Conferenze Varie

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Il “cambio di paradigma di Papa Francesco”
Continuità o rottura nella storia della Chiesa? *

 

di José Antonio Ureta

 

 

È per me un grande onore rivolgermi ancora una volta a voi. Ringrazio i direttori dell’Associazione Tradizione Famiglia Proprietà per avermi invitato a parlare del libro Il Cambiamento di Paradigma di Papa Francesco: Continuità o rottura con la missione della Chiesa?.

La materia di oggi è sulla possibilità o meno che ci sia un cambio di paradigma magisteriale nella Chiesa cattolica, come alcuni alti prelati, compreso papa Francesco stesso, si propongono e augurano.

Per rispondere a questa domanda vorrei ricordare alcuni principi basilari riguardanti il ruolo conferito da Nostro Signore a San Pietro e ai suoi successori quando, dopo aver ascoltato l’atto di fede di costui in cui affermava che Egli era "Cristo, il Figlio del Dio vivente", Gesù rispose:

«Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».


Certo, Nostro Signore dà a Pietro le chiavi del regno dei cieli, cioè la pienezza del potere di giurisdizione su tutta la Chiesa e non solo una supremazia di onore. Ma per i comuni fedeli cattolici ciò che conta di più è la frase precedente: "Su questa pietra edificherò la mia chiesa". In realtà, nel suo primo incontro con Simone, quando suo fratello Andrea lo presentò a Gesù, il nostro amato Signore e Salvatore lo guardò e gli disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; ti chiamerai Cefa che vuol dire pietra».

Il significato di questo passaggio nelle lingue latine è più facile da capire perché Pietro "vuol dire pietra”, roccia.

In ogni caso, ciò che conta è capire che Nostro Signore desiderava che la Sua Chiesa fosse edificata e stabilita sulla roccia e non sulla sabbia, come Egli stesso aveva insegnato nella parabola raccontata da San Matteo:

«Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande». (Mt 7:24-27).

Se questo è valido per ogni discepolo, a maggior ragione lo è per Pietro e per i suoi successori: al fine di essere una roccia per i fratelli, essi devono essere i primi a sentire e mettere in pratica le stesse parole di Gesù. Tanto più che Cristo disse a Pietro durante l'Ultima Cena, poco prima che il pescatore assicurasse la sua fedeltà fino alla morte: “Simone, Simone, ecco satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli” (Luca 22: 31-32).

Questo è il nucleo del ministero di Pietro, ciò che in latino si chiama il munus petrinus: essere la roccia della fede per confermare tutti i fedeli nella stessa fede.

Ora, ricordatevi della parabola che ho appena menzionato: per costruire una casa sulla roccia e non sulla sabbia, i seguaci di Cristo devono ascoltare e mettere in pratica le Sue parole. Succede che le parole di Gesù sono eterne e non cambiano col tempo. Quando Giuda chiese: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi, e non al mondo?», Gesù gli rispose:

“Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama (…). Chi non mi ama non osserva le mie parole; la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Queste cose vi ho detto quando ero ancora tra voi. Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v'insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Gv 14:22-26).


In questo passo abbiamo la portata precisa del carisma dell'infallibilità: lo Spirito Santo è promesso agli Apostoli e ai loro successori non per rivelare nuovi insegnamenti, ma per garantire la fedeltà del magistero della Chiesa a tutto ciò che Nostro Signore Gesù Cristo ha insegnato nel nome del Padre Eterno, cioè a salvaguardare l'integrità del deposito della fede affidato da Gesù alla Chiesa una volta e per sempre.

Questo carisma era necessario a causa della fragilità umana. Non solo la fragilità della nostra ragione decaduta, molto spesso indotta all'errore, ma anche per la facilità con cui noi umani, a causa del nostro istinto di socialità, raddoppiato dal nostro rispetto umano, rimaniamo scossi nelle nostre convinzioni quando coloro che ci circondano manifestano un’opinione opposta o diversa. Non è stato Pietro stesso che, poche ore dopo aver assicurato a Gesù che era pronto ad affrontare la prigione e la morte per Lui, negò il suo Maestro tre volte solo a causa di alcune osservazioni di una serva?

