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Trasbordo ideologico inavvertito e dialogo

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Capitolo IV

 

Un esempio di parola-talismano: "dialogo"

 

Le indicazioni sommarie che abbiamo tracciato sembreranno forse ad alcuni astratte. Perciò in questo capitolo spiegheremo come vengono impiegate le parole-talismano, analizzando come una di esse, la parola "dialogo", è utilizzata per promuovere il trasbordo ideologico inavvertito verso il relativismo hegeliano e verso il marxismo.

 

1. - "Dialogo": significati legittimi


a) Il metodo adottato

Per la descrizione del processo di trasbordo ideologico inavvertito operato per mezzo dei successivi significati talismanici della parola "dialogo", occorre:


- studiare preliminarmente i significati naturali e legittimi di questa parola;
- segnalare in quali di essi si produce l'evoluzione verso un primo significato talismanico;
- descrivere come, a partire da questo punto iniziale, e sotto la pressione del binomio paura-simpatia, i successivi significati talismanici si generano l'un l'altro e operano il trasbordo ideologico inavvertito.

 

b) I significati naturali e legittimi

i) Carattere propedeutico del loro studio

Questa parte del saggio ha solo una portata propedeutica.

Per l'analisi esatta del processo talismanico che più avanti faremo:

- è comodo, per il lettore, distinguere con la maggiore chiarezza, nel complesso dei significati naturali e legittimi di "dialogo", la differenza esistente tra quello in cui si produce la prima distorsione talismanica e gli altri;

- è profittevole, per il lettore, avere chiaramente presenti gli elementi che costituiscono questo significato legittimo nel quale avviene la prima distorsione, per intendere meglio le trasformazioni che tali elementi subiscono in ciascuna delle tappe della radicalizzazione talismanica.

 

ii) Molteplicità dei significati legittimi

Analizzando i significati correnti della parola che ora ci interessa, come anche di altre che hanno una certa connessione con essa, quali "dialettica", "discussione", "polemica", ecc., possiamo aver la prova che si attribuiscono loro significati molto diversi e a volte, da un certo punto di vista, perfino contraddittori. E questo si verifica tanto negli ambienti colti quanto in quelli di istruzione media o bassa. Col trascorrere degli anni, la carica emotiva che si è collegata a qualcuna di queste parole, ne altera il significato, facendo sì che persone di generazioni differenti le intendano in modo anche differente. Da una regione all'altra di un paese, e a maggior ragione da un paese all'altro, si manifestano frequentemente variazioni sensibili.

D'altra parte, il fenomeno non è circoscritto all'uso corrente della parola, perché nello stesso linguaggio filosofico la parola "dialettica", ad esempio, ha significati tanto diversi che, come si osserva nel "Vocabulaire Technique et Critique de la Philosofie" di A. Lalande (voce "Dialectique"), non è possibile usarla senza definire con molta precisione quale è il significato che le si vuole attribuire.

 

iii) Come studiare questi significati

Per esaminare rettamente i diversi significati legittimi di "dialogo", sembrerebbe consigliabile fare un inventario di essi, uno studio di ciascuno, e un confronto con gli altri.

Però, non avendo il presente lavoro un carattere specificamente linguistico, sembra opportuno procedere nel modo più conciso e più chiaro, ponendo in luce nella etimologia di "dialogo" un elemento fondamentale che si trova in tutte le accezioni della parola, e facendo poi una classificazione di queste secondo un duplice criterio che più avanti indicheremo.

Questo metodo ci offre un quadro complessivo dei significati di questo vocabolo, e ci permette di situare nell'ambito che gli è proprio, con la necessaria precisione, le accezioni legittime che verranno corrotte col processo talismanico.

 

iv) Criterio della classificazione

Questa classificazione dei diversi significati della parola "dialogo" si fa:

- dal punto di vista dell'obiettivo del dialogo;

- dal punto di vista dell'atteggiamento emotivo delle persone che dialogano, dal quale derivano conseguenze per la forma del dialogo.

Sarà facile provare come, considerate da questi punti di vista le modalità del dialogo, a ciascuna di esse corrisponda un significato del vocabolo.

 

v) Terminologia

Indicando con una parola esplicativa complementare - per maggior chiarezza - ciascuno dei significati classificati, si fissa una terminologia mediante la quale il lettore potrà seguire, senza grande sforzo, il nostro studio.

