Plinio Corrêa de Oliveira

  • 15 ottobre

    Santa Teresa d’Avila (1515-1582)

     

     

    di Plinio Corrêa de Oliveira

    Santa Teresa d’Avila (1515-1582) era al Carmelo di Toledo quando il re del Portogallo, Don Sebastiano (1554-1578), fu ucciso e il suo esercito sconfitto alla grande battaglia contro i Mori ad Alcacer-Quibir, in Marocco, nel 1578. La santa ebbe una rivelazione relativa a questa disfatta. Ne fu grandemente rattristata e pianse, perché si augurava con tutte le sue forze la vittoria della Cristianità e la sconfitta dei suoi nemici.

    Protestò con il Signore: “Mio Dio,come puoi permettere la disfatta del tuo popolo e la vittoria dei tuoi nemici?”. Il Signore le rispose: “Se li ho trovati pronti a comparire alla mia presenza, perché sei triste?”

    Il suo sentimento di tristezza svanì quando considerò la gloria di cui i soldati uccisi in battaglia stavano già godendo in Cielo. Ammirava questi guerrieri che Dio aveva trovato pronti per la felicità eterna, specialmente se considerava i costumi normalmente rilassati dei soldati. Immediatamente le venne il desiderio di estendere la sua riforma carmelitana al Portogallo.

    Pregò ardentemente per conoscere la volontà di Dio, e nel giorno della festa dell’Assunzione la risposta venne. Il Signore le disse: “Figlia mia, non andrai in Portogallo per fondare case della tua riforma. Le tue figlie e figli lo faranno in futuro, quando porrò termine al castigo inflitto al Portogallo e mostrerò la mia misericordia a questo Paese. L’aumento del numero di buoni religiosi mi permetterà di sollevare il Portogallo dalla miseria in cui sarà caduto, di restaurarlo nella felicità di cui aveva goduto in passato, e di promettergli future glorie”.

    Vediamo qui collegarsi due temi: la sconfitta di Alcacer-Quibir nel 1578 e la fondazione di conventi carmelitani in Portogallo. 

    In primo luogo Santa Teresa stava pregando quando Dio le rivelò che il re Don Sebastiano del Portogallo, che regnò dal 1557 al 1578, aveva patito la grande sconfitta di Alcacer-Quibir. La battaglia si rivelò decisiva da diversi punti di vista.

    Se il re Don Sebastiano – un re molto pio e vergine, l’ultimo fiore del vecchio Portogallo – fosse stato vittorioso, avrebbe spezzato il potere dei musulmani. Il Portogallo avrebbe potuto fondare una prospera colonia nell’Africa del Nord, un ponte verso un’Africa interamente cattolica. Questo avrebbe portato un fiero colpo al potere dei musulmani nel mondo intero.

    Gli islamici occupavano allora la penisola balcanica, la Turchia, tutta l’Asia Minore, il Nord Africa e parti dell’Africa sub-sahariana. Pertanto, se l’esercito portoghese avesse conquistato una parte del Nord Africa, altri regni come la Spagna e la Francia avrebbero profittato di questa vittoria. Il Portogallo aveva già la sua testa di ponte a Fez. Ad Alcacer-Quibir tentava di ampliare la sua posizione militare. Per queste ragioni Alcacer-Quibir fu una battaglia decisiva.

    Per questa battaglia d’oltremare il re Don Sebastiano aveva allestito una grande flotta a Lagos con un ampio esercito di nobili e soldati portoghesi. Gli storici dicono che la sua tattica contro i musulmani fu imprudente. Morì in battaglia e il potere portoghese patì un duro colpo. Al contrario, il potere islamico si consolidò e prese forza.

    Questo non fu solo un fatto negativo per la lotta contro l’islam, ma favorì anche i protestanti. In effetti, liberi dalla pressione cattolica in Africa, i musulmani si concentrarono sui Balcani e sull’attacco contro l’Austria-Ungheria. Per questo scopo favorirono gli Stati protestanti che erano anch’essi nemici dell’Impero Austro-Ungarico.

    La catastrofe fu pure disastrosa per l’indipendenza del Portogallo. Don Sebastiano lasciò un solo erede, il cardinale Don Enrico (1512-1580) suo zio, che divenne re del Portogallo. La Santa Sede lo dispensò dal celibato ecclesiastico perché potesse continuare la dinastia degli Avis. Ma regnò solo due anni, dal 1578 al 1580, e non ebbe figli. La corona portoghese passò per diritto di successione al re Filippo II di Spagna (1527-1591). La dinastia degli Avis sparì. Così, la morte del re Don Sebastiano ad Alcacer-Quibir rappresentò un danno gravissimo per il Portogallo.

    Comprendendo tutto questo, Santa Teresa divenne triste e pianse. Chiese al Signore come aveva potuto permettere la disfatta. La risposta fu che quell’esercitò era così ben preparato spiritualmente che Egli portò molti dei soldati in Cielo. Con tutto il rispetto, questa prima parte della risposta del Signore ci sembra un po’ evasiva. Ma la risposta completa viene quando il Signore spiega che la disfatta è stata una punizione e che i buoni religiosi che verranno saranno uno dei modi di sfuggire al castigo.

    Potete vedere come il centro del dialogo fra Santa Teresa e il Signore è essenzialmente una preoccupazione politica e militare che riguarda il Portogallo. Questo si oppone a una certa mentalità sentimentale e dolciastra sulle vite dei santi, che non vorrebbe mai considerare questi aspetti. Tutto dev’essere spirituale nel senso più ristretto del termine. Questa falsa pietà aborre ogni riferimento agl’interessi politici e militari cattolici. Ritiene falsamente che la spiritualità sia una cosa così elevata da escludere questi aspetti. Insinua che il vero santo non si occupa di affari politici e militari. Ma questo episodio che coinvolge Santa Teresa e il Signore testimonia precisamente il contrario.

    Il Signore mostra la sconfitta militare del re Sebastiano in una rivelazione mistica alla grande Santa Teresa perché è questo il tema di cui vuole intrattenersi con lei. Evidentemente Dio aveva un grande interesse per quella battaglia. Quando la causa cattolica è sconfitta in armi, le persone sante dovrebbero essere tristi. E Santa Teresa lo era. Ne segue un dialogo, dove Dio rivela il senso profondo della storia e le ragioni soprannaturali della sconfitta.

    Consideriamo quanto meravigliosi sono i disegni di Dio. La sua Divina Sapienza ha un’infinità di sfaccettature, che l’intelligenza umana non potrà mai riuscire ad abbracciare. Risponde alla domanda di Santa Teresa affermando che molti soldati portoghesi erano ben preparati alla morte e così li ha portati in Cielo. Vedete come anche nel momento in cui Dio sta castigando una nazione, la sua misericordia tiene conto della situazione spirituale dei combattenti. Forse avrebbe rimandato il momento del castigo se quei soldati non fossero stati pronti a una buona morte. Vedete la sua delicatezza, la sua bontà, la sua misericordia.

    In secondo luogo, lasciatemi dire una parola sull’Ordine Carmelitano. Santa Teresa aveva la speciale missione di diffondere la riforma del Carmelo. La missione dei Carmelitani era quelle di attirare tramite la preghiera e la penitenza le grazie di Dio nei Paesi dove fondavano i loro conventi. Una seconda dimensione della loro missione era di guadagnare queste grazie per tutta la Cristianità e – terza dimensione – per il mondo intero, perché tutti potessero convertirsi alla religione cattolica.

    Quando Santa Teresa vide che la nazione portoghese era per molti aspetti fervente, concepì il desiderio di fondarvi un convento. Era un progetto eccellente e gradito a Dio, Ma Dio stesso chiese di rimandarne l’esecuzione. Perché? Solo la Divina Sapienza lo sa.

    Ma una considerazione è che il popolo portoghese aveva bisogno di tempo per accettare la supremazia spagnola dopo che la corona del Portogallo era stata incorporate alla Spagna del re Filippo II, che l’aveva ricevuta in legittima successione dopo la morte del cardinal Don Enrico. Se le carmelitane spagnole fossero andate subito in Portogallo secondo il desiderio di Santa Teresa avrebbero potuto trovarvi una cattiva accoglienza. Un periodo di adattamento sembrava necessario. Forse fu questa una delle ragioni per cui il Signore rimandò l’arrivo delle carmelitane spagnole in Portogallo. Dopo che l’unione dei due regni fu accettata la presenza di carmelitane spagnole in Portogallo seguì naturalmente e produsse immensi frutti spirituali.

    Come conclusione, possiamo vedere quanto è importante seguire gli eventi del nostro tempo nella misura in cui hanno a che fare con la salvezza delle anime, la causa cattolica, la sconfitta della Rivoluzione, la gloria e l’esaltazione della Sante Chiesa. Questo per noi è un atto di amore a Dio caratteristico della nostra vocazione contro-rivoluzionaria, che è attenta ai problemi dell’ora presente.

    Chiediamo a Santa Teresa questa grazia incomparabile.

     

    (Traduzione a cura di Massimo Introvigne)

  • La novena di Cristo Re, Fatima ed il Regno di Maria 

     

     

    di Plinio Corrêa de Oliveira

    Domani è la festa di Nostro Signore Gesù Cristo Re. Dobbiamo farci un'idea delle realtà celesti attraverso quelle terrene, poiché proprio le realtà terrene ci sono state date per considerare quelle celesti. E, per conoscere meglio quelle celesti, dobbiamo immaginare cos'è, sulla Terra, il Regno di Cristo e poi considerare meglio quale sarà il regno glorioso ed eterno di Nostro Signore Gesù Cristo in Cielo.

    D'altra parte, poiché le cose sbagliate sono state permesse da Dio al fine di conoscere quelle giuste, possiamo, per questo, vedere bene cos’è l’opposto del Regno di Nostro Signore Gesù Cristo, e quindi avere un'idea di quale sia il vero regno di Nostro Signore Gesù Cristo sulla terra. In questo modo avremo un'idea di quale sia il regno glorioso di Nostro Signore Gesù Cristo in Cielo.

    Continuamente, come figli della Contro-Rivoluzione, affrontiamo ogni sorta di disordini, capovolgimenti di valori, ignominie e immoralità che fanno parte di questo mondo, già quasi completamente dominato dalla Rivoluzione, che è il mondo occidentale dei nostri giorni.

    Ma non abbiamo ancora – nemmeno lontanamente - la nozione di cosa sia l'opposto del Regno di Nostro Signore Gesù Cristo, cioè il mondo comunista. Cos'è la tristezza, cos'è l'oppressione, cos'è il materialismo, cos'è l'immoralità, cos'è la banalità, cos'è la volgarità del mondo comunista...

    Un piccolo fatto che mi viene in mente qui al momento lo indica bene. Un sacerdote gesuita armeno, Alagiagian, che era stato a lungo imprigionato nelle carceri comuniste, racconta questo episodio: liberato dopo dieci anni di carcere, lui e alcuni altri prigionieri furono scortati in treno da Mosca a Vienna, passando per Budapest. Lungo tutto il tragitto, viaggiavano con le tende abbassate, il che, di per sé, indica già qualcosa del cupo dominio comunista. Trascorso un certo tempo, giunsero a Budapest; scesero, mangiarono qualcosa, risalirono sul treno e proseguirono. Naturalmente, il sacerdote cominciò a chiedersi quando avrebbe attraversato il confine. Anche perché questo corrispondeva a una sua grande aspettativa, perché quella era la fine del pericolo, perché allora c’era la possibilità di entrare in terra libera e sfuggire alle grinfie comuniste.

    Egli raccontò che, pur tuttavia con le tende abbassate, percepirono – con totale certezza – il momento in cui il confine veniva attraversato. Infatti, ad un certo punto, il treno si fermò in una piccola stazione e iniziarono a sentire delle risate. Dalle risate che avevano sentito, capirono di essere entrati nel mondo occidentale. Perché fin lì, durante tutto il tragitto, non avevano incontrato nessuna espressione di gioia, soddisfazione, appagamento o altro! Era quel rigore, quella cosa cupa, accigliata, maligna, un'atmosfera di tormento da campo di concentramento, di tirannia. E tutto ciò fatto a favore dell'inversione dei valori, che caratterizza direttamente l'impero del comunismo.

    Una persona che ha viaggiato pure in Russia – una donna di San Paolo – ha raccontato che avendo preso un aereo cecoslovacco a Monaco, per andare oltre la cortina di ferro, non appena salita sull'apparecchio si rese subito conto d’essere entrata nel mondo comunista: il rivestimento dell'aereo era dozzinale, la tappezzeria anche, il servizio scadente, tutti erano accigliati, infastiditi. Si sentiva come se fosse stata strappata a forza e posta viva all'interno di un campo di concentramento!

    Questo è il mondo verso cui ci stiamo dirigendo. Questi sono gli orrori in cui stiamo entrando...

    Se vogliamo farci un'idea dell'estremo opposto del regno di Nostro Signore Gesù Cristo, possiamo immaginare una città completamente futuristica, “artisticamente” moderna, con tutto organizzato secondo i metodi più tirannici della tecnica moderna: senza felicità, un materialismo completo, immoralità e amore libero totale, nessuna speranza del Cielo, nessun apprezzamento per i valori dello spirito, nessuna compostezza o dignità delle autorità stesse.

    E allora avremo un'idea del mondo verso cui ci stiamo dirigendo e avremo una consapevolezza più chiara che siamo in una situazione intermedia, dove stanno scomparendo gli ultimi resti del regno di Cristo Re e già appaiano chiaramente e apertamente anche affermazioni del regno del diavolo. Mentre uno scompare, l’altro appare...

    Capiamo anche qual è il piacere opposto. Perché se il regno del diavolo è così orribile - e lo vediamo già intorno a noi - comprendiamo anche quale sarà la gioia nel momento benedetto in cui la "Bagarre" (ndt, la “grande confusione”, come il prof. Plinio di solito denominava i castighi previsti dalla Madonna a Fatima, se l'umanità non si fosse convertita e fatto penitenza per i suoi peccati) avrà termine. E che il Regno della Madonna avrà inizio e che tutto cambierà completamente aspetto. La virtù sarà glorificata, l'ortodossia sarà rispettata in tutto il mondo; tutte le leggi, tutte le istituzioni, tutti i costumi rifletteranno lo spirito della Chiesa cattolica; ogni modo di pensare sarà conforme alla dottrina e allo spirito della Chiesa cattolica. Tutto ciò che si ammira sarà il bene e la verità; tutto ciò che si esecra sarà l’errore e il male. Tutti gli uomini, tutti i valori, tutte le cose saranno posti nell’ordine a loro dovuto, dando così gloria a Dio, che è il vero Autore di questo stesso ordine!

    Quando giungeremo alla fine dei nostri giorni, avremo la gioia di essere nati nel regno del diavolo ma di aver operato per l'avvento del Regno di Cristo, considerando quell'ordine restaurato e potendo dire che fu un'opera di Dio fatta con la collaborazione delle nostre mani. Quando chiuderemo gli occhi, avremo un'idea precisa del Regno di Cristo in Cielo.

    La prima alba sarà quando questo periodo terminerà con la “Bagarre” e si entrerà nel Regno di Cristo, “ad Jesum per Maria”. La seconda alba sarà quando chiuderemo gli occhi e per la nostra anima si aprirà il regno di Cristo attraverso la Madonna, in Cielo. Allora, tutto ciò che era simbolo, apparenza, sarà passato. Dio sarà visto faccia a faccia, vedremo la Madonna faccia a faccia. Vedremo faccia a faccia anche la realtà delle anime.

    E si comprenderà anche - in modo indiretto e superlativo - tutto quell'ordine del Cielo, modello di quello che noi amavamo sulla Terra. In questa seconda affermazione del Regno di Cristo, i contro-rivoluzionari riceveranno il premio per aver lottato così duramente per il Regno di Cristo sulla terra.

    Chiediamo alla Madonna che ci conceda queste convinzioni con energie sempre maggiori. Perché - dicevo l'altro giorno - verranno giorni cattivi e pessimi e sarà sempre più questa speranza a incoraggiare i contro-rivoluzionari. Dobbiamo vivere sempre di più di speranza e la nostra grande speranza è l'instaurazione del Regno di Cristo attraverso il Regno di Maria qui in terra e, in questo modo, giungere al Regno di Cristo regnante per mezzo di Maria Santissima, in Cielo. Questa è dunque la considerazione per la festa di Cristo Re.

     

    Fonte: pliniocorreadeoliveira.info, Santo del giorno - 24 ottobre 1964. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà - Italia

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte.

  • Sant’Ambrogio: Dottore della Chiesa

       7 dicembre, festa di Sant’Ambrogio, vescovo di Milano (339-397). Confessore e Dottore della Chiesa, difese la libertà della Sposa di Cristo perfino scontrandosi con Teodosio, Imperatore d’Occidente. Grande lottatore contro le eresie, è venerato come caposaldo della Chiesa a Milano che, appunto dal suo nome, è conosciuta come “Ambrosiana”


     

    di Plinio Corrêa de Oliveira

    Sant’Ambrogio era un uomo di un enorme talento, famoso in tutta la Cristianità del suo tempo, in tutta l’immensità dell’Impero Romano, per le sue opere, per la sua influenza pubblica, come scrittore prolifico e per tanti altri pregi. Sant’Agostino racconta nelle sue memorie (le «Confessioni») che dovette a lui la propria conversione. Nutriva una vera ammirazione per Sant’Ambrogio:

    “Non t’invocavo ancora con gemiti affinché venissi in mio aiuto. Il mio spirito era piuttosto attratto dalla ricerca e mai sazio di discussioni. Lo stesso Ambrogio era per me un uomo qualsiasi, fortunato secondo il giudizio mondano perché riverito dalle massime autorità; l’unica sua pena mi sembrava fosse il celibato che praticava. Delle speranze invece che coltivava, delle lotte che sosteneva contro le tentazioni della sua stessa grandezza, delle consolazioni che trovava nell’avversità, delle gioie che assaporava nel ruminare il tuo pane entro la bocca nascosta del suo cuore, di tutto ciò non potevo avere né idea né esperienza. Dal canto suo ignorava anch’egli le mie tempeste e la fossa ove rischiavo di cadere. Non mi era infatti possibile interrogarlo su ciò che volevo e come volevo.

    “Caterve di gente indaffarata, che soccorreva nell’angustia, si frapponevano tra me e le sue orecchie, tra me e la sua bocca. I pochi istanti in cui non era occupato con costoro, li impiegava a ristorare il corpo con l’alimento indispensabile, o l’anima con la lettura. Nel leggere, i suoi occhi correvano sulle pagine e la mente ne penetrava il concetto, mentre la voce e la lingua riposavano. Sovente, entrando, poiché a nessuno era vietato l’ingresso e non si usava preannunziargli l’arrivo di chicchessia, lo vedemmo leggere tacito, e mai diversamente.

    “Ci sedevamo in un lungo silenzio: e chi avrebbe osato turbare una concentrazione così intensa? Poi ci allontanavamo, supponendo che aveva piacere di non essere distratto durante il poco tempo che trovava per ricreare il proprio spirito libero dagli affari tumultuosi degli altri. Può darsi che evitasse di leggere ad alta voce per non essere costretto da un uditore curioso e attento a spiegare qualche passaggio eventualmente oscuro dell’autore che leggeva, o a discutere qualche questione troppo complessa: impiegando il tempo a quel modo avrebbe potuto scorrere un numero di volumi inferiore ai suoi desideri. Ma anche la preoccupazione di risparmiare la voce, che gli cadeva con estrema facilità, poteva costituire un motivo più che legittimo per eseguire una lettura mentale. Ad ogni modo, qualunque fosse la sua intenzione nel comportarsi così, non poteva non essere buona in un uomo come quello". («Confessioni», VI, 3).

    In altre parole, per il solo fatto di vedere Sant’Ambrogio al lavoro e di trovarsi nell’atmosfera creata da quel Dottore della Chiesa, Sant’Agostino ricavava un grande beneficio per la propria anima. Si può dunque affermare che, per i vari colloqui occorsi tra loro, per le omelie ascoltate ed anche per la lettura delle sue opere, Sant’Ambrogio ebbe un ruolo centrale in ciò che forse fu l’aspetto più importante della sua vita: la conversione di Sant’Agostino che, di per sé, rappresenta un capitolo cruciale nella storia del mondo e della Chiesa.

    Vediamo in questo episodio due aspetti molto belli di Sant’Ambrogio:

    1) Ciò che possiamo chiamare l’apostolato della presenza. Insistiamo molto sull’importanza di questo apostolato. Infatti, in ambito cattolico molte persone credono di valere qualcosa nella misura in cui parlano, agiscono e lavorano. Ovviamente tutto ciò è molto buono. Ma vi è pure l’apostolato della mera presenza che può rappresentare qualcosa di superiore e di più utile.

    2) Dall’altro lato, la fiducia nella Provvidenza divina. Se Sant’Ambrogio fosse intemperante, egli avrebbe interrotto ogni attività e si sarebbe occupato esclusivamente dell’apostolato con Sant’Agostino, salvo poi riprendere, sempre in modo disordinato, a lavorare. O peggio: avrebbe trascurato i propri scritti, magari pubblicando appena qualche libretto, pur di accudire Sant’Agostino.

    Non così Sant’Ambrogio. Da uomo fiducioso nella Provvidenza, nell’amor di Dio e nella Chiesa, egli realizzava ciò che rientrava nelle sue possibilità. Se era la volontà di Dio che scrivesse un libro, egli lo scriveva, riservando a Sant’Agostino quei brevi minuti di cui poteva disporre. Per il resto Dio avrebbe provveduto… e infatti provvide! Dunque, una fiducia nella Provvidenza nel non voler commettere insensatezze né assurdità, nell’essere temperante anche nel proprio zelo apostolico. Ecco un atteggiamento carico di lezioni.

    Ancor più ricco di lezioni, da un altro punto di vista, fu l’episodio in cui Sant’Ambrogio dovette affrontare l’Imperatore Teodosio. Vi sono eventi nella vita della Chiesa che rimangono impressi come simboli per tutti i secoli. Tale fu il contrasto fra Sant’Ambrogio e Teodosio, a proposito di un suo peccato pubblico.

    La precedente buona intesa fra Sant’Ambrogio e Teodosio, stabilitosi a Milano, si era spezzata in seguito a un atto delittuoso. L’imperatore aveva ordinato un massacro tra la popolazione di Tessalonica, rea di aver linciato il capo del presidio romano della città, che aveva incarcerato un commediante molto amato dalla gente. In tre ore di carneficina erano state assassinate settemila persone, attirate nell’arena con il pretesto di una corsa di cavalli.

    Con tatto, ma anche con molta fermezza, Sant’Ambrogio lo rimproverò, proibendogli di entrare nella cattedrale finché non avesse fatto penitenza pubblica per il peccato commesso. Nel momento in cui Teodosio si apprestava ad entrare nella Basilica di Santa Tecla, incontrò Sant’Ambrogio con tutto il suo clero in piedi sul sagrato, sbarrandogli l’ingresso. Umiliato, l’Imperatore fece atto di pubblica penitenza nella notte di Natale di quel anno.

    Nel discorso funebre per questo imperatore, Sant’Ambrogio narra così l’episodio: “Spogliandosi di ogni regale emblema, egli pianse il proprio peccato pubblicamente, in chiesa. Questa penitenza pubblica, di cui sfuggono i particolari, l’imperatore non si vergognò di farla; e dopo non vi fu un solo giorno in cui non si affliggesse per il proprio errore”.

    Questo atteggiamento del potere spirituale nei confronti del potere temporale ricorda un principio a noi molto caro. Quando una grandezza umana – a prescindere dalla sua natura o titolo, e per quanto esaltata e glorificata possa essere nella società civile – si mette in posizione di sfidare la gloria di Dio, spetta alla Chiesa la missione di umiliarla.

    Quando le potenze umane smarriscono la strada, è missione della Chiesa affrontarle e metterle in riga. È missione della Chiesa il sottolineare come tutte le cose umane, per quanto elevate, dinanzi a Dio non sono niente. Di fronte all’eternità, le grandezze umane si riducono a nulla. In fin dei conti, l’unica cosa che rimane per sempre, come un valore al di sopra di tutto, è la Santa Chiesa Cattolica, Apostolica, Romana, cioè la Chiesa di Dio. Bossuet lo affermò con parole magnifiche: “La missione della Chiesa è il contenimento dei poteri della Terra”.

    Queste idee costituiscono capisaldi della dottrina della TFP. Noi siamo a favore della gerarchia sociale e politica. Siamo a favore dell’esaltazione del potere civile in quanto derivante da Dio. Tuttavia, affermiamo che, per quanto grande, il potere civile ha un limite. E questo limite è indicato precisamente dalla severità del potere ecclesiastico.

    Come tutto questo è diverso dal parroco intimorito che trema dinanzi a un potente del luogo!

    Come ci piacerebbe, invece, vedere proprio il contrario: la forza dell’ortodossia, rappresentata dal clero, che fa indietreggiare, con sguardo pastorale e terribile, un potente eterodosso, oppure un plutocrate altezzoso: “Riccone, tieniti i tuoi soldi! Noi non ne abbiamo bisogno. Sono per la tua perdizione! Gettali pure nella fogna, perché davanti alla morale non valgono niente. Su questo punto della tua condotta prevale tale principio, su quell’altro si impone tale regola! E anche se noi dovessimo cadere nell’estrema povertà, nell’estrema persecuzione, Dio schernirà la tua ricchezza e la tua arroganza. Forse resteremo poveri e isolati, ma sarà nell’adempimento del nostro dovere!”

    Vedere la ricchezza umiliata, la forza materiale umiliata, vedere persino il talento umiliato quando si scaglia contro la legge di Dio, ecco il fondamento di ogni grandezza umana! Ecco il ruolo del clero in una società ben costituita.

    Considero importante mettere in risalto tutto questo, perché non è proprio dell’uomo, caduto nel peccato originale, essere talmente esaltato da non avere nessun freno.

    I poteri superiori, però, non vanno limitati dagli inferiori, bensì da quelli superiori. E questi, a loro volta, vanno limitati dalla Chiesa. Così si stabilisce l’equilibrio e si capisce la profonda armonia dell’ordine che noi propugniamo.

    L’esempio di Sant’Ambrogio, dunque,contiene per noi un insegnamento profondo, mostrando l’armonia delle nostre tesi e risultando in una convinzione più forte e più equilibrata.

     

    Riunione per soci e cooperatori della TFP brasiliana del 7 dicembre 1964. Il testo è tratto dalla registrazione magnetofonica, senza revisione dell’autore. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte.

  • Verso una Chiesa-Nuova

    Nel aprile 1969 la rivista “Catolicismo” di San Paolo del Brasile, portavoce della TFP brasiliana, pubblicò un numero speciale doppio contenente un riassunto analitico di un saggio apparso poco prima sulla rivista “Ecclesia”, di Madrid, che denunciava l’esistenza all’interno della Chiesa di gruppi, autoproclamatisi “profetici”, che tramavano per la sua distruzione [“I piccoli gruppi e la corrente profetica”, “Ecclesia” n° 1423, 11 gennaio 1969]. Riportiamo qui di seguito l’introduzione scritta dal prof. Plinio Corrêa de Oliveira.

     

     

    di Plinio Corrêa de Oliveira

    Insubordinazione e disalienazione: filo rosso dei misteri “profetici”
    Nell’articolo di presentazione di questo numero di “Catolicismo” (intitolato “Il perché di questo numero doppio”), vengono descritti i rapporti fra l’IDOC [Istituto di Documentazione della Chiesa Conciliare, ndr] e i cosiddetti “gruppi profetici”. È facile vedere che questi e quello costituiscono, insieme, una immensa macchina semi-segreta, inserita nella Chiesa, per realizzare il disegno malefico di trasformarla nel contrario di ciò che è stata in questi duemila anni di esistenza.

     Vogliamo, adesso, aiutare il lettore nello studio dell’articolo di “Ecclesia” sui “gruppi profetici”, mettendo in speciale rilievo gli aspetti più profondi e chiarificatori di questa specie di società iniziatiche.

     In questo commento non intendiamo approfondire propriamente la dottrina dei “gruppi profetici”, la coerenza interna delle diverse tesi che la integrano, i loro maestri, i loro precursori, le loro analogie o discrepanze con altri sistemi di pensiero. Né pretendiamo analizzare le condizioni culturali, politiche, sociali, economiche o altre, che favoriscono o avversano la genesi e lo sviluppo di questi gruppi.

     Il nostro obbiettivo è più circoscritto e anche di una utilità più immediata. Messi dinanzi alla crescita tangibile dei cosiddetti “gruppi profetici”, alla loro evidente nocività, e quindi alla necessità di sbarrargli il passo, ci domandiamo quale sia il loro programma, se contano con una struttura definita di direzione e di propaganda, com’è questa struttura, come agisce, come vedono le trasformazioni per le quali la Chiesa è passata di recente e continua a passare, quali sono le tecniche di reclutamento, formazione e sovversione usate da questi gruppi, e infine, quali sono i loro rapporti con il comunismo.

    È nell’articolo di “Ecclesia” che cercheremo le risposte a queste domande.

     

    I. Disalienazione: ribellione contro ogni superiorità e ogni disuguaglianza
    Il concetto-chiave della dottrina dei “gruppi profetici” è, a nostro avviso l’alienazione. Quindi, prendiamola come punto di partenza e come filo conduttore di questa esposizione. Il lettore vedrà che, in questo modo, la materia si farà limpida ed accessibile.

    Alienus è un vocabolo latino che equivale alla parola alieno, cioè di un altro.

    Alienato è colui che non appartiene a sé stesso, bensì a un altro.

    Nella prospettiva comunista, ogni autorità, ogni superiorità sociale, economica, religiosa o un’altra qualsiasi, di una classe sull’altra, porta a un’alienazione. Alienante è la classe sociale che esercita l’autorità, o possiede una superiorità, sia attraverso un Re, un Capo di Stato, un Papa, un Vescovo, un Sacerdote, un Generale, un professore o un padrone. Alienata è la classe che presta obbedienza a quella alienante. La classe alienata, per il fatto stesso di essere soggetta a un’altra classe, in misura maggiore o minore, in questa esatta misura non appartiene a sé stessa, ed è alienata a quest’altra.

    Trasferendo il concetto di alienazione ai rapporti tra persona e persona nella sfera religiosa, si può dire che un Papa, un Vescovo o un Sacerdote in quanto partecipa alla classe dirigente, che è il Clero, è alienante nei confronti di un semplice fedele, il quale è membro della classa guidata, cioè, il laicato.

    Ogni alienazione è uno sfruttamento dell’alienato da parte dell’alienante. E siccome ogni sfruttamento è odioso, bisogna che l’evoluzione dell’umanità conduca alla soppressione di tutte le alienazioni, e perciò di tutte le autorità e disuguaglianze, poiché ogni disuguaglianza crea in qualche modo un’autorità. La formula più conosciuta e popolare della totale disalienazione sta nel motto della Rivoluzione francese: “Libertà, Uguaglianza, Fratellanza”. L’applicazione assolutamente radicale di questo motto condurrebbe a un’anarchia senza caos. La dittatura del proletariato non è altro che una tappa per la realizzazione dell’anarchismo.

    L’egualitarismo radicale è la condizione perché ci sia libertà, ed affinché, cessati gli sfruttamenti e le conseguenti lotte di classi, regni tra gli uomini la fratellanza.

    Ecco la criminale chimera dei comunisti.

     

    II. Il supremo obiettivo “profetico”: una Chiesa non alienante né alienata
    Dall’articolo di “Ecclesia” si deduce che i “gruppi profetici” vogliono trasformare la Chiesa cattolica da alienante ed alienata, come lo sarebbe ai nostri giorni, in una Chiesa-Nuova, senza nessuna forma di alienazione.

    1ª disalienazione della Chiesa: in relazione a Dio

    a. La Chiesa “costantiniana” (la cui era storica, secondo i “gruppi profetici”, inizierebbe con Costantino, l’Imperatore romano che nel 313 liberò la Chiesa dalle persecuzioni, togliendola dalle catacombe, e si estenderebbe sino ai nostri giorni) crede in un Dio trascendente, personale, dotato di intelligenza e di volontà, un Dio perfetto, eterno, creatore, reggente e giudice di tutti gli uomini. Questi sono infinitamente inferiori a Dio e gli devono ogni soggezione. Quindi, credendo in un tale Dio, gli uomini accettano un Dio alienante. Dunque, la Religione è pura alienazione.

    La Chiesa-Nuova non crede in un Dio alienante. Il Dio della Chiesa “costantiniana” corrisponde a una fase già superata dell’evoluzione dell’uomo, cioè l’uomo infantile e alienato. Oggi, l’uomo, reso adulto dall’evoluzione, non accetta un Dio di cui è, in ultima analisi, un servo, e che lo mantiene nella dipendenza del suo potere paterno, o meglio, paternalista, come dicono in modo peggiorativo i “gruppi profetici”. L’uomo adulto respinge ogni alienazione, e vuole per sé un’altra immagine di Dio: quella di un Dio che non è trascendente nei suoi confronti, ma immanente in lui. Un Dio che è impersonale, come un elemento diffusamente sparso in tutta la natura, e pertanto anche in ogni uomo. In una parola, un Dio che non aliena.

    b. Ed è perché non accetta questa nuova figura di Dio, e si ostina nel mantenere la vecchia figura del Dio personale, trascendente e alienante, che la Chiesa “costantiniana” genera l’ateismo. Infatti, l’uomo adulto di oggi, non potendo accettare questa immagine infantile della divinità, si dichiara ateo. Però, se la Chiesa gli presentasse un Dio aggiornato, immanente e non alienante, egli lo accetterebbe. E smetterebbe di essere ateo.

    c. È vero che l’affermazione di un Dio trascendente e alienante si fonda su numerosi passaggi delle Sacre Scritture. Tuttavia, secondo i “gruppi profetici” questi brani non costituiscono realtà storiche precise. Essi sono miti elaborati dall’uomo non adulto, alienato e bramoso di alienazione. Oggi, queste narrative devono essere reinterpretate secondo un concetto non alienante ma adulto, o persino rifiutate. Con ciò si purifica la Religione dai suoi miti. È propriamente ciò che si chiama demitizzazione.

    d. È, per esempio, ciò che si dovrebbe fare per quanto riguarda la spiegazione della triste condizione dell’uomo, soggetto all’errore, al dolore ed alla morte. Per l’uomo adulto, il rimedio per questa situazione non può decorrere da una Redenzione operata dal sacrificio del Dio trascendente incarnato, e completata dalle sofferenze dei fedeli. Il rimedio viene, invece, dall’evoluzione, dalla tecnica e dal progresso. Nel concetto dell’uomo disalienato, non c’è più ragione per le mortificazioni, alquanto masochistiche, che la Chiesa “costantiniana” promuoveva. La Chiesa-Nuova chiama a una vita interamente volta alla felicità terrena. La Redenzione-progresso non ha come scopo condurre gli uomini verso un cielo ultraterreno, ma trasformare la terra in un cielo.

    2ª disalienazione della Chiesa: in relazione al soprannaturale ed al sacro
    La religione cattolica “costantiniana”, coerente con la sua dottrina sulla trascendenza di Dio, ammette il soprannaturale, e con esso il sacrale. Ora, il concetto di un ordine soprannaturale, superiore a quello naturale, di una sfera religiosa e sacra superiore alla sfera temporale, risulta in evidenti disuguaglianze. Da ciò provengono, ipso facto, molteplici alienazioni. Nella Chiesa-Nuova, disalienante e disalienata, si ammette come realtà soltanto il naturale, il temporale, il profano. È una Chiesa desacralizzata. Da qui decorrono numerose conseguenze:

    a. È ovvio, innanzitutto, che la Chiesa-Nuova è tutta posta nell’ordine naturale. Essa esercita la sua missione salvifica inducendo i fedeli a impegnarsi nel promuovere il benessere terreno.

    b. La nozione della Chiesa come società distinta dallo Stato e sovrana nella sfera spirituale perde, quindi, ogni sua ragion d’essere. La Chiesa desacralizzata è, dentro la società temporale, un gruppo privato come un altro qualsiasi, la cui missione consiste nell’essere all’avanguardia delle forze che promuovono l’evoluzione dell’umanità.

    c. La vita sacramentale cambia pure di contenuto. I Sacramenti hanno un senso simbolico meramente naturale. L’Eucaristia, per esempio, è una cena in cui i fratelli familiarizzano intorno a una stessa tavola. E perciò dev’essere ricevuta come un cibo qualsiasi, durante un comune pasto.

    d. La condizione sacerdotale non dev’essere più considerata sacra, posto che la sacralità muore con la morte delle alienazioni. Nel modo di presentarsi, di vestirsi e di vivere, i sacerdoti devono essere come un laico qualsiasi, poiché la sfera del sacro, a cui appartenevano, è sparita, e devono integrarsi senza riserve nella sfera temporale. Così pure devono comportarsi i religiosi, se ci saranno ancora i tre voti di obbedienza, povertà e castità nella Chiesa, ormai disalienante e disalienata.

    e. Non vi è ragione perché esistano edifici destinati solo al culto, visto che è già morto il soprannaturale e il sacro. In questo mondo evoluto, adulto, contrario alle alienazioni, il culto del Dio immanente e diffuso nella natura può essere praticato in qualunque luogo profano. Se esisteranno edifici destinati al culto, siano utilizzati pure per finalità profane, in modo da evitare la distinzione alienante tra lo spirituale e il temporale.

