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2003

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La battaglia del crocifisso: bilancio e riflessioni

 

È bastato che un tale Adel Smith, dall’alto della sua condizione di presidente dell’Unione musulmani d’Italia, ottenesse da un magistrato filo‑comunista dell’Aquila l’ingiunzione di rimuovere il crocifisso da un’aula scolastica nel paese di Ofena per scatenare quello che più di un commentatore ha denominato “la guerra del crocifisso”, felicemente conclusasi con la vittoria dei cattolici su tutta la linea.

La vicenda offre diversi spunti di riflessione, più o meno significativi. Fra tutti, ci preme rilevarne uno per le notevoli conseguenze che potrà comportare: la vivacissima reazione dell’opinione pubblica italiana, che forse nessuno si aspettava e che ha preso in contropiede perfino gli stessi islamici, per non parlare poi della sinistra laicista.

“Il crocifisso fa miracoli” titolava un incredulo il manifesto, che non riusciva a spiegarsi come mai, in pieno terzo millennio, si poteva ancora parlare dell’Italia come “nazione cristiana” e, quel che è peggio, sul piede di guerra contro l’islam.

Da dove proviene questa reattività? Cosa può presagire per il futuro? Cessato il polverone, forse è arrivato il momento di fare il punto della situazione.

 

*    *    *    *    *

 

“Vedo che la Madonna vuole proprio soccorrere l’Italia in modo molto speciale”, rifletteva il prof. Plinio Corrêa de Oliveira in una delle sue ultime riunioni di lavoro, nel 1995, due mesi prima della morte. Si riferiva alle reazioni dell’opinione pubblica italiana in occasione dell’inaugurazione della moschea di Roma.

 

Si sveglia l’Italia profonda

Prima dell’inaugurazione, regnava nella massa un clima descritto dal dott. Plinio come “sonnolento e ottimista”, caldeggiato dalla “cecità volontaria delle numerose élite intellettuali, economiche, politiche e religiose”. Agli occhi degli italiani, l’islam assomigliava a “un mostro nelle nuvole, che non sarebbe mai sceso sulla terra e che, quindi, non comportava nessun pericolo, né religioso né politico”.

Di colpo, questo mostro è sceso e si è insediato, minaccioso, nel cuore della Cristianità. La moschea è stata inaugurata. Come un fulmine in cielo fosco, mortale ma chiarificatore, la notizia ha squarciato la sonnolenza ottimista. E dal più profondo dello spirito pubblico, quasi per una reazione fisiologica, è tornata a galla la secolare angoscia che i nostri antenati manifestavano al grido di “mamma, li turchi!”.

In un ambiente così galvanizzato, esplodeva allora la notizia di un fatto che avrebbe dovuto invece rimanere privato: mentre si svolgeva la cerimonia di inaugurazione, l‘On. Irene Pivetti, allora presidente della Camera dei Deputati, aveva pregato un Rosario di riparazione, accompagnata da pochi fedeli, nella chiesa di S. Luigi Gonzaga, nei Parioli, a due passi della moschea.

Una bomba avrebbe forse causato un boato minore. Dalla Sicilia all’Alto Adige si levava allora un possente coro di approvazione: era tempo che qualcuno facesse qualcosa! Quella sera stessa, le forze dell’ordine sono entrate nel centro islamico di viale Jenner, a Milano, trovandovi materiale sovversivo e prove di rapporti con organismi legati al terrorismo internazionale. Secondo fonti della Questura, da tempo si conoscevano le attività sospette di questo centro, ma non c’era il “clima” per compiere una tale azione. Cosa era cambiato?


Lo shock causato dall’inaugurazione, ulteriormente accentuato dal gesto simbolico della Pivetti, aveva finito col frantumare il clima di apparente consenso ecumenico, mettendo alla luce in larghe fasce dell’opinione pubblica italiana un animus belligerandi nei confronti dell’islam di cui forse nessuno intuiva l’esistenza. Si tornava addirittura a parlare di crociata.

D’altronde, un cattolico non poteva non porsi la domanda sulla parte giocata dalla grazia divina in questa reazione. Per il prof. Plinio Corrêa de Oliveira la sua azione era innegabile, tanto da indurlo a parlare appunto di “soccorso della Madonna”.

