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2009

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Attualità

 

Aspetti preoccupanti di un certo islamismo

 

Berlino, 10 gennaio. Sull’onda delle massicce manifestazioni contro l’offensiva israeliana nella striscia di Gaza, un corteo di musulmani pro Hamas si snoda per il centro della città. I manifestanti, molti con il volto coperto, bruciano bandiere israeliane e inneggiano alla guerra santa contro l’Occidente: "Tod, Tod, Israel!", "Juden raus aus Palästina!", "Der Holocaust ist kein deutsches Monopol!" — Morte, morte a Israele! Giudei fuori dalla Palestina! L’Olocausto non è un monopolio tedesco!

Nell’auge della manifestazione, un urlo si alza dalla folla inferocita: "Eine Umma, ein Staat, die Lösung ist das Kalifat!" — Una Comunità islamica, uno Stato, la soluzione è il Califfato!


Due totalitarismi si toccano

Non mancarono all’epoca commentatori che fecero notare quanto questo slogan si avvicinasse pericolosamente ad un altro, che proprio in Germania rievoca fantasmi ed incubi: Ein Volk, ein Land, ein Führer — Un popolo, una nazione, un Führer. "Der Islam-Nazismus marschiert", titolava preoccupato un quotidiano locale.

Si moltiplicano gli analisti che segnalano quanto l’islamismo radicale contenga importanti analogie ideologiche col nazismo. Lo stesso odio per gli ebrei, la stessa idea della morte "eroica", lo stesso disprezzo per la democrazia e per il mondo occidentale, la stessa persecuzione al cristianesimo. Entrambi aspettano la vittoria finale e il dominio del mondo attraverso l’annientamento del nemico e la loro sottomissione ad un’ideologia totalitaria.

Questi analisti segnalano anche come l’atteggiamento dell’Occidente di fronte alla minaccia islamista assomigli pericolosamente a quello di fronte alla minaccia nazista. Oggi come ieri si minimizza, si temporeggia, si dialoga. La storia ci ha mostrato quanto questo atteggiamento cedevole fosse sbagliato.


Alleati

L’accostamento tra islamismo e nazismo non è nuovo. Tutti e due nacquero nello stesso contesto storico come reazione a certi aspetti della modernità liberale. Era logico che trovassero punti di contatto.

Nel 1936 il Muftì di Gerusalemme, Haj Amin el Husseini, ricevette l’inviato personale del Führer Adolf Eichmann nella sede del Supremo Consiglio Islamico. Lo storico Maurice Pearlman, che ebbe accesso alle dettagliate annotazioni di Eichman, racconta che il Muftì dapprima spiegò la filosofia della jihad, salvo poi suggerire alcune tattiche per meglio annientare gli ebrei.

Ne risultò una stretta collaborazione tra nazismo e islamismo, durata fino alla sconfitta del Reich. Possiamo ricordare come la Germania fu uno dei primi e principali finanziatori dei Fratelli Musulmani, il gruppo fondato nel 1928 e ritenuto la sorgente dell’attuale fondamentalismo islamista. Possiamo ricordare come le prime ribellioni in Palestina contro la presenza degli ebrei furono sostenute dai nazisti con soldi ed arme.

Nel 1939 il governo britannico ottenne l’espulsione del Muftì Husseini. Riparato prima in Italia, egli si rifugiò a Berlino, dove rimase fino alla fine del conflitto collaborando col Terzo Reich, per esempio nella formazione delle brigate musulmane delle Waffen SS in Yugoslavia, che uccisero migliaia di serbi ebrei e cristiani.

Un importante strumento di propaganda nazista, dal 1939 al 1945, era una radio in lingua araba chiamata Radio Zeesen. Utilizzava esclusivamente speaker arabi e trasmetteva programmi politici e religiosi di forte contenuto antisemitico e antioccidentale, alternati con musica araba e letture del Corano.

La radio era popolarissima ed era ascoltata nei bazar, nei caffè e perfino sulle piazze tramite altoparlanti. La radio aveva anche programmi serali in lingua iraniana. Uno dei suoi più fedeli ascoltatori in Tehran era l’allora giovane ayatollah Ruho-llah Khomeini. Il suo biografo Amir Taheri racconta che egli organizzava sessioni di ascolto di Radio Zeesen insieme a un gruppo di mullah, alcuni dei quali formeranno la spina dorsale della sua rivoluzione islamista.