Ecco perché la Chiesa doveva imperativamente essere fondata su una roccia infallibile ed irremovibile al fine di resistere alle diverse mode intellettuali che avrebbero soffiato nel corso dei secoli e anche per resistere al tarlo dello scetticismo che, di tanto in tanto, corrode l'umanità a causa dei molti fallimenti della ragione umana. Tutti gli uomini, anzi tutti i cristiani, devono ripetere continuamente le parole del padre del ragazzo posseduto dal diavolo e liberato da Gesù: "Io credo, Signore: (ma) aiuta la mia incredulità" (Marco 9:23).

Bene, il principale aiuto che il Signore ci ha dato a questo rispetto è l'insegnamento immutabile e infallibile della Chiesa costruita su una roccia, cioè un potere garantito dal carisma dell'infallibilità.

Questo bisogno psicologico di un potere magisteriale infallibile è stato descritto molto accuratamente dal Prof. Plinio Correa de Oliveira:

"Quando ero ancora bambino sentivo un forte richiamo per la coerenza che mi rendeva un po’ insicuro ogni qualvolta cercavo di formarmi un’opinione da me stesso, perché non di rado mi rendevo conto di aver sbagliato. Quindi, sentivo una grande insicurezza. Alla fine, quando qualcuno mi parlò dell'infallibilità papale, esclamai: "Ecco, era di questo che avevo bisogno! Sono stato fatto, sono nato per ammirare l'infallibilità! Se non fosse per l'infallibilità, finirei per impazzire o completamente a pezzi".

"Penso che tutti siano così. Solo una persona che afferma qualcosa sapendola ancorata a un principio infallibile, insegnato dal rappresentante infallibile del Dio infallibile, ha veramente dei principi fermi".

Si potrebbe applicare all'infallibilità il motto dei certosini: Stat crux dum volvitur orbis. Mentre le opinioni ruotano attorno, i dogmi infallibili restano fermi e impediscono all'umanità d’impazzire. Costruire la nostra visione del mondo su semplici opinioni equivale a costruire una casa sulla sabbia: non resisterà alla pioggia, alle inondazioni e al vento. Costruire la nostra fede e la visione del mondo che ne deriva sui dogmi insegnati da Pietro e professati dalla Chiesa cattolica è come costruire una casa sulla roccia.

Da tutto ciò che ho detto, potete bene indovinare il terribile terremoto psicologico e spirituale che rappresenta per noi cattolici e per l'intera umanità il fatto che, davanti ai nostri occhi, appaia un romano pontefice che sembra scuotere e far oscillare la roccia della fede come se si trattasse di una duna di sabbia spazzata dai venti dei tempi.

Già dopo il Concilio Vaticano II, il generale De Gaulle, che, come statista era un fine osservatore della psicologia delle masse, osservò:

Giovanni XXIII ha promosso questa grande tematica dell’aggiornamento. Ho paura che sia andato troppo veloce. Per costruire, devi mettere il tempo dalla tua parte. Non sono sicuro che la Chiesa avesse ragione nel sopprimere le processioni, le manifestazioni esterne di culto, le canzoni in latino. È sempre sbagliato dare l'impressione di negarsi, di vergognarsi di se stessi. Giovanni XXIII è stato sopraffatto da ciò che aveva scatenato.

Fatta eccezione per l'affermazione secondo cui l'errore di Giovanni XXIII sarebbe stato soltanto andare troppo veloce, perché a mio parere non avrebbe dovuto affatto seguire la direzione di un aggiornamento secondo lo spirito del mondo, - tranne che per questo - sottoscrivo pienamente l'osservazione di De Gaulle: è sempre sbagliato dare l'impressione di negare se stessi; e ciò è ancora più vero per il Papa, il cui specifico ministero consiste nell'essere una roccia per confermare i suoi fratelli nella fede!

