pliniologo

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Prof. Plinio Corrêa de Oliveira
(1908-1995)

pensatore e leader cattolico,

ispiratore delle Società per la difesa della

Tradizione Famiglia e Proprietà - TFP

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Il ruolo degli ambienti nella rivoluzione culturale

 

di Guido Vignelli

 

L’opinione pubblica benpensante si pone sempre più un problema. Come mai la gioventù odierna, anche se viene formata in una famiglia cattolica e in parrocchia, all’inizio dell’età adolescenziale diventa per la maggioranza, se non proprio atea, perlomeno indifferente alla Religione e lontana dalla Chiesa?

 

Importanza degli ambienti

 

Generalmente si cerca di spiegare questo enigma sostenendo che i ragazzi vengono influenzati più dal mondo che li circonda che dalla famiglia e dalla parrocchia. Si ripropone qui l’eterno problema della nefasta influenza del “mondo” sulla società e sulla Chiesa stessa.

Ma questa diagnosi rimane nel generico. Essa va precisata osservando che oggi il “mondo” si è organizzato in modo scientifico e capillare, creando ambienti capaci non solo d’influenzare ma anche di plasmare, per così dire, l’animo dei giovani e ipotecarne il futuro.

Ma cosa sono questi “ambienti”?

Come l’ambiente naturale è il complesso delle condizioni biologiche che favoriscono la nascita e lo sviluppo degli esseri viventi, così l’ ambiente sociale è il complesso delle condizioni – innanzitutto culturali, psicologiche e morali – che favoriscono la formazione spirituale degli uomini. Certamente è l’uomo che crea l’ambiente, è la vita spirituale degli uomini a formare gli ambienti sociali; ma a sua volta l’ambiente plasma l’uomo, la vita sociale forma la vita spirituale delle generazioni.

Scriveva Plinio Corrêa de Oliveira: «Quando, in un determinato gruppo umano, (...) la vita sociale delle anime è regolare e intensa, si costituisce in esso come un’anima collettiva (...) e di conseguenza una mentalità collettiva, uno stato di spirito comune che esercita una influenza particolarmente forte su tutti i membri. (...) L’ambiente materiale si satura di questa influenza e, a poco a poco, il quadro fisico (...) viene trasformato in modo da esprimere lo specifico spirito dominante. (...) Nello stesso senso, dobbiamo anche dire che la funzione contemplativa dell’uomo su questa terra (...) di norma si esercita con il sostegno dell’ambiente, della cultura, dello stile e della civiltà» (1).

«Dove le leggi, le istituzioni, la cultura, lo stile, la civiltà costituiscono un ambiente profondamente cattolico, l’azione specifica della Gerarchia ecclesiastica ottiene abitualmente grandi frutti e l’azione dei Sacramenti, della predicazione, della santità muove le moltitudini. Dove, per contro, tutto vi si oppone, le difficoltà per l’azione della Gerarchia diventano enormi» (2).

E' quindi estremamente importante che la società politica, sotto la guida della Chiesa, crei, mantenga e difenda ambienti che favoriscano la vita religiosa e orientino le anime verso Dio; in questo modo, la società può svolgere un implicito apostolato morale e religioso.

Come insegnava Pio XII, «dalla forma data alla società, consona o no alle Leggi divine, dipende e s’insinua anche il bene o il male delle anime, vale a dire, se gli uomini, chiamati tutti ad essere vivificati dalla grazia di Cristo, nelle terrene contingenze del corso della vita, respirino il sano e vivido alito della verità e della virtù morale, o il bacillo morboso e spesso letale dell’errore e della depravazione» (3).

 

Ambienti rivoluzionari

Un ambiente non può essere moralmente indifferente: o è sostanzialmente buono, in quanto esercita una influenza formativa ed educatrice che orienta le anime verso Dio; oppure è sostanzialmente cattivo, in quanto esercita una influenza deformante e diseducatrice che distoglie le anime da Dio. Esistono dunque ambienti sani e tradizionali o addirittura santi, ma esistono anche ambienti corrotti e rivoluzionari o addirittura diabolici.

La società odierna, purtroppo, è piena di ambienti diseducativi e deformanti. Come alcuni ambienti naturali ingannano i sensi creando effetti allucinatorii, facendoci vedere le cose sotto una falsa luce o da una falsa prospettiva, così alcuni ambienti sociali ci fanno vedere la vita da un punto di vista ingannevole, acciecando l'intelletto e disorientando le coscienze.