    3ª disalienazione della Chiesa: in relazione alla fede, alla morale, al Magistero e all’azione evangelizzatrice
    a. La Chiesa-Nuova è una Chiesa povera. Innanzitutto nel senso spirituale del termine. Una delle ricchezze della Chiesa “costantiniana” consiste nell’affermarsi Maestra infallibile. La Chiesa-Nuova invece non si pretende Maestra. Né tratta i fedeli come discepoli, perché ciò sarebbe alienante.

    Ognuno riceve carismi dallo Spirito Santo, che parla direttamente all’anima. Ed è a questa voce interiore, della quale può prendere coscienza, che ognuno deve credere.

    Tutto ciò, che è vero per le materie riguardanti la fede, lo è pure per la morale. Ognuno ha la morale che gli suggerisce la propria coscienza.

    Insomma, l’uomo vive della testimonianza interiore dei carismi, dei quali prende conoscenza. Così, la Chiesa-Nuova non possiede un patrimonio di verità, di cui immaginerebbe avere il privilegio. E in questo risiede il principale aspetto della sua povertà.

    b. Da qui decorre un’altra forma di povertà. La Chiesa-Nuova non ha frontiere. Essa accoglie persone di qualsiasi credo, purché lavorino attivamente per la vera Redenzione, che è il progresso terreno. Essa non è, quindi, come un regno spirituale con frontiere dottrinali definite, bensì qualcosa di etereo, di fluido, che si confonde più o meno con qualsiasi chiesa. In altri termini, la Chiesa-Nuova è super-ecumenica.

    c. Un altro titolo di povertà della Chiesa-Nuova, non essendo Maestra, ed essendo super-ecumenica, è quello di non avere più la necessità di opere di apostolato. Di conseguenza, le università cattoliche, le scuole cattoliche, le opere di assistenza cattoliche mantengono la loro ragion d’essere a patto che non mirino a nessun fine apostolico, né abbiano qualsiasi soggezione alienante e antiecumenica riguardo alla Chiesa: vale a dire, purché rinuncino alla nota cattolica, ed assumano un carattere totalmente profano, secolare e laico.

    d. La povertà della Chiesa-Nuova - essendo la cultura e la civiltà valori dell’ordine temporale e terreno, e non pretendendo esercitare più qualsiasi magistero nel plasmare a sé la società temporale - risiede pure nel fatto che non si può più parlare di cultura né di civiltà cattolica. La cultura e la civiltà dell’uomo evoluto e adulto hanno ricevuto la loro carta di emancipazione: sono desacralizzate e disalienate dalla Religione.

    e. Inoltre, la Chiesa-Nuova è povera nel senso materiale del termine. Essa non solo rifiuta le cattedrali e le basiliche, in cui il sacro ostentava trionfalisticamente la sua superiorità, ma, vivendo nell’era dei poveri, rigetta qualsiasi ricchezza, a qualsiasi titolo possibile.

    f. Infine, la Chiesa-Nuova è povera perché è la Chiesa dei poveri. Da nemica di tutte le alienazioni, si sente anche nemica di tutti gli alienanti, di qualsiasi tipo ed ordine, e invece connaturale alla causa di tutti gli alienati. Perciò, gli sfruttati ed alienati della società attuale hanno nella Chiesa-Nuova il loro posto. Essa è per essenza loro difensore contro i detentori dell’autorità o della superiorità terrena. Per ragioni analoghe in senso inverso, la Chiesa “costantiniana” è complice, per propria natura, di tutte le oligarchie alienanti e sfruttatrici.

    4ª disalienazione della Chiesa: in relazione alla Gerarchia ecclesiastica
    Dal momento che l’autorità è sempre alienante, è doveroso che non esista. E se esistesse, sarebbe soltanto nella misura in cui compiesse la volontà degli alienati, che in questo modo evaderebbero - almeno in certa misura - dal giogo dell’alienazione.

    Nella Chiesa “costantiniana”, la Gerarchia è investita del triplice potere di ordine, magistero e giurisdizione. La Chiesa-Nuova, svuotando i Sacramenti del loro contenuto soprannaturale, che sono sotto il potere della gerarchia di ordine, col negare il Magistero attenta, a rigore di logica, anche contro la gerarchia di giurisdizione.

    Così, l’esistenza di un Papa, monarca spirituale circondato dal Collegio dei principi ecclesiastici, che sono i vescovi - di cui ognuno, nella rispettiva diocesi, è come un monarca soggetto al Papa - non è compatibile con la Chiesa-Nuova. Come pure non possono sussistere i parroci che reggono, sotto gli ordini dei vescovi, porzioni del gregge diocesano.

    Per disalienarla completamente dalla Gerarchia, occorre democratizzare la Chiesa. È necessario costituire in essa un organo rappresentativo dei fedeli che esprima ciò che i carismi dicono nell’intimo della loro coscienza: chiaramente un organo elettivo che rappresenti la moltitudine. Un organo che imponga decisivamente la propria volontà sui gerarchi della Chiesa, i quali, è ugualmente chiaro, dovranno, da quel momento in poi, essere eletti dal popolo.

    A nostro avviso, questa riforma strutturale della Chiesa auspicata dal movimento “profetico” è solo una tappa verso la piena realizzazione dei suoi obbiettivi. La totale disalienazione comporterebbe, in una tappa ulteriore, l’abolizione di qualsiasi gerarchia.

    Considerando soltanto la riforma che i “gruppi profetici” ora sostengono esplicitamente, si può dire che vogliono trasformare la Chiesa in una monarchia come quella inglese, cioè, un regime in realtà democratico, diretto fondamentalmente da una Camera popolare elettiva e onnipotente, nel quale va conservato pro-forma un re decorativo (nel caso della Chiesa-Nuova, il Papa), dei Lord senza potere effettivo (i vescovi e i parroci), e una Camera alta da apparato (il collegio episcopale). Inoltre, affinché l’analogia tra il regime dell’Inghilterra e la Chiesa-Nuova sia completa, è necessario immaginare un Re e dei Lord elettivi (cioè, Papa e vescovi eletti dai fedeli).

    Per completare il quadro della democratizzazione, bisogna aggiungere che nella Chiesa-Nuova le parrocchie costituirebbero dei gruppi fluidi e instabili, e non delle circoscrizioni territoriali definite come sono oggi. A rigore di logica, questa fluidità si estenderebbe pure alle diocesi. La Gerarchia ormai non sarebbe nella Chiesa altro che un vago nome.

    5ª disalienazione della Chiesa: in relazione al Potere Pubblico
    Questa disalienazione è già inclusa, a diversi titoli, nei punti precedenti. La Chiesa “costantiniana”, che ha un governo proprio e sovrano nella sua sfera, desidera l’unione e la collaborazione con il Potere temporale. Così facendo, in un certo modo si alienerebbe ad esso, e in un certo modo lo alienerebbe a sé.

    Per tutti i motivi sopra esposti, la Chiesa-Nuova dichiara invece di non avere bisogno del Potere pubblico, né di volere con esso relazioni da Potere a Potere. Così, la mutua alienazione sarà cessata.

    Conclusione
    Concludendo, la Chiesa-Nuova sarà interamente disalienata, e smetterà totalmente di essere alienante.

     

    III – Soltanto la lotta di classi produrrà la disalienazione nella Chiesa
    1. La Gerarchia ha aiutato l’esecuzione del programma “profetico” di disalienazione; però, non può fare il passo finale

    Mirando alla disalienazione totale - per mezzo della quale la Chiesa “costantiniana” deve metamorfosizzarsi in una Chiesa-Nuova - potranno i “gruppi profetici” sperarla dalla Gerarchia?

    Considerando che certi membri appartenenti a questa hanno dato il loro sostegno a molte misure disalienanti, si direbbe di sì. Tanto più che i “gruppi profetici” affermano che l’opera del Concilio Vaticano II ha avuto un carattere disalienante, cioè, desacralizzante e ugualitario, che rappresenta un primo passo - benché timido - nel cammino di trasformazioni più radicali.

    Però, senza sdegnare il vantaggio che affermano di ottenere dallo sfruttamento degli atteggiamenti di certi gerarchi e delle decisioni del Concilio Vaticano II, i “gruppi profetici” ritengono che la completa disalienazione potrà venire solo da una lotta di classi tra l’episcopato e il clero da un lato, e i laici dall’altro.

    La ragione di questo, adducono essi, risiede nel fatto che da un gerarca sensibile alla disalienazione si possono sperare concessioni che ne riducano i poteri; ma, per quanto egli possa essere sensibile, non c’è da sperare in una sua completa rinuncia, il che equivarrebbe ad un suicidio.

    2. Il modo per giungere alla vittoria della rivoluzione disalienante nella Chiesa: l’insurrezione del laicato
    Quindi, si deve coscientizzare il laicato affinché, in lotta contro i gerarchi, esiga le riforme di struttura nella Chiesa per democratizzarla. Insomma, il rimedio si trova nella lotta di classi all’interno della Chiesa.

    Tale lotta va fatta a tappe:

    a - campagna di discredito contro la Chiesa “costantiniana”;

    b - istigare il desiderio delle riforme di struttura nella Chiesa;

    c - agitazioni, scioperi;

    d - capitolazione della Gerarchia e applicazione delle riforme.

     

    IV – I “gruppi profetici”, artefici della lotta di classi per la disalienazione della Chiesa

    I nuovi carismi di cui vivrà la Chiesa-Nuova non risiedono nella Gerarchia, bensì nel popolo fedele. Spetta quindi alla Gerarchia, come abbiamo visto, obbedire al popolo.

    A tutto il popolo? In realtà, esso dev’essere, se non governato, per lo meno illuminato e guidato da gruppi “carismatici” e “profetici” che lo Spirito suscita nella Chiesa per dare “testimonianza”. L’insieme di questi gruppi formerà, allora, all’interno della Chiesa invertebrata da essi sognata, una rete d’influenze alla quale spetterà il vero potere.

    Ciò aumenta l’interesse dello studio sulla struttura e sui metodi dei “gruppi profetici”, che più avanti faremo.

    Peraltro è tra i loro membri, come rappresentanti naturali del laicato, che si dovrà reclutare la Camera popolare dentro la Chiesa-Nuova.

    Quali sono i mezzi di cui dispone il movimento “profetico” per promuovere la sovversione riformista nella Chiesa?

    1. L’estensione del movimento “profetico”
    I “gruppi profetici” sono numerosi. Esistono in molti paesi. Essi corrispondono – per il convivio intimo che conferiscono – a profondi aneliti di sociabilità dell’uomo contemporaneo smarrito ed isolato nell’anonimato delle grandi moltitudini. Per questo e per altri motivi, il numero dei gruppi tende a moltiplicarsi indefinitamente.

    2. La struttura segreta del movimento “profetico"
    Questa struttura è flessibile e molto adatta a promuovere la sovversione nella Chiesa.

    I “gruppi profetici” sono vere cellule, con un numero variabile di persone. In ogni caso, tale numero non giunge mai ad essere grande. Di queste persone, non tutte sono al corrente, con la stessa profondità, dei fini, dei metodi e delle connessioni del gruppo. Ognuna delle cellule è in questo modo una minuscola società segreta.

    Ogni cellula ha contatti abituali con altre dello stesso genere, il che fa del movimento un immenso ingranaggio con una miriade di piccoli pezzi.

    A questa unità funzionale si somma un’altra, più preziosa: tutte mirano allo stesso fine, ossia, alla lotta di classi per imporre nella Chiesa una riforma disalienante.

    Si deve menzionare anche l’uniformità con cui utilizzano, sia per il reclutamento sia per la sovversione, gli stessi metodi complessi e sottili. Ne parleremo più avanti.

    Tutti questi fattori rendono i “gruppi profetici”, nel loro insieme, un movimento impressionantemente unitario. Avranno forse, come espressione di questa unità, una direzione centrale suprema? Lo studio di “Ecclesia” non lo dice esplicitamente. Ma i dati forniti dalla rivista spagnola rendono impossibile non rispondere in modo affermativo. Infatti, senza un organo direttivo centrale, non si vede come si può inculcare nei fedeli una dottrina complessa, coordinare nella loro delicata strutturazione interna, nonché nei loro metodi raffinatamente specializzati, una tale miriade di corpuscoli esistenti in paesi diversi e distanti. Quanto maggiore la molteplicità e la varietà di un insieme, tanto maggiore la necessità di un vincolo strutturale forte per mantenerlo unito. Di conseguenza, anche nella loro direzione centrale, i “gruppi profetici” sono - concludiamo noi – un’organizzazione clandestina.

    In quale modo questa direzione centrale mantiene effettivo, benché nascosto, il suo potere sulle cellule? Tutto porta a pensare, rispondiamo, a un compromesso assunto da elementi più influenti che, loro sì, sarebbero messi al corrente dell’esistenza di una direzione centrale.

    Per quale motivo conservare tutto ciò nel mistero? La ragione è semplice. I “gruppi profetici” si presentano come il frutto spontaneo di una pioggia di carismi per animare un laicato che un’evoluzione naturale, anch’essa spontanea, ha reso adulto. Quindi non possono darsi le arie di un movimento organizzato da una piccola cupola, astuta ed efficiente.

    3. I metodi di reclutamento e di formazione: l’iniziazione “profetica”
    Un “gruppo profetico” penetra, vive e si moltiplica sempre in un ambiente o istituzione cattolica, come un batterio penetra e vive nel corpo. Esso nasce, in generale, dall’azione di uno o più agitatori discreti, che tengono riunioni su temi simpatici e molto generici, la pace per esempio. Tra i partecipanti a queste riunioni si recluta la prima manciata di adepti.

    Per non suscitare sospetti, gli agitatori a volte invitano qualche sacerdote o vescovo che – ingenuo o complice, supponiamo – approvi e benedica. Reclutato progressivamente un maggior numero di membri, incomincia l’inoculazione sovversiva.

    Questa inoculazione ha due fasi. Nella prima, si procede alla graduale diffamazione della Chiesa “costantiniana”. Nella seconda, si attizza il fuoco negli animi, facendo desiderare le riforme che trasformeranno la Chiesa “costantiniana” in una Chiesa-Nuova.

    Questo lavoro è avviato lentamente, con piccoli sarcasmi lanciati qua e là, con frasi sciolte e con slogan accurati. I membri che risponderanno favorevolmente a questi stimoli sovversivi verranno promossi alla conoscenza di orizzonti rivoluzionari più ampi. Gli altri saranno tenuti a mollo, silenziati e rimossi.

     

    V. Come i “gruppi profetici” attuano la lotta di classi nella Chiesa
    Formata così una rete sufficientemente ampia di “gruppi profetici”, il movimento è atto a uscire dall’ombra ed entrare strepitosamente in azione. È sotto gli occhi di tutti come viene fatta l’agitazione ecclesiastica. Ci limitiamo a riassumere ciò che tutti vedono.

    Aiutati abitualmente da una forte pubblicità, alla quale tutto fa credere che non sia estraneo l’IDOC [Istituto di Documentazione della Chiesa Conciliare, ndr], certi attivisti cominciano a promuovere l’agitazione dei parrocchiani contro qualche vescovo o sacerdote che non accetta subito certe rivendicazioni scapestrate. Se non è agitazione, saranno cortei, occupazioni di chiese, manifesti di stampa e via dicendo. Insomma, una lotta di classi per indurre il laicato a distruggere le alienazioni di cui il clero sarebbe il beneficiario alienante e sfruttatore.

    La pubblicità che questi atti raggiungono è tale da attrarre all’agitazione nuove reclute impressionabili, o desiderose di protagonismo. Il movimento si ingrossa e così diventa capace di atti di sovversione ancor più audaci.

    Tutto ciò crea un clima di terrorismo pubblicitario contro i refrattari, che li isola dagli amici e persino dai parenti. Così si riduce al silenzio chi vorrebbe invece reagire.

    Questo terrore è preparato, con molta antecedenza, da statistiche ed inchieste sociali tendenziose, elaborate e divulgate dai “gruppi profetici”. In questo modo, riescono a far credere che l’immensa massa dei fedeli desidera le riforme nella Chiesa, che questo è lo spirito inconfutabile dei tempi, e che opporvisi è come voler fermare con le mani una marea montante. Le manifestazioni, reali o manipolate, di tendenze rivoluzionarie nei fedeli sono, secondo loro, “segni dei tempi”, colti con speciale perspicacia da coloro che possiedono “carismi profetici”. Grazie al frastuono dei “gruppi profetici”, la sovversione ecclesiastica, opera di una minoranza, sembra corrispondere così ai desideri mal contenuti di intere moltitudini infuriate nel vedersi alienate.

    Lo spirito del tempo, percepito “profeticamente” nei “segni dei tempi”, è la suprema norma. Resistergli è una follia, un anacronismo ridicolo e spregevole. La Chiesa “costantiniana” aveva la pretesa di modellare i tempi. La Chiesa-Nuova sa che, al contrario, deve lasciarsi modellare da essi.

    Dunque, o la Chiesa accetta le riforme imposte dall’evoluzione e si trasforma in una Chiesa-Nuova, oppure muore.

    A questa pressione, fatta all’interno stesso della Chiesa, in così tanti Paesi, dalla bocca dei membri dei “gruppi profetici” e dalle grandi trombe pubblicitarie dell’IDOC e di altri organismi, è molto difficile resistere. La resistenza è possibile soltanto agli spiriti molto scelti, con una fermezza di principi irremovibile e disposti a subire i più grandi dispiaceri. Ed anche i più inaspettati.

     

    VI – Relazioni tra il movimento “profetico” e il progressismo
    Il pubblico brasiliano conosce bene l’insieme delle aspirazioni, dottrine, trasformazioni e tumulti che caratterizzano, nell’ordine del pensiero e dell’azione, il cosiddetto progressismo cattolico. Ed è tale l’affinità dei “gruppi profetici” - come d’altronde anche dell’IDOC - con il progressismo, che i nostri lettori si saranno domandati con frequenza quale relazione ci sia tra questo e quelli.

    La domanda è pertinente, poiché non si riscontra una sola traccia caratteristica del progressismo che non si trovi, esplicita o implicita, prossimamente o remotamente, relazionata con i “gruppi profetici”.

    L’azione del progressismo è talmente ampia, ed è tanto svariata la gamma delle sue sfumature - che vanno dal “moderato” sino al rivoluzionario comunista - che ci pare esagerato attribuire al movimento “profetico” e al IDOC la causalità della corrente progressista in tutto il mondo. È certo, però, che le minoranze “profetiche” meritino di essere qualificate come progressiste.

    Questa osservazione induce a sollevare un altro quesito inquietante: se il movimento “profetico” ha come fucina un’organizzazione semiclandestina ma nitidamente strutturata, non vi sarà pure un’entità più vasta all’origine del progressismo in tutta la Chiesa? La risposta a questa importante domanda esorbita dai limiti del presente commento.

     

    VII – I “gruppi profetici” sono al servizio del comunismo
    Da ciò che finora è stato esposto, riteniamo gravemente sospettabile che i “gruppi profetici” siano al servizio del comunismo. Al riguardo, basta ponderare che:

    a - i “gruppi profetici” sono affini al comunismo;

    b - essi sono utili al comunismo;

    c - siccome i comunisti sono soliti creare e dirigere movimenti affini, che agiscono a favore della causa comunista, è sommamente probabile che i “gruppi profetici” siano stati creati dai comunisti e siano da loro diretti;

    d - è classica tattica marxista infiltrarsi nei gruppi affini per metterli al servizio della causa comunista; in queste condizioni, anche se i “gruppi profetici” non fossero stati creati dai comunisti, è per lo meno altamente probabile che siano diretti da loro, per l’infiltrazione rossa nella Chiesa;

    e - alcuni fatti significativi, indicati più avanti, confermano fortemente questi sospetti.

    Soffermiamoci un po’ su questo argomento.

    Le analogie tra gli obbiettivi dei “gruppi profetici” e quelli del comunismo sono evidenti: i primi mirano a disalienare, e pertanto a desacralizzare e rendere rigorosamente ugualitaria la società spirituale, che è la Chiesa, incitando i cattolici a favore delle disalienazioni anche nella società temporale; similmente, il comunismo mira a disalienare e rendere rigorosamente ugualitaria la società temporale. Dunque si può affermare che i “gruppi profetici” fanno la rivoluzione comunista dentro la Chiesa.

    Quale vantaggio trae il comunismo da tutto ciò? La Chiesa-Nuova risultante dall’azione del movimento “profetico” non crede in un Dio personale, ma in un Dio diffuso e impersonale, immanente e onnipresente nella natura. La Chiesa-Nuova crede nell’evoluzione, nel progresso e nella tecnica come grandi forze ineluttabili che animano il movimento universale, ponendo rimedio all’infelicità dell’uomo e dando un senso alla storia. A colpo d’occhio è facile vedere che questa dottrina risulta nell’affermare la divinizzazione dell’evoluzione, del progresso e della tecnica. Il che è straordinariamente simile, se non identico, al concetto evoluzionista e materialista di Marx.

    La Chiesa-Nuova non ha, per opporsi al comunismo, gli stessi ed invincibili motivi religiosi che hanno portato la Chiesa “costantiniana” ad opporsi ad esso come suo peggiore avversario. Al contrario, la teologia della Chiesa-Nuova prepara gli animi ad aderire ad esso.

    In altri termini, man mano che fa adepti, la Chiesa-Nuova forma simpatizzanti del comunismo, o persino comunisti militanti.

    Anche di fronte agli aspetti sociali ed economici del marxismo, la posizione della Chiesa-Nuova differisce da quella tradizionale della Chiesa “costantiniana”. Difatti, quest’ultima – in base al 7° e al 10° comandamento – condanna il regime sociale ed economico comunista in quanto immorale, e afferma la legittimità della proprietà individuale, del libero mercato e del salariato, in modo che, anche se un regime rosso riconoscesse alla Chiesa esistenza legale e la libertà di culto, essa resterebbe irriducibilmente anticomunista. Al contrario, la Chiesa-Nuova, avversa ad ogni alienazione, ha solo motivi per vedere di buon occhio la soppressione delle situazioni patrimoniali e delle relazioni di lavoro che il comunismo taccia di alienanti.

    Così, la vittoria della Chiesa-Nuova avrebbe come conseguenza fatale la trasformazione della religione cattolica - anche in materia sociale - da una forza irriducibilmente contraria al comunismo, a una forza ausiliare o persino propulsiva di questo.

    Qual è la portata concreta di questa eventuale trasformazione? Nel mondo vi sono circa 500 milioni di cattolici; trasformarli da nemici inflessibili in ausiliari o militanti del comunismo, che stupenda conquista!

    Ciò che il comunismo non è riuscito a fare fin qui, e che mai riuscirà anche con le più atroci persecuzioni, si otterrebbe, senza nessuna violenza e nessun rischio di suscitare pericolose reazioni, con la semplice metamorfosi incruenta della Chiesa cattolica in una Chiesa-Nuova.

    Dinanzi a questa prospettiva, i gravi sospetti che, basati sullo studio della rivista “Ecclesia”, abbiamo sollevato inizialmente sulla posizione del movimento comunista nei confronti del movimento “profetico”, cambiano di colore. Si trasformano in certezza morale. Chi conosce la grande abilità del comunismo internazionale nell’infiltrare e neutralizzare le forze avversarie, e nel sostenere tutti i movimenti sovversivi a lui favorevoli, non ritiene ammissibile che i dirigenti comunisti siano indifferenti, inerti ed estranei all’incomparabile successo tattico che gli potrà derivare dall’infiltrazione dei “gruppi profetici” presenti tra i 500 milioni di cattolici, dalla neutralizzazione di questa immensa forza e persino dal vantaggio a favore della causa marxista.

    Nessuna persona di buon senso può ammettere che, favorendo una così grande ascensione del comunismo, la Chiesa-Nuova, a sua volta, non sia ampiamente aiutata da esso. Dato, in concreto, il temibile proselitismo e le enormi risorse del comunismo, in questa tematica trova una piena applicazione il ragionamento: poté, volle, dunque fece (“potuit plane et voluit, si igitur voluit, fecit”). Applichiamolo ai fatti:

    - i comunisti possono aiutare in mille modi il trionfo della Chiesa-Nuova, e in essa incontrano solo predisposizione ad accettare questo aiuto;

    - è chiaro che i comunisti vogliono ardentemente un tale trionfo;

    - dunque, favoriscono vigorosamente il movimento “profetico”, artefice della Chiesa-Nuova, utilizzando a tale fine tutti i mezzi per infiltrarvisi e per dirigerlo.

    Nello studio di “Ecclesia” anche un dato concreto parla a favore di questa conclusione: i “gruppi profetici” consigliano loro membri di rifiutare qualsiasi collaborazione con i regimi non comunisti, perché li considerano alienanti. Raccomandano invece che collaborino con i regimi comunisti, perché li considerano disalienanti.

    Un altro fatto è che, secondo “Ecclesia”, i “gruppi profetici” hanno raggiunto un notevole sviluppo nella Germania Orientale, il che non sarebbe mai stato possibile senza il gradimento delle autorità comuniste.

    Non sarebbe troppo ricordare le affinità dell’IDOC con il movimento comunista. Essendo anche l’IDOC affine ai “gruppi profetici”, ne decorre ugualmente un’affinità tra loro e il movimento comunista. Poiché due entità affini, sotto lo stesso titolo, a una terza, sono affini tra loro.

     

    VIII – Possibilità del piano comunista a proposito della Chiesa-Nuova

    Resta ancora da formulare un’ultima domanda, di portata strategica. I “gruppi profetici” e i loro complici marxisti sperano seriamente di ottenere la metamorfosi di tutta la Chiesa “costantiniana” in una Chiesa-Nuova? Su questo punto, lo studio di “Ecclesia” ci fornisce dati che permettono di sollevare alcune congetture.

    Nonostante inculchino il loro programma riformista come un imperativo dei tempi, dettato dal clamore indignato delle masse di alienati in rivolta, i capifila del movimento “profetico” devono ammettere che l’applicazione integrale delle riforme da loro auspicate provocherebbe tali dispersioni e apostasie, che la Chiesa-Nuova rischierebbe di rimanere ridotta a un piccolo numero di fedeli.

    Di fronte a questo, ci si chiede quale lucro avrebbe il comunismo in tal caso.

    Immaginiamo che si siano avverate le speranze dei riformatori. Alcuni vescovi e sacerdoti complici, e altrettanti deboli o intimoriti, cederebbero progressivamente alle pressioni, sempre più violente, dei “gruppi profetici”. L’onda riformista ingrosserebbe minacciosamente. L’eresia diverrebbe sempre più palese. La legittima reazione dei fedeli crescerebbe pure. E, nella misura in cui crescesse, comincerebbero gli atti persecutori dei cattivi pastori contro di loro: censure di qua, scomuniche di là, interdizioni altrove. Tra le due parti si aprirebbe un fosso. Impossibile intravedere quali proporzioni allarmanti la crisi potrebbe assumere. Basti pensare all’eresia ariana del secolo IV, che conquistò quasi tutta la Cristianità. In quella congiuntura, che terribili confusioni, quali tremende prove la Provvidenza permise come castigo agli uomini!

    Una spaventosa confusione accadde pure sotto il pontificato di Onorio I. I teologi affermano che questo Papa, per le sue omissioni e la sua ambiguità, favorì l’eresia monotelita. Come si sa, egli scrisse una lettera al Patriarca Sergio, di Costantinopoli, stilata in termini tali da essere condannata dal VI Concilio Ecumenico, approvato dal Papa San Leone II. La confusione creata da questa lettera fu talmente grande, che sino ad oggi i teologi faticano a gettare luce sul problema.

    Basterà che i comunisti aprano qualsiasi compendio di storia ecclesiastica, per constatare che disgrazie come queste sono possibili. Di conseguenza, è nella logica delle cose che facciano di tutto per ripeterle nei nostri giorni.

    Certamente è questa la meta dei “gruppi profetici", anche se sanno di poter riunire attorno a sé pochi cattolici, anzi, ex-cattolici. Che immenso profitto avrebbe il comunismo se questa ipotetica reviviscenza del passato si trasformasse in realtà…

    È chiaro che, anche in questo caso, lo Spirito Santo proteggerebbe l’integrità del deposito della Fede. L’infallibilità papale giammai smetterebbe di esistere. La Chiesa immortale non morirebbe, e nella sua costituzione divina vi sarebbe rimedio per una tale situazione di calamità. (1)

    Chiediamo alla Provvidenza che risparmi questa prova alla Sposa di Cristo. Ma anche se Ella la permettesse, la Chiesa finirebbe col trionfare. La assiste la promessa divina, e la riconfortano le parole della Madonna di Fatima: “Infine il mio Cuore Immacolato trionferà!”. 

     

    Note

    (1) Su queste complesse materie, è interessante studiare, per esempio: Papa Adriano II (all. 3 Conc. VIII atto 7); Papa Innocenzo III (predica IV in cons. Pont.); S. Antonino (S. Th., III, 23-24); S. Roberto Bellarmino (De R. Pont. 2, 30; 4, 6ss); Suarez (De Fide, X, 6; De Leg., IV,7); S. Alfonso (Th. Mor., I, nn 121-135); Bouix (Tr. DePapa, II, p.635-763); Wernz-Vidal (I. Can, II, pp. 517 ss.); Card. Billot (De Eccl. Chr. p 609 ss); Vermeersh-Creusen (Ep. J. Can., I, n.340); Card. Journet (L’Egl. Du Verbe Inc., I, pp625 ss; pp. 821, 1063 ss).

  • Verso una Chiesa-Nuova

    Nel aprile 1969 la rivista “Catolicismo” di San Paolo del Brasile, portavoce della TFP brasiliana, pubblicò un numero speciale doppio contenente un riassunto analitico di un saggio apparso poco prima sulla rivista “Ecclesia”, di Madrid, che denunciava l’esistenza all’interno della Chiesa di gruppi, autoproclamatisi “profetici”, che tramavano per la sua distruzione [“I piccoli gruppi e la corrente profetica”, “Ecclesia” n° 1423, 11 gennaio 1969]. Riportiamo qui di seguito l’introduzione scritta dal prof. Plinio Corrêa de Oliveira.

     

     

    di Plinio Corrêa de Oliveira

    Insubordinazione e disalienazione: filo rosso dei misteri “profetici”
    Nell’articolo di presentazione di questo numero di “Catolicismo” (intitolato “Il perché di questo numero doppio”), vengono descritti i rapporti fra l’IDOC [Istituto di Documentazione della Chiesa Conciliare, ndr] e i cosiddetti “gruppi profetici”. È facile vedere che questi e quello costituiscono, insieme, una immensa macchina semi-segreta, inserita nella Chiesa, per realizzare il disegno malefico di trasformarla nel contrario di ciò che è stata in questi duemila anni di esistenza.

     Vogliamo, adesso, aiutare il lettore nello studio dell’articolo di “Ecclesia” sui “gruppi profetici”, mettendo in speciale rilievo gli aspetti più profondi e chiarificatori di questa specie di società iniziatiche.

     In questo commento non intendiamo approfondire propriamente la dottrina dei “gruppi profetici”, la coerenza interna delle diverse tesi che la integrano, i loro maestri, i loro precursori, le loro analogie o discrepanze con altri sistemi di pensiero. Né pretendiamo analizzare le condizioni culturali, politiche, sociali, economiche o altre, che favoriscono o avversano la genesi e lo sviluppo di questi gruppi.

     Il nostro obbiettivo è più circoscritto e anche di una utilità più immediata. Messi dinanzi alla crescita tangibile dei cosiddetti “gruppi profetici”, alla loro evidente nocività, e quindi alla necessità di sbarrargli il passo, ci domandiamo quale sia il loro programma, se contano con una struttura definita di direzione e di propaganda, com’è questa struttura, come agisce, come vedono le trasformazioni per le quali la Chiesa è passata di recente e continua a passare, quali sono le tecniche di reclutamento, formazione e sovversione usate da questi gruppi, e infine, quali sono i loro rapporti con il comunismo.

    È nell’articolo di “Ecclesia” che cercheremo le risposte a queste domande.

     

    I. Disalienazione: ribellione contro ogni superiorità e ogni disuguaglianza
    Il concetto-chiave della dottrina dei “gruppi profetici” è, a nostro avviso l’alienazione. Quindi, prendiamola come punto di partenza e come filo conduttore di questa esposizione. Il lettore vedrà che, in questo modo, la materia si farà limpida ed accessibile.

    Alienus è un vocabolo latino che equivale alla parola alieno, cioè di un altro.

    Alienato è colui che non appartiene a sé stesso, bensì a un altro.

    Nella prospettiva comunista, ogni autorità, ogni superiorità sociale, economica, religiosa o un’altra qualsiasi, di una classe sull’altra, porta a un’alienazione. Alienante è la classe sociale che esercita l’autorità, o possiede una superiorità, sia attraverso un Re, un Capo di Stato, un Papa, un Vescovo, un Sacerdote, un Generale, un professore o un padrone. Alienata è la classe che presta obbedienza a quella alienante. La classe alienata, per il fatto stesso di essere soggetta a un’altra classe, in misura maggiore o minore, in questa esatta misura non appartiene a sé stessa, ed è alienata a quest’altra.

    Trasferendo il concetto di alienazione ai rapporti tra persona e persona nella sfera religiosa, si può dire che un Papa, un Vescovo o un Sacerdote in quanto partecipa alla classe dirigente, che è il Clero, è alienante nei confronti di un semplice fedele, il quale è membro della classa guidata, cioè, il laicato.

    Ogni alienazione è uno sfruttamento dell’alienato da parte dell’alienante. E siccome ogni sfruttamento è odioso, bisogna che l’evoluzione dell’umanità conduca alla soppressione di tutte le alienazioni, e perciò di tutte le autorità e disuguaglianze, poiché ogni disuguaglianza crea in qualche modo un’autorità. La formula più conosciuta e popolare della totale disalienazione sta nel motto della Rivoluzione francese: “Libertà, Uguaglianza, Fratellanza”. L’applicazione assolutamente radicale di questo motto condurrebbe a un’anarchia senza caos. La dittatura del proletariato non è altro che una tappa per la realizzazione dell’anarchismo.

    L’egualitarismo radicale è la condizione perché ci sia libertà, ed affinché, cessati gli sfruttamenti e le conseguenti lotte di classi, regni tra gli uomini la fratellanza.

    Ecco la criminale chimera dei comunisti.

     

    II. Il supremo obiettivo “profetico”: una Chiesa non alienante né alienata
    Dall’articolo di “Ecclesia” si deduce che i “gruppi profetici” vogliono trasformare la Chiesa cattolica da alienante ed alienata, come lo sarebbe ai nostri giorni, in una Chiesa-Nuova, senza nessuna forma di alienazione.

    1ª disalienazione della Chiesa: in relazione a Dio

    a. La Chiesa “costantiniana” (la cui era storica, secondo i “gruppi profetici”, inizierebbe con Costantino, l’Imperatore romano che nel 313 liberò la Chiesa dalle persecuzioni, togliendola dalle catacombe, e si estenderebbe sino ai nostri giorni) crede in un Dio trascendente, personale, dotato di intelligenza e di volontà, un Dio perfetto, eterno, creatore, reggente e giudice di tutti gli uomini. Questi sono infinitamente inferiori a Dio e gli devono ogni soggezione. Quindi, credendo in un tale Dio, gli uomini accettano un Dio alienante. Dunque, la Religione è pura alienazione.

