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Prof. Plinio Corrêa de Oliveira
(1908-1995)

pensatore e leader cattolico,

ispiratore delle Società per la difesa della

Tradizione Famiglia e Proprietà - TFP

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Quo usque tandem propaganda?

 

Quo usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra? Fino a quando abuserai tu, o Catilina, della nostra pazienza?

Con questa formula lapidaria, entrata poi nella storia, il grande Cicerone denunciava nel 63 a.C. il piano sedizioso di Lucio Sergio Catilina. Deluso per ben tre volte nel suo tentativo di diventare console, Catilina aveva ordito una congiura militare. Denunciato, appunto, da Cicerone egli dovette scappare da Roma. Voltosi all’estrema prova delle armi, fu vinto e ucciso nella battaglia di Pistoia nel 62 a.C.

Passano i secoli, ed ecco che questa formula ci viene in mente considerando l’accanimento di certa propaganda nel denunciare situazioni di presunta “estrema povertà” in alcuni paesi del Terzo Mondo causate -- neanche a dirlo -- dal solito “liberismo” colpevole di generare intollerabili “ingiustizie sociali”. Questa propaganda assume talvolta contorni decisamente surrealistici. In una grande basilica di Torino, per esempio, il celebrante non ha esitato a dichiarare nel sermone di Capodanno che le devastazioni causati dallo tsunami nel sudest asiatico erano da attribuire al fatto che “i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri”...

Nessuno può negare che esistano nel mondo situazioni di disagio che richiamano il nostro impegno caritatevole. E noi, come cristiani, non possiamo sottrarcene se vogliamo essere fedeli al Vangelo.

Ma il fatto è che non pochi mezzi di comunicazione sociale spesso distorcono gravemente la realtà, esagerando la drammaticità di molte situazioni. Senza voler fare dietrologia possiamo rilevare come, coincidenza o meno, questa distorsione giovi soprattutto ad una particolare interpretazione ideologica dei fatti: quella sinistrorsa. Suscitando nel pubblico un atteggiamento fortemente emozionale nei confronti di queste disagi e in seguito attribuendoli alle politiche “liberiste”, è facile far balenare soluzioni di stampo ugualitario e socialista. C’è da chiedersi: quanto di questa propaganda avrà, dunque, un’impronta ideologica?

Ma c’è un altro aspetto, molto più tangibile, che forse ci aiuterà a capire meglio i moventi di tale propaganda.

“Esiste un’industria di sfruttamento dei fondi destinati ai poveri”, secondo quanto denuncia Simona de Souza, coordinatrice del Sistema di difesa del minorenne di Rio di Janeiro, Brasile (Jornal do Brasil, 19-12-04). Vi sono organizzazioni impegnate nel sociale che hanno un interesse nel reclamizzare in modo esagerato le situazioni di disagio, giacché da questo dipende il loro finanziamento. Si potrebbe perfino ipotizzare, come fa l’ex presidente brasiliano Fernando Henrique Cardoso, che alcune di queste organizzazioni non siano in realtà interessate a risolvere i problemi bensì a perpetuarli, visto che cessato il disaggio si asciugherebbe anche il fiume di soldi che le alimenta (Folha di S. Paulo, 31-07-98).

Forse il caso più clamoroso è appunto quello del Brasile, paese emergente e pieno di potenziale, ma sistematicamente bastonato da una cattiva propaganda. Un esempio tipico: dando notizia dell’elezione nel 1998 di Fernando Henrique Cardoso alla presidenza, un grande quotidiano milanese ha scelto di illustrare il servizio con una foto di bambini di strada in una misera baraccopoli di Rio de Janeiro. Sarebbe come illustrare l’elezione di Berlusconi con una foto di clochard nella Stazione Centrale di Milano. Qualcuno ci resterebbe pure male...

Senza voler negare che il Brasile abbia la sua quota di problemi socio-economici non indifferenti, abbiamo raccolto alcune notizie che mostrano chiaramente come alcune situazioni siano in realtà assai diverse da come vengono presentate dai media italiani.

 

Clochard laureati

Uno studio realizzato nel 2002 dall’associazione internazionale Medici senza frontiere ha individuato poco più di 600 clochard adulti nella città di Rio di Janeiro, la cui popolazione è di 5,8 milioni di abitanti. Di questi clochard, tre avevano una laurea universitaria, e appena l’1,5% era costretto a mendicare mentre la maggior parte sussisteva grazie a lavori marginali come il ricupero di carta e il parcheggio abusivo (Jornal do Brasil, 06-07-2003).

Questi dati reggono il contrasto con tante grandi città europee. Come termine di paragone possiamo notare che, secondo un recente censimento del Comune di Milano (popolazione 1,3 milioni), nel capoluogo lombardo vi sono quasi quattromila senzatetto. (Corriere della Sera, 03-11-2004)

 

Quattro brasiliani su dieci sono grassi

Il governo Lula è sotto shock. Dopo aver sparato in ogni comizio la cifra di 40-50 milioni di affamati in Brasile, il “presidente operaio” si ritrova fra le mani le ultime statistiche dell’IBGE (Instituto Brasileiro de Geografia e Estatistica) che svelano che il problema del Brasile non è la fame bensì l’obesità.