Fra questi il peggiore è l’ ambiente rivoluzionario, ossia il complesso delle condizioni – culturali, psicologiche e morali – che favoriscono la Rivoluzione anticristiana. I giovani d’oggi vivono abitualmente in ambienti rivoluzionarii. All'insegnamento e alla testimonianza cristiana, questi ambienti oppongono implicitamente un contro-insegnamento e soprattutto una contro-testimonianza che permea, influenza e deforma l’animo giovanile, “liberandolo” dall'eredità di secoli di cultura, tradizioni, civiltà cristiana, estinguendo in esso la luce della verità, la voce della coscienza e il richiamo della fede.

Questo «ambiente libertario» (4), come lo chiamava Marcuse, realizza nel modo più profondo il metodo marxistico noto come «primato della prassi», che suggerisce non di proclamare direttamente l'errore rivoluzionario, ma di permearne la società, di abituare gli uomini a vivere come se la Rivoluzione fosse inevitabile e priva di alternative.

Ad esempio, oggi si vive in un ambiente che, anche quando non rifiuta ufficialmente Dio, non nega filosoficamente l’esistenza dell'anima, non proclama dottrinalmente il nichilismo, tuttavia dispone le cose, alimenta uno stile di vita e diffonde una mentalità, che insegnano implicitamente il soggettivismo e il relativismo. La vita sociale diventa una prigione psicologica che incarcera l'uomo nella più rigorosa immanenza; l'uomo finisce col vivere come se non esistessero né Dio né l'anima né la vita eterna. In questo modo, tale ambiente rende quasi impossibile contemplare la verità, perseguire i valori spirituali, orientarsi verso Dio, salvarsi l'anima.

 

Il ruolo della musica

Fra questi ambienti rivoluzionari per giovani, i più importanti sono probabilmente quelli musicali, in quanto, «molto più dei colori e delle forme, i suoni e il loro concatenarsi plasmano la società. (...) Nel suono si leggono i codici della vita e i rapporti fra gli uomini. (...) Qualsiasi musica, qualsiasi organizzazione dei suoni, è allora uno strumento per creare o consolidare una collettività, una totalità» (5).

Gli happenings studenteschi, gli open air festivals e i raduni musicali di massa svoltisi negli anni Sessanta e Settanta in luoghi rimasti famosi (come Berkeley, Woodstock, Wight, il Parco Lambro a Milano), costituirono i primi esempi degli ambienti rivoluzionari nei quali si promuovevano svariate forme di “trasgressione” collettiva basate sul noto trinomio “sesso, droga e rock'n'roll”. Le melodie spezzate, le dissonanze e i ritmi ossessivi tipici di quelle musiche, suscitarono nei giovani uno stato d'animo inquieto che li ha spinti alla contestazione studentesca, alla rivolta generazionale, alla guerriglia e infine al terrorismo.

Un esempio tipico di ambiente rivoluzionario è la discoteca. In essa, i giovani d'oggi non ascoltano la musica né semplicemente la vivono, ma la “abitano”, immergendosi e quasi annullandosi in un artificiale ambiente sonoro, visivo e tattile. Essi non pensano né parlano né ascoltano, ma gridano, danzano e sudano per ore fino a diventare esausti, intontiti e quasi sordi, annegando nel calderone ribollente della musica convulsa e della folla scatenata, cadendo in uno stato di trance simile a quello provocato dalle pratiche dello sciamanismo. In questo modo, essi s’impongono un esercizio di ascesi rovesciata: cioè si mortificano non per ritrovare sé stessi e inserirsi in ordine cosmico-sociale, ma per dimenticarsi ed annientarsi in un disordine tribale, cercando «il nirvana mediante la violenza» (6).

L'esempio più avanzato di ambiente rivoluzionario è costituito dai cosiddetti Centri Sociali Autogestiti e dalle Zone Temporaneamente Autonome (TAZ). In essi, i giovani rivoluzionari si creano un sorta di “zona franca”, sottratta non solo alle leggi dello Stato ma anche alle leggi sociali e morali, dove si pratica sesso, droga, “disobbedienza civile” e talvolta anche rivolta armata. Le recenti rivolte delle periferie urbane francesi sono un tentativo di estendere queste “zone franche” alla vita pubblica cittadina.

