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Prof. Plinio Corrêa de Oliveira
(1908-1995)

pensatore e leader cattolico,

ispiratore delle Società per la difesa della

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Sacra Sindone: il Vangelo del secolo XXI

 

 

La Sacra Sindone di Torino conferma, con straordinaria precisione, i terribili castighi inflitti a Nostro Signore Gesù Cristo durante la Passione, al punto di essere stata paragonata ad un “Quinto Vangelo”

Meditare sulla passione e morte di Nostro Signore Gesù Cristo, specie durante la Quaresima, è sempre stato motivo di grandi consolazioni spirituali e profitto per la vita interiore. Purtroppo per noi, uomini del secolo XXI costretti a vivere nel turbine della società tecnologica, riesce sempre più difficile “staccare” per poter meditare in santa pace ed elevare il nostro spirito alla considerazione delle cose divine. D’altronde, figli d’una educazione che riduce al minimo il ruolo del raziocinio, siamo sempre più immersi in ciò che Papa Paolo VI definì la “civiltà dell’imagine”. Le cose ci devono entrare per gli occhi.

 

Un messaggio per i nostri tempi

Forse la Divina Provvidenza pensava proprio a noi quando decise di aspettare il secolo XX per cominciare a svelare i misteri della più preziosa reliquia della Cristianità: la Sacra Sindone di Torino.

Si tratta del lenzuolo di lino che avvolse il corpo esanime di Gesù nel sepolcro. Tutti e quattro evangelisti narrano la deposizione di Gesù nel “vicino sepolcro nuovo che Giuseppe di Arimatea aveva fatto scavare nella roccia”, e i primi tre dicono che “dopo averlo calato giù lo avvolsero in un lenzuolo”. Dopo parecchie vicissitudini, a metà del 1400 questo lenzuolo finì nel tesoro di Casa Savoia, prima a Chambéry e poi a Torino, salvo poi diventare patrimonio del Vaticano nel 1983, pur restando sempre nel Duomo di Torino.

Il lenzuolo misura cm 436 per cm 110, è tessuto a spina di pesce e filato a mano secondo tecniche usate in Palestina nel I secolo. Nella parte mediana longitudinale si intravede l’evanescente doppia impronta (frontale e dorsale) del cadavere di un uomo, a grandezza naturale. Il corpo raffigurato è quello di un maschio sulla trentina con la barba e i capelli lunghi, robusto, di circa 1,75 di statura, con tratti fisionomici tipicamente semiti. Dall’impronta si deduce che l’Uomo della Sindone fu torturato, flagellato, crocifisso e trapassato da una lancia al costato.

Tutto questo è visibile ad occhio nudo ed era noto sin dall’antichità. La tradizione cristiana ha sempre ritenuto questo lenzuolo una reliquia autentica, e l’Uomo della Sindone un ritratto di Nostro Signore Gesù Cristo. Ne sono prova, per esempio, diverse icone bizantine raffiguranti Cristo e che chiaramente ricalcano l’Uomo della Sindone, nonché numerosi documenti che ne dimostrano il culto già in epoche molto remote.

Ma si dovette aspettare il 1898 perché succedesse qualcosa che avrebbe per sempre segnato il destino della reliquia.

 

Comincia l’avventura scientifica

Il 25 maggio di quell’anno, la Sindone venne fotografata per la prima volta dall’avvocato torinese Secondo Pia. Egli rimasse sbalordito quando sviluppò le prime due lastre: le fotografie rivelarono che l’immagine sindonica si comporta naturalmente come un negativo! Come mai? C’era indubbiamente un mistero.

Comincia allora l’avventura scientifica della Sindone, vale a dire il suo studio sistematico con le tecnologie più avanzate. E più la si studiava, più se ne rimaneva sconcertato. Più si scoprivano i suoi misteri, più ci si accorgeva di stare appena grattando la superficie. Nel 1959 veniva fondato a Torino il Centro Internazionale di Sindonologia, mentre nel 1977 nasceva lo STURP -- Shroud of Turin Research Project, Progetto di Ricerca sulla Sindone di Torino -- che riunisce soprattutto studiosi americani.