 

vi) Selezione dei significati

È possibile che qualche significato legittimo di " dialogo" non sia incluso nella classificazione. Non ci proponiamo di classificarli tutti, ma solamente quelli che hanno più importanza in funzione del criterio della classificazione, ossia, della natura stessa del dialogo.

 

vii) Riserva importante

Come agevolmente si vedrà, non ha molta importanza, per la comprensione della nostra tesi, che il lettore preferisca un altro criterio di classificazione o lamenti l'omissione, in quello che adottiamo, di qualche altro significato di "dialogo".

In effetti, la classificazione che proponiamo ha carattere meramente propedeutico. La nostra esposizione può essere facilmente compresa e seguita, a condizione che il lettore abbia presente le diverse accezioni di "dialogo" qui chiarite con l'ausilio delle parole complementari che sono gli elementi costanti della nostra terminologia.

 

viii) Etimologia di "dialogo"

Nell'etimologia della parola "dialogo" si trovano gli elementi per determinare il suo significato.

Il vocabolo greco diálogos si compone di diá, che comporta una separazione, una disgiunzione, e lógos che equivale a "verbo". Di qui l'uso di "dialogo" in Socrate e PIatone, a designare la forma di elaborazione intellettuale in cui due o più interlocutori, procedendo per mezzo di domande e risposte, mirano a distinguere le cose secondo i rispettivi generi

Si comprende che in base a questa etimologia, la parola "dialogo" presa in senso lato sia giunta ad abbracciare nelle principali lingue occidentali, come si riscontra nei dizionari, ogni e qualunque forma di interlocuzione.

 

ix) Modalità di dialogo secondo il suo fine

Nel dialogo in senso lato, v'è da fare una prima distinzione. Nel corso della esposizione vedremo agevolmente la portata di questa distinzione. Il dialogo, dal punto di vista della sua finalità:

* 1 - o è tale che gli interlocutori non mirano reciprocamente a cambiare le rispettive convinzioni, ciò che può verificarsi:

a - quando il dialogo tende al mero scambio di informazioni o al divertimento delle parti (questa modalità la chiameremo "dialogo-trattenimento");

b - quando tende alla collaborazione delle parti per l'indagine o l'analisi d'una questione che entrambe non conoscono sufficientemente ("dialogo-indagine");

* 2 - o è tale che gli interlocutori la pensano diversamente sul tema in discussione, e ciascuno tende, mediante argomenti, a convincere l'altro a cambiare opinione ("discussione").

 

x) Corrispondenti differenze di atteggiamento emotivo.

A questi diversi obiettivi e intenzioni, corrispondono rispettivamente atteggiamenti emotivi diversi nelle persone che prendono parte al dialogo:

* 1 - quando gli interlocutori non mirano reciprocamente a far mutare le opinioni, l'atteggiamento emotivo è di distensione:

a - questa distensione è piena e continua nel caso del dialogo-trattenimento;

b - questa distensione è piena anche nel caso del dialogo-indagine; però, siccome durante l'indagine può sorgere qualche divergenza accidentale e transitoria, è possibile che intervenga nel corso del dialogo-indagine qualche tensione momentanea;

* 2 - Nel caso della discussione, l'atteggiamento emotivo degli interlocutori, ha, abitualmente, carattere diverso: le differenze di opinioni creano tra essi una eterogeneità che costituisce di per sé un ostacolo alla simpatia; le argomentazioni con le quali ciascuno cerca di convincere l'altro, possono provocare facilmente un tenore di relazioni più o meno simile - secondo il caso - a una lotta.

Così il dialogo comporta due modalità fondamentali che si distinguono in relazione al loro obiettivo e, come corollario, in relazione all'atteggiamento emotivo che caratterizza il rapporto degli interlocutori tra loro.

 

xi) Dialogo "lato sensu", dialogo "stricto sensu" e discussione

Alla modalità di dialogo descritta più sopra al numero 2 dei punti "i" e "j", è del tutto appropriata la parola discussione", (dal latino "discutere", cioè "dis" che indica separazione, e "quatere", agitare).

Però, come designare la forma di dialogo indicata nel numero 1 di questi punti? Per essa non esiste un vocabolo distinto. Si chiama ugualmente "dialogo".

