Sinodo Pan-Amazzonico

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Sinodo Amazzonia, si comincia male

 

Stefano Fontana*

 

Nel 2019 si terrà il Sinodo sull’Amazzonia dal tiolo: “Amazzonia: nuovi cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale”. Se si legge il Documento preparatorio che porta la data dell’8 giugno 2018, si rimane colpiti dall’elogio della cultura dei popoli indigeni e ci si chiede se fosse stato proprio necessario evangelizzarli, anzi, ci si sente in colpa per averli evangelizzati.

Nel paragrafo 3 – “Identità dei popoli indigeni” – non un accenno agli aspetti animisti, superstiziosi, panteisti, violenti, irrazionali, pagani di quelle culture. Il paragrafo 6, intitolato “spiritualità e saggezza”, è una entusiastica enumerazione dei sani valori spirituali dei popoli indigeni, esempi di “buon vivere”, che esiste «quando si vive in comunione con gli altri, con il mondo, con gli esseri circostanti e con il Creatore. I popoli indigeni, infatti, vivono all’interno della casa che Dio stesso ha creato e ha dato loro in dono: la Terra. Le loro diverse spiritualità e credenze li portano a vivere una comunione con la terra, l’acqua, gli alberi, gli animali, con il giorno e con la notte».

Questo “ben vivere”, dice il testo, coincide con l’”ecologia integrale”, che è nel titolo del Sinodo e negli insegnamenti di papa Francesco. Ma se quei popoli vivono l’ecologia integrale sarà il Sinodo a dover imparare da essi piuttosto che trovare modi per portare loro l’annuncio della liberazione cristiana dalle stesse loro culture.

Il Sinodo sull’Amazzonia attirerà l’attenzione soprattutto per la questione dei “viri probati” e per le “donne diacono”. Credo però che il Sinodo dovrebbe attrarre la nostra attenzione anche per questa visione delle culture indigene precristiane che il documento preparatorio presenta di fatto come non bisognose di evangelizzazione. Sembra che lo scopo del Sinodo sia solo di «Proteggere i popoli indigeni e i loro territori».

Il documento preparatorio presenta l’evagelizzazione del Continente soprattutto come una colpevole storia di oppressione e spogliazione, secondo la lettura della teologia della liberazione piuttosto che di una sana valutazione storica e cristiana. L’evangelizzazione delle popolazioni delle Antille e dell’America meridionale avvenne in maniera complessa, mescolata con le operazioni di conquista di quelle terre, con le violenze perpetrate nei confronti degli indigeni e in rapporto anche agli interessi economici e politici di Spagna e Portogallo. I conquistadores spesso agirono di propria iniziativa, frequentemente i missionari difesero gli indios dagli avventurieri. I missionari stessi erano spinti da un grande ardore missionario, ma erano impreparati alla nuova frontiera della missione, la teologia non aveva ancora chiarito molti aspetti del problema.

Ciononostante ci sono moltissimi esempi di dedizione alla causa degli indios e di molteplici interventi per il loro sviluppo materiale e intellettuale. L’Istituto del “patronato” non favorì una corretta evangelizzazione in quanto vi introdusse motivi di interesse politico. La Chiesa ben presto se ne accorse e avocò completamente a sé l’attività missionaria. I pontefici intervennero spesso per condannare la violenza e ribadire la dignità umana degli indios.

Il più importante documento in questo senso è la bolla “Sublimis Deus” con cui nel 1537 papa Paolo II condanna lo schiavismo proclamando che “Indios veros homines esse”: «Stabiliamo e dichiariamo che i predetti indios, e tutti gli altri popoli che in futuro verranno scoperti dai cristiani, anche se non sono cristiani, non si possono privare della libertà e del dominio della proprietà, e che è lecito ad essi godere della loro libertà e dei loro beni e acquisirne, né che si debbono ridurre in schiavitù».

Bartolomeo de Las Casas attraversò l’oceano sette volte per chiedere la protezione del re in favore degli indigenti privati dei loro diritti. Toribio di Benavente era chiamato dai messicani “il povero” perché dava via generosamente tutto quello che aveva. Pietro di Gand aveva fondato una scuola in cui veniva insegnato a leggere e a scrivere e venivano impartite lezioni di artigianato e di tecnica. Il vescovo Zumàrraga istituì già nel 1536 un collegio di studi superiori.

Il Concilio del 1576 metteva in guardia contro i battesimi troppo affrettati e insisteva per una regolare istruzione per i catecumeni. Lo stesso Concilio rendeva obbligatorio lo studio delle lingue locali e proibiva la confessione a mezzo di interpreti. Nel Paraguay i gesuiti realizzarono le “reducciones”. Ecco solo alcuni spunti per dire che l’evangelizzazione dell’America latina e dei Caraibi non può essere affrontata senza una sana prospettiva storica e, soprattutto, senza una sana visione di teologia della storia.

La questione, in ogni caso, ci porta al problema dei documenti preparatori delle assise ecclesiali, a cosa servano veramente e a come dovrebbero essere fatti. Ma di questo parleremo prossimamente in questo blog.

 

* Direttore dell'Osservatorio internazionale Cardinale Van Thuan sulla Dottrina sociale della Chiesa

Categoria: Sinodo Pan-Amazzonico