 

 Le abitudini rivoluzionarie

Ma come nascono questi ambienti rivoluzionari?

Poiché gli ambienti vengono formati dalla pratica sociale delle abitudini, possiamo dire che gli ambienti rivoluzionari nascono dal prevalere sociale di quelle cattive abitudini che sono i vizii.

Gli habitus, ossia le abitudini, sono le «qualità di per sé stabili grazie alle quali l'individuo agisce con facilità e spontaneità, nel bene o nel male» (7). Esse nascono, si rafforzano e si radicano nell’individuo e nella società, mediante la ripetizione dei comportamenti e la imitazione dei modelli sociali. «L’àmbito dell' habitus, ossia della inclinazione abituale, domina, più o meno coscientemente, la maggior parte della vita e del comportamento umano» (8).

Gli uomini ben formati agiscono perché razionalmente convinti di una verità e moralmente tesi a conseguire o a difendere un bene, per cui in loro l'intelletto orienta la volontà e la volontà governa la sensibilità. Tuttavia, in molte persone accade il rovescio: la loro vivace o disordinata sensibilità s’impone sulla volontà indebolita e questa, a sua volta, s’impone sull’intelletto ottenebrato. Pertanto queste persone agiscono spinte soprattutto dalle sollecitazioni sensibili: fatti, azioni, stimoli, suggestioni, timori, allettamenti, vantaggi.... Insomma, più che agire razionalmente e coscientemente, esse reagiscono a stimoli interni o estern (9).

Questo rovesciamento dell’ordine interiore, un tempo era considerato come patologico e veniva curato dalle istituzioni sociali e religiose; oggi invece viene considerato come normale ed anzi viene favorito dagli ambienti e dalle abitudini sociali, che incitano all’immoralità, all’empietà e perfino all’irrazionalità. Oggi la grande maggioranza delle persone agisce perché ingannata da una illusione o perché sedotta da una passione o perché spinta da un timore. Facendo un gioco di parole latine, potremmo dire che qui l' habitus, inteso come abitudine e usanza, viene formato dall' habitus, inteso come apparenza e atteggiamento.

 

 Le tendenze rivoluzionarie

 Ma, se gli ambienti vengono formati dalle abitudini sociali, queste abitudini da dove nascono?

Le abitudini vengono formate principalmente dalle tendenze (10). Le tendenze sono quelle inclinazioni comportamentali abituali che spingono l'uomo a compiere certe scelte e quindi a orientarsi in una certa direzione. Si badi bene: le tendenze non possono costringere la volontà umana, ma solo spingerla in una certa direzione, disponendo gli atti interni e le cose esterne secondo una certa coerenza e un preciso orientamento, in base al “principio di connaturalità”.

I fattori che favoriscono l’insorgere o il prevalere delle tendenze possono essere sia esterni che interni all’uomo. Fra i fattori esterni ricordiamo le luci, i colori, i suoni, i ritmi, i sapori, gli odori, i gesti, gli atteggiamenti, le forme, le proporzioni, gli stili, insomma tutti gli stimoli fisici che colpiscono i sensi esterni dell’uomo. Fra i fattori interni ricordiamo gl’istinti, le passioni, i sentimenti, i desideri, le fantasie, insomma, tutti gli stimoli psichici che colpiscono i sensi interni dell’uomo (11).

Le tendenze non sono mai neutre e vanno giudicate moralmente in base al loro orientamento: se favoriscono un comportamento razionale e ordinato, allora sono tendenze buone e vengono dette anagogiche; se invece favoriscono un comportamento irrazionale e disordinato, allora sono tendenze cattive e vengono dette catagogiche.

Le tendenze possono orientare non solo la vita individuale, ma anche la vita sociale, creando abitudini, usanze ed ambienti, favorendo la nascita di mentalità e ideologie. Infatti le tendenze:

1. condizionano il comportamento sia privato che pubblico, favorendo il formarsi delle abitudini; tramite il comportamento, poi, esse

2. influenzano le mentalità, ossia quelle convinzioni implicite di fondo che formano il cosiddetto “spirito pubblico”; tramite le mentalità, infine, esse

3. orientano il pensiero degl’individui e indirettamente anche della società, favorendo la nascita delle ideologie.