Da ciò si forma un significato stretto della parola "dialogo", designandosi la modalità n. 1 (che a sua volta comprende il dialogo-trattenimento e il dialogo-indagine), accanto al senso lato ed etimologico già analizzato.

Di fronte a questi due significati di "dialogo", qual è la posizione del vocabolo "discussione"? Come abbiamo visto, esso designa una delle modalità del dialogo "lato sensu". E d'altro canto, siccome nell'ambito del genere le specie si distinguono e si contrappongono, "discussione" è il contrario di "dialogo" in senso stretto.

 

xii) Discussione-dialogo, discussione pura e semplice, polemica.

Anche relativamente alla discussione vanno fatte alcune distinzioni. In effetti essa comporta tre gradi di intensità:

* 1. - La discussione può avere un carattere estremamente sereno e cordiale, in maniera che, anche conservando pienamente il carattere di una discussione, presenta la piacevolezza di forma che è propria del dialogo "stricto sensu". Si noti bene che, siccome ciascun interlocutore mira a mutare le convinzioni dell'altro, ci troviamo qui in presenza di una discussione autentica e non di un dialogo in senso stretto. È unicamente in qualcosa di accidentale, cioè nella sua forma, nella gentilezza del tratto, che questo tipo di discussione assomiglia al dialogo "stricto sensu". Ciò stante, non è solo in senso lato che si applica il termine "dialogo" a questo tipo di discussione. Ma si applica anche a un titolo particolare e specifico derivato, come per osmosi o assimilazione, dalla mera somiglianza accidentale che v'è tra il dialogo "stricto sensu" e questa modalità di discussione. Per questo la denomineremo "discussione-dialogo";

* 2. - La discussione ha, in un secondo grado di intensità, il calore emotivo comune che è inerente a una interlocuzione in cui ciascuna parte cerca di mutare le convinzioni dell'altra. E questa modalità - che corrisponde al significato corrente della parola "discussione" - la chiameremo "discussione pura e semplice".

* 3. - La discussione può avere, infine, un calore emotivo molto grande, prendendo nome allora di "polemica" (dal greco pólemos, guerra). In ragione della sua particolare veemenza, la polemica ha in generale un carattere molto rumoroso e, se verte su questioni di dottrina, facilmente passa anche sul piano dell'attacco personale.

 

xiii) Quadro schematico dei significati legittimi di "dialogo"

Possiamo sintetizzare nel seguente schema, tutte queste nozioni sui diversi significati di "dialogo":

DIALOGO IN SENSO LATO ED ETIMOLOGICO. - Indica qualsiasi tipo di interlocuzione.

DIALOGO IN SENSO STRETTO. - Interlocuzione nella quale ciascuna parte non mira a mutare la convinzione dell'altra. Atteggiamento emotivo di distensione.

DISCUSSIONE. - lnterlocuzione in cui ciascuna parte tende a mutare la convinzione dell'altra.È' l'opposto del dialogo in senso stretto. Atteggiamento emotivo che è quasi sempre di lotta.

DIALOGO-TRATTENIMENTO. - Mira a informare, distrarre, ecc. Atteggiamento emotivo di distensione piena e continua,

DIALOGO-INDAGINE. - Mira a investigare, studiare, analizzare. Abitualmente, atteggiamento emotivo di distensione, Sono tuttavia possibili tensioni accidentali e passeggere.

DISCUSSIONE-DIALOGO. - Calore emotivo minore del normale. Relativamente al contenuto, è autenticamente una discussione, perché mira a mutare la convinzione dell'interlocutore. Si denomina "dialogo" solo per la somiglianza accidentale (amenità di forma) che ha col dialogo in senso stretto.

DISCUSSIONE PURA E SEMPLICE. Calore emotivo normale, cioè il grado normale di combattività che è inerente a una interlocuzione in cui ciascuna parte mira a mutare la convinzione dell'altra.

DISCUSSIONE-POLEMICA, o solamente polemica. Calore emotivo non comune, cioè particolare veemenza e carattere rumoroso.

 

xiv) Tratto comune ai diversi significati di "dialogo"

Eccetto, com'è ovvio, quando è presa in senso lato, la parola "dialogo" presenta nelle sue diverse accezioni una nota di armonia, di concordia, di pace.