Questa non è la sede per riportare queste ricerche (1). Ci interessa coglierne solo un aspetto: la conferma eclatante della narrazione evangelica sulla Passione di Nostro Signore Gesù Cristo.

 

Il “Quinto Vangelo”

Dopo decenni di indagini, gli scienziati possono affermare che la Sacra Sindone è perfino più minuziosa dei Vangeli nel raccontare, con muto linguaggio, i dettagli della Passione. Commenta il prof. John Heller, dello STURP: “In tutte le ricerche degli ultimi decenni, non c’è niente che contenga la ben che minima informazione che contesti la narrazione dei Vangeli” (2).

Perciò alcuni cominciarono a chiamare la Sacra Sindone il “Quinto Vangelo” o “Vangelo del secolo XX”.

Questo “Vangelo” è così ricco in dettagli, che il famoso chirurgo francese Pierre Barbet, pioniero degli studi medici sulla Sindone, giunge a dire che “un chirurgo che studi la Sacra Sindone per meditare sulla Passione percorrendo le diverse tappe del martirio di Gesù può, meglio di un grande predicatore o di un santo asceta, accompagnare le sofferenze di Cristo” (3).

 

L’agonia nell’Orto

“In preda all’angoscia, [Gesù] pregava più intensamente; e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra” (Lc. 22, 44)

L’unico evangelista che descrive questo fatto è un medico, Luca, e lo fa con precisione clinica. La sudorazione di sangue, chiamata clinicamente ematoidrosi, è un evento raro. Si osserva in condizioni di grande debolezza fisica accompagnata di forte scossa morale, emozione e paura. Ecco ciò che S. Luca chiama “angoscia”. C’è una brusca vasodilatazione dei capillari soccutanei, che si rompono sotto le ghiandole sudoripare. Il sangue si mischia al sudore e fuoriesce dai pori.

Elaborazioni al computer delle immagini tridimensionali del volto dell’Uomo della Sindone, particolarmente quelle eseguite dal prof. Giovanni Tamburelli nel 1978, mostrano come, oltre agli innumerevoli abrasioni e piccoli coaguli, tutta la pelle sembri come intrisa di sangue, come sarebbe appunto avvenuto in conseguenza di una ematoidrosi.

 

Lo schiaffo in casa di Anna

“Aveva appena detto questo, che una delle guardie presenti diede uno schiaffo a Gesù, dicendo: ‘Così rispondi al sommo sacerdote?’” (Gv. 18, 22)

Dall’analisi del volto dell’Uomo della Sindone si evidenzia un grande ematoma sulla guancia destra. Il naso è gonfio, deviato a destra e visibilmente rotto.

Il sindonologo torinese prof. Judica Cordiglia ritiene che questa ferita fu inflitta da un bastone in legno, corto e di circa 4-5 cm di diametro. Il colpo provocò un’abbondante emorragia nasale. Infatti, il baffo dell’Uomo della Sindone è intriso in sangue sul lato destro, come anche la barba sottostante.

I moderni linguisti ritengono che il termine utilizzato da S. Giovanni, e normalmente tradotto come “schiaffo”, possa essere interpretato come “bastonata”, il che sarebbe conforme ai dati della Sacra Sindone.