    La Chiesa-Nuova non crede in un Dio alienante. Il Dio della Chiesa “costantiniana” corrisponde a una fase già superata dell’evoluzione dell’uomo, cioè l’uomo infantile e alienato. Oggi, l’uomo, reso adulto dall’evoluzione, non accetta un Dio di cui è, in ultima analisi, un servo, e che lo mantiene nella dipendenza del suo potere paterno, o meglio, paternalista, come dicono in modo peggiorativo i “gruppi profetici”. L’uomo adulto respinge ogni alienazione, e vuole per sé un’altra immagine di Dio: quella di un Dio che non è trascendente nei suoi confronti, ma immanente in lui. Un Dio che è impersonale, come un elemento diffusamente sparso in tutta la natura, e pertanto anche in ogni uomo. In una parola, un Dio che non aliena.

    b. Ed è perché non accetta questa nuova figura di Dio, e si ostina nel mantenere la vecchia figura del Dio personale, trascendente e alienante, che la Chiesa “costantiniana” genera l’ateismo. Infatti, l’uomo adulto di oggi, non potendo accettare questa immagine infantile della divinità, si dichiara ateo. Però, se la Chiesa gli presentasse un Dio aggiornato, immanente e non alienante, egli lo accetterebbe. E smetterebbe di essere ateo.

    c. È vero che l’affermazione di un Dio trascendente e alienante si fonda su numerosi passaggi delle Sacre Scritture. Tuttavia, secondo i “gruppi profetici” questi brani non costituiscono realtà storiche precise. Essi sono miti elaborati dall’uomo non adulto, alienato e bramoso di alienazione. Oggi, queste narrative devono essere reinterpretate secondo un concetto non alienante ma adulto, o persino rifiutate. Con ciò si purifica la Religione dai suoi miti. È propriamente ciò che si chiama demitizzazione.

    d. È, per esempio, ciò che si dovrebbe fare per quanto riguarda la spiegazione della triste condizione dell’uomo, soggetto all’errore, al dolore ed alla morte. Per l’uomo adulto, il rimedio per questa situazione non può decorrere da una Redenzione operata dal sacrificio del Dio trascendente incarnato, e completata dalle sofferenze dei fedeli. Il rimedio viene, invece, dall’evoluzione, dalla tecnica e dal progresso. Nel concetto dell’uomo disalienato, non c’è più ragione per le mortificazioni, alquanto masochistiche, che la Chiesa “costantiniana” promuoveva. La Chiesa-Nuova chiama a una vita interamente volta alla felicità terrena. La Redenzione-progresso non ha come scopo condurre gli uomini verso un cielo ultraterreno, ma trasformare la terra in un cielo.

    2ª disalienazione della Chiesa: in relazione al soprannaturale ed al sacro
    La religione cattolica “costantiniana”, coerente con la sua dottrina sulla trascendenza di Dio, ammette il soprannaturale, e con esso il sacrale. Ora, il concetto di un ordine soprannaturale, superiore a quello naturale, di una sfera religiosa e sacra superiore alla sfera temporale, risulta in evidenti disuguaglianze. Da ciò provengono, ipso facto, molteplici alienazioni. Nella Chiesa-Nuova, disalienante e disalienata, si ammette come realtà soltanto il naturale, il temporale, il profano. È una Chiesa desacralizzata. Da qui decorrono numerose conseguenze:

    a. È ovvio, innanzitutto, che la Chiesa-Nuova è tutta posta nell’ordine naturale. Essa esercita la sua missione salvifica inducendo i fedeli a impegnarsi nel promuovere il benessere terreno.

    b. La nozione della Chiesa come società distinta dallo Stato e sovrana nella sfera spirituale perde, quindi, ogni sua ragion d’essere. La Chiesa desacralizzata è, dentro la società temporale, un gruppo privato come un altro qualsiasi, la cui missione consiste nell’essere all’avanguardia delle forze che promuovono l’evoluzione dell’umanità.

    c. La vita sacramentale cambia pure di contenuto. I Sacramenti hanno un senso simbolico meramente naturale. L’Eucaristia, per esempio, è una cena in cui i fratelli familiarizzano intorno a una stessa tavola. E perciò dev’essere ricevuta come un cibo qualsiasi, durante un comune pasto.

    d. La condizione sacerdotale non dev’essere più considerata sacra, posto che la sacralità muore con la morte delle alienazioni. Nel modo di presentarsi, di vestirsi e di vivere, i sacerdoti devono essere come un laico qualsiasi, poiché la sfera del sacro, a cui appartenevano, è sparita, e devono integrarsi senza riserve nella sfera temporale. Così pure devono comportarsi i religiosi, se ci saranno ancora i tre voti di obbedienza, povertà e castità nella Chiesa, ormai disalienante e disalienata.

    e. Non vi è ragione perché esistano edifici destinati solo al culto, visto che è già morto il soprannaturale e il sacro. In questo mondo evoluto, adulto, contrario alle alienazioni, il culto del Dio immanente e diffuso nella natura può essere praticato in qualunque luogo profano. Se esisteranno edifici destinati al culto, siano utilizzati pure per finalità profane, in modo da evitare la distinzione alienante tra lo spirituale e il temporale.

    3ª disalienazione della Chiesa: in relazione alla fede, alla morale, al Magistero e all’azione evangelizzatrice
    a. La Chiesa-Nuova è una Chiesa povera. Innanzitutto nel senso spirituale del termine. Una delle ricchezze della Chiesa “costantiniana” consiste nell’affermarsi Maestra infallibile. La Chiesa-Nuova invece non si pretende Maestra. Né tratta i fedeli come discepoli, perché ciò sarebbe alienante.

    Ognuno riceve carismi dallo Spirito Santo, che parla direttamente all’anima. Ed è a questa voce interiore, della quale può prendere coscienza, che ognuno deve credere.

    Tutto ciò, che è vero per le materie riguardanti la fede, lo è pure per la morale. Ognuno ha la morale che gli suggerisce la propria coscienza.

    Insomma, l’uomo vive della testimonianza interiore dei carismi, dei quali prende conoscenza. Così, la Chiesa-Nuova non possiede un patrimonio di verità, di cui immaginerebbe avere il privilegio. E in questo risiede il principale aspetto della sua povertà.

    b. Da qui decorre un’altra forma di povertà. La Chiesa-Nuova non ha frontiere. Essa accoglie persone di qualsiasi credo, purché lavorino attivamente per la vera Redenzione, che è il progresso terreno. Essa non è, quindi, come un regno spirituale con frontiere dottrinali definite, bensì qualcosa di etereo, di fluido, che si confonde più o meno con qualsiasi chiesa. In altri termini, la Chiesa-Nuova è super-ecumenica.

    c. Un altro titolo di povertà della Chiesa-Nuova, non essendo Maestra, ed essendo super-ecumenica, è quello di non avere più la necessità di opere di apostolato. Di conseguenza, le università cattoliche, le scuole cattoliche, le opere di assistenza cattoliche mantengono la loro ragion d’essere a patto che non mirino a nessun fine apostolico, né abbiano qualsiasi soggezione alienante e antiecumenica riguardo alla Chiesa: vale a dire, purché rinuncino alla nota cattolica, ed assumano un carattere totalmente profano, secolare e laico.

    d. La povertà della Chiesa-Nuova - essendo la cultura e la civiltà valori dell’ordine temporale e terreno, e non pretendendo esercitare più qualsiasi magistero nel plasmare a sé la società temporale - risiede pure nel fatto che non si può più parlare di cultura né di civiltà cattolica. La cultura e la civiltà dell’uomo evoluto e adulto hanno ricevuto la loro carta di emancipazione: sono desacralizzate e disalienate dalla Religione.

    e. Inoltre, la Chiesa-Nuova è povera nel senso materiale del termine. Essa non solo rifiuta le cattedrali e le basiliche, in cui il sacro ostentava trionfalisticamente la sua superiorità, ma, vivendo nell’era dei poveri, rigetta qualsiasi ricchezza, a qualsiasi titolo possibile.

    f. Infine, la Chiesa-Nuova è povera perché è la Chiesa dei poveri. Da nemica di tutte le alienazioni, si sente anche nemica di tutti gli alienanti, di qualsiasi tipo ed ordine, e invece connaturale alla causa di tutti gli alienati. Perciò, gli sfruttati ed alienati della società attuale hanno nella Chiesa-Nuova il loro posto. Essa è per essenza loro difensore contro i detentori dell’autorità o della superiorità terrena. Per ragioni analoghe in senso inverso, la Chiesa “costantiniana” è complice, per propria natura, di tutte le oligarchie alienanti e sfruttatrici.

    4ª disalienazione della Chiesa: in relazione alla Gerarchia ecclesiastica
    Dal momento che l’autorità è sempre alienante, è doveroso che non esista. E se esistesse, sarebbe soltanto nella misura in cui compiesse la volontà degli alienati, che in questo modo evaderebbero - almeno in certa misura - dal giogo dell’alienazione.

    Nella Chiesa “costantiniana”, la Gerarchia è investita del triplice potere di ordine, magistero e giurisdizione. La Chiesa-Nuova, svuotando i Sacramenti del loro contenuto soprannaturale, che sono sotto il potere della gerarchia di ordine, col negare il Magistero attenta, a rigore di logica, anche contro la gerarchia di giurisdizione.

    Così, l’esistenza di un Papa, monarca spirituale circondato dal Collegio dei principi ecclesiastici, che sono i vescovi - di cui ognuno, nella rispettiva diocesi, è come un monarca soggetto al Papa - non è compatibile con la Chiesa-Nuova. Come pure non possono sussistere i parroci che reggono, sotto gli ordini dei vescovi, porzioni del gregge diocesano.

    Per disalienarla completamente dalla Gerarchia, occorre democratizzare la Chiesa. È necessario costituire in essa un organo rappresentativo dei fedeli che esprima ciò che i carismi dicono nell’intimo della loro coscienza: chiaramente un organo elettivo che rappresenti la moltitudine. Un organo che imponga decisivamente la propria volontà sui gerarchi della Chiesa, i quali, è ugualmente chiaro, dovranno, da quel momento in poi, essere eletti dal popolo.

    A nostro avviso, questa riforma strutturale della Chiesa auspicata dal movimento “profetico” è solo una tappa verso la piena realizzazione dei suoi obbiettivi. La totale disalienazione comporterebbe, in una tappa ulteriore, l’abolizione di qualsiasi gerarchia.

    Considerando soltanto la riforma che i “gruppi profetici” ora sostengono esplicitamente, si può dire che vogliono trasformare la Chiesa in una monarchia come quella inglese, cioè, un regime in realtà democratico, diretto fondamentalmente da una Camera popolare elettiva e onnipotente, nel quale va conservato pro-forma un re decorativo (nel caso della Chiesa-Nuova, il Papa), dei Lord senza potere effettivo (i vescovi e i parroci), e una Camera alta da apparato (il collegio episcopale). Inoltre, affinché l’analogia tra il regime dell’Inghilterra e la Chiesa-Nuova sia completa, è necessario immaginare un Re e dei Lord elettivi (cioè, Papa e vescovi eletti dai fedeli).

    Per completare il quadro della democratizzazione, bisogna aggiungere che nella Chiesa-Nuova le parrocchie costituirebbero dei gruppi fluidi e instabili, e non delle circoscrizioni territoriali definite come sono oggi. A rigore di logica, questa fluidità si estenderebbe pure alle diocesi. La Gerarchia ormai non sarebbe nella Chiesa altro che un vago nome.

    5ª disalienazione della Chiesa: in relazione al Potere Pubblico
    Questa disalienazione è già inclusa, a diversi titoli, nei punti precedenti. La Chiesa “costantiniana”, che ha un governo proprio e sovrano nella sua sfera, desidera l’unione e la collaborazione con il Potere temporale. Così facendo, in un certo modo si alienerebbe ad esso, e in un certo modo lo alienerebbe a sé.

    Per tutti i motivi sopra esposti, la Chiesa-Nuova dichiara invece di non avere bisogno del Potere pubblico, né di volere con esso relazioni da Potere a Potere. Così, la mutua alienazione sarà cessata.

    Conclusione
    Concludendo, la Chiesa-Nuova sarà interamente disalienata, e smetterà totalmente di essere alienante.

     

    III – Soltanto la lotta di classi produrrà la disalienazione nella Chiesa
    1. La Gerarchia ha aiutato l’esecuzione del programma “profetico” di disalienazione; però, non può fare il passo finale

    Mirando alla disalienazione totale - per mezzo della quale la Chiesa “costantiniana” deve metamorfosizzarsi in una Chiesa-Nuova - potranno i “gruppi profetici” sperarla dalla Gerarchia?

    Considerando che certi membri appartenenti a questa hanno dato il loro sostegno a molte misure disalienanti, si direbbe di sì. Tanto più che i “gruppi profetici” affermano che l’opera del Concilio Vaticano II ha avuto un carattere disalienante, cioè, desacralizzante e ugualitario, che rappresenta un primo passo - benché timido - nel cammino di trasformazioni più radicali.

    Però, senza sdegnare il vantaggio che affermano di ottenere dallo sfruttamento degli atteggiamenti di certi gerarchi e delle decisioni del Concilio Vaticano II, i “gruppi profetici” ritengono che la completa disalienazione potrà venire solo da una lotta di classi tra l’episcopato e il clero da un lato, e i laici dall’altro.

    La ragione di questo, adducono essi, risiede nel fatto che da un gerarca sensibile alla disalienazione si possono sperare concessioni che ne riducano i poteri; ma, per quanto egli possa essere sensibile, non c’è da sperare in una sua completa rinuncia, il che equivarrebbe ad un suicidio.

    2. Il modo per giungere alla vittoria della rivoluzione disalienante nella Chiesa: l’insurrezione del laicato
    Quindi, si deve coscientizzare il laicato affinché, in lotta contro i gerarchi, esiga le riforme di struttura nella Chiesa per democratizzarla. Insomma, il rimedio si trova nella lotta di classi all’interno della Chiesa.

    Tale lotta va fatta a tappe:

    a - campagna di discredito contro la Chiesa “costantiniana”;

    b - istigare il desiderio delle riforme di struttura nella Chiesa;

    c - agitazioni, scioperi;

    d - capitolazione della Gerarchia e applicazione delle riforme.

     

    IV – I “gruppi profetici”, artefici della lotta di classi per la disalienazione della Chiesa

    I nuovi carismi di cui vivrà la Chiesa-Nuova non risiedono nella Gerarchia, bensì nel popolo fedele. Spetta quindi alla Gerarchia, come abbiamo visto, obbedire al popolo.

    A tutto il popolo? In realtà, esso dev’essere, se non governato, per lo meno illuminato e guidato da gruppi “carismatici” e “profetici” che lo Spirito suscita nella Chiesa per dare “testimonianza”. L’insieme di questi gruppi formerà, allora, all’interno della Chiesa invertebrata da essi sognata, una rete d’influenze alla quale spetterà il vero potere.

    Ciò aumenta l’interesse dello studio sulla struttura e sui metodi dei “gruppi profetici”, che più avanti faremo.

    Peraltro è tra i loro membri, come rappresentanti naturali del laicato, che si dovrà reclutare la Camera popolare dentro la Chiesa-Nuova.

    Quali sono i mezzi di cui dispone il movimento “profetico” per promuovere la sovversione riformista nella Chiesa?

    1. L’estensione del movimento “profetico”
    I “gruppi profetici” sono numerosi. Esistono in molti paesi. Essi corrispondono – per il convivio intimo che conferiscono – a profondi aneliti di sociabilità dell’uomo contemporaneo smarrito ed isolato nell’anonimato delle grandi moltitudini. Per questo e per altri motivi, il numero dei gruppi tende a moltiplicarsi indefinitamente.

    2. La struttura segreta del movimento “profetico"
    Questa struttura è flessibile e molto adatta a promuovere la sovversione nella Chiesa.

    I “gruppi profetici” sono vere cellule, con un numero variabile di persone. In ogni caso, tale numero non giunge mai ad essere grande. Di queste persone, non tutte sono al corrente, con la stessa profondità, dei fini, dei metodi e delle connessioni del gruppo. Ognuna delle cellule è in questo modo una minuscola società segreta.

    Ogni cellula ha contatti abituali con altre dello stesso genere, il che fa del movimento un immenso ingranaggio con una miriade di piccoli pezzi.

    A questa unità funzionale si somma un’altra, più preziosa: tutte mirano allo stesso fine, ossia, alla lotta di classi per imporre nella Chiesa una riforma disalienante.

    Si deve menzionare anche l’uniformità con cui utilizzano, sia per il reclutamento sia per la sovversione, gli stessi metodi complessi e sottili. Ne parleremo più avanti.

    Tutti questi fattori rendono i “gruppi profetici”, nel loro insieme, un movimento impressionantemente unitario. Avranno forse, come espressione di questa unità, una direzione centrale suprema? Lo studio di “Ecclesia” non lo dice esplicitamente. Ma i dati forniti dalla rivista spagnola rendono impossibile non rispondere in modo affermativo. Infatti, senza un organo direttivo centrale, non si vede come si può inculcare nei fedeli una dottrina complessa, coordinare nella loro delicata strutturazione interna, nonché nei loro metodi raffinatamente specializzati, una tale miriade di corpuscoli esistenti in paesi diversi e distanti. Quanto maggiore la molteplicità e la varietà di un insieme, tanto maggiore la necessità di un vincolo strutturale forte per mantenerlo unito. Di conseguenza, anche nella loro direzione centrale, i “gruppi profetici” sono - concludiamo noi – un’organizzazione clandestina.

    In quale modo questa direzione centrale mantiene effettivo, benché nascosto, il suo potere sulle cellule? Tutto porta a pensare, rispondiamo, a un compromesso assunto da elementi più influenti che, loro sì, sarebbero messi al corrente dell’esistenza di una direzione centrale.

    Per quale motivo conservare tutto ciò nel mistero? La ragione è semplice. I “gruppi profetici” si presentano come il frutto spontaneo di una pioggia di carismi per animare un laicato che un’evoluzione naturale, anch’essa spontanea, ha reso adulto. Quindi non possono darsi le arie di un movimento organizzato da una piccola cupola, astuta ed efficiente.

    3. I metodi di reclutamento e di formazione: l’iniziazione “profetica”
    Un “gruppo profetico” penetra, vive e si moltiplica sempre in un ambiente o istituzione cattolica, come un batterio penetra e vive nel corpo. Esso nasce, in generale, dall’azione di uno o più agitatori discreti, che tengono riunioni su temi simpatici e molto generici, la pace per esempio. Tra i partecipanti a queste riunioni si recluta la prima manciata di adepti.

    Per non suscitare sospetti, gli agitatori a volte invitano qualche sacerdote o vescovo che – ingenuo o complice, supponiamo – approvi e benedica. Reclutato progressivamente un maggior numero di membri, incomincia l’inoculazione sovversiva.

    Questa inoculazione ha due fasi. Nella prima, si procede alla graduale diffamazione della Chiesa “costantiniana”. Nella seconda, si attizza il fuoco negli animi, facendo desiderare le riforme che trasformeranno la Chiesa “costantiniana” in una Chiesa-Nuova.

    Questo lavoro è avviato lentamente, con piccoli sarcasmi lanciati qua e là, con frasi sciolte e con slogan accurati. I membri che risponderanno favorevolmente a questi stimoli sovversivi verranno promossi alla conoscenza di orizzonti rivoluzionari più ampi. Gli altri saranno tenuti a mollo, silenziati e rimossi.

     

    V. Come i “gruppi profetici” attuano la lotta di classi nella Chiesa
    Formata così una rete sufficientemente ampia di “gruppi profetici”, il movimento è atto a uscire dall’ombra ed entrare strepitosamente in azione. È sotto gli occhi di tutti come viene fatta l’agitazione ecclesiastica. Ci limitiamo a riassumere ciò che tutti vedono.

    Aiutati abitualmente da una forte pubblicità, alla quale tutto fa credere che non sia estraneo l’IDOC [Istituto di Documentazione della Chiesa Conciliare, ndr], certi attivisti cominciano a promuovere l’agitazione dei parrocchiani contro qualche vescovo o sacerdote che non accetta subito certe rivendicazioni scapestrate. Se non è agitazione, saranno cortei, occupazioni di chiese, manifesti di stampa e via dicendo. Insomma, una lotta di classi per indurre il laicato a distruggere le alienazioni di cui il clero sarebbe il beneficiario alienante e sfruttatore.

    La pubblicità che questi atti raggiungono è tale da attrarre all’agitazione nuove reclute impressionabili, o desiderose di protagonismo. Il movimento si ingrossa e così diventa capace di atti di sovversione ancor più audaci.

    Tutto ciò crea un clima di terrorismo pubblicitario contro i refrattari, che li isola dagli amici e persino dai parenti. Così si riduce al silenzio chi vorrebbe invece reagire.

    Questo terrore è preparato, con molta antecedenza, da statistiche ed inchieste sociali tendenziose, elaborate e divulgate dai “gruppi profetici”. In questo modo, riescono a far credere che l’immensa massa dei fedeli desidera le riforme nella Chiesa, che questo è lo spirito inconfutabile dei tempi, e che opporvisi è come voler fermare con le mani una marea montante. Le manifestazioni, reali o manipolate, di tendenze rivoluzionarie nei fedeli sono, secondo loro, “segni dei tempi”, colti con speciale perspicacia da coloro che possiedono “carismi profetici”. Grazie al frastuono dei “gruppi profetici”, la sovversione ecclesiastica, opera di una minoranza, sembra corrispondere così ai desideri mal contenuti di intere moltitudini infuriate nel vedersi alienate.

    Lo spirito del tempo, percepito “profeticamente” nei “segni dei tempi”, è la suprema norma. Resistergli è una follia, un anacronismo ridicolo e spregevole. La Chiesa “costantiniana” aveva la pretesa di modellare i tempi. La Chiesa-Nuova sa che, al contrario, deve lasciarsi modellare da essi.

    Dunque, o la Chiesa accetta le riforme imposte dall’evoluzione e si trasforma in una Chiesa-Nuova, oppure muore.

    A questa pressione, fatta all’interno stesso della Chiesa, in così tanti Paesi, dalla bocca dei membri dei “gruppi profetici” e dalle grandi trombe pubblicitarie dell’IDOC e di altri organismi, è molto difficile resistere. La resistenza è possibile soltanto agli spiriti molto scelti, con una fermezza di principi irremovibile e disposti a subire i più grandi dispiaceri. Ed anche i più inaspettati.

     

    VI – Relazioni tra il movimento “profetico” e il progressismo
    Il pubblico brasiliano conosce bene l’insieme delle aspirazioni, dottrine, trasformazioni e tumulti che caratterizzano, nell’ordine del pensiero e dell’azione, il cosiddetto progressismo cattolico. Ed è tale l’affinità dei “gruppi profetici” - come d’altronde anche dell’IDOC - con il progressismo, che i nostri lettori si saranno domandati con frequenza quale relazione ci sia tra questo e quelli.

    La domanda è pertinente, poiché non si riscontra una sola traccia caratteristica del progressismo che non si trovi, esplicita o implicita, prossimamente o remotamente, relazionata con i “gruppi profetici”.

    L’azione del progressismo è talmente ampia, ed è tanto svariata la gamma delle sue sfumature - che vanno dal “moderato” sino al rivoluzionario comunista - che ci pare esagerato attribuire al movimento “profetico” e al IDOC la causalità della corrente progressista in tutto il mondo. È certo, però, che le minoranze “profetiche” meritino di essere qualificate come progressiste.

    Questa osservazione induce a sollevare un altro quesito inquietante: se il movimento “profetico” ha come fucina un’organizzazione semiclandestina ma nitidamente strutturata, non vi sarà pure un’entità più vasta all’origine del progressismo in tutta la Chiesa? La risposta a questa importante domanda esorbita dai limiti del presente commento.

     

    VII – I “gruppi profetici” sono al servizio del comunismo
    Da ciò che finora è stato esposto, riteniamo gravemente sospettabile che i “gruppi profetici” siano al servizio del comunismo. Al riguardo, basta ponderare che:

    a - i “gruppi profetici” sono affini al comunismo;

    b - essi sono utili al comunismo;

    c - siccome i comunisti sono soliti creare e dirigere movimenti affini, che agiscono a favore della causa comunista, è sommamente probabile che i “gruppi profetici” siano stati creati dai comunisti e siano da loro diretti;

    d - è classica tattica marxista infiltrarsi nei gruppi affini per metterli al servizio della causa comunista; in queste condizioni, anche se i “gruppi profetici” non fossero stati creati dai comunisti, è per lo meno altamente probabile che siano diretti da loro, per l’infiltrazione rossa nella Chiesa;

    e - alcuni fatti significativi, indicati più avanti, confermano fortemente questi sospetti.

    Soffermiamoci un po’ su questo argomento.

    Le analogie tra gli obbiettivi dei “gruppi profetici” e quelli del comunismo sono evidenti: i primi mirano a disalienare, e pertanto a desacralizzare e rendere rigorosamente ugualitaria la società spirituale, che è la Chiesa, incitando i cattolici a favore delle disalienazioni anche nella società temporale; similmente, il comunismo mira a disalienare e rendere rigorosamente ugualitaria la società temporale. Dunque si può affermare che i “gruppi profetici” fanno la rivoluzione comunista dentro la Chiesa.

    Quale vantaggio trae il comunismo da tutto ciò? La Chiesa-Nuova risultante dall’azione del movimento “profetico” non crede in un Dio personale, ma in un Dio diffuso e impersonale, immanente e onnipresente nella natura. La Chiesa-Nuova crede nell’evoluzione, nel progresso e nella tecnica come grandi forze ineluttabili che animano il movimento universale, ponendo rimedio all’infelicità dell’uomo e dando un senso alla storia. A colpo d’occhio è facile vedere che questa dottrina risulta nell’affermare la divinizzazione dell’evoluzione, del progresso e della tecnica. Il che è straordinariamente simile, se non identico, al concetto evoluzionista e materialista di Marx.

    La Chiesa-Nuova non ha, per opporsi al comunismo, gli stessi ed invincibili motivi religiosi che hanno portato la Chiesa “costantiniana” ad opporsi ad esso come suo peggiore avversario. Al contrario, la teologia della Chiesa-Nuova prepara gli animi ad aderire ad esso.

    In altri termini, man mano che fa adepti, la Chiesa-Nuova forma simpatizzanti del comunismo, o persino comunisti militanti.

    Anche di fronte agli aspetti sociali ed economici del marxismo, la posizione della Chiesa-Nuova differisce da quella tradizionale della Chiesa “costantiniana”. Difatti, quest’ultima – in base al 7° e al 10° comandamento – condanna il regime sociale ed economico comunista in quanto immorale, e afferma la legittimità della proprietà individuale, del libero mercato e del salariato, in modo che, anche se un regime rosso riconoscesse alla Chiesa esistenza legale e la libertà di culto, essa resterebbe irriducibilmente anticomunista. Al contrario, la Chiesa-Nuova, avversa ad ogni alienazione, ha solo motivi per vedere di buon occhio la soppressione delle situazioni patrimoniali e delle relazioni di lavoro che il comunismo taccia di alienanti.

    Così, la vittoria della Chiesa-Nuova avrebbe come conseguenza fatale la trasformazione della religione cattolica - anche in materia sociale - da una forza irriducibilmente contraria al comunismo, a una forza ausiliare o persino propulsiva di questo.

    Qual è la portata concreta di questa eventuale trasformazione? Nel mondo vi sono circa 500 milioni di cattolici; trasformarli da nemici inflessibili in ausiliari o militanti del comunismo, che stupenda conquista!

    Ciò che il comunismo non è riuscito a fare fin qui, e che mai riuscirà anche con le più atroci persecuzioni, si otterrebbe, senza nessuna violenza e nessun rischio di suscitare pericolose reazioni, con la semplice metamorfosi incruenta della Chiesa cattolica in una Chiesa-Nuova.

    Dinanzi a questa prospettiva, i gravi sospetti che, basati sullo studio della rivista “Ecclesia”, abbiamo sollevato inizialmente sulla posizione del movimento comunista nei confronti del movimento “profetico”, cambiano di colore. Si trasformano in certezza morale. Chi conosce la grande abilità del comunismo internazionale nell’infiltrare e neutralizzare le forze avversarie, e nel sostenere tutti i movimenti sovversivi a lui favorevoli, non ritiene ammissibile che i dirigenti comunisti siano indifferenti, inerti ed estranei all’incomparabile successo tattico che gli potrà derivare dall’infiltrazione dei “gruppi profetici” presenti tra i 500 milioni di cattolici, dalla neutralizzazione di questa immensa forza e persino dal vantaggio a favore della causa marxista.

    Nessuna persona di buon senso può ammettere che, favorendo una così grande ascensione del comunismo, la Chiesa-Nuova, a sua volta, non sia ampiamente aiutata da esso. Dato, in concreto, il temibile proselitismo e le enormi risorse del comunismo, in questa tematica trova una piena applicazione il ragionamento: poté, volle, dunque fece (“potuit plane et voluit, si igitur voluit, fecit”). Applichiamolo ai fatti:

    - i comunisti possono aiutare in mille modi il trionfo della Chiesa-Nuova, e in essa incontrano solo predisposizione ad accettare questo aiuto;

    - è chiaro che i comunisti vogliono ardentemente un tale trionfo;

    - dunque, favoriscono vigorosamente il movimento “profetico”, artefice della Chiesa-Nuova, utilizzando a tale fine tutti i mezzi per infiltrarvisi e per dirigerlo.

    Nello studio di “Ecclesia” anche un dato concreto parla a favore di questa conclusione: i “gruppi profetici” consigliano loro membri di rifiutare qualsiasi collaborazione con i regimi non comunisti, perché li considerano alienanti. Raccomandano invece che collaborino con i regimi comunisti, perché li considerano disalienanti.

    Un altro fatto è che, secondo “Ecclesia”, i “gruppi profetici” hanno raggiunto un notevole sviluppo nella Germania Orientale, il che non sarebbe mai stato possibile senza il gradimento delle autorità comuniste.

    Non sarebbe troppo ricordare le affinità dell’IDOC con il movimento comunista. Essendo anche l’IDOC affine ai “gruppi profetici”, ne decorre ugualmente un’affinità tra loro e il movimento comunista. Poiché due entità affini, sotto lo stesso titolo, a una terza, sono affini tra loro.

     

    VIII – Possibilità del piano comunista a proposito della Chiesa-Nuova

    Resta ancora da formulare un’ultima domanda, di portata strategica. I “gruppi profetici” e i loro complici marxisti sperano seriamente di ottenere la metamorfosi di tutta la Chiesa “costantiniana” in una Chiesa-Nuova? Su questo punto, lo studio di “Ecclesia” ci fornisce dati che permettono di sollevare alcune congetture.

    Nonostante inculchino il loro programma riformista come un imperativo dei tempi, dettato dal clamore indignato delle masse di alienati in rivolta, i capifila del movimento “profetico” devono ammettere che l’applicazione integrale delle riforme da loro auspicate provocherebbe tali dispersioni e apostasie, che la Chiesa-Nuova rischierebbe di rimanere ridotta a un piccolo numero di fedeli.

    Di fronte a questo, ci si chiede quale lucro avrebbe il comunismo in tal caso.

    Immaginiamo che si siano avverate le speranze dei riformatori. Alcuni vescovi e sacerdoti complici, e altrettanti deboli o intimoriti, cederebbero progressivamente alle pressioni, sempre più violente, dei “gruppi profetici”. L’onda riformista ingrosserebbe minacciosamente. L’eresia diverrebbe sempre più palese. La legittima reazione dei fedeli crescerebbe pure. E, nella misura in cui crescesse, comincerebbero gli atti persecutori dei cattivi pastori contro di loro: censure di qua, scomuniche di là, interdizioni altrove. Tra le due parti si aprirebbe un fosso. Impossibile intravedere quali proporzioni allarmanti la crisi potrebbe assumere. Basti pensare all’eresia ariana del secolo IV, che conquistò quasi tutta la Cristianità. In quella congiuntura, che terribili confusioni, quali tremende prove la Provvidenza permise come castigo agli uomini!

    Una spaventosa confusione accadde pure sotto il pontificato di Onorio I. I teologi affermano che questo Papa, per le sue omissioni e la sua ambiguità, favorì l’eresia monotelita. Come si sa, egli scrisse una lettera al Patriarca Sergio, di Costantinopoli, stilata in termini tali da essere condannata dal VI Concilio Ecumenico, approvato dal Papa San Leone II. La confusione creata da questa lettera fu talmente grande, che sino ad oggi i teologi faticano a gettare luce sul problema.

    Basterà che i comunisti aprano qualsiasi compendio di storia ecclesiastica, per constatare che disgrazie come queste sono possibili. Di conseguenza, è nella logica delle cose che facciano di tutto per ripeterle nei nostri giorni.

    Certamente è questa la meta dei “gruppi profetici", anche se sanno di poter riunire attorno a sé pochi cattolici, anzi, ex-cattolici. Che immenso profitto avrebbe il comunismo se questa ipotetica reviviscenza del passato si trasformasse in realtà…

    È chiaro che, anche in questo caso, lo Spirito Santo proteggerebbe l’integrità del deposito della Fede. L’infallibilità papale giammai smetterebbe di esistere. La Chiesa immortale non morirebbe, e nella sua costituzione divina vi sarebbe rimedio per una tale situazione di calamità. (1)

    Chiediamo alla Provvidenza che risparmi questa prova alla Sposa di Cristo. Ma anche se Ella la permettesse, la Chiesa finirebbe col trionfare. La assiste la promessa divina, e la riconfortano le parole della Madonna di Fatima: “Infine il mio Cuore Immacolato trionferà!”. 

    (1) Su queste complesse materie, è interessante studiare, per esempio: Papa Adriano II (all. 3 Conc. VIII atto 7); Papa Innocenzo III (predica IV in cons. Pont.); S. Antonino (S. Th., III, 23-24); S. Roberto Bellarmino (De R. Pont. 2, 30; 4, 6ss); Suarez (De Fide, X, 6; De Leg., IV,7); S. Alfonso (Th. Mor., I, nn 121-135); Bouix (Tr. DePapa, II, p.635-763); Wernz-Vidal (I. Can, II, pp. 517 ss.); Card. Billot (De Eccl. Chr. p 609 ss); Vermeersh-Creusen (Ep. J. Can., I, n.340); Card. Journet (L’Egl. Du Verbe Inc., I, pp625 ss; pp. 821, 1063 ss).

  • Contemplando la Sacra Sindone

     



    di Plinio Corrêa de Oliveira

    La Sacra Sindone è particolarmente emozionante perché ci offre una "fotografia" di Nostro Signore Gesù Cristo. Ovviamente, è la fotografia di un morto, di un cadavere che, del resto, subì tormenti inenarrabili prima di morire, e ne rimase perciò sfigurato. Non dobbiamo immaginare che, in vita, Nostro Signore sia stato esattamente così. Egli somigliava molto a quest'immagine, ma il suo venerabile corpo è stato in seguito deformato dal lungo martirio e, soprattutto, dalla morte in croce.

    In una rivelazione mistica ad un'anima pia, Egli spiegava che il suo viso subì uno stiramento, rimanendo leggermente deformato, e che pure il naso fu contuso dai colpi. Ciononostante, si tratta pur sempre di una fisionomia che causa una profonda impressione.

    Quale significato riveste per noi la contemplazione della Sacra Sindone di Nostro Signore Gesù Cristo?

    Il volto è simbolo dell'anima. Purtroppo, negli uomini, è un simbolo tante volte mendace, non solo perché questi assumono spesso una fisionomia artificiale per nascondere i propri difetti, ma anche perché per il peccato originale, per i difetti personali e via dicendo, la fisionomia è, pur senza volerlo, spesso ambigua e non esprime adeguatamente l'anima. Perciò, chi non fosse abbastanza acuto, potrebbe non percepire nell'altro l'anima di cui è un simbolo la sua fisionomia.

    Ma non era così per Nostro Signore Gesù Cristo che, in quanto vero Dio e vero Uomo, era perfettissimo. Come Uomo, Egli era il più perfetto di quanti mai ve ne furono o ve ne saranno. La sua fisionomia era espressione perfetta della sua insondabile santità. Dunque, mi pare interessante fissare lo sguardo sul Sacro Volto della Sindone per ravvivare nella nostra memoria sentimenti di così alta pietà.

    Ecco la Sacra Sindone con il Sacro Volto. Dalla proporzione tra le dimensioni del viso e quelle del corpo, possiamo immaginare la grande statura e il maestoso atteggiamento del nostro Divin Salvatore. Ovviamente la posizione delle braccia non è naturale. Esse furono sistemate così, in quanto un cadavere non assume una propria posizione. Però, anche in questa posizione si può avere un'idea del suo portamento.

    Guardando la fisionomia più da vicino osserviamo nel naso qualcosa di tumefatto, di rotto, che non permette di vederne la forma naturale. Inoltre, si nota che la fisionomia è alquanto distesa, allungata, il ché non corrisponde interamente alla sua posa normale. Ciononostante, vi si riscontra la straordinaria somiglianza con le immagini delle nostre chiese. Anzi, è curioso come le immagini di Nostro Signore che troviamo nelle chiese abbiano finito con l'essere tanto conformi alla Sacra Sindone. Perché le immagini dei primi secoli non presentano Nostro Signore in questo modo. È solo a partire da un dato momento che hanno cominciato a raffigurarLo così, fino a ricreare il viso di Nostro Signore Gesù Cristo facilmente riconoscibile da ognuno di noi.