Quando passano a influenzare la vita sociale, le tendenze disordinate provocano l’insorgere delle tendenze rivoluzionarie. Come insegna Plinio Corrêa de Oliveira, «queste tendenze disordinate, che per loro propria natura lottano per realizzarsi, non conformandosi più a tutto un ordine di cose che è ad esse contrario, cominciano a modificarne le mentalità, i modi di essere, le espressioni artistiche e i costumi, senza incidere subito in modo diretto – almeno abitualmente – sulle idee» (12). Se poi la ragione non riesce a imporsi sulle passioni disordinate, alla lunga le tendenze rivoluzionarie finiscono con l’influenzare anche la vita intellettuale; allora, dagli strati sotterranei della sensibilità, la crisi affiora a livello del pensiero, suscitando errori che giustificano quelle passioni e le permettono d'imporsi con l’inganno nella vita sociale, e l’intelletto asservito provoca a sua volta un rilancio delle tendenze disordinate. A questo punto s'innesca un circolo vizioso che forma una spirale tendente progressivamente al ribasso, peggiorando sempre più la situazione.

L'uomo ha quindi il dovere di plasmare il proprio comportamento alla luce delle buone idee che professa, per evitare che le proprie tendenze disordinate finiscano con il plasmare le idee in base al proprio comportamento immorale, acciecando l’intelletto e tacitando la coscienza. Si verifica qui il celebre ammonimento di Paul Bourget: «bisogna vivere come si pensa, altrimenti, prima o poi, si finisce col pensare come si è vissuto» (13).

 

Il ruolo dei mass-media

Poniamoci ora questa domanda: qual è il fattore che oggi influenza di più le tendenze, i comportamenti e le mentalità, plasmando le abitudini sociali e contribuendo a creare lo “spirito pubblico”?

Questo fattore è indubbiamente il cosiddetto quarto potere, ossia il sistema dei mezzi di comunicazione di massa, che influenza pesantemente e capillarmente soprattutto la gioventù. Strumenti di questo sistema sono non solo la stampa, i fumetti, la televisione, il cinema e il teatro, ma anche i video-clips, i video-games, la pubblicità e la moda come propagandisti dei consumo e del costume di massa.

I mass-media svolgono non solo una funzione informativa, ma anche “formativa”, nel senso tecnico del termine. Essi esercitano soprattutto una influenza “culturale”, cioè diffondono non solo notizie ma anche idee, valori, orientamenti. Lo fanno però indirettamente, proponendo agli spettatori tendenze psicologiche, stili di vita e modelli di comportamento che influenzano dapprima le abitudini, poi anche la mentalità e il pensiero, particolarmente quei valori morali ed estetici che forniscono le motivazioni (affettive e razionali) per le quali si vive e si agisce.

I mezzi di comunicazione elettronici, in particolare, possono creare un proprio ambiente artificiale, che si propone allo spettatore come un “mondo” alternativo a quello in cui vive e ad esso preferibile in quanto più vasto, libero, interessante e gratificante.

Il video, ad esempio, immerge lo spettatore in un “cosmo” d’immagini e di suoni che può impedirgli di discernere criticamente il valore delle rappresentazioni e dei sentimenti suscitati da quel “cosmo”. In tal caso la coscienza, priva della luce intellettuale, tenderà irrazionalmente a prendere per buone le immagini ricevute, a considerarle reali o perlomeno credibil (14). Alla fine, il video avrà imposto il suo ambiente artificiale all’incauto spettatore, nutrendolo d'illusioni che vengono scambiate per rappresentazioni della realtà, o inducendolo a desideri che vengono scambiati per bisogni reali. Il risultato sarà quello che un sociologo ha definito «un popolo d’informatissimi idioti, che possono discorrere di tutto ma senza formulare un giudizio critico personale su nulla» (15).

I mass-media elettronici sono oggi un “divertimento” nel senso più negativo dell'espressione: ossia essi catturano l'attenzione dello spettatore per distrarlo dalla contemplazione e dalla meditazione, impedendogli di riflettere su sé stesso, sulla propria origine e sul proprio fine, sulla propria missione di uomo e di cristiano.