Facendo il contrario, cioè dando l'impressione che la Chiesa abbia intrapreso un "cambio di paradigma", papa Francesco non sta confermando, ma scuotendo la fede di milioni di cattolici e allontanando dalla Chiesa decine di migliaia di quei seguaci di false religioni che finora hanno guardato con simpatia alla Chiesa cattolica, proprio perché la vedono come una roccia mentre le loro stesse comunità religiose hanno per lo più messo i loro valori sulle sabbie mobili della società moderna e della sua dittatura del relativismo.

Un "cambio di paradigma" non è qualcosa di umile. L'espressione fu resa popolare da Thomas Khun, fisico, storico e filosofo americano della scienza, nel suo libro The Structure of Scientific Revolutions del 1962. "Paradigm shift" trasmette l'idea secondo cui la conoscenza umana non progredisce in modo lineare e continuo – possiamo chiamare tale progresso Tradizione - ma subisce periodiche rivoluzioni che rendono improvvisamente obsolete tutte le credenze precedenti.

Nonostante il significato relativistico ed evolutivo del termine, Papa Francesco l'ha usato nella recente Costituzione Apostolica Veritatis Gaudium sull'insegnamento universitario cattolico, dove ha chiesto "l’impegno generoso e convergente verso un radicale cambio di paradigma, anzi – mi permetto di dire – verso «una coraggiosa rivoluzione culturale»”.

Anche altri alti prelati a lui vicini hanno usato l'espressione, sempre in senso ideologicamente marcato. Il cardinale Blase Cupich, ad esempio, ha tenuto una conferenza nel Regno Unito, intitolata appunto: "La Rivoluzione della Misericordia di Papa Francesco: Amoris Laetitia come nuovo paradigma della cattolicità". Nel suo discorso, il cardinale arcivescovo di Chicago sostiene la necessità di "niente meno che un rivoluzionario" cambiamento di paradigma nel rapporto tra dottrina morale e prassi pastorale. Questo "cambiamento" consiste soprattutto nell'invertire l'ordine delle cose: la dottrina e il diritto devono essere subordinati alla vita così come l'uomo contemporaneo la vive. La Chiesa non dovrebbe insegnare, ma imparare dalla realtà sociale. La Chiesa dovrebbe accompagnare le persone nelle loro diverse "situazioni”, senza cercare di imporre loro "un insieme astratto di verità". Egli afferma che il cambiamento di paradigma consiste anche nel comprendere che Dio è presente e si rivela persino in "situazioni" che la Chiesa precedentemente definiva come peccaminose.

Per favore, prestate bene attenzione a ciò che dice il Cardinale Cupich: Dio si rivela in situazioni peccaminose!

Per la teologia tradizionale, il peccato è l'opposizione più radicale a Dio - da qui il bisogno dell'inferno per gli impenitenti - ma per la nuova teologia del Cardinale Cupich, Dio non è solo misericordioso verso il peccatore, che certamente Egli vuole sempre salvare, ma in realtà accetta il peccato in se stesso! Dalla conversazione di Nostro Signore con la donna adultera, hanno semplicemente tagliato fuori l'ultima frase: "va e d'ora in poi non peccare più" (Gv 8, 11).

Papa Francesco, nel controverso n. 303 di Amoris Laetitia, arriva al punto di affermare che un divorziato civilmente risposato può concludere in piena coscienza che rimanere nel suo rapporto adultero, praticare gli atti intimi riservati agli sposi, è il meglio che può fare nella sua situazione ed è ciò che per ora Dio può volere da lui. Il vescovo di Como, in una nota pastorale sui divorziati, ne ha tratto la conclusione naturale per cui “i singoli atti coniugali (sic) restano un ‘disordine oggettivo’, ma non sono necessariamente ‘peccato grave’ che impedisce di accogliere in pienezza la vita della grazia”. "A sua volta, in un cosiddetto "Approfondimento di Teologia Morale", allegato alla nota pastorale del vescovo di Como, il moralista mons. Angelo Riva è andato ancora oltre dichiarando categoricamente che tali rapporti adulteri “non sono peccati, sono atti buoni della vita coniugale”. "Anche prima della pubblicazione di Amoris Laetitia, il rapporto intermedio del primo Sinodo sulla famiglia sosteneva, in nome del principio di gradualità, che nelle unioni extraconiugali - come la convivenza pre-matrimoniale, la seconda unione civile o persino le unioni omosessuali - dobbiamo riconoscere "semi della Parola che si sono diffusi aldilà dei suoi confini visibili e sacramentali".