 

Aggrediti dalla realtà

Lo stesso fenomeno si è poi ripetuto in altre occasioni. Ricordiamo, per esempio, gli episodi del G8 quando il movimento no‑global, fino ad allora tollerato e perfino coccolato da quelle stesse élite cieche e cedevoli, ha messo Genova a ferro e fuoco. Il delirio distruttivo dei contestatori ha duramente scosso una vasto filone di opinione pubblica, svegliandola alla dura ed inquietante realtà: il terrore rivoluzionario era sceso nuovamente in piazza. Tante acquiescenze nei confronti dei no‑global sono svanite, accompagnate da una reazione che ha finito col danneggiare seriamente il movimento.

I postumi di questa sorta di shock collettivo non si erano ancora riassorbiti, che ci entravano in casa le immagini di quei due aerei lanciati contro le Torri Gemelle, mandando definitivamente in frantumi le ultime vestigia dell’ottimismo sonnolento. Era scoppiato il primo conflitto del terzo millennio, che cominciava dunque male, lontano anni luce da quella “civiltà dell’amore” che in tanti auspicavano. L’ecumenismo era ancora una volta brutalmente smentito dai fatti. E l’idea che l’Occidente dovesse scendere in guerra tornava nuovamente a farsi largo nell’opinione pubblica.

Non passava neanche un anno che l’Italia si ritrovava nuovamente dilaniata, con cattolici e laicisti caricandosi a vicenda. In occasione dell’udienza del 28 gennaio del 2002, Giovanni Paolo II ha definito il divorzio “una piaga devastante”, esortando i magistrati cattolici a non favorirlo. Apriti cielo! Tanto è bastato per scatenare il mondo laicista, che ha accusato il Pontefice di essere “talebano”, “fondamentalista”, “nemico della civiltà” ed altre sottigliezze del genere. Ancora una volta, la ferocia dei laicisti svegliava, in modo piuttosto brutale, gli ottimisti sonnolenti, costretti a fare i conti con la dura realtà: nonostante tutto l’ecumenismo, l’anima giacobina era viva, eccome! Bisognava contrastarla per difendere la Fede e l’identità cattolica del paese.

Pochi mesi dopo, nuova stangata sulla coscienza dei cattolici, e nuova reazione da parte loro. In occasione della Festa dell’Esaltazione della Santa Croce, Giovanni Paolo II auspicava che essa fosse esposta “nelle scuole, negli ospedali, in ogni luogo”. Immediata la reazione dei musulmani, che hanno chiesto la rimozione delle “raffigurazioni del cosiddetto crocifisso e delle madonnine”. Mentre Livia Turco (DS) parlava di “provocazione” del Papa, i Verdi qualificavano la proposta una “offesa a tutti e un’umiliazione per l'intelligenza”. Molto ferme, d’altra parte, le reazioni di ampi settori del mondo cattolico, tanto da indurre alcuni commentatori a parlare di “guerra del crocifisso”.

 

La II Guerra del crocifisso

E, colpo dopo colpo, eccoci arrivati al recente putiferio innescato dal tale Adel Smith, ancora fresco nella memoria di tutti.

Fra i tanti spunti di riflessione offerti dalla vicenda, nella logica dell’analisi precedente ci preme rilevarne uno: la vivacissima reazione dell’opinione pubblica italiana, che forse nessuno si aspettava e che ha preso in contropiede perfino gli stessi islamici, per non parlare poi della sinistra laicista. Il New York Times ha parlato di “nervo scoperto”. Il manifesto ha titolato “miracolo del crocifisso”. “Sentenza bocciata da tutti”, proclamava Il Giornale. “In Italia si rischia la guerra religiosa”, avvertiva il quotidiano arabo Al Sharq Al Awsat. E mentre per tutta l’Italia si moltiplicavano le processioni riparatrici e i comuni alzavano croci alte due metri nelle piazze, gli analisti si chiedevano: ma da dove proviene tutta questa reattività?


Nonostante alcune apparenze contrarie, è nostra convinzione che l’opinione pubblica italiana tenda sempre di più a dividersi in due blocchi, separati da fessure molto più accentuate in profondità di quanto non appaiano in superficie. E, sempre più nitido, ecco un filone costituito dalle persone che, aggredite dalla realtà, si scrollano di dosso l’ottimismo sonnolento e cominciano a esclamare: “Adesso è troppo! Bisogna reagire! È in gioco la nostra civiltà e anche la nostra Fede!” Col passare del tempo questo filone tenderà di certo a crescere, specialmente se certe anime si apriranno alla grazia divina. Fin dove arriverà questo spostamento? È una delle grandi incognite del futuro.

 

Venti di crociata?

Il dinamismo di questo nuovo filone implica per i massimi leader dell’Islam un problema, e non solo strategico, che dovranno affrontare nei prossimi decenni.

