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2016

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La caduta del “socialismo del secolo XXI”

 

Argentina: dopo dodici anni di disastroso “kirchnerismo” (prima con Nestor Kirchner e poi con la moglie Cristina), nel novembre 2015 gli elettori argentini hanno scelto il candidato dell’opposizione, Mauricio Macri, con la chiara intenzione di voltare pagina. “La vittoria di Macri sgonfia il populismo – titolava un quotidiano online di Buenos Aires – questo suppone un durissimo colpo al peronismo e al kirchnerismo”. 

Venezuela: meno di un mese dopo, il popolo venezuelano voltò le spalle al regime “bolivariano” inaugurato da Hugo Chávez. In uno storico risultato, l’opposizione riuscì a stravincere le amministrative, passando quindi a controllare con maggioranza assoluta il Parlamento. “Il risultato suppone uno schiaffo monumentale per il presidente Nicolás Maduro – commentava il noto quotidiano di Madrid El País – e suppone un colpo alla rivoluzione bolivariana e al socialismo del secolo XXI, che soffre la sua seconda sconfitta in due settimane, dopo la vittoria di Macri alle presidenziali in Argentina”.

Bolivia: ancora qualche settimana, ed ecco che il popolo boliviano pronuncerà un “NO” secco al tentativo del presidente Evo Morales, rappresentante del cosiddetto “socialismo indigeno”, di ottenere il quarto mandato consecutivo. Sottomesso a referendum, l’esito è stato sfavorevole a Morales, segnando così l’inizio della fine della sua carriera politica.

Brasile: il Partito dei Lavoratori (PT) aveva preso il potere nel 2003. In appena dodici anni – prima con Luiz Inácio “Lula” da Silva e poi con Dilma Rousseff – il populismo pietista ha ridotto il Brasile da settima potenza economica mondiale a paese in recessione. Facendosi eco alle oceaniche manifestazioni popolari di protesta, il Parlamento ha approvato una procedura di impeachment nei confronti di Rousseff, aprendo così la via per l’estromissione del PT dal potere. “Il PT sta morendo – ha scritto un opinionista brasiliano – la sua fine è vicina”.

Perù: dopo cinque anni di governo di sinistra, il presidente Ollanta Humala ha visto sfumare il tentativo di imitare i coniugi Kirchner, facendo eleggere la moglie come successore. Il primo turno delle presidenziali ha conferito un’ampia maggioranza ai candidati del centro-destra. La concorrente della sinistra, Verónika Mendoza, è arrivata solo al terzo posto, staccata da più di venti punti. Col titolo “Il conservatorismo va di moda”, un noto giornalista di sinistra ha commentato: “Ci si domanda se non esista l’intento di trasformare il Perù nell’epicentro conservatore più grande dell’America Latina”.

Cile: la presidente socialista, Michelle Bachelet, che aveva promesso una “rivoluzione totale”, ha visto l’indice di approvazione calare al 19%, mentre quello di rigetto è schizzato al 72%. Probabilmente Bachelet finirà il suo mandato costituzionale, ma la sua rivoluzione sembra proprio finita.

Colombia: il presidente Juan Manuel Santos si è imbarcato in una politica di “dialogo” con la guerriglia comunista delle FARC, cercando con loro un accordo che, in pratica, lascerebbe nelle loro mani intere provincie. Questa politica arrendevole nei confronti del comunismo è rigettata dall’80% dei colombiani. L’indice di approvazione di Santos è crollato al 9%, il più basso della storia.

Categoria: Giugno 2016

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