Come il noto filosofo austriaco Josef Seifert ha opportunamente segnalato, se il n° 303 di Amoris Laetitia vale per l'adulterio, non vi è alcuna ragione per cui non debba valere anche per l'aborto, il furto, la calunnia o qualsiasi altro atto intrinsecamente cattivo. Difatti, i vescovi delle province marittime del Canada non hanno impiegato molto tempo ad applicare Amoris Laetitia al suicidio, autorizzando gli ultimi sacramenti e la sepoltura cattolica per coloro che chiedono l'eutanasia.

La domanda sorge spontanea: com’ è possibile che un papa e certi cardinali della Chiesa cattolica possano promuovere uno smantellamento così radicale della morale in nome di un nuovo paradigma pastorale? La risposta può essere una sola: perché c'è stato un "cambio di paradigma" nella Teologia fondamentale, cioè un cambiamento nel concetto stesso di Rivelazione divina, che non viene più considerato come la comunicazione da parte di Dio di un insieme organico di verità intelligibili da noi ricevute attraverso le nostre orecchie - fides ex auditu, dice san Paolo nella sua epistola ai Romani (10,17) -, dunque una Rivelazione esterna a cui la nostra ragione deve dare il suo assenso, ma piuttosto una auto-comunicazione di Dio data direttamente all'anima, una sorta d’illuminazione interiore, che sta dentro le esperienze di vita di ogni persona. Un'auto-comunicazione di Dio che in realtà si estende oltre i confini dell'unica vera Chiesa di Cristo e raggiunge persino i seguaci di religioni non cristiane.

Come ha spiegato papa Francesco al suo confratello gesuita Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica: "La nostra non è una fede-laboratorio, ma una fede-cammino, una fede storica. Dio si è rivelato come storia, non come un compendio di verità astratte”. Questo nuovo concetto di Rivelazione implica, da parte della Chiesa, "un atteggiamento di ascolto e discernimento di tutto ciò che lo Spirito muove nella coscienza della gente di Dio", come ha scritto papa Francesco nella prefazione al primo volume delle opere del cardinale Martini.

Papa Francesco ha sviluppato ulteriormente questa concezione evolutiva della Divina Rivelazione durante un incontro per celebrare il 25 ° anniversario del Catechismo della Chiesa Cattolica:

“Solo una visione parziale considera il "deposito di fede" come qualcosa di statico. La parola di Dio non può essere messa in disarmo come una vecchia coperta nel tentativo di tenere a bada gli insetti! No. La parola di Dio è una realtà dinamica e vivente che si sviluppa e cresce perché è finalizzata a una realizzazione che nessuno può fermare. . . Non si può conservare la dottrina senza farla progredire né la si può legare a una lettura rigida e immutabile, senza umiliare l’azione dello Spirito Santo”

Dopodiché Papa Francesco ha operato un'applicazione concreta della sua visione circa un dinamico deposito della fede, riscrivendo ciò che il Catechismo della Chiesa Cattolica aveva detto riguardo alla pena di morte, bandendola con la pretesa che sia contraria alla nuova comprensione della dignità umana e ad una migliore consapevolezza del carattere riabilitativo delle pene.

Come ben sappiamo, molti passaggi della Scrittura insegnano la legittimità della pena capitale e i Padri della Chiesa compresero che tali passaggi la sanciscono. Inoltre, la Chiesa ha coerentemente seguito per due mila anni questa interpretazione, considerando la legittimità della pena capitale come una dottrina divinamente rivelata.

Qui abbiamo un caso in cui il "cambio di paradigma" rappresenta un cambiamento dottrinale nella comprensione di un aspetto della nostra fede cattolica.

