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Prof. Plinio Corrêa de Oliveira
(1908-1995)

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Attualità

 

Cacciando lo spettro del Vietnam

 

Un amico americano mi ha raccontato un episodio, accaduto qualche settimana fa. Egli si trovava su un volo diretto a Washington. A bordo c’era il classico mix: coppie in vacanza, turisti, scolaresche e via dicendo, nonché una Prima Classe piena di uomini d’affari in giacca e cravatta. Ad un certo punto salì sull’aeronave un ragazzo indossando la tuta mimetica. Faceva parte di un gruppo di veterani che rientravano dall’Irak. Senza pensarci due volte, un distinto signore si mise in piedi e gli chiese quale era il suo posto. "Il 23-B, signore", rispose. "No, figliolo, quello è il mio. Il tuo posto è qui in Prima. Vieni!". Uno ad uno, tutti i passeggeri di Prima Classe lasciarono il posto ai militari, stringendoli le mani e dandogli pacche amichevoli sulla spalla.

Arrivando all’aeroporto di Baltimore-Washington International, nuova sorpresa: ad aspettare i soldati c’era una folla di qualche centinaio di persone, sventolando bandiere e gridando slogan patriottici. Mamme in lacrime baciavano i soldati come si fossero loro figli. Un gruppo di Girl Scout distribuivano biscotti e dolci fatti in casa. Un veterano di Corea si fece avanti per salutare il primo ragazzo. Questi scattò all’attenti e disse con voce ferma: "Siamo noi che dobbiamo ringraziarla per quello che Lei ha già fatto, signore!".

Incuriosito, il mio amico avvicinò un soldato e, dopo averlo salutato, gli chiese come mai tanta festa. "È così dappertutto! A me è la terza volta che mi mandano in Prima Classe".

Qualche analista nostrano, con più wishful thinking che obbiettività giornalistica, ha voluto paragonare la guerra dell’Irak a quella del Vietnam, insinuando, senza tanti veli, che anche questa volta finirà male per Uncle Sam. Il paragone non regge per motivi di vario genere. Ma uno soprattutto, fa stare questi due conflitti anni luce uno dall’altro: lo stato d’animo dell’opinione pubblica americana. Quanto sono lontani quegli anni quando i reduci del Vietnam erano accolti con sputi e minacce da turbe di hippie inferociti!

Oggi i soldati americani che tornano dalle operazioni belliche in corso in diverse parti del mondo vengono accolti come eroi da folle entusiastiche che non hanno parole sufficienti per ringraziarli. "La reconnaissance est le mémoire du coeur", dicevano i francesi del ‘700, la gratitudine è la memoria del cuore. E gli americani sembrano proprio decisi a cancellare dai loro cuori quel abietto fenomeno di ingratitudine collettiva in occasione del conflitto del Vietnam.

Categoria: Giugno 2008

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