A guerra finita, molti nazisti trovarono asilo nei paesi arabi, ove certe loro visioni formavano parte dell’ambiente ideologico. Commentando le reazioni della stampa araba al processo di Adolf Eichmann, nel 1961, Hannah Arendt scrisse: "I giornali di Damasco e Beirut, del Cairo e della Giordania non nascosero le simpatie per Eichmann, giungendo a lamentare che egli non avesse ‘finito il lavoro’".


Yasser Arafat

Dopo la guerra, catturato dai francesi, il Muftì Husseini riuscì a scappare al Cairo, dove riprese il suo posto di leader spirituale dell’islamismo estremista. Egli ebbe un ruolo centrale nel rifiuto della Lega Araba, nel 1947, di accettare la spartizione della Palestina per accogliere il nascente Stato di Israele.

Husseini divenne padre spirituale di un giovane terrorista, Mohammed Abdel Rahman Abdel Raouf, a cui egli cambiò il nome in quello di Yasser Arafat, in onore del compagno di Maometto Yasser bin Ammar. Questa stretta amicizia fu svelata in ogni dettaglio dal fratello di Arafat, Fatchi, al giornale HaAretz nel dicembre 1996.

Gli insegnamenti del Muftì formarono la struttura portante della dottrina e della strategia della OLP, il più sanguinoso gruppo terrorista negli anni ‘60 e ‘70. Basti ricordare il massacro degli atleti israeliani nelle Olimpiade di Monaco, nel 1972. Successivamente, esigenze politiche indussero Arafat ad annacquare le sue posizioni, lasciando la fiamma del terrorismo islamista nelle mani di gruppi come Hezbollah e Hamas.


Quando la sinistra si scopre antisemita

E arriviamo così ai giorni nostri, in cui questo accostamento fra certi ambienti di "destra" e l’islamismo radicale prosegue imperterrito. Forse non è semplice coincidenza che da certi ambienti neonazisti siano giunti segnali di entusiasmo dopo l’attentato alle Torri Gemelle, nel 2001. Il portavoce dell’American National Alliance, per esempio, lodò il gesto di Osama Bin Laden, augurandosi che i suoi militanti abbiano "almeno la metà della forza testicolare" dei kamikaze islamici. In alcuni centri del Front National, in Francia, l’attentato venne celebrato con champagne. Gruppi neonazisti tedeschi sfilarono con la kefiah palestinese. Un loro leader, Horst Mahler, proclamò la sua solidarietà con gli islamisti, affermando che "gli Stati Uniti hanno ricevuto ciò che meritavano".

Gesti simili si sono ripetuti in occasione dell’offensiva israeliana in Gaza, all’inizio dell’anno. Fecero scalpore, per esempio, due striscioni firmati da un noto gruppo di destra con scritte contro Israele e inneggianti ad Hamas, esposti sulla Tangenziale Est vicino alla stazione Tiburtina, a Roma.

Ma questi gruppi non erano soli. Al loro fianco, dando mostre di un sorprendente antisemitismo, anche settori della sinistra comunista.

A Roma, la bandiera palestinese è stata issata sulla sede nazionale del Pdci, mentre diversi leader comunisti hanno partecipato alle manifestazioni islamiste, sotto i vessilli di Hamas e di Hezbollah. "Siamo tutti palestinesi", dichiarava Paolo Ferrero, di Rifondazione comunista, attorniato da cartelli tipo "Boicotta Israele, sostieni la Palestina". Al suo fianco Oliviero Diliberto e Marco Rizzo, dei Comunisti italiani. La falce e il martello accanto alla facciona di Yasser Arafat.

Sempre a Roma, i negozi dell’antico ghetto sono stati imbrattati con svastiche e slogan del tipo "sporchi ebrei" e "Israele terra maledetta". Alcuni settori sindacali di sinistra hanno addirittura invitato a "boicottare i negozi ebrei". "Analoghe iniziative sono state prodromo delle Leggi razziali nel ‘38", commentava il sindaco di Roma Gianni Alemanno.

Già, solo che questa volta le iniziative provengono anche dalla sinistra comunista, fiancheggiatrice di un certo islamismo radicale che non ha mai nascosto la sua avversione per la civiltà cristiana occidentale.

Categoria: Giugno 2009

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