Secondo i dati dell’IBGE i brasiliani adulti sottoalimentati sono appena il 4%. Questa cifra, come ha segnalato il Corriere della Sera (20-12-04), “non quadra con quanto si è sempre affermato”. Le stesse indagini hanno mostrato che la società brasiliana soffre piuttosto del problema opposto, visto che il 40% della popolazione risulta sovrappeso e l’11% addirittura obeso.

Questo ha mandato in crisi la politica di “fame zero” sulla quale Lula aveva costruito il suo trionfo elettorale del 2002, giacché, sempre secondo il Corriere della Sera, “è difficile individuare chi ha davvero bisogno di un assegno minimo per mangiare”.

 

Ma quale fame?

All’economista Sonia Rocha, coordinatrice dell’Instituto Brasileiro de Economia della Fundação Getulio Vargas, ben si potrebbe affibbiare la fama di Cassandra. A differenza della profetessa di Troia, però, Rocha fonda i sui moniti su solidi dati scientifici. Il suo recente libro La povertà in Brasile: insomma di cosa si tratta? ha sfrattato parecchi miti riguardo alla situazioni dei più disagiati. Ecco alcuni brani d’una intervista rilasciata al giornale Folha de S. Paulo:

“Anno dopo anno, come si può facilmente cogliere dai dati del IBGE verifichiamo importanti miglioramenti nel livello dei diversi indicatori sociali come scolarità e accesso ai mezzi pubblici. I miglioramenti più vistosi si riscontrano nel campo dei beni di comfort, come elettrodomestici e macchine. Per esempio, mentre nel 1992 il 25% dei poveri possedeva una TV a colori, nel 1999 questo indice era schizzato al 81%.

“Quando ci riferiamo al 35% della popolazione brasiliana come povera, non dobbiamo assolutamente pensare alla povertà “africana”. Si tratta semplicemente d’un livello di reddito al di sotto della media nazionale. Ma anche con questo reddito basso, nelle attuali condizioni del nostro Paese, si possono comperare sia beni di consumo che durevoli, come per esempio oggetti di seconda mano oppure acquistati a ratte.

“D’altronde, c’è stata una riduzione del numero di indigenti ancor più vistosa di quella dei poveri. (...) Considero quindi sbagliato lo sfruttamento dello spettro della fame in Brasile”. (Folha di S. Paulo, 07-07-03)

 

Produzione agricola: Brasile sorpassa gli USA

 “Negli anni ‘90 c’e stata una rivoluzione silenziosa nelle nostre campagne, caratterizzata da una spettacolare crescita nella produzione agricola (...) il che consentirà al Brasile di competere in breve con chiunque”, dichiara orgoglioso il Ministro dell’agricoltura Roberto Rodrigues. (International Herald Tribune, 13-12-2004) Questo “chiunque” è un velato riferimento agli Stati Uniti, che Brasile si appresta a sorpassare, diventando così il maggiore produttore di derrate alimentari del mondo.

Con un clima che varia poco lungo l’anno, non è insolito riuscire ad ottenere due e perfino tre raccolte all’ano. “Il motore della rivoluzione -- spiega Edward Schuh, dell’Università di Minnesota -- è la scoperta di tecnologie assai semplici che consentono di utilizzare le terre delle pianure tropicali, finora ritenute inservibili. (...) Se consideriamo che 40% del territorio brasiliano è ancora vergine, cominciamo a cogliere l’infinito potenziale di questo Paese”.

 

La verità sui meninos de rua

Uno dei piatti forti della propaganda antibrasiliana è senz’altro la situazione dei meninos de rua, vale a dire i bambini di strada. Alcune fonti parlano addirittura di 20 milioni. Qual’è invece la realtà?

Secondo i dati dell’IBASE (Istituto Brasileiro de Analises Sócio-Econômicas) e della FIA (Fundação para a Infancia e Adolescência), a Rio di Janeiro ci sono meno di 300 ragazzi che dormono per strada. E lo fanno per libera scelta, giacché ci sono strutture di accoglienza, sia statali che ecclesiastiche, alle quali potrebbero rivolgersi.

In Brasilia, città di 3,5 milioni di abitanti, il Comune realizza mensilmente un censimento dei meninos de rua. Risultato: ci sono 83 ragazzi senzatetto. La situazione in San Paolo (9,8 milioni di abitanti) non è diversa. I dati ufficiali parlano di un numero totale di meninos de rua sotto i mille. Uno studio di SOS Menino, organo del governo di San Paolo, rivela che il 51,7% di costoro dormono in realtà a casa, e che il 47% vanno ancora a scuola. (Catolicismo, agosto 1997).

 

Due ONG per ogni menino

“Camuffati da istituzioni di difesa dei minorenni, ricevendo finanziamenti pubblici e privati, molti Organismi non governativi (ONG) si stanno nutrendo della miseria dei bambini di strada. (...) Esiste una vera e propria industria di sfruttamento dei fondi destinati ai povertà”. Ecco l’agghiacciante denuncia di Simona de Souza, coordinatrice del Sistema di difesa del minorenne del Comune di Rio di Janeiro.

