All’inizio temevo di dover inventare un nuovo simbolo a ogni campagna, per richiamare di nuovo l’attenzione del pubblico. Mi lanciai comunque nell’avventura con totale fiducia nella Madonna. Dopo il primo giorno di campagna con la cappa, me ne sono subito accorto che il problema era risolto: con la grazia di Maria Santissima, la cappa sarebbe durata eternamente!

Eccoci pronti a celebrare il quindicesimo anniversario della cappa, senza che mai essa sia sembrata banale, usurata, senza che mai essa abbia smesso di suscitare enorme entusiasmo nel pubblico. Ogni volta che sfoggiamo la cappa in campagne pubbliche, sembra sempre una novità. Eppure è il simbolo della Tradizione!

Immaginate che qualcuno percorresse le vie del centro storico di San Paolo facendo propaganda di libri vecchi: “Eccellenti libri vecchi a basso costo, dall’antiquario tale!” Attirerebbe appena l’attenzione di pochissimi bibliofili.

 

Novità e Tradizione

La nostra cappa rifulge di Tradizione, eppure riesce a essere sempre una novità. Sembra un paradosso. Come si spiega?

Nella nostra cappa, la Tradizione rifulge in un tal modo che attira l’attenzione. Mentre tante altre tradizioni non rifulgono più – dappertutto l’interesse per le tradizioni sta calando – con la nostra cappa si dà il contrario. La Tradizione rifulge con tanta forza di futuro, con tanta freschezza, che molte persone si domandano: “Con questo io non ci contavo! Vuol dire che la storia sta compiendo una rotazione con la quale non contavo?”

Questa permanente novità della cappa è il fulgore constante di qualcosa che tutti pensavano fosse già morto e invece si mostra pieno di vita!

 

La cappa resiste alla prova del ridicolo

C’è un fatto sulla cappa che solo ora riesco a esplicitare.

Vi ricordate la battaglia di Lepanto nel 1571? La flotta della Santa Alleanza, organizzata da papa s. Pio V e comandata da don Giovanni d’Austria, sconfisse definitivamente il potere navale dei turchi nel golfo di Lepanto. Questa vittoria suscitò un tal entusiasmo in Europa, che lo spirito di crociata cominciò di nuovo a soffiare, specie fra i giovani.

Fu in questa situazione che lo scrittore spagnolo Miguel de Cervantes, forse su commissione, scrisse il suo celebre «Don Chisciotte», schernendo la cavalleria. Il libro è così ben scritto, riesce talmente bene a ridicolizzare la cavalleria che, da lì in poi, sempre che qualcuno fa una difesa eroica di qualche ideale, c’è sempre un mentecatto che salta fuori con l’accusa di “chisciottesco”.

Ebbene, da quindici anni la nostra cappa percorre le piazze dell’Occidente, e mai, proprio mai, qualcuno ha avuto il coraggio di chiamarla di “chisciottesca”. Una volta una pubblicazione tradizionalista francese la timbrò “spagnoleggiante”. Era implicito che, per taluni, tutto quanto sia spagnolo è esagerato. Non osarono, però, definirla “chisciottesca”.

 

Un simbolo che parla di crociata

Ho detto che la nostra cappa è un simbolo. Di cosa? Perché questo simbolo parla di crociata? Questo è innegabile. Non c’è persona al mondo che, di fronte alla cappa, non abbia pensato a una crociata. Dalla Bolivia alla Spagna alla Francia, la cappa suscita istintivamente l’idea di crociata. Ciò è curioso, poiché la cappa non porta una croce, bensì un leone. È vero che il leone ha sul petto una croce minuscola, ma questa non attira l’attenzione, tanto è piccola. Perché, dunque, suscita l’idea di crociata? Per quale motivo la cappa suscita la memoria di un evento storico, o meglio di una sequenza di eventi storici, ai quali, tuttavia, non fa esplicito riferimento?

 

Un rosso che parla di vita e di futuro

La prima cosa che richiama l’attenzione nella cappa è il rosso. La cappa è una grande superficie rossa sul petto di qualcuno. Questo rosso ha una caratteristica: combina con qualsiasi colore di abito. Quando io pensai alla cappa, la maggior parte delle persone usava abiti scuri. Mai pensai che la cappa potesse apparire bella anche sul tipo di giacca che, soprattutto i giovani, usano oggi. Non lo avrei mai immaginato. Questo rosso non stona per niente con quasi nessun colore.