Senza voler leggere negli avvenimenti più di ciò che essi contengono, dobbiamo notare come questo atteggiamento dell’opinione pubblica italiana non sia senza qualche similitudine con certe reazioni verificatesi in passato e che, in maggior o minor grado, si riallacciavano al entusiasmo che diede origine alle crociate.

Un esempio fra tanti. Nel 1683 l’Europa non era più quella del Medioevo. L’umanesimo, il protestantesimo e l’illuminismo avevano fatto strage della Cristianità. Eppure bastò che si diffondesse la notizia che i turchi erano alle porte di Vienna per far soffiare un vento di crociata, del quale si fece alfiere il Beato Marco da Aviano, e che risultò nella costituzione della Santa Alleanza e nella successiva battaglia di Vienna. Questo vento toccò pure la Francia, dove un gruppo di nobili francesi, ansiosi di emulare l’epopea di Goffredo di Buglione, chiese autorizzazione a Luigi XIV di parteciparvi, nonostante questi fosse alleato strategico del Turco.

E così, ogni volta che i musulmani si sono spinti oltre un certo limite, sono andati a toccare una fibra profonda, spesso nascosta ma sempre viva, dell’anima europea, un “nervo scoperto” per utilizzare la metafora del New York Times, suscitando ondate di reazione che, in qualche modo, riecheggiano il Deus vult! della cavalleria medievale. L’11 settembre a livello mondiale e, qui da noi, l’arroganza di Adel Smith ne sono esempi tipici. Più recentemente, fino a che punto il vile attentato di Nassirya avrà lo stesso effetto?

E cui sorge la domanda cruciale: saranno disposti i seguaci di Allah a compiere ulteriori passi col rischio di andare a toccare questo “nervo scoperto”, e quindi di innescare una reazione che, almeno in nuce, ha la potenzialità di trasformarsi in una Reconquista?

 

Quando il pastore temporeggia

Un aspetto capitale della recente vicenda del crocifisso, a nostro parere non ancora messo sufficientemente a fuoco, è il sensibile divario tra l’accesa reazione popolare e la tiepidezza di taluni che, anche per “dovere di ufficio”, avrebbero dovuto invece correre in difesa del simbolo della nostra Redenzione e fondamento della nostra Fede, venendo anche incontro a questo irrigidimento dell’opinione pubblica forse non ancora corretamente vagliato.

Questa tiepidezza, suscettibile di causare uno sconcerto tra i fedeli che potrebbe facilmente trasformarsi in scoramento, è stata puntualmente rilevata da un autorevole opinionista, il prof. Ernesto Galli della Loggia.

Commentando le dichiarazioni di mons. Ersilio Tonini, secondo cui il crocifisso non sarebbe un simbolo religioso, ma appena un richiamo a certi valori comunque condivisibili da tutti, Galli della Loggia precisava: “Se devo dire la verità a me sembra un’affermazione senza fondamento, diciamo pure che non si regge in piedi, il fatto che tanti siano ricorsi a essa mi sembra solo la prova della profonda incertezza, della insicurezza che oggi proviamo di fronte al problema di capire chi siamo e qual è il nostro rapporto nei confronti del mondo. (...) L’affermazione che il crocifisso ha ormai perso la sua natura di simbolo religioso per acquisire quella di simbolo di valori suona in particolare stupefacente sulla bocca di uomini di Chiesa”.

Con questo atteggiamento elusivo, concludeva il noto intellettuale, gli uomini di Chiesa “non fanno altro che convalidare l’avvenuta totale secolarizzazione del nostro mondo, l’espulsione definitiva dal nostro spazio pubblico della religione” (1).

Fra quelli che dovrebbero difendere decisamente Chiesa e Cristianità, regna dunque l’incertezza e l’insicurezza riguardo ai punti fermi della nostra identità cristiana? Se così fosse realmente, possiamo meravigliarci che i musulmani militanti approfittino di questo allettante vuoto per dare qualche passo avanti?


D’altronde, le parole del prof. Galli della Loggia non fanno altro che riecheggiare quelle di Giovanni Paolo II nel 1981: “Bisogna ammettere realisticamente e con profonda e sofferta sensibilità che i cristiani oggi in gran parte si sentono smarriti, confusi, perplessi e perfino delusi”  (2).

Non dobbiamo trovare il motivo della sfrontatezza del signor Adel Smith più nella nostra debolezza che nella forza dell’islam? “Io non ho nessuna paura dell’islam — ammoniva il cardinale Giacomo Biffi, di Bologna — ho paura della straordinaria imprevidenza dei responsabili della nostra vita pubblica. (...) I cristiani devono piantarla di dire che bisogna andare d’accordo con tutte le idee”  (3).