Non è un caso che i mass-media più popolari e influenti – soprattutto la televisione – concentrino la loro azione nelle ore serali. La sera è il momento in cui l’uomo, tornato a casa stanco per la fatica del lavoro o dello studio, si trova nel momento più delicato della giornata, nel quale ha bisogno non solo di riposare ma anche e soprattutto di meditare su sé stesso, sulla propria famiglia, sulla propria vita. Dio ha disposto la fine della giornata nella oscurità e nella quiete, appunto per ricordare all'uomo che sta andando verso “la sera della vita”, ossia che è destinato a morire e a passare ad una vita eterna. Circondato da un ambiente naturale che lo spinge a rientrare in sé, l’uomo può fare il bilancio non solo della propria giornata ma anche della propria vita, preparandosi ad una morte che potrebbe arrivare improvvisamente.

Ebbene, è soprattutto in questa fase cruciale e feconda della giornata che intervengono pesantemente i mass-media, circondando l’uomo con un ambiente elettronico che gli occupa lo spazio vitale e gli rovina quelle ore preziose. Essi spingono l'uomo a dissipare le ore serali occupandole con divertimenti stupidi e immorali, che gl’impediscono di pensare, meditare, pregare, pentirsi. Mentre sant’Agostino ammoniva il fedele dicendogli «ritorna in te stesso, non volerne scappar fuori» (16), i mass-media invece lo spingono a fuggire da sé stesso, a dissipare la propria interiorità perdendosi nei mondi immaginari presentati sul video. Alle fine della serata, l’uomo andrà a dormire con la testa confusa e l'anima vuota, senza rendersi conto di aver sprecato per l'ennesima volta una occasione preziosa.

 

 La manipolazione dell'immaginazione

Come fanno i mass-media a “distrarre” il loro fruitore?

Lo fanno influenzandone la sensibilità e particolarmente l’immaginazione, che raggiungono passando soprattutto attraverso il più importante e il più nobile dei cinque sensi: la vista.

L’immaginazione è la capacità di produrre o rievocare percezioni delle cose sensibili in assenza dei loro oggetti; quando questa capacità diventa autosufficiente, producendo immagini puramente fittizie, si parla di “fantasia”.

Proprio su questa fantasia interviene pericolosamente l’influenza dei mass-media, distogliendo le immagini dal loro fine conoscitivo e inducendole a diventare mezzo di seduzione e stimolo di disordini. Le immagini infatti esercitano sull'anima un potere molto superiore a quello esercitato dalla parola. Ad esempio, una immagine o una rappresentazione seducenti producono un impatto ben più profondo e duraturo di una predica o di una lettura; una vicenda seguìta sulla televisione assume la valenza di un esempio visivo, e sappiamo bene che l'esempio è molto più influente della parola udita o letta.

E' su questa strada che lo spettatore può essere indotto a perdersi nei meandri della irrazionalità. «Le rappresentazioni dell'immaginazione sono caratterizzate dalle loro forti cariche di affettività, che ci privano del dominio di sé e della nostra libertà, rendendoci complici di falsità, menzogne e illusioni. (...) Le nostre immagini, quindi, di solito non saranno altro che l’espressione delle disposizioni incontrollate del nostro corpo e l'amplificazione delle nostre passioni. (...) Posta al crocevia di tutte le funzioni mentali, (l’immaginazione) ci mette a contatto con le forze più oscure e distruttrici della nostra costituzione empirica, al punto di sospendere l'esercizio adeguato dei sensi e del pensiero e di far cadere talvolta l'uomo più in basso dell'animale. L’immaginazione è veramente la madre dei vizi, delle passioni e delle chimere che distolgono l'uomo dalla verità e dalla saggezza» (17).

Se lo spettatore non reagisce con spirito critico e dominio di sé, le passioni sovraeccitate dall’immaginazione imporrano il loro orientamento a tutto l'uomo, pervertendogli la sensibilità, incatenandogli la volontà e offuscandogli la coscienza. L'interiore gerarchia dell'anima umana verrà completamente rovesciata.

La odierna comunicazione mass-mediatica punta tutto nel trasmettere stimoli, suscitare emozioni, produrre bisogni fittizii; in questo modo, la persona viene ridotta al suo vissuto emotivo. E così l’ homo sapiens viene sostituito dall’ homo sentiens, la società organica viene sostituita dall’ambiente mass-mediatico, l’epoca della pietà viene sostituita dall’epoca del piacere. Nel film del regista Pedro Almodòvar intitolato Tutto su mia madre, il personaggio di un transessuale proclama significativamente: «La mia profonda identità è quella del desiderio, non quella della natura».