Questa nota è inerente al dialogo "stricto sensu", cioè al dialogo-trattenimento e al dialogo-indagine ai quali è proprio un atteggiamento emotivo di completa distensione.

E, come abbiamo visto, solamente nella misura in cui la nota di armonia sia presente in modo rilevante in una discussione, questa potrà chiamarsi "dialogo", per assimilazione, costituendosi così la discussione-dialogo. Per quanto amena possa essere una discussione-dialogo, non sarà mai essenzialmente un dialogo "stricto sensu", perché ad ogni e qualsiasi discussione è inerente una nota di combattività.

 

c) La combattività nelle diverse modalità di discussione

Qual è la natura di questa nota di combattività? È intellettuale quando consiste in una schermaglia di argomentazioni con cui ciascuna parte mira a convincere l'altra, secondo la formula di San Remigio, a "incendiare ciò che adorò e adorare ciò che incendiò". È volitiva ed emotiva quando allo scontro delle idee si aggiunge il calore dell'urto delle volontà e il contrasto dei diversi modi di sentire.

 

d) La discussione pura e semplice e la polemica sono da disprezzare?

Questa nota di combattività intellettuale, volitiva o emotiva costituisce un male in se stessa? La discussione pura e semplice e la polemica sono da disprezzare? È necessario rispondere a questa domanda, perché è in base alla erronea risposta che molti le danno, che si sviluppa lo stratagemma della parola-talismano "dialogo".

Non ci occuperemo del problema della liceità della nota di combattività nella discussione-dialogo, ove essa è quasi impercettibile.

Prima di tutto vedremo quanto si riferisce alla discussione pura e semplice.

 

a) Il problema in relazione col peccato originale

In se stessi gli scontri di ordine ideologico, volitivo o emotivo sono frutto del peccato originale. Sarebbe auspicabile che tra gli uomini non vi fossero mai dissensi, discussioni o lotte.

Presupposto tuttavia il peccato originale, è legittima ed utile la discussione pura e semplice? In via di principio, sì.

 

b) La logica, mezzo per conquistare la verità e il bene

In effetti, se si ammette la esistenza oggettiva della verità e dell'errore, del bene e del male, e l'idoneità della logica a portare l'uomo alla conoscenza della verità e a liberarlo dalle catene dell'errore, per portarlo ad amare il bene e per allontanarlo dagli artigli del male, si deve necessariamente riconoscere l'utilità di questa forma di discussione. Perché per mezzo di essa una persona può procurare all'altra il maggiore dei benefici, che è quello di trarla dall'errore e dal male, e di darle il possesso della verità e del bene.

 

c) L'influenza dei fattori emotivi

Dirà, tuttavia, qualcuno: la discussione pura e semplice non deve essere sempre fredda e apatica, nel senso etimologico del termine?

Pensiamo di no. Ogni uomo ha un naturale attaccamento alle proprie convinzioni, e perciò, in generale, si discosta da esse solo con dispiacere. Questo attaccamento è ancor più accentuato per il fatto che certe convinzioni danno origine, logicamente, a tutto un complesso di abitudini, a tutto un modo d'essere, a tutto un genere di vita, e il cambiarle determina per l'uomo la necessità di accettare, in certi punti sensibili, dolorose trasformazioni. Spinto dal nobile, ordinato e forte amore che ha per la verità e il bene, o dal miserabile, tormentoso e violento amore verso l'errore e il male, l'uomo, discutendo, non si comporta come una mera, fredda macchina raziocinante. Per il fatto stesso di essere uomo, mentre discute si impegna interamente non solo con tutto l'apporto della sua intelligenza, ma anche con tutto il vigore della sua volontà e il calore delle sue passioni, buone o cattive che siano.

Così ingaggiata, la discussione pura e semplice, benché conservi sempre il primato del raziocinio, dal quale le viene la sua principale ragion d'essere e il meglio della sua dignità, non consiste nella mera argomentazione. Per un incontestabile diritto della virtù, cosi come per una frequente interferenza del peccato, è comprensibile che si presenti, molte volte, con una nota saliente di combattività emotiva.

In tal modo, se è vero che in certe circostanze la discussione pura e semplice si eleva permeandosi di una nobile e superiore compostezza, vi sono altre occasioni in cui è feconda solo se è illuminata dal fuoco dello zelo per la verità e per il bene.