 

Ingiurie e lesioni

“Cominciarono poi a salutarlo: ‘Salve, re dei Giudei!’. E gli percuotevano il capo con una canna, gli sputavano addosso e, piegando le ginocchia, si prostravano a lui” (Mc. 15, 18-19)

L’uomo della Sindone presenta molteplici traumi: tumefazioni sulla fronte, sulle arcate sopracciliari, sugli zigomi, sulle guance, sulle labbra e sul naso. Quest’ultimo risulta deformato per via della rottura del cartilagine dorsale, vicino all’inserimento sull’oso nasale che, invece, è intatto. Dal naso escono due rivoli di sangue. Sul volto vi sono ecchimosi un po’ ovunque ma, soprattutto sul lato destro, visibilmente gonfio. I sopraccigli sono lacerati, le ossa hanno ferito la pelle dall’interno. Lo zigomo sinistro presenta diverse incisioni.

Abbiamo a che fare, dunque, con un uomo che è stato brutalmente picchiato con colpi di bastone, pugni e schiaffi.

 

La flagellazione

“Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare” (Gv. 19, 1 )

La Sacra Sindone ci offre un quadro molto completo, preciso e orrendo della flagellazione. Sull’Uomo della Sindone si possono contare più di 120 colpi di flagello, inflitti da due uomini robusti, l’uno più grande dell’altro, ai due lati del reo. Erano esperti. L’unica parte del corpo che non presenta segni di flagellazione è il petto. Colpi di flagello nella regione pericardica avrebbero potuto, infatti, causare la morte precoce del reo. Non mancano lesioni sui glutei, il che significa che l’Uomo della Sindone fu flagellato nudo.

Era una flagellazione romana, giacché gli ebrei per legge non superavano il 39° colpo.

Le impronte sindoniche ci permettono, inoltre, di identificare due diversi strumenti utilizzati per questa tortura. Uno, il flagrum taxillatum, era composto da tre strisce ognuna con due piccole palle di piombo. Ogni colpo provocava quindi sei contusioni. L’altro strumento, invece, aveva alle estremità ganci metallici. L’uno percuoteva, l’altro lacerava.

Studiando le impronte, è stato possibile stabilire perfino la posizione di Gesù durante la flagellazione: chinato su una colonna assai bassa.

 

La coronazione di spine

“E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora” (Gv. 19, 2)

Sul capo dell’Uomo della Sindone appaiono almeno cinquanta ferite da punta, piccole ma profonde, riconducibili all’applicazione, non propriamente d’una “corona”, ma di un “casco” di rami spinosi. Le macchie di sangue più cospicue sono in corrispondenza con le vene e le arterie della testa.

A destra di chi guarda l’immagine si vedono due rivoletti di sangue. Uno di questi scende lungo la capigliatura in direzione della spalla, l’altro quasi perpendicolarmente sulla fronte verso il sopracciglio. Questi fuoriescono da una ferita da punta che ha leso il ramo frontale dell’arteria temporale superficiale. Il sangue ha infatti carattere nettamente arterioso. Verso il mezzo della fronte vediamo una breve colatura di sangue venoso in forme di 3 rovesciato, conseguente ad una lesione della vena frontale.

Le ferite prodotte dalla corona, o meglio dal casco, di spine scendono da dietro fino alla nuca, dove si rilevano fatti emorragici che ripetono la stessa fisionomia di quelli frontali. Le spine, conficcatesi profondamente, hanno leso qualche ramo dell’arteria occipitale e vene più profonde del plesso vertebrale posteriore.

Il capo è pieno di vasi sanguinei e terminazioni nervose. Il dolore procurato dalla corona di spine, specialmente durante il trasporto della Croce, è stato sicuramente orribile.

 

Cammino al Calvario

“Essi allora presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo del Cranio, detto in ebraico Golgota” (Gv. 19, 17)

Sulle spalle dell’Uomo della Sindone è evidente un’ampia ecchimosi a livello della scapola sinistra e una ferita sulla spalla destra che si possono attribuire al trasporto del patibulum, ossia la trave orizzontale della croce. Le spalle appaiono sollevate: questa disposizione è correlabile al trasporto della trave.

Le impronte mostrano inoltre che la trave scivolava sulle spalle, producendo gravissime escoriazioni.