Pertanto, «la generazione formatasi nell’epoca dei mass-media è la generazione dell’identità labile: (...) una identità non fissa, ma legata a impressioni del momento, sensazioni effimere, stati d'animo per definizione fuggevoli» (18). Una generazione spiritualmente debole e priva di carattere, dunque incapace di affrontare i problemi e di compiere una missione.

Insomma, i mass-media sono l’industria dell’immagine, l’antro magico in cui si produce l’ “immaginario collettivo” e si cerca di portare «l'immaginazione al potere», come voleva il movimento del Sessantotto. Esprimendo questa speranza, la nota canzone programmatica di John Lennon intitolata Imagine diceva appunto: immagina un mondo senza autorità, stati, chiese, proprietà, eserciti, scuole...

 

L' homo communicans

 A cosa mira la Rivoluzione nel manipolare la coscienza individuale e la vita sociale mediante i mass-media?

Se Lenin diceva che «non esistono individui ma solo masse», l'austriaco Norbert Wiener, il profeta della cibernetica, sosteneva che non esistono propriamente individui ma solo ambienti comunicazionali. Non è l'uomo che pensa, vuole, agisce e infine comunica con l'ambiente, ma è l'ambiente stesso a pensare, volere, agire e infine a manifestarsi negli uomini, che sono solo il risultato degl'impulsi e delle informazioni che ricevono e rielaborano, mere molecole del flusso comunicazionale (19).

Ma, come sempre accade nelle teorie rivoluzionarie, quello che ci presentano come un fatto da accettare senza discutere è in realtà un programma da realizzare senza remore. Ecco quindi che la rivoluzione progetta di dissolvere l’uomo tradizionale, che non si adegua alla sua utopia, per sostituirlo con l’ “uomo nuovo”, l’ homo communicans, prodotto dell’ambiente rivoluzionario e dell’eco-sistema globale. Emerge qui l'utopia del cosiddetto comunicazionismo.

In questo contesto, l’unità e identità della persona umana viene condannata come chiusura agli altri, come rifiuto del “dialogo”, come un ostacolo alla realizzazione della “fratellanza” e della “pace” universali. Bisogna abolire la sovranità dell’anima sul corpo, dell’intelligenza sull’anima, dell’io sui propri atti, affinché l'uomo si riduca alle proprie relazioni comunicazionali e si dissolva nell’ambiente che lo circonda. Pertanto si vuole sottoporre la coscienza ad un processo di disgregazione: «La comunicazione senza volto favorisce le identità molteplici, le frammentazioni del soggetto» (20). Questo processo di dissoluzione permetterà alle menti individuali d’identificarsi con la “mente planetaria”, costituita dal sistema comunicazionale organizzato dall'informatica. Secondo il cibernetico Pierre Lévy, la rete dell'internet costituisce la struttura tecnica che favorirà il nascere di un “intelletto collettivo (21) e poi di una “coscienza globale” che realizzerà finalmente la “fraternità universale” tanto sognata dall'utopismo rivoluzionario.

Così l'uomo, “liberato” dalla propria identità e individualità, scomposto nelle sue facoltà psicologiche, si ridurrebbe ad uno spirito impersonale che agisce in un ambiente artificiale mediante protesi cibernetiche. Un mostro, insomma, che fa pensare alla sinistra leggenda cabbalistica del golèm: ossia alla creatura artificiale, materializzazione dell’anima collettiva del popolo ebraico, che sarebbe stata prodotta da rabbì Loew nel XVI secolo in un laboratorio alchemico di Praga, mediante la combinazione dei numeri magic (22).

 

La società "trasparente"

Per arrivare a creare l’ “uomo nuovo”, totalmente annegato nell’ambiente globale, bisogna però che il sistema delle comunicazioni favorisca l’instaurazione della “società aperta”, nella quale tutti potranno partecipare a tutto e «nessuno dovrà sentirsi escluso», come suona uno slogan dell’attuale governo italiano. Questa società dovrà essere del tutto “trasparente”, in quanto tutto dovrà essere sottoposto allo sguardo, al giudizio e al controllo sociale, tutto dovrà essere pubblicizzato, anche i sentimenti più intimi, anche le faccende più private.