 

d) Fattori di persuasione collaterali all'argomentazione

A volte, l'animo umano comincia, con grande naturalezza, a percepire l'esattezza di una tesi trovandola amabile o bella. Siccome tra la bontà, la bellezza e la verità v'è una profonda reversibilità, l'amore molte volte facilita la percezione della verità. E la forza di persuasione della persona che discute non è solamente nel raziocinio, ma anche in tutto il suo modo di essere e di parlare, che spesso consente di apprezzare la bellezza o la bontà della causa che sostiene. Orbene, esaltando il bene e il bello è presente naturalmente un fattore emotivo che facilmente porta la discussione pura e semplice a crescere in ardore, giungendo, a volte, fino alla polemica.

 

e) Legittimità dell'ira nella discussione pure e semplice

Però, potrebbe obiettarsi, gli argomenti sopra esposti schiudono le porte all'ira che non dovrebbe mai entrare nella conversazione.

Abbiamo visto poco innanzi che le passioni dell'uomo hanno un posto legittimo nel confronto delle idee. Dal punto di vista morale ciò si spiega facilmente, perché in se stessa nessuna passione è cattiva: sono tutte indifferenti e possono legittimamente influenzare la discussione pura e semplice purché non siano intemperanti. L'ira non è altro che una di queste passioni. E, nei limiti della temperanza, ben può conferire la sua impronta specifica al confronto delle idee. Aggiungasi a ciò, inoltre, che la santa ira contro l'errore e il male, invece di offuscare la vivacità dell'ingegno, in molti casi l'aumenta, e con ciò contribuisce alla lucidità della discussione pura e semplice.

 

f) Il contrasto e la combattività necessari per dimostrare la verità

Dimostrare quanto vera, buona e bella sia una tesi, è compito assai spesso arduo. Abbiamo parlato poc'anzi degli effetti del peccato originale, delle abitudini e delle passioni nello spirito umano, così come delle crisi che certi cambiamenti di opinione possono causare all'uomo. Al vertice di tali crisi, questi allora esita. La contraddizione tra le idee di cui ha intravisto la giustezza e la vita che conduce, gli sembra insopportabile. La famosa alternativa formulata da Paul Bourget gli sbarra il cammino: dovrà conformare le sue idee ai suoi atti, o i suoi atti alle sue idee?

È chiaro che, in situazioni così oscure e dolorose, bisogna por mano a tutti gli espedienti dell'argomentazione realmente convincenti. E una di esse è senza dubbio il contrasto.

San Tommaso insegna che uno dei motivi per cui Dio permette l'errore e il male è perché, per contrasto, risalti maggiormente lo splendore della verità e del bene. Nel discutere, non è lecito in nessun modo disdegnare il contrasto, questo espediente del Divino Pedagogo, così prezioso che nei piani della Provvidenza in qualche modo compensa gli innumerevoli inconvenienti derivanti dall'esistenza dell'errore e del male nel mondo. Ora, come far valere il contrasto, se non attraverso la denunzia aperta e categorica di tutto quanto l'errore contiene di falso, e il male di censurabile? Perché non basta lodare la verità e il bene. È legittimo, nella discussione pura e semplice, sviluppare in tutta la misura del possibile, l'elemento di combattività. Così si legittima l'attacco tanto alle false idee quanto alle persone.

- ... sia per quanto si riferisce alle idee


Attacco alle idee false, in primo luogo: mostrando ciò che esse hanno di erroneo, di contraddittorio, di immorale, si produce un salutare conflitto nell'animo di chi le professa. Tutto un complesso di preconcetti e passioni disordinate può, a mezzo di esso, risultare spezzato. E così la luce della verità, il profumo della virtù, possono penetrare nell'anima infelice, che poco prima era interamente attanagliata dall'errore.

- ...sia per quanto si riferisce alle persone


Attacco alle persone, in secondo luogo. Quando questo attacco è fatto in modo da mostrare nella persona attaccata soltanto l'errore e il peccato in cui si trova, senza estendersi inutilmente ad altri punti, si può aprirle gli occhi per mostrarle lo stato in cui si trova, invitandola efficacemente a tornare alla verità e al bene, Se l'attacco ha luogo in presenza di terzi, non solo si neutralizza in questi l'effetto dello scandalo, ma si ottiene altresì l'effetto di aumentare, per contrasto, il loro amore alla verità e al bene. È ovvio che tali attacchi sono legittimi solo allorché sono realmente necessari, e si devono fare secondo le regole della giustizia e della carità, in modo che, per quanto più siano aperti e vadano al fondo delle cose, non intacchino, nella persona attaccata, la sua dignità di uomo, ed eventualmente, di cristiano.