Il rischio di assistere ad altri tentativi di papa Francesco di cambiare la dottrina cattolica, è apparso più imminente dopo la pubblicazione di un articolo in data 31 luglio 2018 a firma di padre Thomas Rosica, un prete canadese, portavoce ufficiale per la lingua inglese negli eventi importanti come i Sinodi, e uno dei principali membri della cerchia ristretta di Francesco. Egli ha scritto:

Papa Francesco rompe le tradizioni cattoliche quando vuole, perché è “libero da attaccamenti disordinati”. La nostra Chiesa è effettivamente entrata in una nuova fase: con l'avvento di questo primo Papa gesuita, è apertamente governata da un individuo piuttosto che dall’autorità della sola Scrittura o persino dai dettami della tradizione più la Scrittura.

Nella mente di padre Rosica, il Papa non è il Vicario di Cristo, ma piuttosto il suo successore, perché è libero da un "attaccamento disordinato" agli insegnamenti di Cristo e, quindi, ha il pieno diritto di cambiarli a piacimento. Con Francesco, la roccia di Pietro si è evoluta diventando una duna di sabbia mobile...

Questa tesi si contrappone in modo frontale a ciò che la Costituzione Pastor Aeternus del Concilio Vaticano I sull'infallibilità papale, espressamente insegna:

«Lo Spirito Santo infatti, non è stato promesso ai successori di Pietro per rivelare, con la sua ispirazione, una nuova dottrina, ma per custodire con scrupolo e per far conoscere con fedeltà, con la sua assistenza, la rivelazione trasmessa dagli Apostoli»


Sarebbe in grado, Padre Rosica, di affermare che San Paolo aveva un attaccamento disordinato alla Scrittura quando ha detto: "Ma anche se noi o un angelo del cielo vi predichiamo un vangelo diverso da quello che vi abbiamo predicato, sia anatema" (Gal. 1, 8)?


Tra coloro che negano che un cambiamento di paradigma possa aver luogo negli insegnamenti o nelle discipline perenni della Chiesa si trova il cardinale Gerhard Müller, l'ex prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Egli ha pubblicato un articolo su First Things intitolato "Sviluppo o corruzione? Possono esserci "cambiamenti di paradigma" nell'interpretazione del deposito della fede?" dove ricorda che "‘Gesù Cristo é sempre lo stesso: ieri, oggi e per tutta l’eternità’ (Eb 13, 8) – questo è, al contrario, il nostro paradigma, che non cambieremo per nessun altro. Perché ‘nessuno può porre altro fondamento diverso da quello che è stato posto, cioè Gesù Cristo’ (1 Cor 3, 11)”. "Chiunque parla - aggiunge il cardinale tedesco - di una svolta copernicana nella teologia morale, che trasforma una diretta violazione dei comandamenti di Dio in una lodevole decisione di coscienza, evidentemente parla contro la fede cattolica".


Il libro Il Cambio di Paradigma di Papa Francesco: Continuità o Rottura nella Missione della Chiesa? condivide l'affermazione del cardinale Müller, anche se la sua portata è più limitata. Esso cerca di stilare un elenco delle posizioni di Papa Francesco che rivelano un cambio di paradigma in relazione all'insegnamento perenne della Chiesa, ma solo nelle questioni relative ai laici. Pertanto, ho escluso appositamente dal libro, argomenti che sono più importanti e anche controversi e che riguardano la struttura stessa della Chiesa cattolica e i suoi dogmi fondamentali. Queste questioni superano di gran lunga il campo visivo e la conoscenza dei fedeli comuni, persino di quelli ben informati e formati che non sono specialisti.

Il libro Il Cambio di Paradigma di Papa Francesco: Continuità o Rottura nella Missione della Chiesa? pur condividendo pienamente l'affermazione del cardinale Müller, non pretende di essere un libro teologico sulla dottrina della fede. Esso si limita invece a stilare un elenco documentato, una sorta d’inventario, di quelle posizioni di Papa Francesco che rivelano un cambio di paradigma in relazione all'insegnamento perenne della Chiesa, in questioni in cui un laico ben informato e con ragionevoli nozioni dottrinali è perfettamente legittimato a opinare. Il mio scopo è quello di trovare il filo rosso che collega questi diversi aspetti del pontificato al fine di dimostrare, alla luce della nozione di cambiamento di paradigma, che esiste un quadro d’insieme, il quale permette a sua volta di trarre delle solide conclusioni.