 

Il mito dell’islam moderato

Sulla prima pagina del Corriere della Sera, il prof. Angelo Panebianco ha messo invece il dito su un’altra piaga. Secondo lui, è stato un “disastro” il modo in cui gli uomini pubblici, sia laici che religiosi, hanno gestito il problema, un disastro “i cui effetti deleteri misureremo solo tra qualche anno”. A suo modo di vedere, “l’errore è consistito nel credere che fosse Adel Smith un signor nessuno nel mondo islamico italiano. (...) Si è distolta l’attenzione dal fatto che sono altri, molto più potenti di Smith, con molto più seguito fra i musulmani presenti nel territorio italiano, quelli con cui dovremo fare i conti, e saranno conti difficili e penosi”.

“Faceva impressione — continua l’opinionista — vedere a ‘Porta a Porta’ i politici italiani, e anche un vescovo come Rino Fisichella, trattare da ‘moderato’ il capo della più forte organizzazione islamica italiana, solo perché schierato contro la rimozione del crocifisso. Ma né la più forte organizzazione islamica (...) che è una filiazione dei Fratelli Musulmani, né l’altra organizzazione rappresentativa (...) sono ‘moderate’. Sono invece organizzazioni islamiste nemiche dell’Occidente. Proprio perché sono forti e rappresentative, queste organizzazioni islamiste rifuggono dall’avventurismo, praticano l’entrismo, vogliono continuare a conquistare posizioni”  (4).

In altre parole, dal punto di vista della meta, non esiste un islam “radicale” e un altro “moderato”. Le organizzazioni islamiche presenti in Italia possono divergere quanto ai modi e ai tempi, ma sono d’accordo sulla meta: la totale conquista dell’Europa. Non a caso Giuliano Vassalli, presidente emerito della Corte Costituzionale ed ex‑ministro della Giustizia, ha messo sull’avviso: “È in atto una crociata musulmana. C’è un piano organizzato”  (5). Se poi questo piano si realizza a colpi di scimitarra o per mezzo di una lenta ma inesorabile infiltrazione, è un dettaglio strategico.

 

Dar al‑harb

Questa meta risulta dalla sostanza stessa dell’islam.

L’islam divide il mondo in due: il dar al‑islam, letteralmente “la casa dell’islam”, ossia i territori dove prevale l’islam; e dar al‑harb, letteralmente “la casa della guerra”, ossia le terre infedeli che vanno conquistate in nome di Allah. Questa conquista si attua sia per mezzo della guerra vera e propria (al‑harb o al‑quital, nel Corano), sia per mezzo d’una più ampia al‑jihad, letteralmente “sforzo” o “applicazione”. Secondo il Corano, la jihad costituisce un obbligo per ogni musulmano, e può essere assolto in quattro modi: con l’animo, con la parola, con la mano e con la spada (6).

Non andava per il sottile il presidente egiziano Gamal Abdel Nasser quando, nel corso d’una cerimonia commemorativa della battaglia di Mansurah (1250) contro i francesi di S. Luigi IX, proclamava: “La Mezzaluna ha trascinato la Croce nel fango. Solo una cavalcata musulmana potrà restituirci la gloria d’un tempo. Quella gloria non sarà completa finché i cavalieri di Allah non calpesteranno S. Pietro a Roma e Notre Dame a Parigi”  (7).

A giudicare dalle recenti reazioni, però, sembra che più che a una cavalcata musulmana, i seguaci di Allah potranno andare incontro ad una nuova Covadonga.

 

Note______________________________

1. Ernesto Galli della Loggia, “Caro Tonini, si sbaglia, il crocifisso è il simbolo di una religione”, Sette, 06‑11‑03, p. 17.

2. Insegnamenti di Giovanni Paolo II, Vol II, Roma, Editrice Vaticana, 1981, p. 235.

3. Giacomo Biffi, Lettera pastorale La città di san Petronio nel terzo millennio, ottobre 2000.

4. Angelo Panebianco, “La scuola laica e il corano”, Il Corriere della Sera, 3 novembre 2003.

5. Il Giornale, 29 ottobre 2003.

6. Cfr. Giorgio Vercellin, Jihad, l’islam e la guerra, Giunti, Firenze, 1997, pp. 18‑20.

7. Nouvelles Chretientés, No. 362, 13‑09‑1962.

Categoria: Dicembre 2003

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