Attacchi di tal natura, portati nel momento adeguato, e con linguaggio elevato, hanno prodotto nel corso della storia un gran bene, anche quando siano stati diretti contro i potenti della terra, abituati a essere trattati con particolari riguardi: un gran bene, spesso, per le persone cui si dirige, e sempre una notevole edificazione per il popolo. Sono celebri, per esempio, gli attacchi del profeta Natan contro David, di Sant'Ambrogio contro l'imperatore Teodosio, di San Gregorio VII contro Enrico IV, o di Pio VII contro Napoleone. Quante e quali dolci grazie ne sono derivate, sia nel senso di allontanare le anime dall'errore e dal male, sia in quello di attrarle alla verità e al bene!

Cambiano i tempi, però l'ordine intimo delle cose non cambia. Neanche dei despoti totalitari del nostro secolo, benché senz'altro più intrattabili dei potenti di un tempo, può affermarsi che lo siano tanto da non poter trarre per niente profitto da attacchi di questo tipo.

 

g) Artificiosità dell'abolizione della discussione pura e semplice

Come già si disse, la discussione pura e semplice non è un mero scontro di argomenti. Sotto qualche aspetto è uno scontro di personalità. In essa si determina un contatto di anima ad anima, nel quale per mezzo dell'insistenza, della ripetizione (che Napoleone considerava la migliore figura retorica), dell'attrazione di un contendente verso l'altro, o della ripulsa, si esercita tra le parti un'autentica influenza. Il gioco di tali fattori contribuisce ancor più a dare a questa maniera di conversare una reale somiglianza con un torneo, e perfino con una lotta.

Tutte queste considerazioni dimostrano che la discussione pura e semplice risponde a necessità naturali e profonde della convivenza umana. E che proscriverla, per ridurre le forme di questa convivenza al mero dialogo in senso stretto (o alla discussione-dialogo), sarebbe artificiosità grave e pericolosa.

 

h) Artificiosità, causa di confusione e di lotta

Diciamo pericolosa, poiché lo è ogni artificiosità. In effetti, le forze della natura violentate ed estromesse tornano con raddoppiato vigore. È quanto dice Orazio in forma lapidaria: "Naturam expelles furia, tamen usque recurret" (Epist., I, 10, 24). Non temendo di cadere nella artificiosità, per un malinteso amore della concordia, si lascia da un canto un mezzo indispensabile, nella convivenza umana, per l'illustrazione della verità. Con ciò, si scivola verso la confusione, che è uno dei fattori più sinistri e profondi di perturbazioni, alterchi e lotte prolungate, insolubili e pregne di odio. Come si sa, niente pregiudica di più la vera pace, che è la tranquillità dell'ordine (cfr. Sant'Agostino, De Civitate Dei, XIX, e. 13), quanto il fatto che si spengano tra gli uomini la verità e il bene, fondamento unico di questo stesso ordine. Chi nega la liceità della discussione pura e semplice, immaginando a volte di adoperarsi per la concordia, di fatto stabilisce il regno della discordia.

 

i) La discussione pura e semplice pregiudica forse la carità?

Leggendo queste considerazioni, più di un lettore, influenzato dall'irenismo dei nostri giorni, sentirà salire dal fondo dell'anima un'apprensione: non sarà per caso imprudente da parte nostra l'elogio, che qui facciamo, della discussione pura e semplice? Pur avendo ragione sul piano astratto dei principi, è tale la possibilità di abusare di questa forma di colloquio, che sarebbe meglio proscriverla del tutto. "Abusus non tollit usum", rispondiamo con il vecchio adagio giuridico. Se la discussione pura e semplice è lecita in se stessa, e ha una funzione specifica nell'ordine naturale delle cose, per ciò stesso occupa un ruolo nei piani della provvidenza. "Tempus tacendi, et tempus loquendi" (Ecele. 3, 7): applicando il principio della Scrittura, possiamo dire che vi sono circostanze in cui è opportuno non discutere, ma che ve ne sono altre in cui si ha il diritto e perfino l'obbligo imprescindibile di farlo. Di ciò ci ha dato esempio il Divino Maestro (cfr. Gv. 8 e segg.). Perciò, peggio che il discutere a volte male, è il non discutere affatto.