Le immagini rivelano una notevole quantità di materiale terroso sulla pianta dei piedi dell’Uomo della Sindone, il che rivela che camminava scalzo.

 

Le tre cadute

“Gesù cade per la prima volta... Gesù cade per la seconda volta... Gesù cade per la terza volta” (Via Sacra, stazioni III, VII e IX)

Anche se non riportate da nessun Vangelo, la pietà cattolica ha sempre venerato tre cadute di Nostro Signore a cammino del Calvario.

Sulla Sacra Sindone le cadute sono assai evidenti. I ginocchi, soprattutto quello sinistro, sono scorticati. Sul ginocchio sinistro ci sono tracce di sangue e materiale terroso. Anche il naso si mostra scorticato e con tracce di materiale terroso, il che dimostra che Nostro Signore è caduto col volto per terra. Cosa d’altronde spiegabile, visto che Egli non poteva ripararsi con le mani, legate al patibolo.

 

La crocifissione

“Quando giunsero al luogo detto Cranio, là crocifissero lui e i due malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra” (Lc. 23, 33)

Prima Gesù fu spogliato. Tenendo conto che tutto il suo corpo era lacerato e coperto d’una miscela di sangue, sudore e polvere che si era ormai essiccata appiccicando i vestiti alla pelle, possiamo immaginare il dolore straziante che questo gesto provocò. Nei moderni ospedali, un simile intervento viene a volte eseguito sotto anestesia generale per evitare al paziente il rischio d’una sincope. Molte ferite tornarono a sanguinare.

Nostro Signore fu stesso sulla croce ed inchiodato. Ma gli aguzzini avevano sbagliato la distanza dei fori laterali e dovettero dunque tirare fortemente il braccio destro fino a dislocarne le articolazioni. Anche questo è visibile sulla Sacra Sindone.

 

Dove furono confissi i chiodi?

Sull’impronta anteriore dell’Uomo della Sindone si osserva una ferita da punta non nel palmo della mano, come vuole la tradizione iconografica, ma nel polso in corrispondenza dello spazio detto di Destot. Si tratta di un passaggio anatomico che consente facilmente l’infissione di un chiodo senza rompere nessun osso.

La visione classica dei chiodi nella palme è, dunque, da escludere. Dapprima perché il palmo della mano non avrebbe retto il peso del corpo. E poi perché si sarebbero probabilmente rotto alcune ossa metacarpali, smentendo la profezia “saranno preservate tutte le sue ossa, neppure uno sarà spezzato” (Sal. 34, 21).

I chiodi hanno lesionato il nervo mediano delle mani, provocando la flessione convulsiva dei pollici sotto le palme. Il che spiega l’assenza di questo dito sull’impronta sindonica.

Quanto ai piedi, quello destro ha lasciato sulla Sindone un’impronta completa, mentre del sinistro si vede il tallone e il cavo plantare. Sulla Croce i due piedi erano quindi incrociati: il sinistro era collocato davanti e la sua pianta posava sul dorso del piede destro che appoggiava direttamente sul palo della Croce. Erano inchiodati insieme.

Le macchie di sangue riscontrate sulla Sindone corrispondono perfettamente a piedi forati e appoggiati sulla Croce nel modo sopra descritto.

Va notato anche che le ferite delle mani e dei piedi dell’Uomo della Sindone sono conformi alla sezione quadrata dei chiodi normalmente usati per la crocifissione romana.

 

La morte

“Gesù, gridando a gran voce, disse: ‘Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito’. Detto questo spirò” (Lc. 23, 46)

Appeso alla Croce per le braccia, senza un suppedaneo per tenersi in piedi (contrariamente all’iconografia tradizionale, sulla Sindone non c’è traccia di un poggiapiedi che, d’altronde, fu introdotto nelle crocifissioni romane solo nella seconda metà del I secolo) Nostro Signore non poteva più respirare in modo normale.