    Nella Sacra Sindone si nota poi un aspetto interessante: Nostro Signore aveva solo 33 anni quando fu crocifisso, eppure ai nostri occhi moderni sembrerebbe assai più maturo. Io Gli darei facilmente 45 anni. Quando Gesù morì aveva l'età perfetta dell'uomo. Egli visse sino alla piena maturità dell'uomo. Nella Sindone, Egli mostra una maturità assoluta, una capacità volitiva enorme. Si tratta di una persona che, da una parte, è pienamente cosciente di tutto ciò che pensa ed ha un giudizio sommamente maturo e, dall'altra parte, possiede una volontà assolutamente forte e determinata. Quindi, Egli è consapevole di tutto quel che vuole, e vuole tutto ciò che Gli conviene volere. Egli ci dà l'idea di ordine assoluto, di virilità, di assoluta padronanza di se stesso.

    Però, al di sopra di queste caratteristiche, contempliamo una sacralità straordinaria. Non vi è difficoltà nel percepire il supremo senso di responsabilità che promana da questa figura, nonché la sicurezza di sé. Guardando la Sacra Sindone, si pensa a quell'episodio del Vangelo in cui gli sbirri stavano per catturarLo e Gli chiesero se fosse Gesù il Nazzareno, ed Egli rispose: "Sono Io!". Caddero tutti con la faccia a terra, proprio coloro che dovevano arrestarLo. Tale era la sua maestà, la sua sicurezza!

    Quella risposta: "Sono Io!", ricorda la definizione che Dio diede di se stesso a Mosè quando gli apparve nel rovo ardente. Infatti, quando questi Gli domandò chi fosse, Egli rispose: "Io sono Colui che è". Se dicessimo che la figura della Sacra Sindone si definisce così: "Io sono Colui che è", sarebbe una definizione compiuta, poiché è la comunicazione di ogni assoluto, il possesso di ogni assoluto, una sicurezza di sé da cui si evince che Lui è il modello e la misura per ogni cosa, e che giudica tutto, da Re e da Dio, in funzione di se stesso. È un'autentica meraviglia!

    Nel contempo, pur attraverso gli occhi chiusi, intravediamo l'oceano di soavità e di dolcezza che scaturiva dal suo sguardo. Possiamo quasi sentire quanto di supremamente affabile aveva il timbro della sua voce e il suo linguaggio. In Lui coesistevano tutte le virtù, tutte le perfezioni in tutti i gradi compresi nella natura umana, come riflesso di quella divina unita a Lui dall'unione ipostatica.

    Da un'altro canto è interessante notare la severità dell'espressione. Nostro Signore morì vittima di un crimine atroce, anzi, del peggiore di tutti i crimini, che è quello del Deicidio, che inflisse i maggiori tormenti di cui si abbia notizia nella storia. Ma Egli non è uno sconfitto. La sua fisionomia è quella del Giudice di fronte ai suoi aguzzini. Vi si riscontra un rifiuto, una censura, un disaccordo e una condanna contro coloro che Lo uccisero, che è qualcosa di veramente divino. La sua fisionomia sembra dire: "Io sono la Legge, Io sono il Giudice, ed Io sono la Vittima! A questi tre titoli sono Io a giudicare il crimine che è stato perpetrato contro di Me". È veramente maestoso!

    Dunque, ciò che risalta dalla Sacra Sindone come realtà suprema è la sintesi perfettamente armoniosa delle virtù più opposte. È una pienezza in cui si può ammirare la bontà e la mansuetudine e, nel contempo, la forza e la collera divina, la tranquillità ma anche un'indiscussa capacità di azione e di iniziativa. Ma tutto questo coesiste in Lui in tal forma che, nel riferirsi singolarmente ad ogni virtù, si ha quasi l'impressione di togliere o sminuire qualcosa. Infatti, Egli è molto più di ognuna di queste realtà, Egli le incarna tutte insieme.

    Ma, nella Sacra Sindone, resta comunque qualcosa di profondo e di misterioso. Per cercare di capirlo, dobbiamo immaginare Gesù mentre dice agli Apostoli: "I miei pensieri non sono i vostri e le mie vie non sono le vostre". Dinanzi all'Uomo della Sindone si ha l'impressione di quanto Egli sia ricolmo dei più alti pensieri, nei quali vive in modo stabile e permanente. D'altro canto, Egli è la via, cioè colui che concorda con Lui è giusto e colui che è in disaccordo si trova nell'errore. ImmaginiamoceLo pure mentre dice di se stesso: "Io sono la via, la verità e la vita". Viene voglia di esclamare: è proprio così, completamente e senza ombra di dubbio!

    Tuttavia, in questo c'è un mistero che è proprio il mistero dell'assoluto. ContemplandoLo, ho l'impressione che questa prodigiosa sicurezza di se stesso provenga dalla sua natura divina, dalla sua vita nella Santissima Trinità. Ma Egli la comunica agli uomini in tutto il suo essere in modo indicibile. La sua attenzione è posta nei misteri di Dio, ma anche negli uomini in mezzo ai quali si trova. Egli è realmente il Mediatore tra Dio e gli uomini.

    Come esprime sacralità la Sacra Sindone? La manifesta dall'enorme altezza da cui procedono tutti i suoi pensieri e le sue vie, che provengono propriamente dal Cielo. Il suo pensiero è talmente elevato, le ragioni per cui Egli traccia le vie sono così superlativamente alte e, d'altronde, la sua vita è in tal modo retta, santa e perfetta, che tutto in Lui è sacro.

    Quindi, se si dicesse di Lui che è, per esempio, un re, Lo si sminuirebbe; ugualmente se si affermasse che è un grande oratore. Tutti i titoli attribuibili a un uomo diventano piccoli al suo confronto. Benché Egli sia il Re dei Re e il Signore dei Signori, e nessuno sia mai stato un pensatore o un oratore come Lui, non esiste neanche qualcuno che, da qualsiasi punto di vista, possa sostenere un paragone con Lui.


    Fonte: Testo tratto dalla registrazione magnetofonica di una conferenza a San Paolo del Brasile, il 10 marzo 1973. Senza revisione dell'autore. "Luci sull'Est", Roma, 2000.

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte.

  • Falsa alternativa

     

    di Plinio Corrêa de Oliveira

    Tutta la lotta della Chiesa contro i liberali nel secolo scorso [sec. XIX, ndr] può, almeno da un punto di vista, essere sintetizzata in poche righe. Diffidenti nei confronti degli eccessi del potere pubblico, i liberali diminuivano gli attributi dell’autorità fino a renderla impotente non solo per contrastare l’illegalità, ma anche per mantenere l’ordine pubblico. Secondo il Magistero della Chiesa, questo è un male. Nessuno ha il diritto di praticare il male. Una concezione politica che sottragga allo Stato il potere di reprimere il male in modo efficace e veloce è sbagliata alla radice.

    I fatti hanno confermato con tragica eloquenza l’ammonimento della Chiesa. Basta leggere le Costituzioni politiche della maggior parte delle nazioni occidentali nel secolo scorso e nei primi decenni di questo secolo: tutte restringevano il potere pubblico al punto da renderlo incapace di arginare la crescente ondata di anarchia e di socialismo, non lasciando ai cittadini altra scelta che assistere, inermi, al lento ma inesorabile affondamento dell’ordine sociale.

    Al centro della concezione liberale vi è l’idea che non sia possibile organizzare lo Stato in modo da poter reprimere efficacemente il male, senza pari passu sacrificare la libertà di fare il bene. Consoni a tale premessa, i liberali scelgono l’anarchia al dispotismo, e lasciano quindi il paese scivolare giù sulla rampa della dissoluzione della vita sociale.

    Penso che non si sia mai preso nella dovuta considerazione questo punto, che è il vero nervo delle polemiche fra cattolici e liberali. In molti hanno pensato che, poiché è inevitabile dover scegliere fra l’eccesso di libertà e l’abuso dell’autorità, i liberali preferivano il primo, mentre la Chiesa abbracciava il secondo.

    In realtà, l’insegnamento della Chiesa è tutt’altro. La Chiesa nega il valore scientifico dell’alternativa anarchia-dispotismo.

    Poiché Dio ha creato con ammirevole sapienza l’ordine naturale per tutto ciò che riguarda gli esseri inanimati e irrazionali, sarebbe mostruoso pensare che Egli abbia agito diversamente con l’uomo, creandolo in modo imperfetto. Ci devono essere nell’uomo qualità, in stato di potenza, che gli permettano di costruire una società umana più perfetta da quanto si osserva tra le bestie, tra le api e le formiche, per esempio. In caso contrario, l’uomo non sarebbe il capolavoro di Dio.

    Detto questo, non è possibile che la condizione normale della società umana sia il dover scegliere fra una di queste tragiche possibilità: sprofondare nell’anarchia oppure sottostare al peso del dispotismo. Deve esistere, per forza, la possibilità di organizzare la società, in modo stabile e durevole, in un equilibrio che non tenda verso uno di questi due estremi.

    Proprio per questo la Chiesa condanna i liberali che scelgono la strada dell’anarchia. La Chiesa rifiuta di scegliere tra due vie di perdizione, tra voragini che si aprono da un lato e dall’altro. La Chiesa indica all’umanità la strada giusta, che non tende né all’anarchia né al dispotismo. Questa strada è l’Ordine cristiano.

    *      *      *

    Per molti decenni il liberalismo ha cercato di ingannare la Chiesa. Il mostro liberale aveva mille volti per tutti i gusti. Mentre un volto sorrideva alla Chiesa, cercando di attirare e di affascinare i suoi figli ingenui, un altro ringhiava, cercando di paralizzare i cattolici timorosi. Un altro ancora fissava la Chiesa con aria di noia e di malumore, un po’ come il figliol prodigo al momento di lasciare la casa paterna: mera manovra scaltra per scoraggiare la reazione degli autentici cattolici, che temevano una apostasia massiccia dei cattolici liberali, loro fratelli.

    L’idra liberale aveva anche altri volti: il libero pensiero, l’anticlericalismo militante che assaliva le chiese, violava i tabernacoli, profanava le immagini, ammazzava preti e suore. C’era poi il liberalismo anarchico, quella caterva di nichilisti, carbonari e bombaroli che uccideva re e capi di Stato.

    Naturalmente, a una tale varietà di volti liberali corrispondeva, nella Chiesa, una grande varietà di opinioni sul modo di contrapporsi all’idra e di combatterla.

    Pochi quelli che avvertivano tutti i volti dell’idra. Fra questi, ancor più rari quelli in grado di capire che questa pluralità di volti non era l’immagine esterna di una divisione interna nell’idra, bensì una strategia per confondere i cattolici. Ogni sorriso era una bugia. Ogni bestemmia era, invece, autentica. Dietro le apparenti varietà e le apparenti vacillazioni, il liberalismo era logico, inflessibile, invariabile nella sua marcia verso l’anarchia e verso l’ateismo.

    Ai tanti volti corrispondevano, naturalmente, altrettante lingue diverse. Non tutto ciò che il liberalismo proponeva era necessariamente condannato, in sé, nel campo della pura dottrina. Era quindi possibile concordare con alcune affermazioni liberali, senza perciò professare la dottrina condannata dalla Chiesa. Cosa fare? Concordare con ciò che era possibile, sperando di poter domare la bestia dopo? O attaccare subito, istantaneamente, a fondo, senza esitazione?

    I cattolici dell’Ottocento hanno provato un po’ di tutto. E alla fine, considerando l’evoluzione dell’Europa in quel periodo, un fatto salta agli occhi: nonostante tutti i tentativi cattolici di domare la bestia, il liberalismo conquistò l’Europa, scristianizzandola, laicizzandola, sciogliendo la famiglia e lo Stato, e trascinando il mondo lungo un percorso arrivato a due dita dall’anarchia.

    L’improvviso orrore di questa anarchia suscitò un sentimento di rigetto dal quale, come contraccolpo, nacquero il fascismo e il nazismo.

    *      *      *

    Di fronte alla falsa alternativa dispotismo-anarchia, i totalitari di ogni colore scelsero il dispotismo per reagire contro l’anarchia.

    Avevano ragione? Evidentemente no. Perché, ancora una volta, non sono riusciti a liberarsi dalla falsa alternativa. Volendo fuggire dal liberalismo, sono scivolati nell’abisso contrario. Non hanno compreso che non si trattava di scegliere tra due abissi, ma di cercare la Via che conduce al Cielo. Perciò, lungi dal condurci verso la civiltà cristiana, la reazione contro l’anarchia ci portò verso un nuovo abisso: lo Stato Moloch.

    Dico questo per mostrare come vi sia una radice comune tra il liberalismo e il dispotismo. Quale dispotismo? La varietà di colorazione politica non interessa. Che si tratti del marrone, del rosso o del nero, è sempre dispotismo. Non interessa nemmeno se questo dispotismo sia mite, benigno, morbido, come quello che il governo laburista vuole introdurre in Inghilterra. Sarà sempre dispotismo.

    Il socialismo oggi, come il nazismo ieri, come il liberalismo l’altro ieri, vanta mille volti. Mentre uno sorride alla Chiesa, un altro la minaccia, e un altro ancora la attacca. Di fronte a questo nuovo socialismo, come già prima col liberalismo, la reazione dei cattolici di tutto il mondo, ma soprattutto in Europa, può essere una sola: combatterlo in modo deciso, franco, risoluto, senza paura.

    Il socialismo non è un animale selvaggio che si possa addomesticare. È un mostro apocalittico che riunisce in sé la furbizia della volpe e la violenza della tigre. Non dimentichiamo questo, perché altrimenti i fatti finiranno per insegnarcelo in modo molto doloroso.

     

    Fonte:  Legionário, n. 723, 16 giugno 1946.  Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte.
  • Copertina giugno 2018Rivista Tradizione Famiglia Proprietà, giugno 2018

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  • Il “pensiero unico dominante”: come la contro-rivoluzione deve reagire

    Conferenza data a Napoli, ottobre 2019, durante il Seminario di formazione 2019 organizzato dalla Fondazione Il Giglio. Pubblicato poi nel volume «Il pensiero unico dominante. Come reagire», Il Giglio, Napoli, 2020.

     

     

    di Julio Loredo

    Il tema del “pensiero unico dominante” è già stato sviluppato con autorevolezza e profondità dagli interventi precedenti. Io mi limiterò a tracciare alcune idee su come possiamo reagire da contro-rivoluzionari.

    Dobbiamo capire come questo “pensiero unico dominante”, o “consenso”, o il “politically correct”, come è anche chiamato, nasca e si diffonda nell’opinione pubblica, moderno campo di battaglia fra la Rivoluzione e la Contro-Rivoluzione.

    Per questo mi avvalgo del testo di “Teoria dell’opinione pubblica”, che raccoglie gli schemi di un corso di Plinio Corrêa de Oliveira dettato alla TFP brasiliana nel 1966. Si tratta di un testo ancora inedito, da cui estraggo solo alcuni brani.

    Esordisce il pensatore brasiliano: “Soltanto conoscendo le regole con cui la Rivoluzione agisce sull’opinione pubblica, potremo attuare una Contro-Rivoluzione, vista anche la totale sproporzione dei mezzi. Dobbiamo studiare questa azione nelle singole persone, nei piccoli gruppi sociali e nei grandi gruppi, nazionali e internazionali”.

    Per questo dobbiamo prima studiare l’anima delle persone, poiché l’opinione pubblica non è altro che un’immensa anima collettiva, nella quale si danno – anche se con tempi diversi – gli stessi fenomeni che si danno negli individui: “L’opinione pubblica funziona come un’immensa testa, con tutte le regole della psicologia. Questa testa, ovviamente, non esiste così in nessuno in particolare, ma tutti ce l’hanno nella propria mente”.

    Plinio Corrêa de Oliveira inizia definendo un concetto, su cui poi fa ruotare la sua analisi: l’“orlo di incertezza”.

     

    L’orlo di incertezza

    Messo di fronte a idee divergenti alle sue, l’individuo ha sempre un “orlo di incertezza” che circonda le sue idee, per quanto solide possano essere: “Questo orlo esisterà sempre, a meno che intervenga la grazia divina. Nelle persone con convinzioni ideologiche ben definite, questo orlo affiorerà nei momenti di prova e di mestizia. Nelle persone con convinzioni più deboli, tutto sarà orlo, nel senso che, in tutto quanto esse penseranno o affermeranno, ci sarà sempre un elemento di incertezza”.

    Definendo meglio il concetto, il dott. Plinio scrive: “Un individuo ha un ‘orlo’ quando non è sufficientemente convinto di un’idea, e si sente quindi insicuro. Non sa come giustificarla interamente davanti a persone che la pensano in un altro modo. Ha quindi una certa paura di confrontarsi”.

    Questo fa sì che le persone tendano ad appoggiarsi sul consenso generale: “Ogni uomo ha un orlo di incertezza che, senza la grazia, non riesce a estinguere. Ciò crea in lui un’insicurezza di base che lo spinge ad appoggiarsi sul consenso generale, che tende ad accettare come più sicuro. Egli si sentirà dunque inibito ad affermare cose contrarie a tale consenso, proprio per la sua stessa insicurezza”.

    Per il principio dei “vasi comunicanti” – che il pensatore brasiliano spiega in profondità – gli individui tendono a mettere in comune le proprie idee e i propri modi di essere. Questo è il fondamento della socialità. In presenza di opinioni divergenti, o le persone hanno convinzioni molto radicate, certezze molto ferme, oppure la tendenza sarà a smorzare le divergenze, per facilitare il convivio sociale. Ciò acuisce il fenomeno dell’“orlo di incertezza”, che diventa quindi collettivo: “Tutti si sentono insicuri riguardo alle opinioni che professano”.

    Ciò porta a una conseguenza, che è il fondamento di ciò che oggi chiamiamo pensiero unico: “Per le persone con un orlo di incertezza accentuato, il convivio con altre persone di idee diverse suscita un sentimento di accondiscendenza. Solo con un’ascesi molto forte, e con molta preghiera, si riesce a mantenere una posizione ideologica ferma di fronte a idee divergenti. Nella stragrande maggioranza delle persone si forma una sorta di accondiscendenza sensibile, una zona di tolleranza ‘esperienziale’, che rammollisce le proprie convinzioni. Forse non li abbatte, ma li rammollisce per osmosi. Alla fine si crea uno stato di spirito comune che genera un’accettazione ideologica delle idee predominanti”.

    Questo fenomeno diventa poi sociale: “Dall’individuo, questo fenomeno si trasferisce poi al gruppo sociale, alla nazione e alla società internazionale”.

     

    L’interazione pianeta-satellite

    Per capire come si dà la diffusione del pensiero unico, dobbiamo capire come funziona l’opinione pubblica: “L’opinione pubblica è l’opinione sull’universo di un gruppo sociale, un paese, una regione. Risulta essenzialmente dalla confluenza di opinioni individuali, ma non in modo numerico, bensì come conseguenza dell’interazione fra pianeti e satelliti”.

    “L’insicurezza crea nella persona la tendenza a voler corroborare la propria opinione con quella altrui, ritenuta più sicura e, quindi, autorevole. Si configura così un’interazione fra persone-pianeta e persone-satellite. Tutta l’opinione pubblica è un immenso ingranaggio di pianeti e satelliti. Fra persone pianeta e persone satellite, fra famiglie pianeta e famiglie satellite, fra regioni pianeta e regioni satellite. È questo il meccanismo per il quale le insicurezze si intrecciano”.

    La conoscenza di questi meccanismi è essenziale per poter contrastare la diffusione del pensiero unico.

     

    Il ruolo delle forze segrete

    Un fattore sempre presente nel pensiero, e quindi nell’azione, di Plinio Corrêa de Oliveira è il ruolo delle Forze Segrete, realtà molto più ampia e sfaccettata della sola Massoneria. È chiaro che l’imposizione di un “pensiero unico dominante” a tutta un’area di civiltà, per non dire a tutto il mondo, non sarebbe possibile senza l’intervento di una mente organizzatrice.

    Qualcuno potrebbe, quindi, dire: pubblichiamo un’ampia denuncia delle Forze Segrete e tutto sarà risolto. La realtà è molto più sfumata. Pondera Plinio Corrêa de Oliveira:

    “Sarebbe molto facile pubblicare un libro sulle Forze Segrete denunciando tutta la cospirazione. Sarebbe anche il modo più debole e inefficace. Questo per un principio doloroso: la stragrande maggioranza delle persone ha un rigetto implicito a voler ammettere che le cose non sono ciò che sembrano. C’entra la pigrizia di capire e la pigrizia di lottare. È una pigrizia al quadrato, che interviene come forza psicologica che va presa in considerazione.

    “La stragrande maggioranza delle persone ha un fondo di simpatia per la Rivoluzione, e non vuole riconoscere che sia così cattiva. Ai migliori piacerebbe una forma moderata di Rivoluzione. È il segno della decadenza. La pubblicazione di un tale libro implicherebbe voler dire che l’ideologia e la religione muovono tutto, e questo non sarebbe accettato. Anche contenendo documenti impressionanti, un libro sulle Forze Segrete non sarebbe letto da quasi nessuno, ed esporrebbe gli autori all’accusa di affabulatori. È qui che, per esempio, molte destre europee si sono impantanate”.

     

    Il peccato del pensiero unico

    Alcuni capitoli di questo schema sull’opinione pubblica che sto seguendo sono dedicati allo studio dell’“unanimismo”, un altro nome per il pensiero unico dominante. Commenta il pensatore brasiliano: “L’unanimismo è un difetto morale, è una deformazione dello spirito umano che implica l’eliminazione quasi totale della capacità di capire la verità e di agire di conseguenza. Secondo me, questo non va senza un peccato mortale, poiché fa diventare l’uomo incapace di praticare la virtù.

    “In cosa consiste questo peccato mostruoso? È l’ipertrofia dell’istinto di conservazione, sommato a una pigrizia che porta al cinismo. L’unanimismo manipola la stanchezza dell’umanità di fronte alle tante crisi: basta problemi, vogliamo tranquillità! Questa stanchezza colpevole induce la persona a voler vivere una vita piccola, senza frizioni né scontri, che scade in un materialismo pratico fondato sul cinismo. Questa è la sostanza dell’ateismo di oggi. Non è quello di uno che vuole distruggere Dio, ma di uno che ritiene che Dio è già distrutto, nel senso che non ha niente a che fare con la propria vita. Porsi il problema dell’esistenza di Dio è già una noia. Meglio evitarla”.

    Secondo Plinio Corrêa de Oliv­­eira, l’unanimismo ha avuto inizio all’indomani del pontificato di S. Pio X. Il nazi-fascismo ha poi esasperato artificialmente l’animus belligerandi fino all’inimmaginabile, provocando come reazione una sensazione di saturazione e il conseguente desiderio di fuggire da ogni sorta di scontro. Ecco il brodo di cultura nel quale si è poi annidato l’americanismo.

     

    La reazione

    L’unanimismo – o pensiero unico dominante – comunque è un piano “B” della Rivoluzione, che vorrebbe invece che le persone abbracciassero il male con convinzione. Proprio questo apre la via per una reazione: “L’azione della Contro-Rivoluzione è fattibile perché l’unanimismo, in fondo, è uno stratagemma per la quale la Rivoluzione tenta di occultare il proprio fallimento. Io vedo un grande potenziale anti-unanimista che i contro-rivoluzionari possono esplorare”.

    Di per sé, questa reazione esigerebbe una macchina di propaganda al meno proporzionata a quella della Rivoluzione, che chiaramente noi non abbiamo. Ma la storia mostra che un piccolo gruppo di persone, convinte e fervorose, possono fare la differenza.

    Secondo Plinio Corrêa de Oliveira, il modo di reagire contro la tendenza ad adagiarsi sul consenso è di eliminare l’“orlo di incertezza”, prima in sé e poi nell’opinione pubblica:

    “Quando due opinioni divergenti non riescono a cancellare il proprio ‘orlo’, si radicalizzano e prendono le armi. Questa è la situazione ideale per la Contro-Rivoluzione in relazione alla Rivoluzione. Noi, come contro-rivoluzionari, dobbiamo lottare continuamente contro l’“orlo”, radicalizzandoci sempre di più, cioè radicando le nostre idee su basi sempre più solide e inamovibili. L’esito naturale sarà la lotta” [1].

    Una volta radicalizzato, il contro-rivoluzionario deve partire per la lotta contro la Rivoluzione:

    “Di fronte al fenomeno dell’allargamento dell’‘orlo di incertezza’ nell’opinione pubblica, con la conseguente accettazione del consenso generale, la strategia del contro-rivoluzionario dev’essere, prima, rassodare nelle persone buone ciò che non è ‘orlo’, formando quindi un nucleo di persone fortemente convinte e per niente incerte. Questo nucleo potrà poi cercare di radicalizzare una fascia importante dell’opinione pubblica”.

    “L’azione più importante della Contro-Rivoluzione non consiste nel convertire l’avversario alle nostre idee. L’azione più importante consiste nell’attrarre dalla nostra parte le persone che hanno idee simili, cercando quindi di cancellare in esse qualsiasi ‘orlo di incertezza’. Teniamo in considerazione che molte persone hanno tali idee in stato addormentato, nascosto o parziale. È assolutamente necessario risvegliare nelle persone le idee addormentate, spazzando via l’‘orlo di incertezza’ che li avvolge”.

     

    I modi della reazione

    Salto diversi capitoli dello schema, nei quali Plinio Corrêa de Oliveira descrive la morfologia dell’opinione pubblica distinguendo in essa un nucleo e un protoplasma, influenzati da due poli, quello del bene e quello del male, con i vari gradi intermedi e l’influenza che ogni polo esercita sui vari gradi. Salvo miracoli in casi isolati, il polo del bene non riuscirà mai a convertire persone dell’altro polo. Si tratta di attrarre i gradi intermedi verso il polo del bene. Questa attrazione sarà più efficace quanto più il polo del bene sia autentico e senza macchia: “Non serve a niente sorridere. Noi riusciremo ad attrare i gradi intermedi solo nella misura in cui radicalizzeremo le nostre posizioni. Questo è l’unico modo di rompere in loro la naturale attrazione del consenso. I contro-rivoluzionari debbono sollecitare le persone verso l’alto. Se le sollecitano verso il basso, perdono la battaglia”.

    Salto anche le considerazioni, lunghe e articolate, che Plinio Corrêa de Oliveira fa dell’azione della grazia divina sulle anime e sulle società.

    Passo dunque ad alcune considerazioni sui modi della reazione. Ogni anima ha un nucleo e un protoplasma. Il nucleo è il campo dei grandi principi. Il protoplasma è il campo delle conseguenze concrete di tali principi. L’uomo è solitamente più sensibile all’azione sul protoplasma che sul nucleo: “Quasi mai una persona si converte solo con argomenti, ma sì attraverso impatti psicologici”. Noi dobbiamo influenzare il nucleo. Ma questa influenza si esercita solitamente attraverso un’azione sul protoplasma.

    Plinio Corrêa de Oliveira spiega quindi tre modi in cui i contro-rivoluzionari possono agire per contrastare il pensiero unico:

    • “Per certi modi di essere;
    • “Per gesti eclatanti;
    • “Per mezzo di opere che raggiungano direttamente il nucleo”.

    Quanto al primo modo. Tutti noi siamo familiari col concetto di Rivoluzione nelle tendenze, cioè quella dimensione pre-ideologica della rivoluzione, oppure della contro-rivoluzione, che si gioca sulle forme, sui colori, sui suoni, sui sapori e via dicendo. Queste realtà esercitano un’influenza profonda sull’uomo, in modo da condizionarne poi anche le idee. È la prima profondità della Rivoluzione, oppure della Contro-Rivoluzione, descritta da Plinio Corrêa de Oliveira.

    In questo senso, parlare di “pensiero unico dominante” è alquanto riduttivo. Ci sono anche le “tendenze uniche dominanti”, per esempio le mode, molto più potenti nel propagare lo spirito della Rivoluzione che non le idee, proprio perché toccano il protoplasma.

    Ecco il primo campo di battaglia del contro-rivoluzionario contro il consenso. Noi non possiamo immaginare l’importanza, per esempio, dell’andare in giro ben vestiti, anche in estate, per contrastare le mode imperanti. Oppure del presentare tipi umani – per esempio quello della ragazza pura – in una scuola.

    La Contro-Rivoluzione ha bisogno, poi, di gesti eclatanti, che fungano da fulmine a ciel sereno. Per esempio, parlando del Regno delle Due Sicilie, organizzando un’evocazione storica di epoca borbonica in piazza pubblica. Non, però, come un gesto di semplice nostalgia, per quanto legittimo possa essere, bensì come proclamazione di certi modelli mai assopiti nell’anima dei duo-siciliani, che vanno risvegliati e indirizzati verso il futuro. In fondo, dice il dott. Plinio, bisogna seminare nella testa delle persone una domanda: “La monarchia, perché no?”

    È questo, per esempio, il senso delle campagne pubbliche della TFP, con i suoi caratteristici simboli: lo stendardo col leone rampante, la cappa rossa, ecc. scrive il dott. Plinio: “Lo stendardo nasconde l’uomo, insinua moltitudini, suggerisce qualcosa di grandioso. L’uomo cammina, lo stendardo marcia. Una sfilata di stendardi non dice solo ‘la Tradizione, perché no?’, ma ‘guarda che bellezza! È la bellezza del futuro!’”

    Finalmente, serve anche un’opera dottrinale che raggiunga direttamente il campo delle convinzioni: “Il libro Rivoluzione e Contro-Rivoluzione è stato calcolato per mettere a nudo il problema del nucleo”.

    L’obiettivo è creare ciò che il dott. Plinio chiamava “cristallizzazione”: “Dobbiamo toccare i punti sensibili del protoplasma, creandovi una cristallizzazione che susciti poi piccole o grandi esplosioni nel nucleo”.

     

    De proche en proche

    Nonostante tutto, l’uomo non cessa di essere razionale, cioè di avere una certa logica nel suo modo di essere e di pensare: “La mentalità di una persona è, in fondo, sempre logica”.

    Si tratta, quindi, di trovare il punto di contatto, di affinità, con la persona, un punto vivo per il quale essa risuoni al discorso contro-rivoluzionario. A partire da questo punto, de proche en proche (passo a passo) si potrà costruire nella persona una posizione contro-rivoluzionaria: “Data un’idea, dobbiamo scoprire, di logica in logica, qual è il sistema di idee che giace nel subcosciente della persona”.

     

    Tramonto e aurora

    Sia nella vita spirituale delle singole persone che in quella dei popoli, vi sono periodi di tramonto e periodi di aurora. L’apostolato nei due casi è assai diverso. Uno è, per esempio, il consiglio spirituale alla persona che è sulla china discendente della propria vita spirituale, un altro per quella che è, invece, nell’auge del fervore.

    La Contro-Rivoluzione deve saper distinguere fra tramonto e aurora, sia nelle persone sia nei popoli. Scrive il dott. Plinio: “Quando si è al tramonto, la tattica consiste nel lottare contro la notte, prolungando il più possibile il giorno. Fu il caso, per esempio, di S. Ugo, abate nel periodo decadente di Cluny. Quando, invece, si è nell’aurora, è il momento di spiegare lo stendardo e suonare le trombe. Nel tramonto serve denuncia e conservazione. Nell’aurora serve la proclamazione. Fu il caso della conversione di Clodoveo”.

    Questo è molto importante perché, sbagliando tattica, si rischia di fare più male che bene: “L’apostolato contro-rivoluzionario ha elementi di tramonto e elementi di aurora. Il nostro apostolato oggi è l’azione di una famiglia spirituale suscitata dalla Provvidenza nel maggiore ‘tournant de l’histoire’ per condurre il movimento del passaggio dal tramonto all’aurora che dovrà finalmente spazzare via le tenebre verso quel mezzogiorno che sarà il Regno di Maria. Bisogna saper calibrare bene questi due aspetti. Questa è la sostanza dell’azione contro-rivoluzionaria”.

    Nella vita del dott. Plinio, l’apostolato della Contro-Rivoluzione è passato dall’essere quasi esclusivamente di tramonto a essere uno con sempre più elementi di aurora.

    Parlando nel 1966, all’epoca di questo simposio sull’opinione pubblica, egli disse: “Ancora non vedo una vera grazia di aurora, ma comincio a intuire alcuni chiarori che preannunciano l’aurora. La gente comincia a rendersi conto che tutto è crollato. C’è stata una frattura nel nucleo. Noi, contro-rivoluzionari, dobbiamo saper penetrare questa falla. Il sole ancora non è sorto ma, denunciando lo stato di estrema calamità del mondo e della Chiesa, possiamo far sorgere il desiderio del suo opposto. È un apostolato di tramonto con alcuni elementi di aurora”.

    Molto più tardi, verso la fine della sua vita, egli cominciò a parlare di una “grazia nuova”, specie nelle nuove generazioni, sulla quale magari potremo fare un altro incontro.

    Chiudo citando il proclama con cui lo stesso dott. Plinio termina lo schema:

             “Il dovere dei contro-rivoluzionari:

            “1. Continuare ad agire per cristallizzare il più possibile in questo inverno;

           “2. Polarizzare sempre di più l’opinione pubblica, con campagne, libri e iniziative;

           “3. Mantenersi pronti per l’ora dell’intervento della Madonna”.

    [1] È quasi superfluo ricordarlo: Plinio Corrêa de Oliveira sottolineava sempre il carattere strettamente ideologico, pacifico e legale di questa “lotta”.

     

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte

  • Il ruolo di Plinio Corrêa de Oliveira nella creazione della destra religiosa internazionale

     

     

    di Julio Loredo

    Nella mitologia rivoluzionaria il processo storico va costantemente “avanti”, cioè verso forme di pensare, di sentire e di vivere sempre più liberali, più ugualitarie, più tolleranti, più laiche, più inclusive, insomma più “moderne”. In altre parole, va sempre verso sinistra. Inesorabilmente.

     

    Dal “malaise” al “Revival”

    A cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, questa sembrava una verità inoppugnabile. Mentre in campo culturale le tossine del Sessantotto scioglievano le fondamenta morali e psicologiche dell’Occidente, in campo socio-politico il comunismo avanzava imperterrito. Gli Stati Uniti, leader de facto del mondo non comunista, arretravano, specialmente dopo il disastro del Vietnam. Il popolo americano sprofondò psicologicamente in ciò che gli analisti chiamarono un “malaise”, interpretato come avvisaglia di una morte non molto lontana. Questo “malaise” si propagò, poi, per tutto il mondo occidentale.

    In campo ecclesiastico, i fautori della cosiddetta ermeneutica della rottura e della discontinuità, che interpretano il Concilio Vaticano II come la nascita di una Nuova Chiesa, cantavano vittoria. Soffiava forte nella Chiesa la cosiddetta “euforia del dissenso”. La linea progressista trionfava ovunque. Il tradizionalismo era ridotto, quasi letteralmente, a quattro gatti.

    Nel 1979, però, tutto cominciò a cambiare.

    A maggio, Margaret Thatcher vinse le elezioni in Gran Bretagna, avviando quindi una riscossa conservatrice che, in pochi anni, smantellò l’apparato socialista che aveva dominato il Paese per più di mezzo secolo. Poi, nel novembre 1980, vinse le elezioni americane Ronald Reagan, conducendo al potere il Conservative Movement. E, anche qui, il Paese fu investito da una svolta copernicana. “The Sixties are Over! – Gli anni Sessanta sono finiti!”, era uno degli slogan più ripetuti. Era l’inizio del Conservative Revival, la Rinascita Conservatrice, che si estese poi per il mondo, portando al governo in molti Paesi una nuova destra di chiara ispirazione religiosa.

    In campo ecclesiastico, il pontificato di Giovanni Paolo II, seppur con luci e ombre, segnò in ugual modo una svolta, della quale fu esempio il motu proprio Ecclesia Dei (1988), che aprì di nuovo le porte alla Messa tridentina. Il tradizionalismo cominciò a crescere ovunque, specialmente tra i giovani. Nacquero diversi istituti religiosi ed ecclesiastici di orientamento conservatore/tradizionalista. Gli eccessi della teologia progressista furono condannati. Questa svolta si rafforzò ulteriormente nel pontificato di Benedetto XVI, per esempio col motu proprio Summorum Pontificum, arrivando a situazioni come quella francese, dove quasi la metà dei sacerdoti ordinati è di rito tradizionale.

    Il Conservative Revival, sia nei suoi aspetti temporali sia in quelli religiosi, è stato studiato con dovizia di particolari e profondità da molti intellettuali. Abbonda la letteratura accademica in merito. Eppure c’è un punto ancora non sufficientemente esplorato: il ruolo del Brasile e, in concreto, del professor Plinio Corrêa de Oliveira nella gestazione e nello sviluppo di questa reazione.

    Per iniziare a colmare questo vuoto, Benjamin A. Cowan ha recentemente pubblicato il libro Moral Majorities across the Americas. Brazil, the United States and the Creation of the Religious RightBrazil, the United States and the Creation of the Religious Right (University of North Carolina Press, 2021, 294 pp.). Laureato a Harvard, il professor Cowan è docente di storia all’Università della California a San Diego.