Presentare, per misura di prudenza, la discussione pura e semplice come sempre illecita, sempre pericolosa, sempre nociva agli spiriti, costituisce una vera e propria frode dottrinale.

Se chi deve discutere è un cattolico, v'è in questa frode, per di più, un sintomo di accentuato naturalismo. Perché se discutere è per lui un diritto e perfino un dovere, come ammettere che gli sia impossibile, con l'abbondanza delle grazie che la Chiesa dispensa, farlo secondo i principi della giustizia e della carità? Per lui non vale più l'"omnia possum in eo qui me confortat" (Fil. 4, 13)?

 

j) Conseguenza: la discussione pura e semplice non deve essere necessariamente disprezzata

No. È inammissibile condannare in via di principio la discussione pura e semplice, e attribuirle un carattere necessariamente spregevole.

 

k) Nemmeno la polemica deve essere necessariamente disprezzata

Tutto quanto abbiamo detto della discussione pura e semplice vale anche per la polemica. Questa possiede, nel più alto grado, la combattività inerente a quella, e perciò - quando è cattiva - può possedere in grado superlativo tutto ciò che di censurabile hanno gli inasprimenti della discussione pura e semplice. Per analogo motivo, anche la polemica, quand'è buona, possiede in sommo grado tutte le qualità inerenti alla discussione pura e semplice ben condotta. Ciò è quanto abbiamo avuto occasione di sostenere più estesamente nel libro che si intitola "Em Defesa da Acào Catòlica" (Editora Ave Maria, San Paolo, 1943), che fu oggetto, nel 1949, di una significativa lettera di elogio, scritta a nome dell'indimenticabile Papa Pio XII dall'illustre Sostituto della Segreteria di Stato, Monsignor Giambattista Montini, oggi Santo Padre Paolo VI, gloriosamente regnante.

A quanti sembrerà strano ciò che affermiamo intorno alla buona polemica, ricordiamo semplicemente che, per palese disegno della Provvidenza in vista del bene delle anime, lo Spirito Santo suscitò nella Chiesa polemisti eccelsi, che godono degli onori degli altari, e le cui opere costituiscono legittima gloria della Chiesa e della cultura cristiana. Citiamo, tra tanti, S. Gerolamo, S. Agostino, S. Bernardo, S. Francesco di Sales.

 

l) La discussione pura e semplice, la polemica e l'opinione pubblica

Non potremmo considerare chiuse queste considerazioni senza fare un'osservazione circa la vera dimensione dei problemi sollevati a proposito della discussione pura e semplice e della polemica. In generale, questi problemi sono trattati unicamente in considerazione degli interlocutori che discutono o polemizzano. Nella realtà, quando, in relazione all'argomento, la discussione pura e semplice e la polemica interessano molte persone, e hanno luogo con adeguata pubblicità, hanno una portata sociale, perché provocano una miriade di controversie analoghe tra coloro che di esse prendono conoscenza. L'ampiezza del fenomeno può portare alla formazione di due o più correnti d'opinione nel seno della società. Dal vociare confuso delle dispute individuali vanno emergendo allora, in un campo e nell'altro, voci più alte, più ricche di pensiero, e più cariche di forza espressiva, che a loro volta suscitano tra loro controversie di grande rilievo. Nelle une e nelle altre si compendia, si determina, acquista maggiore densità di pensiero, spicca volo ed è portato fino alle estreme conseguenze tutto ciò che nei diversi campi si va affermando.

Così, le correnti di opinioni si pongono di fronte e si esprimono in diverse gamme, e le discussioni e le polemiche, raccolte dai grandi, a loro volta si ripercuotono nuovamente sui minori, li ispirano e orientano.

Nella sua forma più illustre, e storicamente più importante, la discussione pura e semplice e la polemica nascono, si sviluppano e si presentano avanti agli occhi di moltitudini sulle quali esercitano un'azione orientatrice della più grande portata. In funzione di queste moltitudini raggiungono la loro piena dimensione.

