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Prof. Plinio Corrêa de Oliveira
(1908-1995)

pensatore e leader cattolico,

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Una nuova Inquisizione?

 

Quando ormai la presente edizione era chiusa, è arrivata una notizia che desta non poca preoccupazione per le sue possibili, gravi conseguenze. Ci riferiamo all’approvazione da parte del Parlamento Europeo della “Proposta di risoluzione sulle donne e il fondamentalismo”. 

Accomunando il fondamentalismo islamico con “altri” presunti fondamentalismi che opprimerebbero le donne europee, il documento presentato dalla socialista spagnola Maria Izquierdo Rojo e approvato con una esigua maggioranza, costituisce in pratica una lunga ed insolente requisitoria contro la religione, degna del più ottuso e becero laicismo ottocentesco, forse come primo passo di un tentativo di sradicarla dalla vita pubblica europea. 

Dopo aver toccato punti più o meno scontati, come il miglioramento della condizione femminile nei Paesi islamici, il documento parte all’assalto delle chiese. Condannando non meglio precisate “ideologie regressive che pretendono di fornire alle donne risposte valide per il futuro partendo da posizioni retrograde”, la risoluzione “deplora le ingerenze delle Chiese nella vita pubblica e politica degli Stati”. E ammonisce: “Le comunità religiose, quando assumono competenze proprie del settore pubblico, agiscono oggettivamente contro l’ordinamento giuridico democratico prevalente nell’Unione Europea”. 

Un esempio di “ingerenza” indebita? La risoluzione ne fornisce almeno due. Un articolo stabilisce che la procreazione “è questione puramente personale”. Da questa prospettiva, un’allocuzione papale in tema di aborto, per esempio, sarebbe ipso facto considerata un’ingerenza antidemocratica e antieuropea. Un’altro articolo esprime “il proprio sostegno alla difficile situazione delle donne lesbiche” e “invita i leader religiosi a ripensare l’atteggiamento nei confronti di queste donne”. Nella versione originale, il monito era indirizzato nominalmente a Giovanni Paolo II. 

Commenta Marina Corradi su Avvenire: “Questo è un testo fortemente ideologico [nel quale] appare dominante la pretesa di escludere la religione da ogni legittima espressione nell’ambito pubblico” (1). 

A volte, il documento assume risvolti quasi grotteschi. Ad esempio quando pretende di intervenire in questioni teologiche e dogmatiche. Al punto quattro la risoluzione deplora “i direttori delle organizzazioni religiose che promuovono l’esclusione delle donne dai posti di comando nella gerarchia religiosa”. Implicito ma presente, il problema del sacerdozio femminile, sul quale Giovanni Paolo II ha già detto l’ultima parola. 

L’approvazione di questa risoluzione è carica di preoccupanti ripercussioni. 

Per non parlare dell’inaudita insolenza di un monito parlamentare al Vicario di Cristo, né della presunzione d’una deputata che crede di poter dettare ad una istituzione divina oltreché bimillenaria quale  debba essere la sua costituzione organica, ci preme annotare che, nella logica di questa risoluzione, la Chiesa Cattolica non avrebbe più la libertà di assolvere alla sua missione di insegnare la vera dottrina (Matt. 28, 20). Il che, a nostro parere, configurerebbe una potenziale situazione di persecuzione religiosa. 


Una nuova inquisizione laicista

Approvando una tale risoluzione, il Parlamento Europeo ha clamorosamente sconfinato dalle proprie competenze, passando a funzionare in pratica come una sorta di nuova Inquisizione laicista e anticristiana.

In ultima analisi sono in gioco due concezioni diametralmente opposte dell’Europa. Però, mentre l’una ha sufficiente onestà intellettuale e morale di proclamarsi apertamente cristiana e tradizionale, l’altra si nasconde dietro un discorso di “democrazia” e di “libertà”, salvo poi mostrare un volto potenzialmente totalitario. In questo senso quasi vien voglia di ringraziare la signora Izquierdo Rojo per aver tolto l’ultimo velo che ancora dissimulava le ultime intenzioni della sinistra laicista.

Questa risoluzione non può essere considerata come un fatto isolato, frutto di aleatorie circostanze politiche. Essa si inserisce chiaramente nel disegno rivoluzionario di costruire un’Europa agli antipodi di quella cristiana che ebbe il suo apogeo nella civiltà cristiana medioevale. Un tentativo denunciato anche di recente da Giovanni Paolo II:

“Purtroppo, alla metà dello scorso millennio ha avuto inizio, e dal Settecento in poi si è particolarmente sviluppato, un processo di secolarizzazione che ha preteso di escludere Dio e il cristianesimo da tutte le espressioni della vita umana. Il punto di arrivo di tale processo è stato spesso il laicismo e il secolarismo agnostico e ateo, cioè l’esclusione assoluta e totale di Dio e della legge morale naturale da tutti gli ambiti della vita umana. Si è relegata così la religione cristiana entro i confini della vita privata di ciascuno. Non è significativo, da questo punto di vista, che dalla Carta d’Europa sia stato tolto ogni accenno esplicito alle religione e, quindi, anche al cristianesimo?” (2).


Una degna reazione

Alla luce della recente polemica intorno al divorzio, e specialmente sulla scia di questa risoluzione del Parlamento Europeo, non possiamo più nutrire alcun dubbio sul disegno dei laicisti. Da parte loro le carte sono sul tavolo. E da parte nostra?

Questa escalation nell’assalto contro la Chiesa deve costituire per noi una sfida, un invito ad avere sempre di più quella “fede coraggiosa e militante” della quale parlava Pio XII ai giovani dell’Azione Cattolica (3), alimentata dalla fiducia soprannaturale che le porte dell’inferno non prevarranno contro la Chiesa di Nostro Signore Gesù Cristo.

 

1. Marina Corradi, “All’Europarlamento di Strasburgo attacco all’insegna del laicismo”, Avvenire, 12 marzo 2002.

2. Allocuzione al III Forum Internazionale della Fondazione Alcide De Gasperi.  Osservatore Romano, 24-03-02.

3. Cfr. Luigi Gedda, 18 aprile 1948,  Mondadori, Milano, 1998, p. 70.

Categoria: Marzo 2002

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