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Prof. Plinio Corrêa de Oliveira
(1908-1995)

pensatore e leader cattolico,

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"Periodo di riflessione"

 

Ralliement esempio di dialogo fallito

 


Chi non conosce la storia è costretto a ripeterla. Così il classico detto. Al quale, però, va aggiunta una considerazione: a volte, pur conoscendo la storia, sembra che la si voglia proprio ripetere. Altrimenti non si spiegherebbero certi atteggiamenti che, dimostratisi fallimentari in passato, ci vengono puntualmente riproposti, con le stesse conseguenze disastrose.

La storia è ricca di politiche di “dialogo”, “apertura” e “pacificazione” finite poi in catastrofi. Un esempio archetipico fu il cedimento possibilista dell’Europa nei confronti di Adolf Hitler, condensato nel Patto di Monaco del 1938. “Inghilterra e Francia potevano scegliere fra la vergogna e la guerra — sentenziò Churchill — Hanno scelto la vergogna e avranno la guerra”.

Ma anche la storia religiosa, e più concretamente quella ecclesiastica, è ricca di esempi e di lezioni. Uno di questi è la politica detta di Ralliement, con la quale Leone XIII cercò di addolcire la persecuzione della Repubblica francese contro la Chiesa alla fine del secolo XIX. Dimostratasi fallimentare, le sue conseguenze si fanno sentire ancor oggi oltre le Alpi.

 

Una Rivoluzione anticattolica

La Rivoluzione francese del 1789 non fu soltanto antimonarchica ma anche, e profondamente, anticattolica. Ostili ad ogni gerarchia nel campo temporale, potevano i rivoluzionari tollerarla in quello spirituale? L’infame grido di Hébert “la pace non regnerà in Francia finché l’ultimo nobile non sia stato inforcato nelle budella dell’ultimo prete” sintetizza perfettamente questo duplice odio. La persecuzione contro la Chiesa non fu meno implacabile di quella contro la nobiltà: decine di vescovi e ben dodicimila sacerdoti furono massacrati, mentre più di trentamila dovettero prendere la via dell’esilio (1). Il culto pubblico fu proibito, le congregazioni religiose abolite e molte chiese e conventi andarono distrutti.

Al culmine del Terrore, Luigi XVI e Maria Antonietta, ambedue palesemente innocenti, furono ghigliottinati. Nel Concistoro del 17 giugno 1793, Papa Pio VI qualificò la morte del Re come “martirio” inflitto in odium fidei (2).


Questo bagno di sangue svegliò bruscamente una società che si era lasciata addormentare dalle delizie di quella “douceur de vivre” vantata da Tallerand (3), innescando una reazione che, consolidandosi, costituirà la Contro-Rivoluzione. Dovendo affrontare il comune nemico, Trono e Altare si unirono in difesa dell’Ordine. Questa unione fu resa esplicita per la prima volta nel corso delle guerre della Vandea, quando venne costituita la celebre Armée Catholique et Royale.

Nei decenni successivi, mentre gli epigoni della Rivoluzione francese davano vita al liberalismo e al suo compagno di viaggio il “cattolicesimo liberale”, più volte condannato dai Romani Pontefici, i contro-rivoluzionari, fedeli alla Chiesa e alla Monarchia, si proclamavano invece “cattolici monarchici”, rifiutandosi di riconoscere le varie repubbliche nate dal 1789. Era la posizione nota come “intransigente”, vale a dire refrattaria alle innovazioni rivoluzionarie.

Questa fu, sostanzialmente, la posizione dei vari Papi del secolo XIX, e specialmente di Gregorio XVI (1831-1846) e del beato Pio IX (1846-1878). Ritenevano di dover difendere un patrimonio non solo religioso ma anche di civiltà contro l’assalto di un nemico che si dimostrava sempre più il suo contrario. I campi erano nettamente delimitati, lo scontro era frontale. E mentre i Papi si ergevano contro l’assalto del liberalismo e, poco dopo, anche del socialismo, la persecuzione contro la Chiesa si faceva sempre più brutale, fino alla breccia di Porta Pia e alla prigionia del Papa nel Vaticano.

 

La Belle Époque

Verso la fine del secolo, però, si comincia a respirare in Europa un’aria nuova. Alleggia il sogno di costruzione della moderna civiltà tecnologica. Si prospetta il trionfo del Progresso. È l’epoca delle varie esposizioni universali che sembrano aprire un’era di generale benessere e di felicità. La stessa vita sociale diventa sempre più festosa e raffinata. Inizia la Belle Époque, che introduce un nuovo “spirito dei tempi”, sorridente ed ottimista, espresso nelle delicate armonie del valzer viennese.

Leone XIII continuò la linea dottrinale di Pio IX, condannando il liberalismo in diversi documenti, specialmente nell’enciclica Libertas Prestatissi-mum del 1888. Il suo pontificato, tuttavia, non fu sempre immune al nuovo “spirito dei tempi” che dalla società soffiava forte perfino in ambienti di Chiesa. Il teologo E. Rivière parla del “clima di ottimismo che caratterizzò la seconda metà del pontificato di Leone XIII” (4).