Considerato tutto questo, già si vede che la strategia apostolica non può essere concepita e realizzata solo in relazione alle persone e alle correnti d'opinione ristrette con le quali il cattolico discute, ma anche in relazione al pubblico talvolta immenso che segue, come interessato spettatore, la discussione pura e semplice o la polemica. Orbene, se l'adozione della conversazione squisitamente piacevole (discussione-dialogo) può con frequenza essere conveniente per attrarre e convincere l'altro interlocutore, le legittime esigenze dello spirito pubblico imporranno, a volte, che si confuti e si fustighi con veemenza l'errore e il male. Perché in determinate circostanze si correrebbe il rischio che una inopportuna pacatezza nei difensori della buona causa, possa produrre nel pubblico una vera e propria atonìa del sentimento cattolico, o della sensibilità morale. In ciò sta un argomento in più per provare che la discussione pura e semplice e la polemica sono, in certi casi, indispensabili.

In questo senso è indicativa la lotta due volte millenaria della Chiesa contro i sistemi religiosi e filosofici che le sono opposti. In questa lotta, il dialogo va comportando, con più o meno intensità, la discussione pura e semplice e la polemica, prendendosi in considerazione queste circostanze non solo al livello dei contatti individuali, ma anche al livello di gruppi, al livello delle nazioni, o di tutto il genere umano.

 

m) La discussione pura e semplice, la polemica e il carattere militante della Chiesa

La prescrizione sistematica di ogni discussione pura e semplice e di ogni polemica, e la riduzione di ogni contatto tra le parti a mere discussioni-dialoghi (cioè, discussioni grandemente serene e cordiali), avrebbero per la Chiesa conseguenze di una importanza che non sarà mai sufficientemente messa in risalto.

Tali dialoghi non basterebbero mai a sopperire a tutte le necessità tattiche della Chiesa Militante. In effetti, qualcosa di autenticamente militante, nel vero senso della parola, è inerente all'"inimicitias ponam" (Gen. 3, 15) e alla condizione terrena della Chiesa. Essa non finirà mai di avere di fronte nemici - nel vero e proprio senso della parola - mossi da un'ostilità che va, secondo i casi, dalla semplice antipatia fino al colmo dell'odio. Questi nemici non saranno mai soltanto idee astratte, meri fattori sociali o economici avversi: saranno anche uomini in carne ed ossa, che costituiranno fino alla fine del mondo la razza del Serpente. E la Sposa di Cristo non potrà mai smettere di combatterli.

Ciò non vuol dire che in ogni persona o istituzione non cattolica la Chiesa debba vedere solo nemici. Ma è utopistico immaginare che Essa possa imbattersi, in qualche epoca storica, tra quanti sono estranei al suo grembo, unicamente in uomini pieni di simpatia, che la consultino col sorriso sulle labbra su un punto o l'altro sul quale non sanno darsi spiegazione, e che di sorriso in sorriso, senza maggiori complicazioni, finiscano sempre per convertirsi.

Inoltre porterebbe molto avanti l'utopismo chi, in questo secolo fatto di campi di concentramento e di cortine di ferro, di bambù o che so altro, immaginasse che la Chiesa ha di fronte a sé solo gente tanto sprovveduta e gioconda.

Del resto, questa semplicistica discriminazione dei non cattolici in due categorie, una di avversari, l'altra di quanti potremmo chiamare ignoranti benevoli, è priva di consistenza. In realtà sono pochi, tra i non cattolici, quelli che portano all'estremo l'odio per la Chiesa così come pure quelli che risultano immuni da ogni antipatia verso di Essa. La maggior parte appartiene simultaneamente, e in proporzioni variabili all'infinito, ad entrambe le categorie cui si è alluso, in maniera che la benevolenza, l'antipatia e l'ignoranza si mescolano in ciascuno in un modo peculiare, per ciò che si riferisce alla Chiesa. E questo porta necessariamente ciascun cattolico ad adottare, in proporzioni ugualmente diverse all'infinito, il linguaggio proprio ai diversi tipi di conversazione. Lo zelo ingegnoso qui non consiste nell'escludere qualcuno d'essi, ma nell'utilizzare ciascuno d'essi, combinandolo o no con gli altri, se e nella misura in cui il caso concreto lo impone.

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