In tali circostanze incominciano spasmi, crampi e soffocazioni che si vanno aggravando fino a bloccare i muscoli ispiratori. La morte sopravviene per un misto di asfissia e shock generalizzato, in questo caso causato anche da infarto ed emopericardio, come in seguito spiegheremo.

Sull’immagine anteriore della Sindone i muscoli del torace risultano contratti in modo spasmodico, il diaframma è alzato, l’addome sprofondato. Sono segni tipici di morte per ansia respiratoria, asfissia e shock.

Il rosso vivo della macchie di sangue è dovuto alla presenza di un’elevata quantità di bilirubina, che è tipica di persone che sono state fortemente traumatizzate appena prima del versamento di sangue. La nettezza delle ferite dell’Uomo della Sindone causata dal rapido essiccamento del sangue indica, inoltre, che il crocifisso era molto disidratato.

 

La lancia di Longinus

“Uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua” (Gv. 19, 34)

Sull’impronta anteriore della Sindone, a sinistra, si vede un’ampia colatura di sangue in corrispondenza di una breccia cutanea con le caratteristiche di ferita da punta e taglio. I margini della ferita sono rimasti allargati e sono ben delineati, come quelli ottenuti su un cadavere. Tale ferita sarebbe riferibile al colpo di lancia del soldato romano. Si tratta di una ferita profonda, che ha perforato la parete toracica, e questo giustifica l’abbondanza del sangue fuoruscito. Il colpo è stato inferto ad un cadavere poiché i caratteri della colatura indicano l’avvenuta separazione della parte cellulare dalla componente sierosa del sangue.

Questo solleva un’ipotesi assai attendibile riguardo alla causa mortis di Nostro Signore Gesù Cristo: infarto seguito da emopericardio.

Tale causa di decesso si deduce dallo studio della colatura. Il sangue è assai denso, in esso si notano grumi separati da un alone di siero. Ciò è tipico di un uomo deceduto in seguito a un notevole accumulo di sangue nella zona toracica, il cosiddetto emotorace. L’accumulo di sangue può essere spiegato dalla rottura del cuore e dal conseguente versamento di sangue fra il cuore stesso e il foglietto pericardico esterno. Tale versamento di sangue causa un dolore lancinante cui corrisponde sempre un grido, emesso il quale l’individuo immediatamente espira.

La ferita praticata con la lancia sul crocifisso, ormai cadavere, avrebbe quindi permesso la fuoruscita del sangue che si era già separato dal siero. L’esame ematologico rivela che questo sangue del costato destro è sangue “morto”, cioè uscito post mortem, mentre che il sangue sulla fronte, sul polso, sulla nuca e sulla pianta dei piedi è “vivo”, cioè fuoruscito quando l’Uomo della Sindone era ancora vivente.

D’altronde, penetrando dal lato destro all’altezza del quinto spazio intercostale, la lancia non avrebbe mai potuto raggiungere il cuore, in quanto il pillum romano non aveva una lamina sufficentemente lunga per questo.

La morte per emopericardio causa una immediata rigidità cadaverica, che si riscontra appunto nell’Uomo della Sindone.

 

La deposizione nel sepolcro

“Essi presero allora il corpo di Gesù, e lo avvolsero in bende insieme con oli aromatici, com’è usanza seppellire per i Giudei. (...) Nicodemo portò una misura di mirra e di aloe” (Gv. 19, 39)

Tutto quanto sopra detto sulla Sacra Sindone di Torino dimostra che essa fu utilizzata per avvolgere il corpo esanime di un uomo crocifisso. Sul tessuto è stata identificata la presenza di aloe e mirra, sostanze usate in Palestina ai tempi di Cristo per la sepoltura dei cadaveri.

Secondo studi medici, per ottenere i decalchi di sangue che si osservano sulla Sacra Sindone il crocifisso deve essere stato avvolto nel telo entro le due ore e mezza dopo la morte, rimanendovi non più di 40 ore, giacché non si riscontrano tracce di putrefazione.