Stimolata dal nuovo clima, la linea pastorale di Leone XIII si cominciò a discostare in alcuni punti da quella di Pio IX. Mentre quest’ultimo aveva sempre favorito i settori contro-rivoluzionari, Leone XIII cominciò ad attenuare le manifestazioni di antagonismo nei confronti della Rivoluzione, nella speranza che, vedendo la mano tesa della Chiesa, i suoi nemici si sarebbero a loro volta impietositi e avrebbero cessato la persecuzione. L’esempio più rilevante di questa nuova linea pastorale fu il cosiddetto Ralliement, inaugurato in Francia nel 1891.

 

Il Ralliement

Facendo una distinzione teorica tra la Repubblica francese, la cui legislazione egli ammetteva fosse “irreligiosa”, e la forma repubblicana di governo in sé, che un cattolico può accettare come legittima, Leone XIII esortava i cattolici francesi a porre fine alla loro militanza monarchica e a unirsi (rallier) alla Repubblica, al fine di placare la sua ferocia anticattolica.

Questa distinzione era teoricamente valida ma politicamente sbagliata. Un cattolico può, certo, accettare la legittimità della forma repubblicana di governo. Questa è la dottrina della Chiesa. Ma, in concreto, la Repub-blica francese era figlia della Rivoluzione del 1789 e la realizzazione dei suoi principi. Ciò che si chiedeva ai cattolici era quindi di cessare la loro militanza contro-rivoluzionaria, in modo non molto diverso in cui, quasi un secolo dopo con la Ostpolitik, si chiederà ai cattolici di cessare la loro militanza anticomunista.

Il Ralliement spaccò il campo cattolico e seminò disorientamento nella destra, poiché una continuazione della politica intransigente poteva essere vista come in contrasto con la linea del Papa. Mentre i cattolici liberali esultavano e quelli moderati si piegavano, volentes nolentes, alla nuova linea, alcuni tradizionalisti fecero notare che il privilegio dell’infallibilità non si estende alle scelte politiche e diplomatiche del Papa e che, quindi, erano moralmente liberi di rigettare il Ralliement. Il colpo, comunque, era stato devastante.

 

L’anticlericalismo

Lunghi dal placare la ferocia anticattolica della Repubblica francese, questa nuova linea, interpretata come segno di debolezza, non fece che acuirla.

La politica anticattolica avviata nel 1878 da Léon Gambetta al grido di “le cléricalisme, voilà l’ennemi” divenne una nota tonica della Terza Repubblica. Questa politica si manifestò in una serie di misure profondamente lesive ai diritti della Chiesa, come le leggi scolastiche del 1882 e del 1886, che mettevano tutta l’istruzione nelle mani dello Stato. L’anticattolicesimo raggiunse il suo culmine con il governo Waldeck-Rousseau (1899-1902), che nel 1901 approvava la legge delle Congregazioni, in base alla quale le congregazioni religiose dovevano essere regolate dallo Stato; e con il governo Combes (1902-1905), che nel 1905 approvava la legge di Separazione, per cui la Francia diventava ufficialmente uno Stato laico. Tale legge costrinse il successore di Leone XIII, Papa San Pio X, a rompere i rapporti con la Repubblica francese.

Lo stesso Leone XIII dovette ammettere con amarezza il fallimento della sua politica di accomodamento. Deplorando la totale mancanza di riscontro da parte della Repubblica francese alle sue aperture amichevoli, egli scrisse al presidente Loubet nel 1900: “Sarebbe per Noi un dolore pungente e amaro, arrivati al crepuscolo della Nostra vita, se dovessimo vedere tutte le Nostre buone intenzioni riguardo alla nazione francese e al suo governo svanire senza aver dato alcun frutto”.

Nello stesso anno il Pontefice scrisse al cardinale Richard di Parigi: “Fin dall’inizio del nostro pontificato, Noi non abbiamo risparmiato alcuno sforzo per realizzare in Francia questa opera di pacificazione. Sarà per Noi un’amarezza estrema se, nel crepuscolo della nostra vita, venissimo a sapere che le nostre speranze sono state ingannate e le nostre sollecitudini frustrate” (5).


Ma ormai era troppo tardi...


Note


1. Robert Havard de la Montagne, Histoire de la Démocratie Chrétienne de Lamennais à Georges Bidault, Amiot-Dumont, Parigi 1948, p. 14.
2. Pius VI Pont. Max., Acta, Typis Sacra Congregatione de Propaganda Fide, Roma 1871, Vol. II, pp. 26-27.
3. “Non conosce la dolcezza di vivere chi non è vissuto prima del 1789”, Charles Maurice de Tallerand-Périgord. Citato in François Guizot, Mémoires pour servir à l’histoire de mon temps, M. Lévy, Paris 1859, vol. I, p. 6.
4. E. Rivière, “Modernisme”, Dictionnaire de Théologie Catholique, col. 2016.
5. Citato in Emmanuel Barbier, Histoire du Catholicisme social et du Catholicisme libérale en France, Imprimerie Y. Cadoret, Bordeaux 1924, , vol. II, p. 531.

Categoria: Giugno 2010

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