«La moltiplicazione dei mezzi di comunicazione procede di pari passo con lo sviluppo sfrenato dello spazio pubblico e del voyeurismo sociale» (23). I mass-media cercano quotidianamente di abituare i cittadini ad “aprirsi” in pubblico, a mettere in piazza la loro intimità, per realizzare il completo collettivismo delle coscienze. Come esempi tipici di questa promozione della “trasparenza”, ricordiamo i recenti esperimenti del Grande Fratello, trasmissioni televisive in cui un gruppo di giovani vive sotto il continuo e assoluto controllo dei microfoni e delle telecamere; oppure gli esperimenti delle “case di vetro”, nelle quali gli abitanti vivono sotto gli occhi dei passanti svolgendo in pubblico tutte le azioni, anche quelle più intime.

Le autorità sociali condanneranno e vieteranno, come supremo peccato e crimine, tutto ciò che è “privato” in quanto comporta privilegio, esclusione, chiusura, segreto, riservatezza, insomma tutte le forme di “opacità” che – ostacolando la comunicazione delle conoscenze, la condivisione dei sentimenti e la partecipazione delle esperienze – favoriscono la conflittualità universale.

Cosa resterà di veramente umano a questo individuo diventato “trasparente”? Egli avrà totalmente pubblicizzato la propria dimensione privata, si sarà alienato nella comunicazione globale, avrà rinunciato alla propria identità, avrà totalmente esteriorizzato la propria interiorità; pertanto si sarà internamente svuotato, rimanendo senz'anima, per così dire. «La soppressione dell’interiorità nelle manifestazioni dell’uomo costituisce dunque una delle chiavi di volta della comunicazione moderna» (24).

 

 La IV rivoluzione

Poniamoci ora un'ultima domanda: perché la “quarta Rivoluzione” vorrebbe ridurre tutto a mere esperienze, anzi a mere relazioni tra fenomeni? La risposta più profonda è questa: perché la Rivoluzione è mossa da un odio metafisico per tutto ciò che ha stabilità, spessore e peso, insomma per tutto ciò che è sostanza, ossia permanenza nell’essere.

Quest’odio per la sostanza si esprime particolarmente nel tentativo di dissolvere quella forma sostanziale individuale che è l’anima umana. La Rivoluzione odia l’anima in quanto questa costituisce l’ultimo baluardo del principio d’identità, l’ultima forma di governo gerarchico, l’ultima forma di sovranità; essa la odia anche come immagine di Dio nell’uomo, suo “luogotenente” nella persona, principio ordinatore del composto umano; per questo vorrebbe dissolverla nell' “intelletto collettivo”. Ma la Rivoluzione odia anche il corpo umano, in quanto fattore d’individuazione della persona, “luogo identitario” dell' anima; per questo vorrebbe dissolverlo nel flusso di sensazioni ed esperienze ambientali.

Nella concezione tradizionale, l’uomo dev’essere padrone di sé ma servo di Dio. Nel progetto rivoluzionario, all’opposto, l’uomo deve diventare padrone di Dio ma schiavo di sé stesso e delle proprie passioni disordinate; egli deve realizzare la «proletarizzazione dell'anima», eliminando quell’ultima forma di proprietà che consiste nell’essere padrone di sé, quell’ultima forma di dominio che consiste nell’essere compos sui, quell’ultima forma di gerarchia che ordina le facoltà dell'anima.

Si vuole insomma sferrare l’estremo attacco alla civiltà cristiana in quella che è l’ultima cittadella da assediare e conquistare, l’ultima sovranità da abbattere, l’ultimo monarca da ghigliottinare, l’ultima realtà da dissolvere: l’uomo rimasto cristiano o almeno civile. Il fine specifico della “quarta Rivoluzione” consiste in «un impegno a distruggere il soggetto, come pseudo-sovrano, mediante un assalto culturale» (25), come auspicava Foucault.

Non ci solo parole adeguate per condannare questa diabolica fase rivoluzionaria che, se fosse portata a compimento, distruggerebbe l’ordine interiore dell’uomo, riducendone al minimo l’immagine e la somiglianza con Dio. Bisognerebbe qui ripetere la celebre frase detta da sant’ Alberto Magno contro i negatori della esistenza dell’anima umana: «Ci sono errori ai quali bisognerebbe opporsi non tanto con la parola e con la penna, quanto col ferro e col fuoco!»