    Il lavoro di ricerca è corposo. Non meno di 824 note a piè di pagina attestano la dovizia di riferimenti con cui l’autore ha voluto arricchire la sua opera. Buona parte delle fonti è inedita: l’archivio personale di monsignor. Geraldo di Proença Sigaud; rapporti dei Servizi d’intelligence brasiliani; i Paul Weyrich Papers della sezione manoscritti della Library of Congress; gli archivi diocesani di San Paolo e Diamantina; l’archivio del ministero degli Esteri brasiliano e via dicendo.

    Come in ogni lavoro di analisi storica, ci sarebbero da fare alcuni distinguo, specialmente da parte di persone, come il sottoscritto, che hanno partecipato ad alcuni dei fatti raccontati, oppure hanno avuto contatto intimo con chi vi ha preso parte. Ciò nonostante, si tratta di un’opera sostanziosa, destinata a condizionare la ricerca accademica sull’argomento. Giova ricordare che il professor Cowan è un liberal, e si colloca pertanto in una posizione ideologica opposta a quella delle realtà studiate. Lungi dall’essere un’apologia, la sua è una critica, a volte perfino caustica.

     

    Il Concilio Vaticano II

    Il primo capitolo è dedicato al Concilio Vaticano II.

    Nonostante l’ingente bibliografia ormai disponibile sul Concilio, Cowan sostiene che gli studiosi non hanno ancora dato il dovuto rilievo all’“azione decisiva di un gruppo coeso di brasiliani che ha lavorato durante e dopo il Concilio per arginare l’onda riformista. (…) La centralità dei brasiliani [nella reazione tradizionalista] è solitamente avvolta nell’ombra” [1]. Si sono trascurati, per esempio, gli interventi di mons. José Maurício da Rocha, vescovo di Bragança Paulista, “monarchico, ferocemente antimodernista, anticomunista e antiliberale”. Più nota, ma ancora non ben studiata, è l’azione di monsignor Geraldo de Proença Sigaud, arcivescovo di Diamantina, e di monsignor Antonio de Castro Mayer, vescovo di Campos.

    Questo “gruppo coeso di brasiliani” era formato da questi ultimi due Padri conciliari, animati e sostenuti dai membri della TFP, che per l’occasione avevano aperto ben due sedi nella Città Eterna. L’ispiratore e forza motrice del gruppo era, senza dubbio, il professor. Plinio Corrêa de Oliveira.

    Nonostante questo gruppo “abbia giocato un ruolo principale, e in certo senso pioneristico, nella politica del cattolicesimo tradizionalista, in ambito nazionale e transnazionale, durante e dopo il Concilio, Mayer, Sigaud e la sensazionale TFP sono spesso lasciati fuori dalla storiografia sulla genesi della reazione cattolica arciconservatrice nel mondo. (…) I ricercatori hanno largamente ignorato questo contributo brasiliano. (…) In questo primo capitolo vorrei tratteggiare questo attivismo dei brasiliani conservatori durante il Concilio Vaticano II come un elemento nella costruzione e lo sviluppo del tradizionalismo cattolico transnazionale. (…) I brasiliani furono, in alcun modo, la principale – e finora trascurata –  forza dietro la resistenza conservatrice nel Vaticano II” [2].

    Ovviamente, Cowan non afferma che questa sia stata l’unica componente della reazione tradizionalista durante il Concilio. Sostiene appena che finora non le si è data la dovuta attenzione.

    L’azione antiprogressista di Plinio Corrêa de Oliveira, secondo Cowan, comincia negli anni Trenta con la costituzione del Gruppo del Legionario, e continua con la sua opposizione al neomodernismo in seno all’Azione Cattolica negli anni Quaranta, e con la fondazione del movimento Catolicismo negli anni Cinquanta. Allo scoccare dei Sessanta, l’opera antimodernista di Plinio “aveva riverberato in Brasile [e anche] avuto significative ripercussioni internazionali che aiutarono a plasmare e a sostentare la reazione cattolica globale alla modernizzazione e la secolarizzazione” [3]. Quando il dottor Plinio giunse a Roma nel 1962, dunque, egli aveva già le idee molto chiare e un piano di battaglia perfettamente tracciato, a differenza di tanti altri conservatori che “furono colti di sorpresa dalla svolta progressista del Concilio” [4]. Infatti, spiega Cowan, “la TFP anticipò l’orientamento del Concilio, e iniziò a organizzarsi prima che esso cominciasse” [5]. L’archivio privato di monsignor Sigaud contiene il resoconto delle riunioni con Plinio Corrêa de Oliveira per preparare il piano di opposizione all’assalto progressista nel Concilio, prima di recarsi nella Città Eterna.

    Questo piano è contenuto nel votum presentato al Concilio da mons. Sigaud ma ispirato, e forse in parte scritto, da Plinio Corrêa de Oliveira: “La Chiesa deve organizzare, su scala mondiale, la lotta contro la Rivoluzione” [6]. La visione realisticamente preoccupata del dottor Plinio contrastava notevolmente col “giubilo” che non pochi conservatori nutrivano per l’indizione del Concilio, vedendovi un’opportunità di “rinnovamento conservatore”, mentre il leader brasiliano temeva che si trasformasse in una debacle [7].

    Durante il Concilio, i tradizionalisti si riunirono nel Coetus Internationalis Patrum. Dall’archivio di mons. Sigaud emerge la centralità di costui nella formazione del Coetus, sempre incoraggiato da Plinio Corrêa de Oliveira. Sono suoi, per esempio, i manoscritti con “gli schemi per la struttura, riunioni, pubblicazioni, attività e finanziamento” del Coetus. In una lettera al ministro degli Esteri brasiliano, chiedendogli sostegno economico, mons. Sigaud scrive: “Non trovo [a Roma] collaboratori disinteressati e affidabili. Gli attivisti brasiliani, al contrario, lavorano appena per un senso di dedizione alla nostra causa, con grande efficacia e discrezione.(…)  Essi sono specialisti, ognuno in un aspetto del Concilio. (…) La spina dorsale del Coetus è sempre stata, e deve continuare a essere affidata a questi attivisti brasiliani” [8]. Conclude Cowan: “L’attivismo della TFP assunse un’importanza centrale nella mobilitazione del blocco conservatore”.

    Lo stesso monsignor Marcel Lefebvre definiva la TFP il “comitato direzionale” del Coetus [9]. Opinione condivisa dallo storico francese Henri Fesquet. In conclusione, Cowan afferma: “Come abbiamo visto, Marcel Lefebvre e i suoi seguaci erano tra coloro che ritenevano i brasiliani gli attori principali, perfino degli eroi, in questo campo” [10].

    Trascuriamo un lungo capitolo intitolato La bellezza delle gerarchie, in cui Cowan spiega le dottrine che animano la TFP. È interessante, comunque, rilevare come, secondo Cowan, la TFP deduce dalla sua visione cattolica non solo una visione antiprogressista in campo religioso ma anche una concezione tradizionalista della società temporale, intimamente collegata alla prima. Donde le sue battaglie in campo politico, sociale, culturale, morale e religioso. È interessante rilevare anche l’insistenza di Cowan sulla “dimensione estetica” della Contro-Rivoluzione voluta dalla TFP.

    Conclude il professor Cowan: “Anche se il tradizionalismo cattolico è il campo in cui questi attivisti [della TFP] hanno avuto l’effetto più diretto e riconosciuto, il loro impatto si estende pure al più ampio campo del moderno conservatorismo religioso. È ciò che tratterò nei prossimi capitoli. (…) L’attivismo [della TFP] fece del Brasile un locus importante per lo sviluppo di questo particolare brand di conservatorismo religioso, che poi troverà eco dentro e fuori dal Brasile” [11].

     

    Creazione della “Nuova Destra transnazionale”

    Nel quarto capitolo, Cowan intende “tracciare il ruolo del Brasile come un nucleo principale nella rete che diede origine alla Nuova Destra transnazionale” [12]. Bisogna subito chiarire che la “Nuova Destra” alla quale egli si riferisce non ha niente a che fare con la Nouvelle Droite europea, di matrice neopagana. I fondamenti di questa Nuova Destra, secondo Cowan, erano l’anticomunismo, la difesa dei valori morali e della cultura occidentale. Proprio la comune avversione al comunismo – allora il peggiore nemico della civiltà cristiana occidentale – portò molti gruppi e movimenti a cercare di accomunare gli sforzi. Cowan mostra che la TFP ebbe in questo un ruolo principale: “Il Brasile divenne un cardine per la gestazione e l’accreditamento [empowerment] di personaggi e di movimenti di destra, la cui importanza varcherà i confini nazionali” [13].

    Con base a documenti perlopiù inediti, l’autore analizza specialmente i rapporti tra le TFP e la New Right americana. Per capirli bisogna fare un passo indietro.

    Sulla fine degli anni Quaranta, con la pubblicazione di Burke’s Politics [14], comincia a prendere corpo negli Stati Uniti ciò che più tardi si chiamerà il Conservative Movement [15]. Dopo un periodo di elaborazione dottrinale, e un prematuro, e quindi fallito, tentativo elettorale con Barry Goldwater nel 1964, sulla fine degli anni Sessanta questo movimento sbarcò a Washington, dove fondò think tanks come l’Heritage Foundation, e strutture per l’azione politica come la Free Congress Foundation. Ne era l’anima Paul Weyrich, un cattolico tradizionalista di origini austriache[16]. Nel 1980 questa New Right contribuì a portare alla presidenza Ronald Reagan, il primo presidente “conservatore”. Inizia quindi un profondo e vigoroso Conservative Revival, che incide non solo sulla politica ma anche sulla cultura[17].

    Oltre all’azione politica e culturale, i cattolici della New Right (difatti la voce predominante) iniziarono una campagna di opposizione al progressismo dentro la Chiesa. A questo fine fondarono il Catholic Center, per “combattere il movimento progressista di sinistra nella Chiesa” [18]. È da questa fucina, per esempio, che uscì nel 1986 la prima denuncia delle lobby omosessuali[19]. Come pure uscirono diversi studi contro la cosiddetta Teologia della liberazione[20]. Non è un caso che oggi ci siano non meno di quindici Messe in rito romano antico nell’area metropolitana di Washington D.C. È l’onda lunga del Conservative Revival.

    Attento agli sviluppi che avrebbero potuto indicare una reazione potenzialmente contro-rivoluzionaria, il professor Plinio Corrêa de Oliveira diede molta importanza all’ascesa di questa New Right, sia per la sua azione concreta, sia soprattutto per ciò che rappresentava come cambiamento nel panorama ideologico nord-americano. Al fine di stringere i rapporti con essa, la TFP americana incrementò la sua presenza nella capitale col TFP Washington Bureau, al quale Cowan dedica non poco spazio.

    Nel giugno 1981, Plinio Corrêa de Oliveira ricevette a San Paolo la visita di James Lucier, consigliere della Commissione esteri del Senato americano, e Francis Bouchey, vicepresidente del Consiglio di Sicurezza Interamericano, entrambi esponente di spicco della New Right. Poi, nel 1988, egli ricevette la visita dei dirigenti della New Right, tra cui Paul Weyrich e Morton Blackwell. Nel discorso ai soci e cooperatori della TFP brasiliana, Weyrich confidò: “Le conversazioni che ho avuto col vostro leader [Plinio Corrêa de Oliveira] sono state le più straordinarie di tutta la mia carriera politica” [21].

    A Cowan interessa, soprattutto, l’internazionalizzazione di questa Nuova Destra. Egli dedica quindi diverse pagine a raccontare la storia dell’International Policy Forum, un’alleanza di associazioni conservatrici concepita da Paul Weyrich e presieduta da Morton Blackwell. “La costruzione di una Nuova Destra transnazionale – spiega Cowan – fu fatta attraverso organizzazioni specificamente create a questo scopo. (…) L’International Policy Forum (IPF) fu una di queste organizzazioni, forse l’esempio paradigmatico. (…) L’IPF ha ricevuto relativamente poca attenzione accademica” [22]. La prima riunione si tenne a Washington nel 1985.

    “Da più di due secoli gli intellettuali e gli attivisti della sinistra avevano costruito le loro reti internazionali [mentre] i conservatori erano totalmente ignari dei loro consimili in altri Paesi”, leggiamo in un documento dell’IPF[23]. Il riferimento a “più di due secoli” è interessante, e mostra come i membri dell’IPF non fossero esclusivamente anticomunisti, ma avessero una visione più ampia del processo rivoluzionario.

    L’idea di una “transnazionale conservatrice” non era nuova. Infatti, le Società per la difesa della Tradizione Famiglia e Proprietà – TFP, ormai presenti in venti Paesi, formavano già una sorta di “Internazionale della Contro-Rivoluzione”. Fu proprio su suggerimento di Plinio Corrêa de Oliveira, e ispirato all’esempio delle TFP, che Paul Weyrich concepì l’IPF, invitando quindi il leader brasiliano a fare parte del Board of Governors“Weyrich stabilì uno stretto e fruttifero rapporto con la Società brasiliana di difesa della Tradizione Famiglia e Proprietà (TFP), o meglio, con la rete transnazionale di associazioni TFP” [24]. Infatti, in molti dei suoi viaggi internazionali, per prendere contatto con realtà conservatrici/tradizionaliste, il leader della New Right era accompagnato da membri delle TFP che “introducevano Weyrich nella rete degli amici locali”.

    Tutti questi sforzi, spiega Cowan, “costruivano coalizioni internazionali in difesa del cristianesimo tradizionale” [25]. Cowan torna spesso sull’idea della “centralità della TFP”: “La TFP proliferò geograficamente, stabilendo branche in tutto il mondo atlantico. Più importante ancora, la TFP manteneva rapporti con la maggior parte dei movimenti della Nuova Destra ed estremisti [sic], collocandosi nel centro degli sforzi per creare vincoli internazionali di collaborazione” [26].

    In questo modo, prese corpo ciò che Cowan chiama una “Nuova Destra transnazionale”. Afferma il docente californiano: “Questi rappresentanti della destra brasiliana furono i pionieri nel creare reti di collaborazione con simili realtà del Nord, una collaborazione che mise le basi per la costituzione di una Nuova Destra transnazionale” [27]. L’autore passa quindi ad enumerare le idee-base di questa Nuova Destra: “Nostalgia per il passato, meglio se medievale; visione soprannaturale; anticomunismo; antimodernismo; moralismo; antiecumenismo; difesa delle gerarchie; difesa della proprietà privata e della libera iniziativa” [28]. Secondo l’autore, “la TFP era l’attore principale nello sviluppo di questa crociata neoconservatrice nel continente e nel mondo”.

    È importante notare che lo stesso Cowan ammette che, nel corso di queste trattative, la TFP mantenne sempre la sua identità di “cattolici militanti”, senza mai cedere a compromessi e senza mai nascondere che il suo scopo era la Contro-Rivoluzione, cioè la restaurazione della Civiltà cristiana nella sua integrità.

    Oltre a questi sforzi per mettere in comunicazione la galassia New Right, Cowan descrive seppur brevemente gli sforzi per entrare in contatto con realtà tradizionaliste europee, come Alleanza Cattolica in Italia e Lecture et Tradition in Francia.

    Benjamin Cowan conclude auspicando che il ruolo della TFP e del prof. Plinio Corrêa de Oliveira nella formazione della reazione antiprogressista nel mondo possa essere meglio studiato dagli specialisti.

     

    Note

    [1] Benjamin A. Cowan, Moral Majorities across the Americas. Brazil, the United States and the Creation of the Religious Right, University of North Carolina Press, 2021, pp. 16-17.

    [2] Ibid., pp. 17-19.

    [3] Ibid., p. 18.

    [4] Ibid., p. 25.

    [5] Ibid., p. 25

    [6] Ibid., p. 230.

    [7] Ibid., p. 234.

    [8]Ibid., p. 23.

    [9] Ibid., p. 24.

    [10] Ibid., p. 59.

    [11] Ibid., p. 59.

    [12] Ibid., p. 137.

    [13] Ibid., p. 137.

    [14] Hoffman, Ross J. S., and Paul Levak (Eds.). Burke’s Politics: Selected Writings and Speeches of Edmund Burke on Reform, Revolution, and War. Pp. xxxvii, 536. New York: Alfred A. Knopf, 1949.

    [15] La letteratura sul Conservative Movement è vastissima. Un riassunto si trova in Modern Age, vol. 26, n° 3-4, 1982.

    [16] Cfr. Patriottismo, combattività e appetenza del soprannaturale. Intervista a Paul WeyrichTradizione Famiglia Proprietà, marzo 2002. https://www.atfp.it/rivista-tfp/2002/103-marzo-2002/733-intervista-a-paul-weyrich

    [17] In realtà, la New Right si collocava assai più a destra di Reagan, a cui rinfacciava di fare troppo poco.

    [18] Benjamin A. Cowan, Moral Majorities across the Americas, p. 146.

    [19] Enrique T. Rueda, The Homosexual Network. Private Lives and Public Policy, Devin Adair, 1986.

    [20] Enrique T. Rueda, The Marxist Character of Liberation Theology, The Catholic Center, 1986.

    [21] Benjamin A. Cowan, Moral Majorities across the Americas, p. 151.

    [22] Ibid., p. 144.

    [23] Ibid., p. 146.

    [24] Ibid., p. 151.

    [25] Ibid., p. 152.

    [26] Ibid., p. 153.

    [27] Ibid., p. 60.

    [28] Ibid., pp. 154-155.

     

    Fonte: Duc in Altum – Aldo Maria Valli, 30 settembre 2021.

  • Intervista a Juan Miguel Montes sulla situazione Russia-Ucraina e l’azione delle TFP in favore della Lituania

    Il sito portoghese Dies Iræ ha pubblicato un'intervista esclusiva a Juan Miguel Montes, direttore dell'ufficio di Roma delle TFP - Tradizione, Famiglia e Proprietà. Ne proponiamo la nostra traduzione all’italiano. Nell'intervista, Montes parla della sua partecipazione attiva alla campagna che la TFP organizzò per l'indipendenza della Lituania e fa considerazioni rilevanti sul conflitto armato tra la Federazione Russa e l'Ucraina.

     

     

    A cura di Dies Iræ

    1. Più di tre decenni fa, concretamente il 9 novembre 1989, cadeva il muro di Berlino, fatto che segnò decisamente la fine dell'"Impero sovietico". Un contributo importante al crollo del comunismo fu la dichiarazione d'indipendenza della Lituania l'11 marzo 1990. Fu in quel contesto che il professor Plinio Corrêa de Oliveira, fondatore della Società Brasiliana per la Difesa della Tradizione, della Famiglia e della Proprietà, promosse una grande raccolta di firme a sostegno della legittima rivendicazione lituana, che si diffuse nei cinque continenti, raggiungendo in poco più di tre mesi il numero record di 5.200.000 firme, facendone la più grande sottoscrizione di sempre. Lei partecipò a questa campagna e fece parte della delegazione che consegnò le firme in Russia e Lituania, Che ricordo ha di questa azione notevole?

    Il prof. Plinio Corrêa de Oliveira ricordava quella campagna come uno dei momenti più gloriosi della lotta delle TFP contro il comunismo. La Lituania, che è un paese baltico e non slavo, con una lunga storia anteriore alla dominazione russa, fu cancellata come nazione indipendente dal patto nazi-comunista del 1940 (patto Ribbentrop-Molotov). Nel marzo 1990, il paese baltico si alzò in piedi contro il moloch sovietico in un gesto di eroismo che commosse profondamente il mondo. Le TFP indissero una campagna internazionale di raccolta firme a sostegno di quella dichiarazione d’indipendenza, facendo una epica campagna per le strade delle Americhe e dell’Europa. Come lei ricorda, furono raccolte oltre 5 milioni di firme e all’epoca il Guiness Book of Records registrò trattarsi della più grande raccolta di sottoscrizioni mai avvenuta. Posteriormente il Parlamento della Lituania indipendente, in una seduta ufficiale, avrebbe reso omaggio ufficialmente alle Associazioni Tradizione Famiglia Proprietà per il loro apporto all’indipendenza nazionale. Questa iniziativa fu all’inizio di quel processo di smantellamento dell’Impero sovietico che Vladimir Putin ha definito “la più grande tragedia geopolitica del secolo XX”.

    1. Della sua visita a Vilnius, dove poté avere un contatto molto stretto con la realtà politica, sociale ed ecclesiastica, cosa le è rimasto in mente fino ad oggi?

    In realtà, la delegazione delle TFP, di cui feci parte insieme a una decina di altre persone, si recò prima a Mosca, poi a Vilnius e di seguito nuovamente a Mosca, in un memorabile viaggio che aveva come scopo quello di consegnare le firme al presidente lituano Landsbergis, ed una loro copia all’ufficio del segretario generale del PCUS Gorbaciov al Cremlino e anche all’arcivescovo primate lituano, il cardinale Sladkevičius. Tutto questo fu fatto.

    Il presidente lituano ci ricevette con grande cordialità, colpendoci per la determinazione eroica con cui voleva portare avanti il processo di indipendenza da Mosca anche se, come ci diceva chiaramente, non escludeva di finire in Siberia, o addirittura peggio. Infatti, un mese dopo la visita della nostra delegazione nel dicembre 1990, come purtroppo pochi ricordano, l’Armata Rossa entrò a Vilnius e represse brutalmente gli indipendentisti che stavano manifestando davanti alla televisione nazionale, schiacciandoli con i carri armati e prendendo a cannonate i civili. Ma erano gli ultimi colpi di coda del drago rosso. Poi, come oggi sappiamo, l’indipendenza si consolidò non solo in Lituania ma anche negli altri Paesi baltici.

    Comunque, il mio ricordo più profondo è la reazione del numeroso pubblico incontrato in chiese, teatri, camminando per le strade, visitando famiglie, che ci implorava di non tornare in Europa senza prima impegnarci seriamente a continuare la lotta per la loro libertà in ogni angolo del mondo. “Non abbandonateci più!” era la frase che più sentivamo in questi numerosi incontri sostenuti nell’arco dei nostri giorni di permanenza in Lituania. Solo sul posto potei misurare tutta la profondità della loro sofferenza e la ferma risoluzione a voler separare le loro strade definitivamente dal mondo sovietico, non per risentimento contro il popolo russo, che non avevano, ma contro il carattere tirannico della dirigenza del Cremlino, emersa non solo nella tenebrosa fase comunista ma anche in altri momenti della loro storia. Purtroppo, nella voragine di avvenimenti in cui siamo ogni giorno inghiottiti, molti hanno dimenticato questa realtà di sofferenza e di martirio.

    1. Le visite annuali della delegazione della TFP in Lituania hanno ancora luogo?

    Sì, anche durante la pandemia da Covid, le TFP europee e americane hanno inviato regolarmente una delegazione di membri al pellegrinaggio annuale che si svolge nella prima metà di settembre al santuario della Madonna di Ŝiluva, costruito nel luogo dove ci fu una apparizione mariana fortemente identificata con la storia nazionale della Lituania, chiamata anche Terra Mariana. Esiste anche un bureau di rappresentanza delle TFP che viene gestito dai nostri amici di Francoforte.

    1. Il 24 febbraio scorso, la Federazione Russa, guidata da Vladimir Putin, un ex membro del defunto regime sovietico, ha spudoratamente attaccato e invaso l'Ucraina. Quali similitudini trova tra l'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche del XX secolo e la Russia del XXI secolo?

    Bisognerebbe capire che, nonostante la Russia abbia abbandonato aspetti del regime socialista a economia pianificata (non per sostituirlo con una economia autenticamente libera e organica, bensì con una “cleptocrazia” a beneficio di vecchi esponenti del regime comunista), la dirigenza russa non ha rinunciato affatto ai metodi brutali della vecchia Armata Rossa, inviata a occupare territori stranieri e a sopprimere ogni moto di indipendenza dei popoli, come già aveva fatto durante i terribili decenni sovietici in Ungheria, in Cecoslovacchia e come stava sul punto di rifare anche in Polonia quando sopravvenne il collasso dell’URSS. E come fece anche, è stato già detto, in Lituania agli inizi del 1991. Il costrutto “morale” per giustificare tali azioni è di impronta autenticamente marxista e amorale, dove vale il principio di Lenin “buono è ciò che serve la causa, cattivo ciò che la osteggia”. E, pertanto, vale la guerra, l’aggressione fisica ai popoli, la carestia provocata per piegarli, l’avvelenamento degli avversari, la bugia, l’inganno, il diniego della parola data e firmata, etc. Tutto ciò rivela che la mentalità rivoluzionaria è ancora pienamente vigente nella dirigenza moscovita.

    1. Nella destra politica, si veda il caso dell’italiano Matteo Salvini e della francese Marine Le Pen, alcuni vedono Putin come un salvatore della nostra civiltà decrepita. Lo stesso è purtroppo vero anche a livello ecclesiastico. Cosa pensa di questo atteggiamento da parte di coloro che si troveranno dalla parte sbagliata della storia?

    Esiste una generazione di persone che si diceva scioccata dai crimini del comunismo nel non lontano 1990 e che oggi, appena 30 anni dopo, sembra avere dimenticato tutto: guerre, invasioni, sofferenza brutale inflitta a popolazioni inermi, carestie provocate, ecc. In genere giustificano l’ingiustificabile adducendo argomenti ben poco ragionevoli, per esempio che basta spiegare l’aggressione russa in Ucraina come risposta all’innegabile corruzione morale dell’Occidente, dove sono, senz’altro, approvate e attuate norme che contraddicono i più basilari principi cristiani e naturali. Ma queste persone che ragionano così approverebbero guerre di invasione e morte contro i propri Paesi, dove questi costumi e legislazioni già si sono imposti da parecchio o si stanno ancora imponendo? Farebbero soffrire i propri cari a causa dell’orientamento ideologico o morale dei loro censurabili dirigenti politici o religiosi? E poi, conoscono qualcosa sulla realtà russa in materia di ateismo, aborto, alcolismo, calo demografico, ecc.? Cioè, hanno una conoscenza che non si limiti a qualche frase ad effetto pronunciata dal Patriarca Kirill? Tra l’altro, conoscono la storia di collaborazione di quest’ultimo con il regime sovietico ai tempi della Guerra Fredda?

    Un’ultima considerazione. Nel 1991, oltre il 92,5% degli elettori ucraini votò per l’indipendenza completa da Mosca, memori di uno degli olocausti più orripilanti del XX secolo, l’Holodomor, cioè la carestia del 1931-32 provocata dalla requisizione di alimenti ordinata dal Cremlino di Stalin, che provocò diversi milioni di morti per fame. Dopo una tale esperienza, chi avrebbe potuto negare il diritto degli ucraini a separare le proprie strade dal potere moscovita? E infatti, all’epoca tutti si dicevano d’accordo nel riconoscerlo. Persino la Russia stessa riconobbe questo diritto nel 1994. O tempora, o mores!

    1. Tornando alla grande azione delle TFP a favore della Lituania, pensa che una nuova campagna sarebbe giustificata, questa volta per la salvaguardia del diritto all'indipendenza dell'Ucraina?

    L’Istituto Plinio Corrêa de Oliveira e le diverse TFP ed entità affini nel mondo hanno indetto una sottoscrizione indirizzata a Papa Francesco perché finalmente si compia la richiesta della Madonna a Fatima di consacrare la Russia al Cuore Immacolato di Maria nei termini precisi indicati dalla Madre di Dio nel 1917 e poi nel 1929. La Madonna aveva previsto che se non vi fosse stata tale consacrazione del Papa in unione con tutti i vescovi del mondo, la Russia avrebbe sparso i suoi errori, portando gravi persecuzioni alla Chiesa. Ma se la consacrazione fosse stata fatta, sarebbe stato garantito un periodo di pace al mondo. Esaudire questa richiesta dovrebbe essere una priorità per le anime veramente cattoliche e desiderose di quella vera pace che è “tranquillità nell’ordine” e non la falsa alternativa fra due disordini, quello della auto-cancellazione dell’Occidente e quello delle tirannie crudeli. Le parole di Maria Santissima sulla Russia non sono offensive per il popolo russo, come alcuni cattolici sembrano credere. Anzi, a ben vedere, rivelano un grande amore e predilezione per un popolo che ha visto fiorire in passato la devozione mariana. E il frutto del compimento di questa richiesta si ripercuoterebbe naturalmente nella garanzia di indipendenza dell’Ucraina, terra di eroici martiri. Se i lettori di Dies Irae vogliono firmare questa sottoscrizione possono farlo qui.

     

    Fonte: Dies Irae, 14 Marzo 2022. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia

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  • L'Unione europea nel pensiero di Plinio Corrêa de Oliveira

    Da quasi mezzo secolo, il Prof. Plinio Corrêa de Oliveira poneva già i termini di una scottante questione attuale: l'Unione Europea, o verrà fatta in modo autentico, sulla scia di Carlo Magno e sotto l'influsso della Chiesa Cattolica, oppure sarà una tappa rivoluzionaria e laicista per la costruzione della Repubblica Universale. Molti lettori si domanderanno cosa pensare dell'Unione Europea, dal punto di vista della dottrina cattolica. La risposta era stata data ampiamente, quasi 50 anni fa, dal Prof. Plinio Corrêa de Oliveira nei commenti all'allocuzione di Pio XII ai dirigenti del Movimento Universale per una Confederazione Mondiale, del 6 aprile 1951, (2) e più specificamente nell'articolo La Federazione Europea alla luce della dottrina cattolica, pubblicato su "Catolicismo" (n.°14, febbraio 1952). 

     

     

    Federazione Europea: marchio storico di questo secolo

    Nell'articolo su "Catolicismo" dell'agosto 1951, il Prof. Plinio affermava:

    "Una delle date più importanti di questo secolo è senza dubbio quella della riunione di Parigi, in cui i rappresentanti della Francia, dell'Italia, della Germania Occidentale e delle piccole potenze del gruppo Benelux - Belgio, Olanda, Lussemburgo - decisero, in linea di principio, la costituzione della Federazione Europea, formando così una sola entità di Diritto Internazionale Pubblico e, di conseguenza, un governo comune, da aggiungere ai diversi governi nazionali, con il carattere di una sovrastruttura."

    Un piano che sembrava assolutamente impraticabile

    E prosegue:

    "Prima dell'ultima guerra mondiale, sarebbe passato per un sognatore chi idealizzasse un simile piano per il secolo XXI, e per ritardato mentale chi lo avesse immaginato addirittura praticabile ai nostri giorni. L'Europa era ancora arroventata dall'odio franco-germanico che aveva causato il conflitto del 1914-1918, e che avrebbe svolto un importante ruolo nella deflagrazione del 1939-1945. Infatti, a quell'epoca tutte le nazioni europee, traboccanti di una propria vita culturale ed economica, con gli animi ancora segnati dai risentimenti, dalle ambizioni, dalle rivalità ereditate dai Tempi Moderni, sembravano avverse all'essere inglobate in un tutto politico per quanto vago ed allentato fosse. Quindi ci sarebbe voluta la tragedia della seconda guerra mondiale e il conseguente smantellamento dell'economia delle nazioni europee, affinché, estenuato il fiato della propria vita culturale... le dottrine unitarie trovassero un terreno propizio, e il piano di una Federazione Europea fosse praticabile."

     

    Scomparsa di gloriose nazioni

    Dopo aver indicato la portata che avrebbe avuto la formazione degli Stati Uniti d'Europa, il Prof. Plinio Corrêa de Oliveira continua:

    "È proprio ciò che, come il premier italiano [Alcide de Gasperi] ha saputo esprimere chiaramente, è stato appena deciso in Europa. Tra la Francia e la Germania, l'Italia e l'Olanda, etc. vi saranno d'ora in poi, non gli abissi che sino adesso esistevano, ma solo la linea divisoria di interesse quasi esclusivamente amministrativo, come quella esistente tra l'Ohio e il Massachusets, tra Rio de Janeiro e San Paolo, o tra Lucerna e Friburgo.

    "Chiaramente, si tratta di un evento immenso. Sono nazioni che scompaiono dopo aver colmato il mondo e la Storia con l'irradiazione della loro gloria... ed è un nuovo Stato Federale che emerge, il cui futuro non è facile prevedere".

     

    Unificazione autentica e unificazione rivoluzionaria

    Alla domanda se la Federazione Europea sarebbe una novità, il fondatore della TFP risponde di no, visto che sotto l'influsso della Chiesa, l'insieme dei fattori di unità che si delineavano in Europa all'inizio del Medioevo era stato catalizzato dall'Imperatore Carlo Magno. Questi, fra le altre grandi vicende, ha saputo porre l'ordine temporale in consonanza con la Chiesa e difendere la Cristianità dai suoi aggressori.

    Si tratta, quindi, di sapere in cosa consiste la vera unificazione e verificare i pericoli in cui essa potrà trovarsi, se sarà favorita dallo spirito della Rivoluzione. È quel che il Prof. Plinio Corrêa de Oliveira espone di seguito:

    "Cosa pensare della Federazione Europea? Intesa così, in linea di principio, riscontriamo che la Chiesa non si limita a permettere, ma favorisce di tutto cuore le superstrutture internazionali, purché si propongano un fine lecito. Essenzialmente, quindi, merita solo applausi l'idea di avvicinare i popoli europei in un insieme politico ben costruito...

    "Però approvare l'idea in linea di principio è una cosa. Approvarla incondizionatamente, qualunque siano le sue applicazioni pratiche, è una altra cosa. E non ci si può spingere sino a questa incondizionalità.

    "Infatti, viviamo in un'epoca di statalizzazione brutale. Tutto è centralizzato, pianificato, reso artificiale, tiranneggiato. Se la Federazione europea si inoltrerà in questo cammino, aberrerà dalle norme molto sagge del discorso del Papa Pio XII ai dirigenti del movimento internazionale a favore di una Federazione Mondiale" ("Catolicismo" n°8, agosto 1951 - i grassetti sono nostri).

     

    Protettrice delle indipendenze nazionali e non idra divoratrice

    Approfondendo il tema nel suo articolo del febbraio 1952, il Prof. Plinio Corrêa de Oliveira avverte:

    “Prima di tutto dobbiamo far sentire che la Chiesa è contraria alla scomparsa di tante nazioni per costituire un unico insieme. Ogni nazione può e deve mantenersi, all'interno di una struttura sovranazionale, viva e definita, con i suoi limiti, i suoi territori, il suo governo, la sua lingua, i suoi costumi, la sua legge, la sua propria indole... La Germania è una nazione, la Francia è un'altra, l'Italia un'altra ancora.

    "Se qualcuno volesse fonderle come chi getta in un crogiolo dei gioielli dal raffinatissimo valore, per trasformarli in un lingotto d'oro massiccio, inespressivo, spigoloso, volgare, certamente non agirebbe secondo l'ottica di Dio, che creò un ordine naturale, nel quale la nazione è una realtà indistruttibile.

    "Così, dunque, se la Federazione Europea intraprenderà questa via, sarà più un male che un bene. Essa deve essere la protettrice delle indipendenze nazionali e non l'idra divoratrice delle nazioni. Le autorità federali devono esistere per supplire l'operato dei governi nazionali in certi casi di interesse sovranazionale; mai per eliminarli. La loro attuazione non dovrà mai mirare alla soppressione delle caratteristiche d'anima e di cultura nazionali, ma anzi, nella misura possibile, il loro irrobustimento...

    "D'altro canto, la strutturazione economica non deve giungere a una pianificazione tale da implicare una super-socializzazione. Se il socialismo è un male, la sua trasposizione al piano sovrastatale non potrebbe essere altro che un male maggiore."

     

    Carlo Magno, un uomo provvidenziale

    Carlo Magno, secondo un'incisione di Albert Durer. Il famoso artista tedesco seppe rappresentare con ammirabile precisione ciò che la Storia narra della personalità del grande Imperatore. Infatti, la sua fisionomia esprime forza, potere, abitudine di dominare. Una forza però che non nasce dal rigurgito brutale di un temperamento effervescente, bensì da un'elevata nozione dei diritti del bene. Quindi, il suo potere è rappresentato meno dalle armi che dallo spirito.

    Così maestoso, è al contempo pieno di bontà. C'è in tutta la sua persona qualcosa di sacro: è l'uomo provvidenziale, che instaurò il Regno di Cristo nell'ordine temporale e fondò le basi della civiltà cristiana; è l'Imperatore investito dal Papa per la missione apostolica di essere per eccellenza il paladino della Fede.

    Fu Carlo Magno il primo realizzatore dell'unità temporale dell'Europa cristiana.

     

    Federazione Europea laica: precorritrice della Repubblica Universale?