Questo lavoro non intende neppure fare un' approfondita analisi dottrinale di ciascuno degli argomenti trattati, cosa che lascio volentieri ai teologi di professione, ma semplicemente di presentare un resoconto commentato delle attuali dichiarazioni e iniziative del Pastore Supremo, che hanno più seriamente ferito il sensus fidei del suo gregge.

Gli argomenti, trattati in otto capitoli, sono quelli che hanno lasciato più sconcertati i cattolici comuni. Pertanto, non mi riferisco ai media tradizionalisti, ma ai più numerosi fedeli conservatori che frequentano ancora le parrocchie e che non sono stati ideologicamente trasbordati dai pastori neo-modernisti. Essi sono:

• Abbandono pastorale della linea di difesa dei "valori non negoziabili";
• Promozione dell'agenda neo-marxista dei cosiddetti "movimenti sociali";
• Promozione dell'agenda "verde" e di una mistica ambigua verso la "Madre Terra";
• Favoreggiamento dell'immigrazione e dell'Islam;
• Promozione dell'indifferentismo religioso, del relativismo filosofico e dell'evoluzionismo teologico;
• Predica di una nuova moralità soggettiva priva d’imperativi assoluti e consentimento dell'accesso alla comunione ai divorziati risposati.

In un capitolo riassuntivo, il lavoro mostra che il desiderio di adattare la Chiesa alla modernità rivoluzionaria e anticristiana è il denominatore comune – il filo rosso se volete - del cambio di paradigma dell'attuale pontificato e la ragione della simpatia che riceve dai poteri di questo mondo.

Il capitolo finale tratta della liceità di resistere a tale cambiamento di paradigma secondo l'insegnamento di San Paolo contenuto nella Lettera ai Galati. Notate per favore che se è vero che nessun papa può insegnare infallibilmente una eresia, è anche vero che un papa che non usa il carisma dell'infallibilità o affronta una questione non coperta da questo carisma può sbagliare. E in tal caso, i fedeli possono e devono resistere per amore della verità e della Chiesa.

Rimane una domanda: come relazionarsi con i pastori che adottano e mettono in pratica il cambio di paradigma dell'ispirazione bergogliana? - Come relazionarsi con il Pastore dei pastori, che lo sta promuovendo?

Il mio lavoro postula che è indispensabile evitare due soluzioni "facili" ma opposte. Una sarebbe dire: "Dopo tutto, il Papa è il rappresentante di Cristo e i vescovi sono i successori degli Apostoli. Sono il "magistero vivente". Chi sono io per giudicarli? Se il Papa - e i vescovi che lo sostengono - sbagliano, è un loro problema non mio”.

"L'altra “facile” soluzione sarebbe dire:" Tutto ciò è chiaramente eretico, quindi chi lo promuove non può essere Papa ", cadendo così nel sedevacantismo e dispensandosi dalla resistenza a un superiore, semplicemente perché non si riconosce più la sua autorità di superiore.

È necessario invece respingere questa falsa alternativa e prendere una via intermedia, che eviti entrambe le insidie. Alla domanda se dobbiamo avvicinare pastori e sacerdoti che stanno demolendo la Chiesa, per ricevere gli insegnamenti della Chiesa dalle loro labbra e i sacramenti dalle loro mani, il libro presuppone un livello minimo di fiducia e concordia reciproca nelle relazioni spirituali tra pecore e pastori, e risponde che in molti luoghi non ci sono più le condizioni per l'esercizio abituale di una convivenza continua e quotidiana con quei pastori demolitori senza che ciò non comporti un serio rischio per la fede e un grave scandalo tra i buoni. E conclude che cessare la convivenza ecclesiastica quotidiana con loro è un diritto di coscienza.