A Rio, secondo Souza, ci sono praticamente due ONG per ogni menino de rua. Nel 2004 questi organismi hanno speso complessivamente R$ 8.112.714 (Euro 2.253.000). Considerando che i bambini di strada ufficialmente registrati sono poco più di 250, si conclude che gli ONG hanno speso per ogni bambino la bagatella di 750 euro al mese. Vale a dire, quasi il doppio dello stipendio minimo!

“Oggi i bambini di strada sono come granate che gli ONG si passano di mano in mano. Purtroppo alcune persone vivono di questo gioco macabro”, conclude Souza (Jornal do Brasil, 19-12-04).

 

Le favelas fra mito e realtà

La parola favela, nome col quale sono conosciute le baraccopoli brasiliane, normalmente evoca immagini di estrema povertà e di violenza, luoghi infetti dove i bambini nascono e muoiono senza speranza, in mezzo al fango ed alle immondizie. Quanto di questa immagine corrisponde alla realtà e quanto invece è inventato dalla propaganda?

Una ricerca realizzata su un campione di 37 favelas di Rio de Janeiro dall’Instituto Superior de Estudios de Religião ha mostrato che, contrariamente a ciò che si pensava, la maggior parte degli abitanti (69,8%) appartengono economicamente alla classe media. Le favelas, secondo questo studio, si reggono secondo un “mercato occulto”, cioè una economia sommersa che, quando presa in considerazione, fa salire di parecchi punti gli indicatori economici.

La ricerca mostra che il 51% degli abitanti delle favelas appartengono alla cosiddetta classe C. Ben il 36,7% appartengono alla classe B. Un sorprendente 2,6% appartengono addirittura alla classe A. Appena lo 0,9% sono alla base della piramide, cioè nella classe E.

 Anche i dati della città di San Paolo si adeguano a questi parametri. Uno studio della Fundação Instituto de Pesquisas Econômicas ha verificato che il 34,5% delle famiglie che abitano in favelas godono d’un reddito pari a cinque volte lo stipendio minimo, e che il 74,2% delle case non sono propriamente baracche bensì costruzioni in mattone e cimento.

“Bisogna farla finita con molti luoghi comuni” conclude la professoressa Alba Zaluar, dell’Università Federale di Rio di Janeiro, che studia le favelas dal 1980 (Catolicismo, settembre 1996).

Nelle favelas, secondo quanto mostrano diversi studi, v’è una gerarchia socio-economica che rispecchia quella del Paese. Per esempio, una ricerca della Fundação Getulio Vargas, ha evidenziato che nella Rocinha vi sono “poveri”, tale Daniela Maia Reis, 25 anni, single e madre di 4 figli, che deve scampare con 100 euro al mese; e “ricchi” tale Claudio da Silva proprietario d’una casa a tre piani con tre bagni e reddito familiare pari a cinque volte lo stipendio minimo.

Rocinha possiede ben tre stazioni di radio, due delle quali FM, un canale di TV per antenna nonché due per cavo con più di 30.000 abbonati, un giornale quotidiano e uno settimanale. (BBC Brasil, 03-12-2002)

 

Una favela in diretta

E, per finire, riportiamo alcuni brani d’un articolo della giornalista Claudia di Meo pubblicato su Libero, che racconta una gita in Rocinha.

“Uno degli ingressi di Rocinha comincia più o meno da Gavea. Si sale lungo una strada che sembra avvolgere tutta la montagna. La porta colorata prima della grande curva che immette nel centro della Rocinha parla chiaro: Studio di registrazione di Gilberto Gil ovvero ministro della cultura brasiliano. È qui che vengono i grandi artisti del Paese a registrare i propri album, spesso utilizzando i ragazzi di Rocinha.

“Passeggiando per la via principale colpisce il mercatino, che vende dalle scarpe alle magliette: è colorato e accogliente. Così, il sorriso di un negoziante che con la sua chitarra invita la gente nel negozio, fa capire che non servono vetri blindati per visitare questa città. Sì, proprio così, una città. Una città a parte, diversa da Rio. Una città in una città, con la sua storia la sua comunità, il suo carnevale, la sua musica. La sua madrina: la ex donna di Ayrton Senna.

“Rocinha non è un lager, nessuna favela di Rio de Janeiro o di Salvador de Bahia lo è. Certo, la vita non è come viene concepita in Europa. Ma la gente che vive nella favela ha un lavoro e una famiglia, una dignità pari a quella di un avvocato che vive nel suo attico a Leblon, quartiere ricco di Rio. Vivere a Rocinha è come vivere, con una buona approssimazione, in un quartiere spagnolo di Napoli. Niente latrine a cielo aperto, niente escrementi per le strade. Ci sono luce e acqua e varrebbe la pena ricordarlo. Così come vale la pena dire che ci sono scuole e progetti di recupero dei bambini, come quello di Barbara Olivi, come quello di Gilberto Figueiredo, o di Hans Ulrich Koch” (Claudia di Meo, Nel cuore di Rocinha, Libero 6 luglio 2004).

Categoria: Marzo 2005

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