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2002

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Referendum in Irlanda:
quando a vincere è la confusione

 

Con uno scarto di meno del 1%, gli elettori irlandesi hanno respinto un emendamento costituzionale, presentato dal governo di centro-destra e appoggiato dalla Chiesa cattolica, che avrebbe praticamente chiuso le porte all’aborto. Esulta, ovviamente, la sinistra. Ma, paradossalmente, esultano anche molti anti-abortisti. E con il 42% del consenso popolare, nonostante la sconfitta, il partito di governo Fianna Fáil si prospetta come il grande favorito alle prossime elezioni politiche. Cosa è veramente successo in Irlanda il 6 marzo? Lo abbiamo chiesto a Mr. Rory O’Hanlon, direttore del Comitato “Irlanda di San Patrizio” e attivista pro-life.

 

 

TFP - Anzitutto, Mr. O’Hanlon, cosa era in gioco nel referendum indetto dal governo?

Rory O’Hanlon - Per capirlo bisogna dire due parole sulla situazione in Irlanda. Nel 1983 era stato approvato, tramite referendum, un emendamento costituzionale che proibiva l’aborto. Per noi, irlandesi cattolici, questo era motivo di grande gioia. Tuttavia, in occasione del processo noto come “Caso X”, nel 1992, la Corte Suprema aveva aperto uno spiraglio, sentenziando che l’aborto è consentito qualora la vita della madre fosse in pericolo. In breve: una ragazza di 14 anni era rimasta incinta. Voleva abortire ma la legge glielo vietava. Cosa ha fatto lei? Ha minacciato di suicidarsi! Il caso è finito alla Corte Suprema, la quale ha sentenziato che la minaccia era attendibile, e che il diritto alla vita della ragazza andava tutelato. Quindi ha autorizzato l’aborto. Questa sentenza  ha introdotto un’incoerenza nel nostro ordinamento giuridico. Per essere applicate a tutti gli effetti, le decisioni della Corte Suprema devono essere successivamente regolamentate da leggi ordinarie. In questo caso ciò non è avvenuto e si è determinata una situazione molto confusa, nella quale si riesce a praticare un esiguo numero di aborti in modo semi-legale, col pretesto di un  rischio della vita per la madre, anche se questo “rischio” proviene dalla minaccia di commettere suicidio.

Lo scopo del governo nel referendum era di risolvere questa incoerenza, togliendo l’eccezione della minaccia di suicidio.

 

TFP - Tutto qui?

Rory O’Hanlon - Eh, no. Fin qui non c'erano problemi. Il problema è sorto quando, nella definizione di “aborto”, la proposta di emendamento costituzionale parlava di “distruzione della vita umana dopo l’annidamento”, cioè dopo l’impianto dell’ovulo nella mucosa uterina. Ha capito? Prima dell’annidamento, l’embrione non sarebbe stato tutelato dalla legge. E questo ovviamente non è piaciuto per niente agli anti-abortisti, che auspicavano la tutela dell’embrione dal momento della fecondazione.

 

TFP - E questo ha spaccato il voto cattolico.

Rory O’Hanlon - Esatto! Perché è vero che da una parte si chiudeva la porta all’aborto, ma dall’altra la si lasciava aperta per gli anticoncezionali che impediscono l’annidamento, come la cosiddetta “pillola del giorno dopo”. In realtà questi farmaci sono abortivi, giacché interrompono il normale sviluppo di un ovulo già fecondato. Qual è la differenza fra interrompere la gravidanza dopo 10 giorni dalla fecondazione o dopo 90? In ambedue casi si tratta della distruzione di una vita umana.

Allora, mentre i settori più moderati, con la gerarchia ecclesiastica in testa, si schieravano per il SÌ, una parte dell’elettorato cattolico rifiutava anche questa concessione, scegliendo il NO in attesa di tempi migliori per poter indire un altro referendum che faccia chiarezza una volta per tutte: aborto si oppure no? Una parte del movimento per la vita ha fatto dunque campagna per il NO, nonostante le direttive della Conferenza Episcopale.

 

TFP - Insomma, un pasticcio.

Rory O’Hanlon - La confusione era tremenda! Questo lo ha ammesso lo stesso leader dell’opposizione, Michael Noonan, con una formula lapidaria: “La gente era confusa, la gente era arrabbiata, la gente era delusa”. E cosa fa la gente quando è confusa e arrabbiata? Non va a votare. Ed è così che l’astensionismo ha superato il 60%. Secondo me, la maggior parte di questo 60% era voto anti-aborto. Eppure, con tutto questo pasticcio, il NO ha vinto per appena 10.500 voti, cioè meno dell’1%. Si può considerare questa una vittoria della sinistra abortista?

 

TFP - Tuttavia è proprio così che i giornali italiani hanno presentato il risultato.

Rory O’Hanlon - Non so perché i giornali hanno messo l’accento quasi esclusivamente sul primo quesito del referendum, la minaccia di suicidio. In realtà tutto si è giocato sul secondo quesito.

 

TFP - Insomma, Lei contesta che questo risultato sia da interpretare come una sconfitta per il movimento per la vita e per il governo di centro-destra?

Rory O’Hanlon - Ma certo! Prima di tutto, stabiliamo che la legge non è cambiata. L’aborto in Irlanda resta illegale, tranne che nei pochi casi summenzionati. Secondo, un’analisi oggettiva dei risultati mostra una chiara maggioranza anti-aborto. Se non ci fosse stata la triste divisione degli anti-abortisti, il SÌ l’avrebbe spuntata facilmente. Terzo, l’astensionismo è stato molto più alto nelle zone rurali, naturalmente più conservatrici. Se questo elettorato rurale si fosse mosso, la vittoria del SÌ sarebbe stata schiacciante.

Quanto al governo, nonostante la sconfitta referendaria, gli ultimi sondaggi danno al partito Fianna Fáil più del 42% dei consensi in vista delle prossime elezioni politiche. Il principale partito dell’opposizione, il Fine Gael, non raggiunge il 20%... Altro che svolta a sinistra!

Categoria: Marzo 2002

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