A qualcuno dei presenti che possa rimanere scioccato da questa proposta - ritenendo che tale sospensione della relazione abituale con i pastori demolitori equivalga a uno scisma – faccio notare che questo diritto all'auto-segregazione cosciente è analogo a quello di una moglie e dei figli in relazione a un padre prevaricatore che li maltratti psicologicamente. Senza abbandonare la casa, essi possono legittimamente decidere di occupare stanze più separate della casa. Oppure, possono cambiare residenza per proteggersi dall'influenza del padre cattivo. Tale ritiro dalla convivenza quotidiana e abituale, non rappresenta l'ignoranza dei legami coniugali e filiali che stringono moglie e figli al padre, né significa mancanza del loro dovere di fedeltà nei suoi confronti. Al contrario, può condurre il padre difettoso a fare un esame di coscienza e a convertirsi, portando a una ripresa della normale vita familiare.

Naturalmente, una tale proposta di auto-segregazione non dovrebbe essere messa in pratica universalmente, dal momento che il processo di demolizione potrebbe essere più avanzato qui e un po' più in ritardo là. Per esempio, quando si tratta della riammissione all'Eucaristia dei divorziati civilmente risposati, la situazione in Germania non è la stessa che troviamo qui o in Polonia o in Africa. È quindi comprensibile che alcuni fedeli frequentino le chiese rette da sacerdoti che praticano il nuovo paradigma, e che altri si rifiutano invece di farlo, evitando ogni rapporto spirituale e religioso abituale con quegli ecclesiastici, anche per quanto riguarda la vita sacramentale.

Questa resistenza equilibrata è ciò che caratterizza la nostra proposta come una "via intermedia", cioè, che mantiene intatti quei vincoli di fedeltà che uniscono i fedeli ai loro legittimi Pastori, ma che prende le necessarie misure prudenziali per preservare l'integrità della propria fede, praticando così la carità verso i deboli evitando di scandalizzarli sfoggiando una coesistenza normale con prelati impegnati nell’autodemolizione della Chiesa.

Nell'attuale confusione, che rischia di peggiorare nel prossimo futuro, una cosa è certa: i cattolici fedeli al loro battesimo non prenderanno mai l'iniziativa di rompere il sacro vincolo di amore, venerazione e obbedienza che li unisce al successore di Pietro e ai successori degli Apostoli, anche quando questi li opprimano e agiscono per demolire la Chiesa. Se abusando del loro potere e cercando di costringere i fedeli ad accettare le loro deviazioni, quei prelati dovessero condannarli per la loro fedeltà al Vangelo e per la loro legittima resistenza all'autorità, saranno questi pastori e non i fedeli i responsabili di quella rottura e delle sue conseguenze davanti a Dio, davanti ai diritti della Chiesa e alla Storia. San Atanasio, un caso emblematico, fu vittima di abuso di potere ma rimase una stella nel firmamento della Chiesa.


Soprattutto, dobbiamo ricordare che la Chiesa ha ricevuto il dono dell’indefettibilità, che è quella proprietà soprannaturale che garantisce la perpetuità e l'immutabilità dei suoi elementi essenziali, fondata sulla promessa di Nostro Signore e incarnata nel versetto finale del Vangelo di San Matteo : "Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (28, 20).


Pertanto, come ha affermato Plinio Corrêa de Oliveira, "è possibile e anche probabile che avremo terribili delusioni. Ma è abbastanza certo che lo Spirito Santo continua a suscitare nella Chiesa energie spirituali ammirevoli e indomabili di Fede, purezza, obbedienza e dedizione che a suo tempo, ancora una volta, ricopriranno il nome cristiano di gloria. Il ventesimo secolo non sarà solo il secolo della grande lotta, ma soprattutto il secolo dell'immenso trionfo."

Pregando la Madonna di Fatima di proteggere la Chiesa Cattolica Romana in questa emergenza e supplicandoLa di anticipare l'ora gloriosa del trionfo del Suo Cuore Immacolato, vi ringrazio dell’attenzione.

 

(Conferenza tenutasi a Milano, il 27 novembre 2018, e successivamente a Verona, Roma, Firenze, Napoli e Salerno)

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