Il colore della cappa è il colore della vita e del futuro! È un rosso che incanta per la vita che trasmette, è un rosso che scoppia di promesse di futuro!

La cappa forma una sorta di busto che stacca la testa dal corpo. Si direbbe che tutto il resto non sia che un piedestallo per reggere la testa, che è la parte più nobile del corpo.

Un elemento per il quale la cappa dà l’idea di crociata sono i tagli netti che ha, sia quella “V” davanti, sia quella punta che cade all’indietro. C’è una parola francese che rende l’idea: tranchant, tagliente. Le linee sono di una tale audacia che sembrano proclamare: io andrò avanti!

 

Nobiltà

Non tutto, però, è audacia. C’è anche la discrezione. È il ruolo delle pieghe. Se la cappa fosse liscia, sarebbe un disastro. Sembrerebbe una carta da regalo. Qual è il ruolo delle pieghe? Sempre quando un oggetto sta per cadere, e qualcosa lo trattiene, questa assume un’aria di nobiltà. La nobiltà si esprime in due movimenti: vi è la nobile arte dell’avanzare con bellezza, ma vi è anche la nobile arte del sapersi trattenere. La cappa, dunque, dà l’impressione di un’audacia nobile. Essa è allo stesso tempo audace e discreta. È la propria definizione di nobiltà.

Vi sono, dunque, un’audacia nobile e una discrezione nobile. L’audacia insieme alla discrezione danno l’idea di nobiltà. La cappa ha elementi che sembrano caricare, avanzare, ma poi ha delle ritirate grandiose. La cappa ha un’alta idea di se stessa. Vi sono momenti per caricare, vi sono momenti per ripiegare nobilmente. È il senso dell’onore. Così la cappa evita anche la volgarità. Immaginate quanto sembrerebbe volgare senza le pieghe.

La cappa parla di onore. È un monumento all’onore. È la vitalità e l’audacia a servizio dell’onore. È l’antica cavalleria ispirata dalla Fede.

 

Aspetto inquisitorio

C’è un ultimo punto che vorrei commentare: l’aspetto della cappa che potrei chiamare inquisitorio.

È proprio al senso inquisitorio sentire le cose, percepirle con estrema finezza e saper separarle: ciò che è buono è buono, ciò che è cattivo è cattivo; ciò che è vero è vero, ciò che è falso è falso. Questo proviene dal senso dell’onore.

È proprio all’onore sentire tutto quanto gli è contrario. Una persona con un alto senso dell’onore sente, con molta vivacità e molta precisione, tutto quanto ferisce il suo onore. Per esempio, un uomo con un alto senso dell’onore si sente molto più ferito quando qualcuno gli dà del bugiardo, che una persona con un senso dell’onore smorzato. Perché? Perché egli sente istintivamente il contrasto fra il suo onore e l’insulto. E reagisce con forza.

Nel campo morale il pudore ne è esempio. È proprio del pudore cattolico percepire con molta finezza tutto quanto è impuro, salvo poi rifiutarlo con forza. Il percepire e il rifiutare sono i tratti inerenti al pudore.

L’onore ha qualcosa di punitivo e di vendicativo. L’onore è combattivo. Quando è oltraggiato, lotta fino all’ultimo! L’onore può anche perdonare, purché il cattivo riconosca che ha calunniato. Un uomo può perdonare un’ingiuria. Egli, però, non può tollerare che l’ingiuria circoli liberamente senza essere smentita. Se c’è stata una calunnia, bisogna rettificarla. Il senso della rivendicazione e della polemica è inerente all’onore.

Una persona “bonaria”, che lascia un’ingiuria o una calunnia circolare senza ritrattazione, è uno svergognato. Potrà pure essere uno svergognato molto cordiale, ma è uno svergognato.

L’onore ha, dunque, qualcosa di inquisitorio. Ciò che io chiamo spirito inquisitorio è la difesa dell’integrità e dell’onore della Fede. Il cattolico che comprende quanto vale l’integrità della Fede e il suo onore, avrà una vivacità speciale nel percepire tutto quanto può minacciarla. E vorrà che qualsiasi deviazione o eresia sia subito rettificata o cancellata.

Ecco l’aspetto combattivo e inquisitorio della nostra cappa.

 

(*) Riunione per soci e cooperatori della TFP brasiliana, nel 1984. Testo tratto dalla registrazione magnetofonica, senza revisione del autore, conserva quindi la struttura del linguaggio parlato.

Categoria: Giugno 2016

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