    E conclude le sue considerazioni manifestando il timore che la tanto proclamata unificazione sia un grande passo verso la Repubblica Universale:

    "Infine, ci sia permessa una affermazione ben franca. Nessuna società, sia essa domestica, professionale o ricreativa, sia essa uno Stato, una Federazione di Stati o un Impero mondiale, può produrre frutti stabili e duraturi se ignora ufficialmente l'Uomo Dio, la Redenzione, il Vangelo, la Legge di Dio, la Santa Chiesa e il Papato. Occasionalmente, alcuni suoi frutti possono essere buoni. Ma se fossero buoni non sarebbero duraturi e, se fossero cattivi, quanto più fossero duraturi tanto più sarebbero dannosi. Se la Federazione europea si collocasse all'ombra della Chiesa, se da Essa fosse ispirata, animata, vivificata, cosa non ci si potrebbe aspettare? Ma, ignorando la Chiesa come il Corpo Mistico di Cristo, che cosa aspettarsi?

    "Sì, che cosa aspettarsi? Qualche frutto buono, che conviene osservare e senza dubbio proteggere in ogni modo. Ma quanto è ben fondato pure aspettarsi altri frutti! E se questi fossero amari, quanto si può temere che in questo modo ci avviciniamo alla Repubblica Universale la cui realizzazione la massoneria prepara da tanti secoli?" ("Catolicismo", n° 14 febbraio 1952 - i grassetti sono nostri).

    Una persona che manifestava a Talleyrand il desiderio di fondare una religione, ricevette dal celebre diplomatico questa risposta: "Per quanto mi riguarda, ho soltanto un'osservazione da farle: Gesù Cristo, per fondare la sua Religione, fu crocifisso e risuscitò. Tentate di fare altrettanto".

    Parafrasando Talleyrand, il Prof. Plinio Corrêa de Oliveira potrebbe dire ai pianificatori d'ufficio dell'attuale unificazione europea: "Per quanto mi riguarda, ho soltanto un'osservazione da farvi: l'unificazione non è, di per sé, una novità. Carlo Magno ne fu il primo realizzatore. Cercate di essere altri Carlo Magno e fate altrettanto".

     

    Note:

    (1) Cfr. "Euro, la nuova moneta dell'Unione Europea: un salto nel buio", intervista a Carlos Patricio del Campo, "Catolicismo", n°571, luglio 1998. Come pure: "L'Euro: la pazza avventura della moneta unica", "Catolicismo", n° 573, settembre 1998.

    (2) Cfr. "Il culto cieco del numero nella società contemporanea", "Catolicismo", n° 8, agosto 1951; "Il meccanismo rivoluzionario e il culto del numero", "Catolicismo" n° 9, settembre 1951; "La società cristiana e organica e la società meccanica e pagana", "Catolicismo", n° 11, novembre 1951; "La struttura sovrannazionale nell'insegnamento di Pio XII", "Catolicismo", n° 12, dicembre 1951.

     

    Fonte: Articolo estratto da "Previsões e Denúncias em defesa da Igreja e da Civilização Cristã", raccolta realizzata da Juan Gonzalo Larrain Campbell - São Paulo 2001 - Traduzione di Umberto Braccesi.

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  • La gloria di Dio nell’alto dei Cieli, un aspetto secondario del Natale?

     

     

    di Plinio Corrêa de Oliveira

    Riposate, Signore, nel vostro poverissimo quanto augustissimo presepio, sotto lo sguardo della Vergine, vostra Madre, che riversa su Voi i tesori ineffabili del suo rispetto e della sua tenerezza. Mai una creatura adorò con così profonda e rispettosa umiltà il suo Dio. In nessun tempo un cuore materno amò più affettuosamente suo figlio. Reciprocamente, mai Dio amò tanto una mera creatura. E in nessun momento un figlio amò tanto pienamente, tanto interamente, tanto sovrabbondantemente sua madre. Tutta la realtà di questo sublime dialogo di anime può essere racchiusa in queste parole, che indicano qui un intero oceano di felicità e che, in un'occasione ben diversa, avreste detto un dì dall'alto della Croce: "Madre, ecco tuo figlio. Figlio, ecco tua madre (Giov. 19, 26). E, considerando la perfezione di questo reciproco amore, tra Voi e vostra Madre, sentiamo il cantico angelico che si innalza dalle profondità di ogni anima cristiana: "Gloria a Dio nel più alto dei Cieli, e pace in Terra agli uomini di buona volontà" (Luca 2, 14).

    "Pace in Terra agli uomini di buona volontà": il succedersi complicato ma celere delle associazioni di immagini mi fa sentire subito che in numerose occasioni dell'anno che sta finendo ho sentito parlare di pace, e di uomini di buona volontà. Curioso... mi rendo conto di aver sentito parlare meno, e persino molto meno, della gloria di Dio nel più alto dei Cieli. A dir bene, quasi non ne ho sentito parlare. Neppure implicitamente; poiché implicitamente si parla della gloria di Dio quando vengono affermati i suoi sovrani diritti su tutto il creato e, per amor suo, si rivendica l'adempimento della sua Legge da parte degli individui, delle famiglie, dei gruppi professionali, delle classi sociali, delle regioni, delle nazioni e di tutta la società internazionale.

    Perché mai questo silenzio, mi domando io? Perché gli uomini vogliono tanto la pace? Perché tanti uomini si vantano di avere buona volontà? E perché sono talmente pochi coloro che si preoccupano della gloria di Dio, o mostrano di agire e combattere per essa?

    In altri termini, il fatto essenziale del vostro Santo Natale, Signore, sarebbe soltanto la pace in Terra agli uomini di buona volontà? E la gloria di Dio nel più alto dei Cieli sarebbe, per gli uomini, un aspetto meramente collaterale, di gran lunga minore, confuso e insipido del grande evento di Betlemme?

    In altri termini ancora, la pace degli uomini vale più della gloria di Dio? La Terra vale più del Cielo? L'uomo, dunque, vale più di Dio? E la pace in Terra può essere ottenuta, conservata e persino incrementata senza che abbia nulla a che vedere con la gloria di Dio? Infine, che cos'è un uomo di buona volontà? È soltanto colui che vuole la pace in Terra, indifferente alla gloria di Dio in Cielo?

    Tutti questi argomenti invitano ad una approfondita analisi del cantico angelico.

    Oh ammirabile profondità di ogni parola ispirata! Tanto semplice, da essere capito persino da un bambino, tuttavia il cantico degli Angeli di Betlemme contiene verità tra le più profonde. Come è giovevole, quindi, nutrire lo spirito con queste parole, per partecipare come si deve alle festività del Santo Natale!

    Aiutateci con le vostre preghiere, Madre Santissima, Sede della Sapienza, affinché illuminati dagli splendori che emanano da Gesù, possiamo capire il cantico angelico che è il più perfetto ed autorevole commentario del Natale.

    "Uomo di buona volontà": che cosa significa questo agli occhi di tanti e tanti nostri contemporanei? Per saperlo, basta domandarsi: buona volontà verso chi? La risposta balzerà impetuosa e impaziente, come succede di solito quando la domanda ha qualcosa di retorico da chiedere o è quasi lampante. Ma è ovvio, diranno molti dei nostri concittadini, buona volontà verso il prossimo. Verso colui che, ateo o seguace di una religione, qualunque essa sia, sostenitore della proprietà privata, del socialismo o del comunismo, vuole che tutti gli uomini vivano allegri, nell'abbondanza, senza malattie, senza lotte, senza rischi, profittando al massimo possibile di questa vita: ecco un uomo di buona volontà. Visto in questa prospettiva, l'uomo di buona volontà è un artefice della pace. Come dice il proverbio: "Nella casa dove manca il pane, tutti litigano e nessuno ha ragione". Quindi, in quella dove c'è il pane tutti hanno ragione e regna la pace. Dunque, dove c'è pane, tetto, medicinali, sicurezza, a maggior ragione esiste necessariamente la pace.

    E la gloria di Dio? Per l'"uomo di buona volontà" inteso così, essa è un elemento superfluo in quel che dice riguardo alla pace in Terra. Poiché è dall'adeguato ordinamento dell'economia che deriva il buon ordine nella vita sociale e politica, e quindi la pace. "Superfluo" è dir poco, riguardo alla gloria di Dio in Cielo, considerata in funzione della pace in Terra. Siccome alcuni uomini credono in Dio, e altri no, e siccome tra coloro che credono c'è una diversità nel modo di intendere Dio, quest'ultimo può agire come un pericoloso fautore di divisioni, dissensi e polemiche. Dio è un Signore fin troppo compromesso da migliaia di anni nelle polemiche, perché si parli di lui ad ogni momento. Per avere pace in Terra è meglio non mettersi a parlare con frequenza di Dio e della sua gloria in Cielo.

    E poi... il Cielo è così vago, così lontano, così incerto! Che di esso parlino gli Angeli va bene, anche perché ci abitano. Ma noi uomini prendiamoci cura della Terra.

    Per l'"uomo di buona volontà", unire la gloria celeste alla pace terrestre è qualcosa di tanto errato, superfluo e carico di fattori bellici quanto, per esempio, è imprudente unire la Chiesa allo Stato. La chiesa libera dallo Stato e lo stato libero dalla Chiesa, ecco un anelito molto tipico dell' "uomo di buona volontà". La pace terrena libera da implicazioni religiose, e Dio nel suo Cielo e nella sua gloria, a braccia conserte che sorride alla Terra in pace, a una tale distanza che non vi arrivi neanche la navicella "Apollo", ecco l'ideale dell' "uomo di buona volontà".

    Queste sono le considerazioni dell' "uomo di buona volontà" tra virgolette, il cui cuore si trova lontano dal Cielo e il cui sguardo è rivolto soltanto verso la Terra. Quanto divergono, però, dal significato proprio e naturale del cantico angelico!

    In effetti, se il Natale dà gloria a Dio nel più alto dei Cieli e simultaneamente è la fonte della pace in terra agli uomini di buona volontà - e fu appunto ciò che gli angeli proclamarono in Cielo - non si può dissociare una cosa dall'altra. Senza che gli uomini diano gloria a Dio, non c'è pace nel mondo. E la guerra, considerata come aggressione colpevole, è incompatibile con la gloria di Dio.

    Voi, Signore Gesù, Dio fatto uomo, siete tra gli uomini il Principe della Pace. Senza di Voi la pace è una menzogna e, alla fine, tutto si converte in guerra. E poiché gli uomini non lo capiscono, cercano in tutti i modi la pace, ma la pace non abita tra loro.

    Che cos'è allora l'uomo di buona volontà, se non è colui che ama il prossimo? Sarà forse chi odia il suo prossimo?

    Al fariseo, che Vi chiamò buon Maestro, domandaste: perché Mi chiamate buono, se solo Dio è buono (cf. Luca 18, 19)? Se solo Dio è buono, la buona volontà autentica è quella che si volge intera verso Dio e ama il prossimo, non per il mero amore del prossimo, ma per amor di Dio. L'uomo è fatto in modo tale che non può amare il prossimo per il prossimo. O lo ama per amore di se stesso, e questo è egoismo; o lo ama per amor di Dio, e questo sì, è vero amore.

    Di conseguenza, la "buona volontà" indifferente alla questione religiosa e la pace terrena che tende a instaurare non sono né buona volontà autentica, né vera pace. E il falso "uomo di buona volontà" è in ultima analisi un seminatore di guerre e un artefice di rovine.

    Ma, dirà qualcuno, Gesù come può essere il fondamento della pace, se nessuno come Lui ha suscitato tanto odio? La plebaglia, che da Lui era stata colmata di benefici spirituali e materiali di ogni genere, gli preferì Barabba, un bandito. Questo non è odio? Gli imperatori mossero contro Lui atroci persecuzioni. Gli ariani mobilitarono contro di Lui tutte le potenze della Terra. Poi vennero i maomettani. E dopo, e dopo, tutte le grandi ondate della Storia, fino al nazismo e al comunismo. Peraltro, aggiungerebbe forse qualcuno, Simeone espresse bene questa verità, profetizzando che lungo la Storia Egli sarebbe stato una pietra di scandalo, un segno di contraddizione per la morte e risurrezione di molti (cf. Luca 2, 34). Egli stesso disse di sé che portava sulla Terra la spada (cf. Mat. 10, 34). Per quanto tutto ciò sia buono, argomenterebbe un "uomo di buona volontà" tra virgolette, la vera pace, cioè una piena e completa smobilitazione degli spiriti, un'intera cessazione non solo di tutte le guerre ma di tutte le polemiche, non è possibile con Gesù Cristo. La pace è autentica soltanto quando rimuove tutte le controversie, incluse quelle a cui Gesù Cristo - senza colpa propria, concede l' "uomo di buona volontà" - fornisce l'occasione.

    Davvero? Replicherebbe un autentico uomo di buona volontà, cioè un uomo che ama Dio con tutta la sincerità della sua anima. In questo caso, è per burla che la Scrittura chiama Gesù Cristo Principe della Pace (cf. Is. 9, 6) e la Chiesa, facendo eco al Battista (cf. Giov. 1, 29, 36), Lo presenta come un mansueto Agnello al quale gli uomini devono chiedere il dono della pace: "Agnus dei, qui tollis peccata mundi, dona nobis pacem"? Oppure è perché la vera pace non esclude la lotta del bene contro il male, la polemica tra la luce e le tenebre, il perpetuo calcagno della Vergine senza macchia sulla testa del Serpente, l'ostilità tra la stirpe della Vergine e la razza del Serpente? La pace è l'ordine di Cristo nel Regno di Cristo. Essa ha, dunque, come condizione la lotta dei seguaci di Cristo contro i nemici di Cristo. La pace di Cristo non si identifica in nessun modo con la falsa pace, quella senza lotte né polemiche, del sedicente "uomo di buona volontà".

    Dal vostro Santo Natale, o Dio-Bambino, abbiamo appreso tre grandi lezioni. Abbiamo imparato che non c'è pace in Terra senza di Voi. Che l'autentico uomo di buona volontà non è colui che ama l'uomo per l'uomo, ma colui che lo ama per amor Vostro. E che la vostra Pace include la cessazione di tutte le lotte tranne la vostra incessante e gloriosa guerra contro il Demonio e i suoi alleati, il mondo e la carne.

    Vergine Maria, Mediatrice di tutte le grazie, inchinata in adorazione al Dio-Bambino, otteneteci una piena compenetrazione di tutte queste verità. E permettete che nella prospettiva da esse svelata, cantiamo con Voi e con tutte le creature celesti e terrene di cui siete Regina:

    Gloria a Dio nel più alto dei Cieli, e Pace in Terra agli uomini di buona volontà.

     

    Fonte: Catolicismo" N° 156, Dicembre 1963. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia.

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte.

  • La passione per la verità

                Trascriviamo di seguito una lettera del professor Plinio Correa de Oliveira a un giovane cooperatore della TFP, con alcuni consigli sulla vita intellettuale


     

       Mio caro amico,

       Salve Maria!

    Ho letto con molta simpatia la lettera che mi hai inviato.

    Non prendertela a male se ti dico che non ho potuto fare a meno di sorridere, vedendo che tu vorresti essere un uomo come me. Ti garantisco, con grande sincerità, che non ci guadagneresti nulla, anzi. Se potessi augurarti qualcosa di buono, sarebbe proprio che ciò non accadesse. Inoltre, ognuno di noi possiede una personalità unica e inconfondibile, ed è chiamato da Dio per realizzare un proprio ideale di perfezione. Da noi viene richiesta una fedeltà alla verità che c'è in noi, e che è l'unico cammino per attingere la verità di tutti noi.

    Solo la passione della verità giustifica l'esistenza dei filosofi e degli scrittori

    Parlando di verità, arriviamo proprio al punto cruciale di tutto ciò che mi dici nella tua lettera. Infatti, il mondo abbonda di filosofi e scrittori, ma c'è una sola cosa che giustifichi l'esistenza degli uni e degli altri: la passione della verità. Senza questa passione, libri e filosofie non sono altro che vanità, pericolosissime vanità che incendiano la Terra e aizzano le fiamme dell'Inferno.

    Chi ha la passione della verità è disposto a spogliarsi di sé stesso, senza la pur minima restrizione. Sacrificherà le più seducenti idee, i più ingegnosi sistemi, le più profonde e luminose elucubrazioni, le più care intuizioni, le soddisfazioni più elevate dell'intelligenza, e infine le formulazioni più avvincenti e le immagini più esteticamente favorevoli, per cercare austeramente e palesare la verità, solo la verità, che è sempre ardua per la nostra condizione umana, a causa della sua essenziale trascendenza.

    Chi ha la passione della verità si espone all'antipatia degli uomini.

    E non è solo questo. La verità non è mai stata molto apprezzata dagli uomini, essendo effettivamente disprezzata ai nostri giorni. La verità è una e immutabile, ma gli uomini amano lo spettacolo variegato delle apparenze che si susseguono; la verità è eterna, ma gli uomini seguono le mode; la verità è seria e gli uomini sono frivoli; la verità indica il dovere, mentre gli uomini vogliono i piaceri; insomma, la verità è rigida e gli uomini non hanno tempra.

    Quindi, chi ha la passione della verità si espone, necessariamente, all'antipatia degli uomini, ma preferirà la verità ai beni temporali, alla carriera, alla fama e alla propria reputazione. Sarà perseguitato e accusato da quelli che prostituiscono la verità e fanno di essa un semplice strumento della loro infatuazione e cupidigia.

    Ma non è ancora tutto. La passione della verità può portarlo a tacere per anni, mentre gli altri si elevano di fronte all'opinione generale ed alla critica, con la loro produzione di opere letterarie e filosofiche. Egli, nel frattempo, rimarrà in silenzio, fino a quando spunti l'unico motivo che lo indurrà a manifestarsi: dare testimonianza della verità. Dinanzi a quel che ho appena detto, tu potresti replicare che io, invece di segnalare la via della filosofia, ho indicato quella della santità. È vero. Voglio soltanto sottolineare che, per chi ha la vocazione agli studi filosofici, la perfezione spirituale si chiama passione della verità. Per noi, cattolici, la verità non è solo una questione epistemologica o metafisica, è la Seconda Persona della Santissima Trinità, il Verbo di Dio che si è incarnato per salvarci.

    Adesso che siamo arrivati a questo punto, possiamo dedurre le conclusioni, per rispondere alle questioni particolari che mi proponi nella tua lettera.

    La vita intellettuale è intimamente unita alla spirituale, e da essa dipende

    La prima questione è che non ci deve essere una distinzione tra la tua vita spirituale e la tua vita intellettuale. Giacché dici di voler fare tutto secondo la volontà di Dio, e ti ritieni con vocazione agli studi filosofici, allora non preoccuparti del futuro, né come farai a guadagnarti la vita: adempi coscienziosamente i tuoi doveri e spera nella Provvidenza. Abbi fiducia, Dio non si dimentica di coloro che Lo servono.

    Tuttavia, Egli suole mettere alla prova la fiducia dei suoi servi. Quando questo ti capiterà, non supporre di essere abbandonato: questi sono i cammini normali della Provvidenza. Quando tutto sembrerà perduto o compromesso, allora arriverà la soluzione. Però, non aspettarti soluzioni definitive. Rimarrà sempre un certo margine di incertezza e di rischio. Anche questo è necessario, perché Dio vuole che abbiamo fiducia solo in Lui, e non nelle sistemazioni umane.

    D'altra parte, non possiamo perdere di vista che siamo esiliati in questo mondo, e che la vita presente è provvisoria e precaria. Perciò non c'è, ne dobbiamo desiderare, situazioni definitive in questa Terra. Dobbiamo vivere di fede, e la fede è necessariamente oscura, poiché ha come oggetto ciò che è invisibile e inaccessibile alla ragione naturale. San Pietro, camminando sul mare in tempesta, è l'immagine della vita cristiana. So bene che questo cammino è difficile. È lo stretto cammino della salvezza, indicato da Gesù. Non esiste un altro.

    Evitare qualsiasi divorzio tra il pensiero e la vita

    In secondo posto, per quel che riguarda più direttamente ai tuoi studi, sarà necessario evitare diligentemente qualsiasi divorzio tra il pensiero e la vita. La filosofia non può essere trattata come chi risolve un teorema di geometria. In altre parole, il filosofo non può situarsi confortevolmente "fuori" dalla filosofia, e poi costruirla con eleganza e distacco. Al contrario, lui, la sua vita, il suo destino, il destino dell'umanità, sono visceralmente coinvolti dal corso che avranno preso le questioni filosofiche. Il filosofo stesso deve essere il primo problema filosofico in gioco, perché è attraverso il suo essere di carne ed ossa che il filosofo ha i piedi nella realtà.

    Essendo così, il filosofo non deve solo possedere un'intelligenza acuta e sviluppata, ma è indispensabile che abbia una personalità ricca, possente, vigorosa, nella quale tutta la realtà possa ripercuotersi ampiamente. Per ottenere questo spessore e profondità di personalità, mi sembra utile che, oltre agli studi propriamente filosofici, sui quali parlerò dopo, coltivi il tuo spirito nel contatto con le grandi opere, in cui si esprimono certe caratteristiche fondamentali dell'anima umana, e la cui frequentazione produce un insuperabile allargamento della visione di tutti i problemi. Virgilio, Dante, Shakespeare, i classici francesi, sono in questa linea. Non perché sono irreprensibili, nota bene. Ma in tutti loro spira il soffio magnifico, che ingrandisce l'uomo.

    Non ti dico neanche di fare uno studio sistematico di queste opere. Ben lungi da questo. Non si tratta di studiare, di fare un compito, ma di compiacersi, di assaporare. Tra queste sceglierai quella che più ti gradisce. Come pure potrai variare, trattenendoti sia in un brano di una, sia in un passaggio di un'altra. La libertà è totale. L'importante è che siano lette dall'originale.

    Non è soltanto la lettura delle grandi opere letterarie che conduce all'obiettivo mirato, ma pure la contemplazione della grande pittura e l'audizione della musica dei grandi maestri, come Bach o Haendel. In tutto ciò, ognuno deve seguire la propria inclinazione, ed io desidero più suggerire che influire.

    San Tommaso è più chiaro di non pochi tra i suoi commentatori

    Ritornando, quindi, ai tuoi studi, devo dire che capisco perfettamente l'insoddisfazione e la perplessità che ti causano certi autori contemporanei che si presentano come tomisti. Questi autori non sono né veramente dei filosofi né tomisti, e la miglior cosa che tu possa fare, per adesso, è metterli da parte. Potranno solo confonderti lo spirito e spingerlo verso sentieri pericolosi.

    Quanto a Maritain, non è altro che un divulgatore dotato di qualità letterarie e di nessuna serietà scientifica. Coloro che lo seguono sono delle mentalità superficiali, che si soddisfano e si cullano con le sue formule lirico-metafisiche, le quali non reggono a un'analisi più accurata, perché subito evidenziano inesattezze, dubbiosità ed equivoci, di cui sono impregnate. Quando avevo la tua età, confesso che me ne lasciai sedurre, poiché esaltavano la mia sensibilità. Dio, però, mi ha fatto la grazia di vedere, in tempo, il veleno che contenevano.

    Quando si viene a conoscenza dei veri filosofi, ci si vergogna delle divagazioni vuote, inconseguenti, sciocche e pretenziose di certi filosofi pseudo tomisti dei nostri giorni, che non fanno altro che deformare il tomismo, adattandolo a tutte le ultime mode (che non riescono nemmeno a capire), mentre scavalcano i più profondi pensieri di San Tommaso con la più candida delle incompetenze.

    Vai direttamente alla fonte. Cerca di familiarizzarti con i testi di San Tommaso. Non temere, il Dottore Angelico è più chiaro di non pochi dei suoi commentatori. Tutto dipende dall'abituarci al suo stile e, ciò che è più importante, alla sua disciplina. Questo, però, non sarà difficile, purché abbiamo diligenza e umiltà.

    Per iniziare, ti raccomanderei la Prima, della Somma, e il De Veritate. Dalla Prima, lascia da parte le questioni 2ª, 23ª e 24ª. Quanto al De Veritate, per adesso andare oltre alla 3ª questione. Ancora per iniziare, non dedicarti a uno studio sistematico, ma fai come ti ho raccomandato a riguardo delle opere classiche. Ricordati che non si tratta ancora di imparare San Tommaso, bensì, di familiarizzarsi con lui. Perciò, quando qualche testo presenterà una maggiore resistenza alla tua intelligenza, non insistere, ma cerca qualcosa di più facile.

    E adesso ti farò un'osservazione di maggior rilevanza: la meditazione e la riflessione valgono più della lettura. Quindi, cerca, quanto potrai, di risolvere trovare le soluzioni da te stesso, invece di cercarle già pronte. Soprattutto, limitati esclusivamente ai testi di San Tommaso, e non cercare di leggere le note esplicative che vengono a piè di pagina. Quando ti sarai così ambientato allo spirito di San Tommaso, allora si potrà pensare a qualcos'altro.

    Vita spirituale autentica: unico alimento dell'intelligenza

    Giungiamo, infine, all'ultima conclusione, che è quella di maggior peso. Il vero filosofo solo può alimentare il suo pensiero e la sua personalità con una vita spirituale autentica. A mio avviso, la miglior base sono ancora gli Esercizi Spirituali di Sant'Ignazio, con il complemento naturale dell'Imitazione di Cristo. Secondo gli orientamenti che do a questi miei suggerimenti, cerca, preferibilmente, solo i testi originali; soltanto i testi, senza alcun commento. Dato che la devozione cattolica è fondamentalmente di ispirazione mariana, abbi sempre a portata di mano le eccellenti opere di San Luigi Maria Grignion da Montfort; tutte quante, se ti sarà possibile.

    Il demonio pesca nelle acque torbide del nervosismo

    Credo così di aver risposto nella miglior forma a mia portata - e dopo aver chiesto a Dio luci per un compito di tale responsabilità - alle difficoltà, che mi hai presentato nella tua lettera. Certamente troverai in questa mia risposta, molte lacune: è la parte umana. Dio, però, le supplirà, quando ricorrerai a Lui con fiducia.

    Innanzitutto, stai calmo e in pace. Cerca di non perturbarti. Il nervosismo è l'acqua torbida in cui il demonio fa la sua pesca; ed è maestro nell'irritare i nervi e tormentare le coscienze, per mezzo di immaginazioni, suggestioni, istigazioni, ed anche agendo direttamente sul corpo, dove provoca le sensazioni fisiche di malessere, angoscia, ripugnanza, palpitazioni, e quant'altro. Non lasciarti impressionare da nulla di tutto ciò. Guarda in avanti, ai Cuori di Gesù e di Maria, e cammina sulle onde agitate con piena fiducia.

    Qui siamo, io e i miei amici, alla tua disposizione, per quel che avrai bisogno. Non fare cerimonie. E non dimenticarti di me nelle tue preghiere.

                Tuo in Gesù e Maria,

  • La visita del cardinale-martire ucraino Josyf Slipyj alla TFP brasiliana

     

     

    di Redazione

    Nel settembre del 1968 la TFP brasiliana ricevette un illustre visitatore: il cardinale ucraino Josyf Slipyj, arcivescovo metropolita maggiore di Lvow. Il cardinale Slipyj aveva opposto una ferma resistenza al comunismo in patria. Per questo motivo, dall'aprile 1945 all'inizio del 1963 venne sottoposto a una lunga prigionia e ai lavori forzati in Siberia, Mordovia e nelle regioni polari. Era naturale che la TFP rendesse omaggio a questo eroe della lotta contro il comunismo. Il ricevimento ebbe luogo il 26 settembre presso la sede del Consiglio Nazionale della TFP a San Paolo (allora in Rua Pará, nº 50). Erano presenti elementi di spicco del clero, delle forze armate, della società di San Paolo e della colonia ucraina, oltre a centinaia di membri e cooperatori dell'entità.

    Al termine della cena servita agli ospiti, il prof. Plínio Corrêa de Oliveira, Presidente del Consiglio Nazionale della TFP, indirizzò un saluto al reverendo ospite, sottolineando la coerenza dimostrata di fronte al comunismo lungo tutta la sua vita. Ne ricordò la lunga prigionia a cui Sua Eminenza era stata sottoposta dai sovietici, infuriati per il coraggio e la fermezza con cui aveva saputo difendere i diritti della Chiesa in un’epoca di concessioni. Infine, sottolineò i legami tra Brasile e Ucraina, nazioni unite dalla stessa fede, ed espresse i suoi personali auguri di felicità all'Arcivescovo Maggiore e alla sua illustre Patria, soggiogata dal dispotismo sovietico.

    Ringraziandolo, il cardinale Slipyj evidenziò l'alto valore culturale e civico del ruolo svolto dalla TFP, all'interno della società brasiliana, a difesa della pace e dei valori fondamentali della civiltà cristiana occidentale. Il prof. Plinio Corrêa de Oliveira offerse poi all'Eminentissimo Cardinale un ricordo della Società Brasiliana per la Difesa della Tradizione, della Famiglia e della Proprietà: un magnifico fermacarte in pietra semipreziosa brasiliana.

    Prima di lasciare la sede della TFP, il Cardinale e gli ecclesiastici che lo accompagnavano ricevettero anche lo stendardo rosso con il leone d'oro, insegna dell'entità. In mezzo a un applauso vibrante, Sua Eminenza si ritirò, benedicendo i presenti.

    Nel gennaio del 1977 la rivista della TFP nordamericana – CRUSADE – pubblicò un numero speciale intitolato “Oro, lutto e sangue – Ucraina: una tragedia senza frontiere”, in cui descriveva la tragica dimensione dell'abbandono dei cattolici ucraini martirizzati dall’oppressione comunista russa. L'articolo mostrava come quella situazione fosse peggiorata a causa della politica di distensione del Vaticano con i governi comunisti. Il cardinale Slipyi elogiò l'iniziativa di Crusade, augurandole i migliori frutti.

     

    Al seguente link è possibile vedere un breve video, con immagini d’epoca, della visitadel cardinale Slipyj alla TFP brasiliana:https://www.youtube.com/watch?v=R4talCR8woc

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  • Maggio: mese di Maria

     

     

    di Plinio Corrêa de Oliveira

    Durante il mese di maggio sentiamo la speciale protezione della Madonna estendersi su tutti i fedeli, e la gioia che brilla nelle nostre chiese e illumina i nostri cuori esprime la certezza universale dei cattolici che l'indispensabile patrocinio della nostra Madre celeste diventa, durante il mese di maggio, ancora più sollecito, più amorevole, maggiormente pieno di visibile misericordia e di esorbitante accondiscendenza.

    Tuttavia, dopo ogni mese di maggio qualcosa rimane, se abbiamo saputo vivere in modo adeguato questi trenta giorni appositamente consacrati alla Madonna. Ciò che ci rimane è una maggiore devozione, una fiducia più speciale e, per così dire, un'intimità più marcata con Maria Santissima, in modo che in tutte le vicissitudini della vita sapremo chiedere con più rispettosa insistenza, sperare con più invincibile fiducia e ringraziare con il più umile affetto per tutto il bene che fa per noi.

    La Madonna è Regina del Cielo e della Terra, e allo stesso tempo nostra Madre. Questa è la convinzione con cui entriamo sempre nel mese di maggio, e questa convinzione si radica sempre di più in noi, e getta sempre maggiori luci e forza man mano che il mese di maggio volge al termine. Il mese di maggio ci insegna ad amare Maria Santissima per la sua gloria, per tutto ciò che rappresenta nei piani della Provvidenza. E ci insegna anche a vivere più costantemente la nostra vita di unione filiale a Lei.

    * * *

    I figli non sono mai più sicuri della vigilanza amorevole delle loro madri che quando soffrono. Tutta l'umanità soffre oggi. E non solo tutti i popoli soffrono, ma si potrebbe quasi dire che soffrono in tutti i modi possibili. Le intelligenze sono spazzate via dalla burrasca dell'empietà e dello scetticismo. Tifoni impazziti di messianismi di ogni tipo devastano gli spiriti. Idee nebulose, confuse e audaci si insinuano in tutti gli ambienti e trascinano con loro non solo i malvagi e i tiepidi, ma a volte anche coloro dai quali ci si aspetterebbe una maggiore costanza nella Fede. Le volontà ostinatamente attaccate al compimento del dovere soffrono, con tutti i contraccolpi che derivano dalla loro fedeltà alla legge di Cristo. Chi trasgredisce questa legge soffre, perché lontano da Cristo ogni piacere non è in definitiva che amarezza, e ogni gioia è una menzogna. Soffrono i cuori di coloro che sono lacerati dagli orrori delle guerre che dilagano, delle famiglie che si disgregano, delle lotte che mettono fratelli contro fratelli ovunque. I corpi soffrono, decimati dal fuoco delle mitragliatrici, impoveriti dal lavoro, minati dalle malattie, sopraffatti da bisogni di ogni tipo. Si può dire che il mondo contemporaneo, simile al mondo al tempo in cui Nostro Signore nacque a Betlemme, riempie l'aria di un grande e clamoroso gemito, che è il gemito dei malvagi che vivono lontano da Dio, e dei giusti che sono tormentati dai malvagi.

    Quanto più oscure sono le circostanze, quanto più lancinanti sono i dolori di ogni genere, tanto più dovremmo chiedere alla Madonna di porre fine a tanta sofferenza, non solo per far cessare il nostro dolore, ma per il maggior beneficio della nostra anima. La Sacra Teologia dice che la preghiera della Madonna anticipò il momento in cui il mondo sarebbe stato redento dal Messia. In questo momento colmo di angoscia, rivolgiamo con fiducia i nostri occhi alla Madonna, chiedendoLe di abbreviare il grande momento che tutti stiamo aspettando, quando una nuova Pentecoste aprirà sprazzi di luce e di speranza in questa oscurità, e ristabilirà ovunque il Regno di Nostro Signore Gesù Cristo.

    Dobbiamo essere come Daniele, di cui la Scrittura dice che era desideriorum vir, cioè un uomo che desiderava grandi cose e molte cose. Per la gloria di Dio, desideriamo grandi e molte cose. Chiediamo molto alla Madonna, e sempre. Ciò che dobbiamo chiederLe in modo particolare è ciò che la Sacra Liturgia supplica a Dio: Emitte Spiritum tuum et creabuntur, et renovabis faciem terrae (Mandate il vostro Spirito e tutto sarà rinnovato, e rinnoverete la faccia della terra). Dobbiamo chiedere attraverso la Madonna che Dio ci mandi di nuovo in abbondanza lo Spirito Santo, affinché le cose siano create di nuovo e la faccia della terra sia purificata da un rinnovamento.

    Nella Divina Commedia Dante dice che pregare senza il patrocinio della Madonna è come volare senza ali. Affidiamo alla Madonna questo anelito a cui aspira tutto il nostro cuore. Le mani di Maria saranno per la nostra preghiera un paio di ali purissime attraverso le quali giungerà certamente al trono di Dio.

     

    Fonte: Legionário N. 563, 23 maggio 1943. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia.

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  • Copertina Marzo2018

    Rivista Tradizione Famiglia Proprietà, marzo 2018

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  • CopertinaOttobre2017

    Rivista Tradizione Famiglia Proprietà, ottobre 2017

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    Intervista a Juan Miguel Montes

    Perché il Concilio Vaticano II non condannò il comunismo

     

     

    di Javier Navascués

    Juan Miguel Montes, direttore dell'Ufficio Tradizione Famiglia Proprietà di Roma, spiega perché il comunismo non fu denunciato al Concilio Vaticano II e quali furono le conseguenze di questo silenzio.

    Per molti anni il patto segreto tra Vaticano e URSS per non condannare il comunismo al Concilio Vaticano II è stato considerato una leggenda. Come è stata possibile una cosa così incomprensibile?

    Il patto era legato all'impegno di non condannare il comunismo in cambio del permesso a rappresentanti qualificati del Patriarcato di Mosca di partecipare al Concilio. Non sfuggiva a nessuno che all'epoca la Chiesa ortodossa russa era profondamente legata al regime sovietico. Oggi può sembrare incomprensibile, ma nelle grandi manovre geopolitiche di quel difficile periodo della guerra fredda, questo patto aveva molto senso per l'URSS, che era in piena espansione territoriale e culturale. Due blocchi si contendevano l'egemonia mondiale e la Chiesa cattolica aveva un'influenza decisiva sull'opinione pubblica occidentale, molto più grande di quella che ha oggi. Il suo silenzio sul comunismo avrebbe significato una sorta di passaporto per quest'ultimo in modo da poter continuare la forte penetrazione che esso già stava operando attraverso la guerriglia e le guerre nel terzo mondo e, soprattutto nel primo mondo, nel campo della cultura e dell'educazione in generale.

    Come nacque questo misterioso patto e su iniziativa di chi venne sviluppato?