 

Conclusione

Ecco come un sociologo italiano della famiglia analizza l'attuale crisi giovanile prospettandone il superamento:

«Le identità giovanili “forti” erano il prodotto riuscito di una socializzazione operata dalle agenzie educative tradizionali; famiglia, scuola, Chiesa, operavano secondo una piattaforma comune di valori, e il risultato era una personalità dotata di credenze certe. (...) Se la video-socializzazione è l’esito non voluto di una società in crisi di progettualità, di persone disorientate che non sanno esse stesse come educare (e addirittura si chiedono se sia giusto farlo), certo tale processo potrà essere corretto e ri-orientato da una nuova vitalità dei mondi familiari, scolastici, religiosi. (...) Una risposta all’altezza di una sfida di tale portata epocale non può farsi attendere; essa dovrà venire dalle agenzie tradizionali: famiglia, scuola, Chiesa, le quali hanno il dovere di stringersi in una collaborazione attiva e propositiva. (...) Ma è all’istituzione religiosa che oggi si rivolgono le maggiori aspettative» (26).

La riscossa morale e civile presuppone quindi un’autentica rinascita religiosa. Oggi molti lamentano l’eclissi della civiltà tradizionale; ma, come ammoniva Augusto Del Noce, «la prima condizione perché l’eclissi abbia termine, è che la Chiesa riprenda la sua funzione, che non è quella di adeguarsi al mondo, ma di contestarlo» (27).



1. P. Corrêa de Oliveira, Note sul concetto di cristianità, Thule, Palermo 1998, pp. 33-34.

2. P. Corrêa de Oliveira, Note sul concetto di cristianità, p. 41.

3. Pio XII, radiomessaggio La solennità della Pentecoste, del 1-6-1941.

4. H. Marcuse, Saggio sulla liberazione, Einaudi, Torino 1969, p. 44.

5. J. Attali, Bruits. Essai sur l'économie politique de la musique, P.U.F., Paris 1977, pp. 11-12.

6. E. Cioran, Il funesto demiurgo, Adelphi, Milano 1986, p. 72

7. S. Ramírez O.P., De habitibus in communi, C.S.I.C., Madrid 1973, vol. I, p. 117.

8. V. Rodríguez O.P., Temas-clave de humanismo cristiano, Speiro, Madrid 1984, p. 248.

9. S. Tommaso d'Aquino, In metaphysicorum Aristotelis libros commentaria, liber II, lectio V, § 334.

10. Queste tendenze non hanno nulla a che fare con quelle analizzate dalla psicoanalisi di Adler o di Ach negli anni Venti e Trenta.

11. C. Fabro, L'anima, Studium, Roma 1955, p.117.

12. P. Corrêa de Oliveira, Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, p. I, cap. V, § 1.

13. P. Bourget, Le démon du midi, Plon, Paris 1914, vol. II, p. 375.

14. F. Palmés S.J., Psicologia sperimentale e filosofica, Ed. La Civiltà Cattolica, Roma 1952, §§ 380-381.

15. F. Ferrarotti, Homo sentiens, Liguori, Napoli 1995, p. 108.

16. S. Agostino d'Ippona, Confessioni.

17. J. J. Wunenburger, L'imagination, P.U.F., Paris 1995, pp. 72 e 121.

18. F. Ferrarotti, Homo sentiens, p. 44.

19. Cfr. ad es. N. Wiener, Cibernetica e società (1951), p. 269.

20. P. Breton, Le culte de l'Internet, La Découverte, Paris 2000, p. 70.

21. P. Lévy, World philosophie, O. Jacob, Paris 1990, pp. 47 e 90.

22. Cfr. G. Scholèm, La rappresentazione del golèm nei suoi rapporti tellurici e magici, in: Id., La Kabbalah e il suo simbolismo, Einaudi, Torino 1980, cap. V, pp. 201-258.

23. P. Breton, L'utopia della comunicazione, U.T.E.T., Torino 1995, p. 121.

24. P. Breton, L'utopia della comunicazione, p. 49.

25. M. Foucault, Par de là le bien et le mal, su "Actuel", n. 14, novembre 1971, p. 44.

26. S. Martelli, Famiglia e TV: solo consumo?, su "La Famiglia", n. 180 (novembre-dicembre 1996), pp. 42-44.

27. A. Del Noce, Tramonto o eclissi dei valori tradizionali?, Rusconi, Milano 1971, p. 266.

Categoria: Ottobre 2006

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