 

La Risurrezione

“Il primo giorno dopo il sabato, di buon mattino, si recarono alla tomba, portando con sé gli aromi che avevano preparato. Trovarono la pietra rotolata via dal sepolcro; ma, entrate, non trovarono il corpo del Signore Gesù. Mentre erano ancora incerte, ecco due uomini apparire vicino a loro in vesti sfolgoranti. Essendosi le donne impaurite e avendo chinato il volto a terra, essi dissero loro: ‘Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risuscitato’” (Lc. 24, 1-6)

Nell’impronta dorsale della Sacra Sindone i muscoli dorsali e deltoidi appaiono naturalmente arcati e non appiattiti, come sarebbe invece dovuto accadere in un corpo disteso di spalle su una pietra. D’altronde, le diverse macchie sul dorso non risultano schiacciate. Non si riscontra nessun effetto del peso corporeo. Questo vuol dire che, nel momento di incidere sul telo, l’Uomo della Sindone fluttuava nell’aria senza toccare la pietra, in uno stato di levitazione.

Come si è formata allora l’impronta sindonica? La risposta degli scienziati è che “il cadavere si è come vaporizzato, emettendo una radiazione che avrebbe plasmato l’impronta. (...) È molto probabile che, al momento di produrre questa radiazione, il corpo fosse in levitazione” (4). In termini scientifici si dice che il cadavere è divenuto “meccanicamente trasparente” rispetto al lenzuolo.

Sentiamo ancora il prof. Aaron Upinsky, dello STURP: “Uno dei più grandi misteri della Sindone è come il cadavere, staccandosi dal tessuto, non lo abbia toccato. Egli è volato via senza alterarne minimamente le fibre, senza strapparle e senza modificare le macchie di sangue già esistenti. Questo è impossibile per un corpo normale, soggetto alle leggi della natura. Un cadavere coperto di piaghe non potrebbe mai essere portato via dal lenzuolo senza alterarlo e senza lasciare tracce. Questo è un fatto decisivo e non contestato da nessuna scienza. Si spiega unicamente per la ‘dematerializzazione’ del corpo, che vola via dal lenzuolo non essendo più soggetto alle leggi della natura. Orbene, è proprio questo che i cristiani chiamano ‘Risurrezione’” (5).

 

Conclusione

Come conclusione possiamo citare le parole del prof. Plinio Corrêa de Oliveria:

"La Sacra Sindone è un miracolo permanente. Nostro Signore ha avuto un gesto di misericordia, specialmente per il nostro tempo, permettendo che la fotografia mostrassi il Suo Divino Volto. La Sacra Sindone è una tale meraviglia, una tale prova dell’esistenza di Nostro Signore, della Sua Risurrezione, una tale prova di tutto ciò in cui noi crediamo, che si dovrebbe parlarne continuamente in ogni ambiente cattolico” (6).

 

Note

1. Un eccellente libro è Giulio Fanti ed Emanuela Marinelli, Cento prove sulla Sindone, Padova, Edizioni Messaggero, 2000. Questo libro contiene, tra l’altro, una bibliografia assai completa sul tema.

2. John H. Heller, Report on the Shroud of Turin, Boston, Houghton Mifflin, 1983.

3. Pierre Barbet, La Passione di N. S. Gesù Cristo secondo il chirurgo, LICE, Torino, 1951.

4. Julio M. Preney, O Santo Sudario de Turim - O Evangelho para o Século XX, Ediçoes Loyola, Sao Paulo, 1992, p. 90-92.

5. Arnaud-Aaron Upinsky, intervista a Catolicismo, giugno 1998.

6. Plinio Corrêa de Oliveria, conferenza per soci e cooperatori della TFP brasiliana, San Paolo, 28-04-84.

Categoria: Marzo 2005

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