    Non saprei dire chi disse la prima parola, ma entrambe le parti avevano interesse a farlo. Ho già parlato dell'interesse sovietico. Da parte di ampi settori della Chiesa c'era una mentalità secondo cui la strategia del dialogo avrebbe trovato comprensione nel "buon cuore" degli avversari, e che alla fine essi avrebbero ricambiato tale benevolenza allentando le misure repressive contro i credenti nei paesi dominati dal comunismo ateo. Erano gli anni della famosa "Ostpolitik vaticana", la cui figura di maggiore spicco divenne il futuro cardinale segretario di Stato Agostino Casaroli, e che, secondo un altro cardinale, lo slovacco Ján Chryzostom Korec, portò a risultati disastrosi per la Chiesa. Il cardinale Korec arrivò a sostenere che la Chiesa clandestina, che stava fiorendo nella tribolazione, fu "svenduta" dalla Ospolitik vaticana in cambio di "vaghe e incerte promesse da parte dei comunisti", il tutto, poi, a causa del silenzio sul comunismo da parte del Concilio. Un silenzio che Plinio Corrêa de Oliveira, nella sua nota dichiarazione di resistenza alla Ostpolitik vaticana, definì "enigmatico, sconcertante, sorprendente e apocalitticamente tragico", e che, per le sue conseguenze pratiche, avrebbe fatto passare il Concilio alla storia come “a-pastorale” per eccellenza.

    Quali sono state le conseguenze "a-pastorali" di questo silenzio conciliare nella Chiesa?

    Forse la più grave è stata la diffusione della Teologia della Liberazione nelle sue varie componenti: "teologia della lotta di classe", "teologia del popolo", "teologia indigenista", ecc. In paesi fino ad allora massicciamente cattolici, questa predicazione malsana ebbe due effetti: secolarizzò una parte dei fedeli, scambiando il messaggio evangelico di salvezza con un ideale di lotta puramente politica e sociale. D'altra parte - e qui stiamo parlando di milioni e milioni di persone - ha incoraggiato l'emigrazione verso comunità e sette protestanti e neoprotestanti che hanno rapidamente sostituito la Chiesa cattolica romana attraverso l’offerta di soddisfare gli aneliti spirituali di queste moltitudini. Quest'ultimo fatto è stato categoricamente denunciato in Brasile da Papa Benedetto XVI. E pensare che nonostante questa devastazione, c'è chi nella Chiesa di oggi continua a glorificare la teologia della liberazione.

    L'URSS ottenne molto, in piena guerra fredda, mentre il Vaticano ottenne molto poco, a parte la presenza degli ortodossi. Non era un patto eccessivamente squilibrato?

    Certamente, lo era. Oltre alla "strategia del dialogo", al Vaticano interessava anche un aspetto strettamente religioso: promuovere con le comunità cristiane quello che il cardinale Walter Kasper ha chiamato l'ecumenismo dei cammini paralleli di un'unica "Chiesa di Cristo" che marcia, ognuno per la sua strada, verso la seconda venuta di Nostro Signore Gesù Cristo. Questo ecumenismo dei cammini paralleli doveva sostituire l'"ecumenismo della convergenza" praticato fino ad allora, in cui i cristiani a-cattolici, come si diceva una volta, venivano caritatevolmente invitati a convergere nella Chiesa Cattolica per formare, come dice San Giovanni, "un solo gregge con un solo pastore".

    Ma anche su questo fronte, vediamo un clamoroso fallimento delle illusioni post-conciliari. Mentre le vecchie denominazioni protestanti si stanno muovendo verso la completa autodissoluzione e insignificanza e la grande maggioranza degli ortodossi orientali sono riluttanti a dialogare con Roma, il vasto nuovo mondo dei neo-evangelici e dei pentecostali rimane come unica materia prima per continuare il dialogo ecumenico. Ma questa volta sono gli esponenti cattolici dell'ecumenismo post-conciliare a rifiutarsi di parlare con loro, a causa della loro frequente opposizione a piegarsi ai "segni dei tempi" che vedono nei cambiamenti della società secolarizzata dell'Occidente.

    Nella sua opera di riferimento sul Concilio, il professor De Mattei sottolinea che Giovanni XXIII si lasciò manipolare dalla strategia sovietica, che usava il "pacifismo" come argomento principale. L'enciclica Pacem in terris di Giovanni XXIII è stata anche controversa perché sembra essere molto simpatica al comunismo e all'URSS. Cosa ne pensa?

    Credo che il professor de Mattei abbia ragione. Papa Giovanni XXIII aveva una spiccata capacità di emozionarsi e fu impressionato dai comunisti "di buon cuore", specialmente da Nikita Khrushchev, che gli inviò un telegramma molto gentile, e furbo, di congratulazioni per il suo ottantesimo anniversario. A questo gesto ne seguirono molti altri, come, ad esempio, la già citata delegazione di ortodossi russi autorizzata dal Partito a venire al Concilio.

    Forse la cosa più triste è che questo atteggiamento stupefacente ha quasi completamente minimizzato gli avvertimenti della Beata Vergine a Fatima che la Russia avrebbe diffuso i suoi errori in tutto il mondo. Non crede?

    Certo che sì. Suor Lucia di Fatima insisteva che il terzo segreto fosse diffuso nel 1960. Ma come si poteva fare in quel contesto? Lì si parlava di una tremenda persecuzione della Chiesa e questo era legato a ciò che già si sapeva degli "errori della Russia" che si sarebbero diffusi nel mondo. Ora, nel 1960, nonostante l'intensità della guerra fredda guidata dai sovietici, tre figure di spicco irradiavano grande ottimismo, Papa Giovanni, il presidente americano Kennedy e il paffuto e sorridente Krusciov, che, nonostante il suo cordiale telegramma al Papa, aveva brutalmente perseguitato i cattolici in Ucraina durante il suo precedente mandato in quella nazione. Il Messaggio della Madonna a Fatima suonava francamente "stonato" rispetto allo spirito ottimista che la propaganda dei media e i grandi personaggi pubblici dell'epoca volevano rappresentare.

    Come hanno potuto essere ignorate le voci di così tanti vescovi di tutto il mondo, specialmente quelli dei paesi che soffrivano le atrocità del comunismo?

    Un giorno, tutti noi, davanti al Giudice Divino, sapremo perché cardinali come Mindszenty, Korec, Swiatek, interi episcopati come quello rumeno, ucraino e altri poterono essere abbandonati al loro destino in quegli anni. È vero che negli ultimi decenni, molti esponenti di questo martirio in odium fidei sono stati riconosciuti e sono saliti alla gloria degli altari. Ma molti ancora mancano in quella lista, mentre oggi sembrano favoriti alcuni dubbi martiri della "Teologia della liberazione", che sono sì morti atrocemente, ma che erano impegnati in cause politiche non strettamente legate alla Fede.

    Fonte: Infocatolica, 9 Novembre 2021. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà - Italia

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  • Pio XII e l'era di Maria

    In occasione del primo centenario del dogma dell'Immacolata Concezione, nel 1954, proclamato Anno Giubilare Mariano da papa Pio XII, il prof. Plinio Corrêa de Oliveira scrisse un articolo rilevandone un aspetto capitale, anche se non messo normalmente in evidenza: il suo carattere profetico come annuncio dell’era del trionfo del Cuore Immacolato di Maria.

     

     

    di Plinio Corrêa de Oliveira

    Il Santo Padre Pio XII ebbe l’intenzione di risaltare con un atto di massima importanza le manifestazioni di devozione mariana con cui edificò la Cristianità nel corso dell’Anno Giubilare dell’Immacolata Concezione (1954). Egli lo disse con termini espliciti: “Come per incoronare tutte queste testimonianze della Nostra devozione mariana. (...) per concludere lietamente l’Anno Mariano appena terminato, (...) abbiamo deciso di stabilire la festa della Beata Vergine Maria, Regina.”

    Dell’importanza di questo atto parla lo stesso Pontefice quando dichiara che “questo gesto porta con sé la grande speranza che possa sorgere una nuova era, rallegrata dalla pace cristiana e dal trionfo della Religione”. Il Pontefice disse pure che tale speranza ha ragioni molto serie e profonde: “Acquisimmo la convinzione, dopo mature e ponderate riflessioni, che sopravverranno grandi vantaggi per la Chiesa” se la regalità di Maria “solidamente dimostrata, risplenderà con maggiore evidenza agli occhi di tutti, come luce più radiosa posta sul candelabro”.

    Ben inteso, questa grazia che si dirige al cuore dell’uomo deve riformare la sua anima: “nel culto e ad imitazione di una così grande Regina i cristiani si sentiranno infine veramente fratelli e, sovrastata l’invidia e gli immoderati desideri di ricchezza, promuoveranno l’amore sociale, rispetteranno i diritti dei poveri ed ameranno la pace”. Non si tratta di promuovere un movimento mariano puramente esterno e formale, ma di chiedere alle anime una collaborazione seria ed efficace con le grazie che riceveranno dalla loro Madre: “Nessuno, dunque, si ritenga figlio di Maria, degno di essere accolto sotto la sua potentissima tutela, se non segue il suo esempio, mostrandosi umile, giusto e casto, senza ledere o pregiudicare, ma aiutando e confortando”.

    Queste parole del Pontefice meritano la più accurata meditazione. Da un lato, egli parla contro l’invidia: allusione evidente al comportamento di intere masse di uomini che, amareggiati a volte da ingiuste provocazioni e, principalmente, avvelenati dai principi demagogici della Rivoluzione francese e del comunismo, odiano i ricchi solo perché gli invidiano i beni. E desiderano distruggere ogni gerarchia sociale.

    Il Santo Padre parla pure del desiderio smoderato di ricchezze. Questo è un male che tormenta tutte o quasi tutte le nazioni della terra. I potentati dell’industria e del commercio, accumulando nelle loro mani immense fortune - nei confronti delle quali i patrimoni delle aristocrazie di un tempo sarebbero quasi insignificanti - trasformarono l’economia in un regno chiuso, in cui decidono a loro arbitrio il rialzo e l’abbassamento dei prezzi, la circolazione e l’impiego delle ricchezze. A volte opprimono lo Stato, a volte sono oppressi dallo stesso Stato quando sale l’onda della demagogia. E così la società si vede sempre più stretta tra le due forme più o meno velate della dittatura: quella della oligarchia finanziaria e quella della massa. Da questo può solo decorrere lo strozzamento delle autentiche élites sociali e intellettuali, l’oppressione del lavoratore pacifico e coscienzioso, la decimazione della piccola e media borghesia.

    Miserabile fenomeno di lotta di classi, in cui la società, in ciò che ha di più falso e peggiore - combriccole di sanguisughe dell’economia e di volgari demagoghi - divora ciò che esiste, a tutti i livelli, di più autentico e di migliore. Chi mai potrebbe non accorgersi di quanto questo sia all’opposto del “amore sociale” di cui ci parla il Pontefice? Per proteggere la società da questo dominio del peggiore sul migliore, il Pontefice proclama nel mondo la regalità di Maria.

    Questa riforma sociale è senza’altro un’opera ingente. Tanto più quanto Pio XII la situa essenzialmente in termini di riforma morale. Però Maria Santissima ha un immenso potere sull’anima umana, e a Lei devono avvicinarsi gli uomini non solo per “chiedere soccorso nelle avversità, luce nelle tenebre, conforto nei dolori e nel pianto”, ma anche per “implorare la grazia che vale più di ogni altra cosa”, al fine di “liberarsi dalla schiavitù del peccato”.

    La proclamazione della sovranità di Maria nell’enciclica Ad Caeli Reginam, l’istituzione della sua festa annuale il 31 maggio, l’incoronazione dell’immagine della Madonna Salus Popoli Romani effettuata dallo stesso Pontefice, tutto questo può, dunque, e deve servire da punto di partenza per una nuova era storica: l’era della regalità di Maria.

    Con la caratteristica prudenza della Santa Chiesa, l’enciclica Ad Caeli Reginam fonda la dignità regale di Maria soltanto su argomenti di carattere teologico. Non sarebbe superfluo, frattanto, ricordare che questo grande giorno della proclamazione della Regalità Universale di Maria, e la speranza di un’era di trionfi e di gloria per la Religione, da secoli è l’oggetto degli aneliti delle anime più devote.

    Uno dei fatti più importanti della storia della Chiesa sin dal protestantesimo fu sicuramente la diffusione della devozione al Sacro Cuore di Gesù. Benché questa devozione non fosse sconosciuta dai santi precedenti, la sua propagazione ebbe come punto di partenza le rivelazioni ricevute da Santa Maria Margherita Alacoque a Paray-le-Monial nel secolo XVII, e si accentuò nelle generazioni successive sino a raggiungere il suo apogeo all’inizio di questo secolo.

    Affianco a questa devozione, un’altra grande corrente ebbe pure inizio in Francia e fu la schiavitù d’amore alla Madonna, di cui fu il dottore massimo san Luigi Maria Grignon da Montfort, con il suo Trattato della vera devozione a Maria. Il punto di congiunzione - se così si può dire di cose sostanzialmente unite - di queste due grandi sorgenti di grazie fu la devozione al Cuore Immacolato di Maria, di cui fu dottore e massimo predicatore un grande santo spagnolo, Antonio Maria Claret, che nel secolo scorso fondò la Congregazione dei Missionari Figli del Cuore Immacolato di Maria.

    I santi che più si distinsero nell’insegnare la devozione al Sacro Cuore di Gesù scrissero pure parole impregnate di speranza nella vittoria della regalità di Gesù Cristo, dopo i giorni tormentati in cui viviamo. Pregare per questa vittoria è stato uno degli obiettivi dei veri cattolici in tutto il mondo. D’altronde, gli scritti di San Luigi Grignon da Montfort sono pieni di bagliori profetici (usiamo questa parola con le precauzioni del buon linguaggio cattolico) sulla regalità di Maria Santissima, come fine dell’era catastrofica iniziata con la Pseudo-Riforma protestante.

    La regalità di Gesù Cristo e la regalità di Maria Santissima non sono cose diverse. La regalità di Maria non è altro che un mezzo - anzi il mezzo - per l’adempimento della regalità di Gesù Cristo. Il Cuore di Gesù regna e trionfa nel regno e nel trionfo del Cuore di Maria. Il regno ed il trionfo del Cuore di Maria non sono altro che l’attuazione del trionfo e del regno del Cuore di Gesù. E così queste due grandi fonti di devozione, nate poco dopo il protestantesimo, camminano verso lo stesso scopo, la preparazione di uno stesso fatto: la regalità di Gesù e di Maria in un’era storica nuova.

    Queste considerazioni non possono essere estranee a ciò che i pastorelli ascoltarono a Fatima dal Cuore Immacolato di Maria. La Madonna gli pose ben chiara l’alternativa tra un’era di fede e di pace, nel caso le sue richieste fossero esaudite, ed un’era di persecuzioni, nel caso le sue richieste non fossero accolte. Come condizione per questa era di fede e di pace, Lei indicò principalmente la consacrazione del mondo al suo Cuore Immacolato e la conversione dei costumi.

    Vedendo che il Santo Padre Pio XII, che ha già consacrato la Russia e il mondo al Cuore Immacolato di Maria, rende annualmente obbligatoria tale consacrazione in occasione della festa della regalità di Maria, chi può fuggire al pensiero che il Papa dà un importantissimo inizio di realizzazione a ciò che tante anime devote sperano da ormai tanti secoli, ed apre le porte dell’era di Maria nella storia del mondo?

    Nell’enciclica Ad Diem Illum, per la commemorazione del cinquantenario della promulgazione del dogma dell’Immacolata Concezione, san Pio X ricordò i frutti ammirevoli che questo fatto produsse: i miracoli di Lourdes e la definizione dell’infallibilità papale. In questo centenario i frutti saranno forse scemati? No! La Provvidenza volle che essi germogliassero dalle sacre mani di Pio XII. Questi frutti furono il dogma dell’Assunzione e la proclamazione della regalità di Maria. Che cosa ci può essere di più ricco, di più fecondo e di più bello?

     

    Fonte: "Catolicismo", Dicembre 1954.  Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia

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  • Prefazione di Don Renzo* Lavatori a libro «L’angelica milizia»**

     

     

     

    Si rimane sorpresi e ammirati dalla grandiosa visione angelica di Plinio Corrêa de Oliveira. Si presenta come un oceano sconfinato di spunti per la riflessione, l’approfondimento, la ricerca pregnante ed entusiasta. Di fatto si assiste ad un mondo, quello angelico, che sembra uscire fuori da un sottofondo immenso, come l’espressione vulcanica di una massa di idee e di progettazioni, di supposizioni e di rimembranze che sfocia in una sorta di contemplazione, non statica e disincarnata, ma ricca di sguardi luminosi e interessanti che si riflettono e si espandono nel cosmo e nell’umanità.

  • Studio / Il riscatto della Tradizione e il ruolo di Plinio Corrêa de Oliveira nella creazione della destra religiosa internazionale

     

     

    di Julio Loredo

    Nella mitologia rivoluzionaria il processo storico va costantemente “avanti”, cioè verso forme di pensare, di sentire e di vivere sempre più liberali, più ugualitarie, più tolleranti, più laiche, più inclusive, insomma più “moderne”. In altre parole, va sempre verso sinistra. Inesorabilmente.

     

    Dal “malaise” al “Revival”

    A cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, questa sembrava una verità inoppugnabile. Mentre in campo culturale le tossine del Sessantotto scioglievano le fondamenta morali e psicologiche dell’Occidente, in campo socio-politico il comunismo avanzava imperterrito. Gli Stati Uniti, leader de facto del mondo non comunista, arretravano, specialmente dopo il disastro del Vietnam. Il popolo americano sprofondò psicologicamente in ciò che gli analisti chiamarono un “malaise”, interpretato come avvisaglia di una morte non molto lontana. Questo “malaise” si propagò, poi, per tutto il mondo occidentale.

    In campo ecclesiastico, i fautori della cosiddetta ermeneutica della rottura e della discontinuità, che interpretano il Concilio Vaticano II come la nascita di una Nuova Chiesa, cantavano vittoria. Soffiava forte nella Chiesa la cosiddetta “euforia del dissenso”. La linea progressista trionfava ovunque. Il tradizionalismo era ridotto, quasi letteralmente, a quattro gatti.

    Nel 1979, però, tutto cominciò a cambiare.

    A maggio, Margaret Thatcher vinse le elezioni in Gran Bretagna, avviando quindi una riscossa conservatrice che, in pochi anni, smantellò l’apparato socialista che aveva dominato il Paese per più di mezzo secolo. Poi, nel novembre 1980, vinse le elezioni americane Ronald Reagan, conducendo al potere il Conservative Movement. E, anche qui, il Paese fu investito da una svolta copernicana. “The Sixties are Over! – Gli anni Sessanta sono finiti!”, era uno degli slogan più ripetuti. Era l’inizio del Conservative Revival, la Rinascita Conservatrice, che si estese poi per il mondo, portando al governo in molti Paesi una nuova destra di chiara ispirazione religiosa.

    In campo ecclesiastico, il pontificato di Giovanni Paolo II, seppur con luci e ombre, segnò in ugual modo una svolta, della quale fu esempio il motu proprio Ecclesia Dei (1988), che aprì di nuovo le porte alla Messa tridentina. Il tradizionalismo cominciò a crescere ovunque, specialmente tra i giovani. Nacquero diversi istituti religiosi ed ecclesiastici di orientamento conservatore/tradizionalista. Gli eccessi della teologia progressista furono condannati. Questa svolta si rafforzò ulteriormente nel pontificato di Benedetto XVI, per esempio col motu proprio Summorum Pontificum, arrivando a situazioni come quella francese, dove quasi la metà dei sacerdoti ordinati è di rito tradizionale.

    Il Conservative Revival, sia nei suoi aspetti temporali sia in quelli religiosi, è stato studiato con dovizia di particolari e profondità da molti intellettuali. Abbonda la letteratura accademica in merito. Eppure c’è un punto ancora non sufficientemente esplorato: il ruolo del Brasile e, in concreto, del professor Plinio Corrêa de Oliveira nella gestazione e nello sviluppo di questa reazione.

    Per iniziare a colmare questo vuoto, Benjamin A. Cowan ha recentemente pubblicato il libro Moral Majorities across the Americas. Brazil, the United States and the Creation of the Religious RightBrazil, the United States and the Creation of the Religious Right (University of North Carolina Press, 2021, 294 pp.). Laureato a Harvard, il professor Cowan è docente di storia all’Università della California a San Diego.

    Il lavoro di ricerca è corposo. Non meno di 824 note a piè di pagina attestano la dovizia di riferimenti con cui l’autore ha voluto arricchire la sua opera. Buona parte delle fonti è inedita: l’archivio personale di monsignor. Geraldo di Proença Sigaud; rapporti dei Servizi d’intelligence brasiliani; i Paul Weyrich Papers della sezione manoscritti della Library of Congress; gli archivi diocesani di San Paolo e Diamantina; l’archivio del ministero degli Esteri brasiliano e via dicendo.

    Come in ogni lavoro di analisi storica, ci sarebbero da fare alcuni distinguo, specialmente da parte di persone, come il sottoscritto, che hanno partecipato ad alcuni dei fatti raccontati, oppure hanno avuto contatto intimo con chi vi ha preso parte. Ciò nonostante, si tratta di un’opera sostanziosa, destinata a condizionare la ricerca accademica sull’argomento. Giova ricordare che il professor Cowan è un liberal, e si colloca pertanto in una posizione ideologica opposta a quella delle realtà studiate. Lungi dall’essere un’apologia, la sua è una critica, a volte perfino caustica.

     

    Il Concilio Vaticano II

    Il primo capitolo è dedicato al Concilio Vaticano II.

    Nonostante l’ingente bibliografia ormai disponibile sul Concilio, Cowan sostiene che gli studiosi non hanno ancora dato il dovuto rilievo all’“azione decisiva di un gruppo coeso di brasiliani che ha lavorato durante e dopo il Concilio per arginare l’onda riformista. (…) La centralità dei brasiliani [nella reazione tradizionalista] è solitamente avvolta nell’ombra” [1]. Si sono trascurati, per esempio, gli interventi di mons. José Maurício da Rocha, vescovo di Bragança Paulista, “monarchico, ferocemente antimodernista, anticomunista e antiliberale”. Più nota, ma ancora non ben studiata, è l’azione di monsignor Geraldo de Proença Sigaud, arcivescovo di Diamantina, e di monsignor Antonio de Castro Mayer, vescovo di Campos.

    Questo “gruppo coeso di brasiliani” era formato da questi ultimi due Padri conciliari, animati e sostenuti dai membri della TFP, che per l’occasione avevano aperto ben due sedi nella Città Eterna. L’ispiratore e forza motrice del gruppo era, senza dubbio, il professor. Plinio Corrêa de Oliveira.

    Nonostante questo gruppo “abbia giocato un ruolo principale, e in certo senso pioneristico, nella politica del cattolicesimo tradizionalista, in ambito nazionale e transnazionale, durante e dopo il Concilio, Mayer, Sigaud e la sensazionale TFP sono spesso lasciati fuori dalla storiografia sulla genesi della reazione cattolica arciconservatrice nel mondo. (…) I ricercatori hanno largamente ignorato questo contributo brasiliano. (…) In questo primo capitolo vorrei tratteggiare questo attivismo dei brasiliani conservatori durante il Concilio Vaticano II come un elemento nella costruzione e lo sviluppo del tradizionalismo cattolico transnazionale. (…) I brasiliani furono, in alcun modo, la principale – e finora trascurata –  forza dietro la resistenza conservatrice nel Vaticano II” [2].

    Ovviamente, Cowan non afferma che questa sia stata l’unica componente della reazione tradizionalista durante il Concilio. Sostiene appena che finora non le si è data la dovuta attenzione.

    L’azione antiprogressista di Plinio Corrêa de Oliveira, secondo Cowan, comincia negli anni Trenta con la costituzione del Gruppo del Legionario, e continua con la sua opposizione al neomodernismo in seno all’Azione Cattolica negli anni Quaranta, e con la fondazione del movimento Catolicismo negli anni Cinquanta. Allo scoccare dei Sessanta, l’opera antimodernista di Plinio “aveva riverberato in Brasile [e anche] avuto significative ripercussioni internazionali che aiutarono a plasmare e a sostentare la reazione cattolica globale alla modernizzazione e la secolarizzazione” [3]. Quando il dottor Plinio giunse a Roma nel 1962, dunque, egli aveva già le idee molto chiare e un piano di battaglia perfettamente tracciato, a differenza di tanti altri conservatori che “furono colti di sorpresa dalla svolta progressista del Concilio” [4]. Infatti, spiega Cowan, “la TFP anticipò l’orientamento del Concilio, e iniziò a organizzarsi prima che esso cominciasse” [5]. L’archivio privato di monsignor Sigaud contiene il resoconto delle riunioni con Plinio Corrêa de Oliveira per preparare il piano di opposizione all’assalto progressista nel Concilio, prima di recarsi nella Città Eterna.

    Questo piano è contenuto nel votum presentato al Concilio da mons. Sigaud ma ispirato, e forse in parte scritto, da Plinio Corrêa de Oliveira: “La Chiesa deve organizzare, su scala mondiale, la lotta contro la Rivoluzione” [6]. La visione realisticamente preoccupata del dottor Plinio contrastava notevolmente col “giubilo” che non pochi conservatori nutrivano per l’indizione del Concilio, vedendovi un’opportunità di “rinnovamento conservatore”, mentre il leader brasiliano temeva che si trasformasse in una debacle [7].

    Durante il Concilio, i tradizionalisti si riunirono nel Coetus Internationalis Patrum. Dall’archivio di mons. Sigaud emerge la centralità di costui nella formazione del Coetus, sempre incoraggiato da Plinio Corrêa de Oliveira. Sono suoi, per esempio, i manoscritti con “gli schemi per la struttura, riunioni, pubblicazioni, attività e finanziamento” del Coetus. In una lettera al ministro degli Esteri brasiliano, chiedendogli sostegno economico, mons. Sigaud scrive: “Non trovo [a Roma] collaboratori disinteressati e affidabili. Gli attivisti brasiliani, al contrario, lavorano appena per un senso di dedizione alla nostra causa, con grande efficacia e discrezione.(…)  Essi sono specialisti, ognuno in un aspetto del Concilio. (…) La spina dorsale del Coetus è sempre stata, e deve continuare a essere affidata a questi attivisti brasiliani” [8]. Conclude Cowan: “L’attivismo della TFP assunse un’importanza centrale nella mobilitazione del blocco conservatore”.

    Lo stesso monsignor Marcel Lefebvre definiva la TFP il “comitato direzionale” del Coetus [9]. Opinione condivisa dallo storico francese Henri Fesquet. In conclusione, Cowan afferma: “Come abbiamo visto, Marcel Lefebvre e i suoi seguaci erano tra coloro che ritenevano i brasiliani gli attori principali, perfino degli eroi, in questo campo” [10].

    Trascuriamo un lungo capitolo intitolato La bellezza delle gerarchie, in cui Cowan spiega le dottrine che animano la TFP. È interessante, comunque, rilevare come, secondo Cowan, la TFP deduce dalla sua visione cattolica non solo una visione antiprogressista in campo religioso ma anche una concezione tradizionalista della società temporale, intimamente collegata alla prima. Donde le sue battaglie in campo politico, sociale, culturale, morale e religioso. È interessante rilevare anche l’insistenza di Cowan sulla “dimensione estetica” della Contro-Rivoluzione voluta dalla TFP.

    Conclude il professor Cowan: “Anche se il tradizionalismo cattolico è il campo in cui questi attivisti [della TFP] hanno avuto l’effetto più diretto e riconosciuto, il loro impatto si estende pure al più ampio campo del moderno conservatorismo religioso. È ciò che tratterò nei prossimi capitoli. (…) L’attivismo [della TFP] fece del Brasile un locus importante per lo sviluppo di questo particolare brand di conservatorismo religioso, che poi troverà eco dentro e fuori dal Brasile” [11].

     

    Creazione della “Nuova Destra transnazionale”

    Nel quarto capitolo, Cowan intende “tracciare il ruolo del Brasile come un nucleo principale nella rete che diede origine alla Nuova Destra transnazionale” [12]. Bisogna subito chiarire che la “Nuova Destra” alla quale egli si riferisce non ha niente a che fare con la Nouvelle Droite europea, di matrice neopagana. I fondamenti di questa Nuova Destra, secondo Cowan, erano l’anticomunismo, la difesa dei valori morali e della cultura occidentale. Proprio la comune avversione al comunismo – allora il peggiore nemico della civiltà cristiana occidentale – portò molti gruppi e movimenti a cercare di accomunare gli sforzi. Cowan mostra che la TFP ebbe in questo un ruolo principale: “Il Brasile divenne un cardine per la gestazione e l’accreditamento [empowerment] di personaggi e di movimenti di destra, la cui importanza varcherà i confini nazionali” [13].

    Con base a documenti perlopiù inediti, l’autore analizza specialmente i rapporti tra le TFP e la New Right americana. Per capirli bisogna fare un passo indietro.

    Sulla fine degli anni Quaranta, con la pubblicazione di Burke’s Politics [14], comincia a prendere corpo negli Stati Uniti ciò che più tardi si chiamerà il Conservative Movement [15]. Dopo un periodo di elaborazione dottrinale, e un prematuro, e quindi fallito, tentativo elettorale con Barry Goldwater nel 1964, sulla fine degli anni Sessanta questo movimento sbarcò a Washington, dove fondò think tanks come l’Heritage Foundation, e strutture per l’azione politica come la Free Congress Foundation. Ne era l’anima Paul Weyrich, un cattolico tradizionalista di origini austriache[16]. Nel 1980 questa New Right contribuì a portare alla presidenza Ronald Reagan, il primo presidente “conservatore”. Inizia quindi un profondo e vigoroso Conservative Revival, che incide non solo sulla politica ma anche sulla cultura[17].

    Oltre all’azione politica e culturale, i cattolici della New Right (difatti la voce predominante) iniziarono una campagna di opposizione al progressismo dentro la Chiesa. A questo fine fondarono il Catholic Center, per “combattere il movimento progressista di sinistra nella Chiesa” [18]. È da questa fucina, per esempio, che uscì nel 1986 la prima denuncia delle lobby omosessuali[19]. Come pure uscirono diversi studi contro la cosiddetta Teologia della liberazione[20]. Non è un caso che oggi ci siano non meno di quindici Messe in rito romano antico nell’area metropolitana di Washington D.C. È l’onda lunga del Conservative Revival.

    Attento agli sviluppi che avrebbero potuto indicare una reazione potenzialmente contro-rivoluzionaria, il professor Plinio Corrêa de Oliveira diede molta importanza all’ascesa di questa New Right, sia per la sua azione concreta, sia soprattutto per ciò che rappresentava come cambiamento nel panorama ideologico nord-americano. Al fine di stringere i rapporti con essa, la TFP americana incrementò la sua presenza nella capitale col TFP Washington Bureau, al quale Cowan dedica non poco spazio.

    Nel giugno 1981, Plinio Corrêa de Oliveira ricevette a San Paolo la visita di James Lucier, consigliere della Commissione esteri del Senato americano, e Francis Bouchey, vicepresidente del Consiglio di Sicurezza Interamericano, entrambi esponente di spicco della New Right. Poi, nel 1988, egli ricevette la visita dei dirigenti della New Right, tra cui Paul Weyrich e Morton Blackwell. Nel discorso ai soci e cooperatori della TFP brasiliana, Weyrich confidò: “Le conversazioni che ho avuto col vostro leader [Plinio Corrêa de Oliveira] sono state le più straordinarie di tutta la mia carriera politica” [21].

    A Cowan interessa, soprattutto, l’internazionalizzazione di questa Nuova Destra. Egli dedica quindi diverse pagine a raccontare la storia dell’International Policy Forum, un’alleanza di associazioni conservatrici concepita da Paul Weyrich e presieduta da Morton Blackwell. “La costruzione di una Nuova Destra transnazionale – spiega Cowan – fu fatta attraverso organizzazioni specificamente create a questo scopo. (…) L’International Policy Forum (IPF) fu una di queste organizzazioni, forse l’esempio paradigmatico. (…) L’IPF ha ricevuto relativamente poca attenzione accademica” [22]. La prima riunione si tenne a Washington nel 1985.

    “Da più di due secoli gli intellettuali e gli attivisti della sinistra avevano costruito le loro reti internazionali [mentre] i conservatori erano totalmente ignari dei loro consimili in altri Paesi”, leggiamo in un documento dell’IPF[23]. Il riferimento a “più di due secoli” è interessante, e mostra come i membri dell’IPF non fossero esclusivamente anticomunisti, ma avessero una visione più ampia del processo rivoluzionario.

    L’idea di una “transnazionale conservatrice” non era nuova. Infatti, le Società per la difesa della Tradizione Famiglia e Proprietà – TFP, ormai presenti in venti Paesi, formavano già una sorta di “Internazionale della Contro-Rivoluzione”. Fu proprio su suggerimento di Plinio Corrêa de Oliveira, e ispirato all’esempio delle TFP, che Paul Weyrich concepì l’IPF, invitando quindi il leader brasiliano a fare parte del Board of Governors“Weyrich stabilì uno stretto e fruttifero rapporto con la Società brasiliana di difesa della Tradizione Famiglia e Proprietà (TFP), o meglio, con la rete transnazionale di associazioni TFP” [24]. Infatti, in molti dei suoi viaggi internazionali, per prendere contatto con realtà conservatrici/tradizionaliste, il leader della New Right era accompagnato da membri delle TFP che “introducevano Weyrich nella rete degli amici locali”.

    Tutti questi sforzi, spiega Cowan, “costruivano coalizioni internazionali in difesa del cristianesimo tradizionale” [25]. Cowan torna spesso sull’idea della “centralità della TFP”: “La TFP proliferò geograficamente, stabilendo branche in tutto il mondo atlantico. Più importante ancora, la TFP manteneva rapporti con la maggior parte dei movimenti della Nuova Destra ed estremisti [sic], collocandosi nel centro degli sforzi per creare vincoli internazionali di collaborazione” [26].

    In questo modo, prese corpo ciò che Cowan chiama una “Nuova Destra transnazionale”. Afferma il docente californiano: “Questi rappresentanti della destra brasiliana furono i pionieri nel creare reti di collaborazione con simili realtà del Nord, una collaborazione che mise le basi per la costituzione di una Nuova Destra transnazionale” [27]. L’autore passa quindi ad enumerare le idee-base di questa Nuova Destra: “Nostalgia per il passato, meglio se medievale; visione soprannaturale; anticomunismo; antimodernismo; moralismo; antiecumenismo; difesa delle gerarchie; difesa della proprietà privata e della libera iniziativa” [28]. Secondo l’autore, “la TFP era l’attore principale nello sviluppo di questa crociata neoconservatrice nel continente e nel mondo”.

    È importante notare che lo stesso Cowan ammette che, nel corso di queste trattative, la TFP mantenne sempre la sua identità di “cattolici militanti”, senza mai cedere a compromessi e senza mai nascondere che il suo scopo era la Contro-Rivoluzione, cioè la restaurazione della Civiltà cristiana nella sua integrità.

    Oltre a questi sforzi per mettere in comunicazione la galassia New Right, Cowan descrive seppur brevemente gli sforzi per entrare in contatto con realtà tradizionaliste europee, come Alleanza Cattolica in Italia e Lecture et Tradition in Francia.

    Benjamin Cowan conclude auspicando che il ruolo della TFP e del prof. Plinio Corrêa de Oliveira nella formazione della reazione antiprogressista nel mondo possa essere meglio studiato dagli specialisti.

     

    Note

    [1] Benjamin A. Cowan, Moral Majorities across the Americas. Brazil, the United States and the Creation of the Religious Right, University of North Carolina Press, 2021, pp. 16-17.

    [2] Ibid., pp. 17-19.

    [3] Ibid., p. 18.

    [4] Ibid., p. 25.

    [5] Ibid., p. 25

    [6] Ibid., p. 230.

    [7] Ibid., p. 234.

    [8]Ibid., p. 23.

    [9] Ibid., p. 24.

    [10] Ibid., p. 59.

    [11] Ibid., p. 59.

    [12] Ibid., p. 137.

    [13] Ibid., p. 137.

    [14] Hoffman, Ross J. S., and Paul Levak (Eds.). Burke’s Politics: Selected Writings and Speeches of Edmund Burke on Reform, Revolution, and War. Pp. xxxvii, 536. New York: Alfred A. Knopf, 1949.

    [15] La letteratura sul Conservative Movement è vastissima. Un riassunto si trova in Modern Age, vol. 26, n° 3-4, 1982.

    [16] Cfr. Patriottismo, combattività e appetenza del soprannaturale. Intervista a Paul WeyrichTradizione Famiglia Proprietà, marzo 2002. https://www.atfp.it/rivista-tfp/2002/103-marzo-2002/733-intervista-a-paul-weyrich

    [17] In realtà, la New Right si collocava assai più a destra di Reagan, a cui rinfacciava di fare troppo poco.

    [18] Benjamin A. Cowan, Moral Majorities across the Americas, p. 146.

    [19] Enrique T. Rueda, The Homosexual Network. Private Lives and Public Policy, Devin Adair, 1986.

    [20] Enrique T. Rueda, The Marxist Character of Liberation Theology, The Catholic Center, 1986.

    [21] Benjamin A. Cowan, Moral Majorities across the Americas, p. 151.

    [22] Ibid., p. 144.

    [23] Ibid., p. 146.

    [24] Ibid., p. 151.

    [25] Ibid., p. 152.

    [26] Ibid., p. 153.

    [27] Ibid., p. 60.

    [28] Ibid., pp. 154-155.

     

    Fonte: Duc in Altum – Aldo Maria Valli, 30 settembre 2021.

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    Tradizione Famiglia Proprietà: il perché di un lemma

     

     

    di Plinio Corrêa de Oliveira

    La seguente interessante testimonianza, proprio perché proviene da un ambito ideologico del tutto opposto a quello delle TFP, può essere considerata al di sopra di ogni sospetto:

    "In diversi paesi dell'America Latina esiste un gruppo integrista (sic) che si chiama 'Tradizione, Famiglia e Proprietà'. La sua esistenza e la sua attività sono molto inquietanti, ma quello che attira specialmente la mia attenzione è il nome. Osservatori superficiali potrebbero sorprendersi del trinomio 'Tradizione - Famiglia - Proprietà' come se si trattasse di un amalgama artificiale. In realtà, l'unione di questi tre termini non è dovuta al caso, né è stata una scelta arbitraria quella di metterli insieme per fornire il nome a un movimento di estrema destra (sic) particolarmente poderoso. Così come vengono intese nella maggior parte delle volte, la tradizione, la famiglia e la proprietà costituiscono di fatto tre alienazioni (sic) fondamentali dell'uomo, che coesistono l'una accanto all'altra sostenendosi continuamente mediante un tessuto estremamente complesso di rapporti e interdipendenze di ordine economico, psicologico, giuridico.

    "Sarebbe assai facile dimostrare come, ad esempio, l'accesso alla proprietà privata sia stato possibile soltanto in unione allo sviluppo del particolarismo familiare, e come il suo mantenimento possa essere garantito soltanto grazie a un sistema che fissi la cellula familiare nel suo individualismo. Si potrebbe anche dimostrare in quale maniera una certa tradizione, fatta di abitudini solidificatesi in istituzioni di ogni tipo, possa essere lo strumento adeguato di questo immobilismo, ecc.

    "'Tradizione - Famiglia - Proprietà' costituiscono un blocco coerente che si può accettare o rifiutare, ma i cui elementi non è possibile separare". [Max Delespesse, «Jésus et la triple constestation - Tradition, Famille, Proprieté», Fluerus, Novalis, Paris/Ottawa, 1972, pp. 7-8.]

    Bisogna notare che l'autore di questa testimonianza ha assorbito, da buon progressista, linguaggio ed idee marxiste, per cui non sorprende che qualifichi la tradizione, la famiglia e la proprietà come le "tre grandi alienazioni dell'uomo", qualifichi le TFP come movimenti integristi e di estrema destra, accusi la famiglia di essere corrosa dall'individualismo e imputi alla tradizione di essere causa di immobilismo.

    Ciò nonostante va riconosciuto che l'autore ha saputo vedere il vincolo inscindibile che unisce i tre concetti e l'importanza del ruolo che svolgono questi tre valori quali pilastri dell'ordine attuale.

    Per sostituire quest'ordine con una società collettivista e autogestionaria — come lo vogliono i post-comunisti ed i progressisti di tutte le sfumature — è necessaria la distruzione di questi tre pilastri della nostra civiltà.

    Tradizione, Famiglia e Proprietà non è dunque un lemma qualsiasi. È il trinomio anticomunista e antiprogressista per eccellenza, che suscita la simpatia di quanti amano la civiltà cristiana e l'avversione, se non addirittura l'odio, di tutti coloro che, in grado minore o maggiore, si sono lasciati infettare dal virus rivoluzionario.

    Tradizione

    Quando si parla di tradizione, molti pensano subito all'Inghilterra attuale, con la sua regina, la sua camera dei Lord, le sue Rolls Royce, i cappelli a cilindro, la proverbiale raffinatezza e flemma britannica. Fondamentalmente, la parola evoca reminiscenze di tempi remoti che, nell'insieme, provocano negli spiriti reazioni contraddittorie. 

    Per innumerevoli persone, la tradizione così intesa è qualcosa che cambia di aspetto nel corso dei giorni a seconda delle impressioni che di volta in volta lo stile di vita odierno va suscitando in loro. Ci sono dei momenti in cui restano affascinate dall'agitazione delle megalopoli moderne e guardano con entusiasmo alle organizzazioni colossali, alle pianificazioni ciclopiche e alle tecniche odierne, che vanno mutuando in realtà tanti temi cari alla fantascienza. In questi momenti a molti dei nostri contemporanei la tradizione appare come una triste arretratezza, qualcosa di asfissiante, una sorta di giogo a fronte della bufera che va abbattendo ogni gerarchia, portandosi via anche gli ultimi resti di pudore e di rispetto sociale.

    Nelle occasioni in cui, di contro, la volgarità trionfante di un mondo sempre più ugualitario, i ritmi assordanti, frenetici e complicati della esistenza attuale, la minacciosa instabilità di tutte le istituzioni, di tutti i diritti, di tutte le situazioni provocano nevrosi, angoscie e stress in milioni di nostri simili, la tradizione si presenta loro come un'oasi di elevazione dell'anima, buon senso, buon ordine, buona educazione e, insomma, saggia arte di vivere.

    Dunque, che cosa è la tradizione?

    Tradizione viene dal latino "tradere", che significa trasmettere. Si chiama tradizione -- vera tradizione -- il complesso di realizzazioni che una generazione porta a compimento -- nel senso della propia elevazione spirituale, religiosa, morale, culturale e materiale -- e comunica alla successiva.

    In questo senso, tradizione è sinonimo di progresso, un progresso distillato che si trasmette da una generazione all'altra.

    Un luminoso brano di Pio XII illustra queste considerazioni:

    "La tradizione è cosa molto diversa dal semplice attaccamento ad un passato scomparso; è tutto l'opposto di una reazione che diffida di ogni sano progresso. Il suo stesso vocabolo etimologicamente è sinonimo di cammino e di avanzamento. Sinonimia, non identità. Mentre infatti il progresso indica soltanto il fatto del cammino in avanti passo innanzi passo, cercando con lo sguardo un certo avvenire; la tradizione dice pure un cammino in avanti, ma un cammino continuo che si svolge in pari tempo tranquillo e vivace, secondo le leggi della vita, sfuggendo all'angoscia alternativa: 'Si jeunesse savait, si vieillese pouvait'; simile a quel signore di Turenne, di cui fu detto: 'Il y a dans sa jeunesse toute la prudence d'une âge avancé, et dans une âge avancé toute la vigueur de la jeunesse' (Fléchier, Oraison Funèbre, 1676). In forza della tradizione, la gioventù, illuminata e guidata dall'esperienza degli anziani, si avanza di un passo più sicuro, la vecchiaia trasmette e consegna fiduciosa l'aratro a mani più vigorose che prosseguono il solco cominciato. Come indica col suo nome, la tradizione e il dono che passa di generazione in generazione la fiaccola che il corridore ad ogni cambio pone in mano e affida all'altro corridore. Senza che la corsa si arresti o si rallenti. Tradizione e progresso si integrano a vicenda con tanta armonia, che, come la tradizione senza il progresso contraddirebbe a sè stessa, così il progresso senza la tradizione sarebbe una impressa temeraria, un salto nel buio". [Allocuzione al Patriziato ed alla Nobiltà romana, 14 gennaio 1944. Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, Tipografia Poliglota Vaticana, vol. V, pp. 177-182.]

    La tradizione, naturalmente, può venire intesa anche in un senso peggiorativo. Ciò avviene quando, cadute in preda all'inerzia, le generazioni successive non realizzano nuovi perfezionamenti, accontentandosi dei valori ricevuti dal passato. Così come ciò che non si rinnova muore, in queste situazioni di sclerosi gli stessi valori del passato incominciano a deperire fino ad estinguersi del tutto.

    Ciò non avviene con la vera tradizione.

    Questa nega che il passato debba rimanere immobile o che tutto quanto esiste nel presente debba essere accettato senza discussione, poiché essa non è a favore del passato in quanto passato, nè a favore del presente in quanto presente.

    La vera tradizione presuppone invece che tutto l'ordinamento autentico e vivo abbia una spinta propulsiva verso il miglioramento e la perfezione: perciò il vero progresso non consiste nel distruggere ma nel costruire. Cioè, la tradizione è la somma del passato al presente, facendo del giorno di oggi non la negazione di quello di ieri, ma la sua armonica continuazione.

    In termini più concreti, la tradizone cristiana è un valore incomparabile, che deve regolare i giorni attuali, evitando ad esempio che l'uguaglianza venga intesa come distruzione delle élites ed esaltazione della volgarità; non consentendo che la libertà serva di pretesto alla depravazione ed al caos; adoperandosi perché il dinamismo non si trasformi in delirio, perché la tecnica non schiavizzi l'uomo: in una parola, la tradizione cerca di impedire che il progresso diventi inumano, insopportabile, odioso.

    Pertanto, la tradizione non vuole estinguere il progresso ma salvarlo da possibili deviazioni suscettibili di trasformarlo in barbarie organizzata, alla quale altri contrappongono una barbarie altrettanto insensata e foribonda, quella del caos creativo, filosofia che fa da battistrada a forme sempre più aberranti di neo-barbarie.

    Tradizione e famiglia

    La tradizione trova la sua vera spiegazione solo alla luce della nozione di famiglia. Se non ci fosse la famiglia, non esisterebbe neppure la tradizione. E in tutti i luoghi dove fiorisce rigogliosa la vita familiare, sia i costumi privati che pubblici, la cultura e la civiltà sono impregnati di tradizioni. 

    Persino in istituzioni quali gli ordini religiosi, le università, le imprese private, il governo e l'amministrazione, ecc., le tradizioni si stabiliscono solo quando si formano, per così dire, famiglie di anime che, sempre rinnovandosi, perseguono tuttavia l'ideale di progredire verso l'alto all'interno di un solco ben determinato.

    Ancora una volta è in Pio XII che troveremo preziosi testi esplicativi. Trattando dei fattori dell'ordine naturale, morale e soprannaturale che fanno della famiglia una ricchissima fonte di continuità fra le generazioni nel corso dei secoli, egli afferma:

    "Di questa grande e misteriosa cosa che è l'eredità, vale a dire il passaggio in una stirpe perpetuantesi di generazione in generazione, di un ricco insieme di beni materiali e spirituali, la continuità di un medesimo tipo fisico e morale conservantesi da padre in figlio, la tradizione che unisce attraverso i secoli membri di una medesima famiglia di questa eredità, diciamo, si può senza dubbio travisare la vera natura con teorie materialiste. Ma si può anche e si deve considerare una tale realtà di così grande importanza nella pienezza della sua verità umana e soprannaturale. Non si negherà certamente il fatto di un sostratto materiale alla trasmissione dei caratteri ereditari; per meravigliarsene bisognerebbe dimenticare l'unione intima della nostra anima col nostro corpo, in quale larga misura le stesse nostre attività più spirituali siano dipendenti dal nostro temperamente fisico. Perciò la morale cristiana non manca di ricordare ai genitori le gravi responsabilità che loro spettano a tale riguardo. Ma quel che più vale è l'eredità spirituale, trasmessa non tanto per mezzo di questi misteriosi legami della generazione materiale, quanto con l'azione permanente di quel ambiente privilegiato che costituisce la famiglia con la lenta e profonda formazione delle anime nell'atmosfera di un focolare ricco di alte tradizioni intellettuali, morali e soprattutto cristiane, con la mutua influenza fra coloro che dimorano in una medesima casa, influenza i cui benefici effetti si prolungano ben al di là degli anni della fanciullezza e della gioventù, sino al termine di una lunga vita, in quelle anime elette che sanno fondere in sè stesse i tesori di una preziosa eredità col contributo delle loro proprie qualità ed esperienze. Tale è il patrimonio, sopra ogni altro pregevole, che, illuminato da una fede salda, vivificato da una forte e fedele pratica della vita cristiana in tutte le sue esigenze, eleverà, affinerà, arricchirà le anime dei vostri figli". [Id. 5 gennaio 1941. Ibid. vol. II, pp.363-366]

    Ma ci si chiederà: questa concezione non si oppone alla democrazia? Pio XII sembra abbia prevenuto l'obiezione quando dice:

    "Per testimonianza della storia, là ove vige una vera democrazia, la vita del popolo è come impregnata di sane tradizioni, che non è lecito di abbattere. Rappresentanti di queste tradizioni sono anzittutto le classi dirigenti, ossia i gruppi di uomini e donne o le associazioni, che danno come suol dirsi il tono nel villaggio e nella città, nella regione e nell'intero paese. Di qui, in tutti i popoli civili, l'esistenza e l'influsso di istituzioni eminentemente aristocratiche nel senso più alto della parola come sono talune accademie di vasta e ben meritata rinomanza". [ Id. 16 gennaio 1946. Ibid. vol VII, pp. 337-342.]

    Ci si potrebbe anche chiedere: questa concezione della tradizione e della famiglia non porta a una società ordinata in classi diverse? Certamente. È lo stesso Pio XII ad affermarlo:

    "Le ineguaglianze sociali, anche quelle legate alla nascita, sono inevitabili: la natura benigna e la benedizione di Dio all'umanità illuminano e proteggono le culle, le baciano, ma non le pareggiano. Guardate pure le società più inesorabilmente livellate. Nessun'arte ha mai potuto operare tanto che il figlio di un gran capo, di un gran conduttore di folle, restasse in tutto nel medesimo stato di un oscuro cittadino perduto fra il popolo. Ma se tali ineluttabili disparità possono paganamente apparire un'inflessibile conseguenza del conflitto delle forze sociali e della potenza acquisita dagli uni sugli altri, per le leggi cieche che si stimano reggere l'attività umana e mettere capo al trionfo degli uni, come al sacrificio degli altri; da una mente invece cristianamente istruita ed educata essi non possono considerarsi quali disposizione voluta da Dio con il medesimo consiglio delle ineguaglianze nell'interno della famiglia, e quindi destinate a unire maggiormente gli uomini tra loro nel viaggio della vita presente verso la patria del Cielo, gli uni aiutano gli altri, a quel modo che il padre aiuta la madre ed i figli. Se questa concezione della superiorità sociale talvolta, per l'urto delle passioni umane, sospinse gli animi a deviazioni nei rapporti delle persone di rango più elevato con quelle di condizione più umile, la storia dell'umanità decaduta non se ne meraviglia. Tali deviazioni non valgono a diminuire o ad offuscare la verità fondamentale che per il cristiano le disuguaglianze sociali si fondono in una grande famiglia umana". [Id. 5 gennaio 1942. Ibid. vol III, pp. 345-349.]

    Se la famiglia genera di suo la tradizione e la gerarchia sociale, per sopprimere queste bisogna dunque fiaccare, depauperare e fare a pezzi la famiglia. È quanto consapevolmente perseguono i rivoluzionari radicali, allo scopo di stabilire il più ferreo ugualitarismo, supremo principio della loro filosofia.

    Tradizione famiglia proprietà

    Un letterato francese raccontò la seguente favola. C'era una volta un giovane tormentato da una critica situazione affettiva. Voleva bene di tutto cuore alla moglie e tributava amore e venerazione profonda alla madre. Orbene, i rapporti fra la nuora e la suocera erano diventati tesi e, accecata dalla gelosia, la giovane donna, incantevole ma cattiva, nutriva un odio immotivato contro l'anziana e rispettabile matrona. Ad un certo momento, la moglie mise il marito davanti ad una terribile alternativa: se non avesse ucciso la madre portandole il suo cuore, lo avrebbe abbandonato. Dopo mille dubbi il giovane cedette, uccise chi gli aveva dato la vita, le strappò il cuore dal petto, lo avvolse in un panno e tornò a casa. Sulla via del ritorno il giovane inciampò e cadde. Udì allora una voce proveniente dal cuore materno che gli chiedeva amorevolmente: "Figlio mio, ti sei fatto male?"

     Con questa commovente narrazione, l'autore voleva mettere in risalto ciò che l'amore materno ha di più sublime e toccante, cioè il suo completo disinteresse, la sua intera gratuità, la illimitata capacità di perdonare. Senza questo amore non esistono paternità o maternità degne di questo nome. Chi nega la eccelsa gratuità di questo amore nega di fatto la stessa famiglia. È questo amore che porta i genitori a voler più bene ai propri figli che agli altri -- in perfetto accordo con la legge di Dio -- e a desiderare per loro la migliore educazione possibile, la migliore istruzione, la vita stabile, la ascesa lungo tutta la scala dei valori, persino quelli sociali.

    Per questo i genitori lavorano, lottano e risparmiano. Il loro istinto, la loro ragione, la propria coscienza li portano in questa direzione. Accumulare un patrimonio per trasmetterlo ai figli in eredità è un desiderio naturale. Negare la sua legittimità è come affermare che il padre deve comportarsi con il figlio come con qualsiasi altra persona, significa distruggere la famiglia. Sì, la eredità è l'istituzione in cui famiglia e proprietà convergono.

    E non solo la famiglia e la proprietà, ma anche la tradizione. Infatti, fra le molteplici forme di eredità che esistono, non è quella del denaro la più preziosa. La eredità -- come viene abitualmente osservato -- fissa molte volte nella stessa stirpe, sia essa nobile o plebea, certi tratti fisionomici e psicologici che costituiscono un anello di congiunzione fra le generazioni, una testimonianza che in qualche modo gli antenati sopravvivono e si perpetuano nei loro discendenti.

    È proprio della famiglia distillare nel corso delle generazioni lo stile di educazione e di vita domestica, così come di attività pubblica e privata, in cui la ricchezza originaria delle sue caratteristiche raggiunga la sua più alta espressione. Questo progresso, realizzato attraverso decenni e secoli, è la tradizione. O una famiglia elabora la propria tradizione come una scuola di vita, di azione, di progresso e di servizio -- per il bene dei suoi membri, come pure per quello della Patria, della Cristianità e della Chiesa -- oppure corre il rischo di generare non di rado individui disadattati, dalla personalità indefinita e senza nessuna possibilità di un radicamento stabile e logico in qualsiasi gruppo sociale.

    A che serve ricevere dai genitori un ricco patrimonio materiale se non viene accompagnato -- almeno in stato germinale quando si tratti di famiglie nuove -- da una tradizione, cioè un patrimonio morale e culturale? Tradizione, certo, che non è un passato atrofizzato ma la vita che un seme riceve dal frutto. Ossia, una capacità di germinare, di produrre qualcosa di nuovo che non sia il contrario dell'antico, ma il suo armonioso sviluppo e arricchimento. Vista così, la tradizione si amalgama armonicamente colla famiglia e colla proprietà, nella formazione dell'eredità e della continuità familiare. Questo principio si fonda sul buon senso e perciò lo recepiscono persino i paesi più democratici.

    Addirittura la gratitudine ha qualcosa di ereditario che ci spinge a fare per i discendenti dei nostri benefattori, anche dopo la loro morte, ciò che questi ci chiederebbero che facessimo. A questa legge sono soggetti non solo i singoli, ma pure gli Stati.

    Lo dimostra questo esempio. Nella guerra civile spagnola i comunisti catturarono il Duca di Veragua, ultimo discendente di Cristoforo Colombo, disponendosi a fucilarlo; però tutte le nazioni americane invocarono all'unisono clemenza perché non potevano guardare con indifferenza all'estinzione della discendenza dell'eroico scopritore.

    Queste sono le logiche conseguenze dell'esistenza della famiglia ed i suoi riflessi sulla tradizione e sulla proprietà. Tutto ciò a dimostrazione di come in effetti, secondo il citato autore francese:

    "Tradizione, Famiglia e Proprietà' costituiscono un blocco coerente che si può accettare o rifiutare, ma i cui elementi non è possibile separare".

     

    (Testo composto da Leo Daniele con brani di diversi articoli del prof. Plinio Corrêa de Oliveira apparsi sulla Folha de S. Paulo: 18-12-1968; 12-03-1969; 24-04-1969; 30-03-1970).

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte.

  • Una meditazione politica sulla passione e il trionfo di Nostro Signore Gesù Cristo

     

     

    di Plinio Corrêa de Oliveira

    Gli eventi che, a partire da oggi, Domenica delle Palme, celebreremo per tutta la prossima settimana, offrono ai cattolici, in mezzo alla tempestosa situazione in cui viviamo, spunti per una meditazione politica molto utile.

    Ci sono due errori funestissimi che, non di rado, incidono sui cattolici. La Settimana Santa ci offre una straordinaria opportunità per smascherarli. Come spesso accade, questi errori non procedono tanto da premesse false quanto incomplete. Sono frutto di una visione parziale e ristretta, e perciò appunto incompleta. Solo una meditazione accurata, fatta alla luce di considerazioni naturali e di argomenti soprannaturali, potrà estirpare il germe velenoso che vi si cela.

    Il primo di questi errori è di ritenere inefficiente l’azione della Chiesa nell’arginare la crisi contemporanea. Si sente dire qua e là, sia in ambienti cattolici sia in ambienti che ruotano intorno ad essi, che la Chiesa è ormai incapace di far fronte, da sola, al comunismo. Dovremmo, quindi, fare appello a un’altra organizzazione al fine di salvare la civiltà cristiana dalla catastrofe incombente.

    Analizziamo con calma l’obiezione. Facciamolo con l’autorità infallibile dei Romani Pontefici. Se per un cattolico un argomento ispirato alle parole dei Papi non è sufficientemente convincente, allora è meglio che se ne torni a studiare il Catechismo prima di tentare di “salvare la civiltà”.

    Papa Leone XIII e, dopo di lui, tutti i Pontefici hanno insegnato che il comunismo è un male di origine eminentemente morale. Nella genesi del movimento comunista vi sono anche fattori economici e politici, ma non sono i principali. Prima di tutto, il comunismo è un movimento che provoca il crollo dei valori morali della civiltà. A sua volta, questa crisi morale ne genera altre economiche, sociali e politiche. Possiamo dunque concludere che i problemi economici, sociali e politici dei popoli contemporanei si risolveranno solo quando si risolverà il problema morale di fondo.

    Orbene, la soluzione al problema morale non può avvenire se non per l’azione della Chiesa, perché solo il cattolicesimo, munito delle risorse naturali e soprannaturali, ha il dono meraviglioso di produrre nelle anime i frutti della virtù, indispensabili perché fiorisca la civiltà cristiana.

    Quanto abbiamo detto è tratto direttamente dalle encicliche dei Papi. Basta studiarle con cura per trovarvi queste verità. O tutti i Papi hanno sbagliato, oppure dobbiamo riconoscere che solo il cattolicesimo può salvare il mondo dalla crisi in cui è immerso. Inutile, dunque, dire che il tal o tale Paese stia agendo bene, oppure che il tal o tale leader dica delle cose giuste.

    Se è vero che solo la Chiesa può rimediare ai mali contemporanei, è nelle fila della Chiesa che noi dobbiamo cercare di lottare per eliminare questi mali. Poco ci importa se altri non fanno il proprio dovere. Facciamo noi il nostro. E se, dopo aver fatto tutto il possibile – sottolineo “tutto”, non parlo di “molto” né di “un po’” – se dopo aver fatto tutto saremo travolti dalla valanga rivoluzionaria, non ci dobbiamo angosciare. Anche se il nostro Paese dovesse sparire, anche se la Chiesa sarà devastata dai lupi dell’eresia, Ella è immortale. Ella saprà galleggiare sopra le acque tempestose del diluvio. Se restiamo nel suo sacro grembo, come Noè nell’arca, dopo il diluvio vi troveremo gli uomini che fonderanno la civiltà cristiana di domani.

    Purtroppo, pochi cattolici vogliono guardare in faccia a questa terribile prospettiva. Come gli ebrei, vogliono vedere Cristo solo su un trono di gloria. Gli sono fedeli solo la Domenica delle Palme, quando la folla Lo acclama e copre la strada con i propri mantelli. Per loro, Cristo deve essere un Re terreno che domina il mondo. Se, invece, per un periodo, l’empietà Lo riduce a un Re crocefisso e vilipeso, allora non ne vogliono più sapere…

    Per tali persone, Cristo non è venuto per salvare le anime per l’eternità. Egli è venuto, piuttosto, per stabilire il regime corporativo oppure per combattere il comunismo. E se, per un attimo, il comunismo sembra vincere, poco manca perché queste stesse persone prendano in mano il flagello e si uniscano agli aguzzini di Cristo: è Lui il grande colpevole della nostra sconfitta!

    Cristo, invece, ha voluto subire tutti gli insulti, gli oltraggi, le umiliazioni, proprio per insegnarci che la storia della Chiesa è piena di Calvari. È molto più meritevole essere fedeli sul Golgota che non sul Tabor.

    C’è, però, un altro errore opposto che non di rado incide su certi cattolici. Ed è per illuminare costoro che Cristo ha voluto la gloria della Domenica delle Palme.

    Ci sono persone dalla mentalità odiosa, che ritengono normale che Cristo soffra, che la Chiesa sia calpestata, umiliata, perseguitata. È gente pigra, che ha come dio il proprio ventre. È gente che pensa che, giacché la Chiesa deve imitare Cristo, è naturale che contro di Essa si scaglino tutti i nemici e la facciano soffrire. Dicono che non sia altro che la Passione di Cristo che si ripete continuamente. E, mentre la Passione si ripete, fanno una vita agiata e confortevole, in mezzo al tumulto dei peccati e all’esacerbazione della sensualità.

    Con tali persone Nostro Signore usò la frusta, scacciandole dal Tempio.

    Non è vero che possiamo incrociare le braccia mentre la Chiesa è assalita dai suoi nemici! Non è vero che possiamo dormire mentre Nostro Signore è portato al Calvario! Cristo stesso ha raccomandato ai Suoi apostoli di “vigilare e pregare”. Se è vero che dobbiamo accettare le sofferenze della Chiesa con la rassegnazione con cui la Madonna accettò le sofferenze del suo Figlio, non è meno vero che sarà per noi motivo di dannazione eterna se contempliamo i dolori del nostro Divino Salvatore con indifferenza, con sonnolenza, con la vigliaccheria dei discepoli infedeli.

    La verità è solo una: dobbiamo essere sempre con la Chiesa, perché solo Ella ha parole di vita eterna. Se la Chiesa è attaccata, dobbiamo lottare per la Chiesa. Dobbiamo lottare fino all’effusione del sangue, impegnandovi tutte le nostre risorse di energia, animo e intelligenza. Se, nonostante tutto ciò, la Chiesa continuerà a essere oppressa, dobbiamo soffrire con la Chiesa, come san Giovanni Evangelista ai piedi della Croce. Così facendo, siamo sicuri che, in questo mondo o nell’altro, Gesù misericordioso non ci rifiuterà lo splendido premio di assistere alla Sua gloria divina e suprema. 

     

    Fonte: «Legionário», São Paulo, N° 236, 21 marzo 1937. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia.

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte.

  • Verso una Chiesa-Nuova?

    Nell’aprile 1969 la rivista “Catolicismo” di San Paolo del Brasile, portavoce della TFP brasiliana, pubblicò un numero speciale doppio contenente il riassunto analitico di un saggio apparso poco prima sulla rivista “Ecclesia”, di Madrid, che denunciava l’esistenza all’interno della Chiesa di gruppi, autoproclamatisi “profetici”, che tramavano per la sua distruzione [“I piccoli gruppi e la corrente profetica”, Ecclesia n° 1423, 11 gennaio 1969]. Riportiamo l’introduzione scritta dal prof. Plinio Corrêa de Oliveira, con una dettagliata disanima della dottrina di questo movimento. Un testo di enorme attualità, che getta luce sulla “Chiesa dei poveri” che taluni settori vorrebbero costruire, anche ai giorni nostri.

     

     

    di Plinio Corrêa de Oliveira

    Insubordinazione e disalienazione: filo rosso dei misteri “profetici”

    Nell’articolo di presentazione di questo numero di “Catolicismo” (intitolato “Il perché di questo numero doppio”), vengono descritti i rapporti fra l’IDOC [Istituto di Documentazione della Chiesa Conciliare, ndr] e i cosiddetti “gruppi profetici”. È facile vedere che questi e quello costituiscono, insieme, una immensa macchina semi-segreta, inserita nella Chiesa, per realizzare il disegno malefico di trasformarla nel contrario di ciò che è stata in questi duemila anni di esistenza.

    Vogliamo, adesso, aiutare il lettore nello studio dell’articolo di “Ecclesia” sui “gruppi profetici”, mettendo in speciale rilievo gli aspetti più profondi e chiarificatori di questa specie di società iniziatiche.

    In questo commento non intendiamo approfondire propriamente la dottrina dei “gruppi profetici”, la coerenza interna delle diverse tesi che la integrano, i loro maestri, i loro precursori, le loro analogie o discrepanze con altri sistemi di pensiero. Né pretendiamo analizzare le condizioni culturali, politiche, sociali, economiche o altre, che favoriscono o avversano la genesi e lo sviluppo di questi gruppi.

    Il nostro obiettivo è più circoscritto e anche di una utilità più immediata. Messi dinanzi alla crescita tangibile dei cosiddetti “gruppi profetici”, alla loro evidente nocività, e quindi alla necessità di sbarrargli il passo, ci domandiamo quale sia il loro programma, se contano con una struttura definita di direzione e di propaganda, com’è questa struttura, come agisce, come vedono le trasformazioni per le quali la Chiesa è passata di recente e continua a passare, quali sono le tecniche di reclutamento, formazione e sovversione usate da questi gruppi, e infine, quali sono i loro rapporti con il comunismo.

    È nell’articolo di “Ecclesia” che cercheremo le risposte a queste domande.

    I. Disalienazione: ribellione contro ogni superiorità e ogni disuguaglianza

    Il concetto-chiave della dottrina dei “gruppi profetici” è, a nostro avviso l’alienazione. Quindi, prendiamola come punto di partenza e come filo conduttore di questa esposizione. Il lettore vedrà che, in questo modo, la materia si farà limpida ed accessibile.

    Alienus è un vocabolo latino che equivale alla parola alieno, cioè di un altro.

    Alienato è colui che non appartiene a se stesso, bensì a un altro.

    Nella prospettiva comunista, ogni autorità, ogni superiorità sociale, economica, religiosa o un’altra qualsiasi, di una classe sull’altra, porta a un’alienazione. Alienante è la classe sociale che esercita l’autorità, o possiede una superiorità, sia attraverso un Re, un Capo di Stato, un Papa, un Vescovo, un Sacerdote, un Generale, un professore o un padrone. Alienata è la classe che presta obbedienza a quella alienante. La classe alienata, per il fatto stesso di essere soggetta a un’altra classe, in misura maggiore o minore, in questa esatta misura non appartiene a se stessa, ed è alienata a quest’altra.

    Trasferendo il concetto di alienazione ai rapporti tra persona e persona nella sfera religiosa, si può dire che un Papa, un Vescovo o un Sacerdote in quanto partecipano alla classe dirigente, che è il Clero, è alienante nei confronti di un semplice fedele, il quale è membro della classa guidata, cioè, il laicato.

    Ogni alienazione è uno sfruttamento dell’alienato da parte dell’alienante. E siccome ogni sfruttamento è odioso, bisogna che l’evoluzione dell’uma- nità conduca alla soppressione di tutte le alienazioni, e perciò di tutte le autorità e disuguaglianze, poiché ogni disuguaglianza crea in qualche modo un’autorità. La formula più conosciuta e popolare della totale disalienazione sta nel motto della Rivoluzione francese: “Libertà, Uguaglianza, Fratellanza”. L’applicazione assolutamente radicale di questo motto condurrebbe a un’anarchia senza caos. La dittatura del proletariato non è altro che una tappa per la realizzazione dell’anarchismo.

    L’egualitarismo radicale è la condizione perché ci sia libertà, ed affinché, cessati gli sfruttamenti e le conseguenti lotte di classi, regni tra gli uomini la fratellanza.

    Ecco la criminale chimera dei comunisti.

    II. Il supremo obiettivo “profetico”: una Chiesa non alienante né alienata

    Dall’articolo di “Ecclesia” si deduce che i “gruppi profetici” vogliono trasformare la Chiesa cattolica da alienante ed alienata, come lo sarebbe ai nostri giorni, in una Chiesa-Nuova, senza nessuna forma di alienazione.

    1ª disalienazione della Chiesa: in relazione a Dio

    a. La Chiesa “costantiniana” (la cui era storica, secondo i “gruppi profetici”, inizierebbe con Costantino, l’Imperatore romano che nel 313 liberò la Chiesa dalle persecuzioni, togliendola dalle catacombe, e si estenderebbe sino ai nostri giorni) crede in un Dio trascendente, personale, dotato di intelligenza e di volontà, un Dio perfetto, eterno, creatore, reggente e giudice di tutti gli uomini. Questi sono infinitamente inferiori a Dio e gli devono ogni soggezione. Quindi, credendo in un tale Dio, gli uomini accettano un Dio alienante. Dunque, la Religione è pura alienazione.

    La Chiesa-Nuova non crede in un Dio alienante. Il Dio della Chiesa “costantiniana” corrisponde a una fase già superata dell’evoluzione dell’uomo, cioè l’uomo infantile e alienato. Oggi, l’uomo, reso adulto dall’evoluzione, non accetta un Dio di cui è, in ultima analisi, un servo, e che lo mantiene nella dipendenza del suo potere paterno, o meglio, paternalista, come dicono in modo peggiorativo i “gruppi profetici”. L’uomo adulto respinge ogni alienazione, e vuole per sé un’altra immagine di Dio: quella di un Dio che non è trascendente nei suoi confronti, ma immanente in lui. Un Dio che è impersonale, come un elemento diffusamente sparso in tutta la natura, e pertanto anche in ogni uomo. In una parola, un Dio che non aliena.

    b. Ed è perché non accetta questa nuova figura di Dio, e si ostina nel mantenere la vecchia figura del Dio personale, trascendente e alienante, che la Chiesa “costantiniana” genera l’ateismo. Infatti, l’uomo adulto di oggi, non potendo accettare questa immagine infantile della divinità, si dichiara ateo. Però, se la Chiesa gli presentasse un Dio aggiornato, immanente e non alienante, egli lo accetterebbe. E smetterebbe di essere ateo.

    c. È vero che l’affermazione di un Dio trascendente e alienante si fonda su numerosi passaggi delle Sacre Scritture. Tuttavia, secondo i “gruppi profetici” questi brani non costituiscono realtà storiche precise. Essi sono miti elaborati dall’uomo non adulto, alienato e bramoso di alienazione. Oggi, queste narrative devono essere reinterpretate secondo un concetto non alienante ma adulto, o persino rifiutate. Con ciò si purifica la Religione dai suoi miti. È propriamente ciò che si chiama demitizzazione.

    d. È, per esempio, ciò che si dovrebbe fare per quanto riguarda la spiegazione della triste condizione dell’uomo, soggetto all’errore, al dolore e alla morte. Per l’uomo adulto, il rimedio per questa situazione non può decorrere da una Redenzione operata dal sacrificio del Dio trascendente incarnato, e completata dalle sofferenze dei fedeli. Il rimedio viene, invece, dall’evoluzione, dalla tecnica e dal progresso. Nel concetto dell’uomo disalienato, non c’è più ragione per le mortificazioni, alquanto masochistiche, che la Chiesa “costantiniana” promuoveva. La Chiesa-Nuova invita a una vita interamente volta alla felicità terrena. La Redenzione-progresso non ha come scopo condurre gli uomini verso un cielo ultraterreno, ma trasformare la terra in un cielo.

    2ª disalienazione della Chiesa: in relazione al soprannaturale e al sacro

    La religione cattolica “costantiniana”, coerente con la sua dottrina sulla trascendenza di Dio, ammette il soprannaturale, e con esso il sacro. Ora, il concetto di un ordine soprannaturale, superiore a quello naturale, di una sfera religiosa e sacra superiore alla sfera temporale, causa evidenti disuguaglianze. Da ciò provengono, ipso facto, molteplici alienazioni. Nella Chiesa-Nuova, disalienante e disalienata, si ammette come realtà soltanto il naturale, il temporale, il profano. È una Chiesa desacralizzata. Da qui decorrono numerose conseguenze:

    a. È ovvio, innanzitutto, che la Chiesa-Nuova è tutta posta nell’ordine naturale. Essa esercita la sua missione salvifica inducendo i fedeli a impegnarsi nel promuovere il benessere terreno.

    b. La nozione della Chiesa come società distinta dallo Stato e sovrana nella sfera spirituale perde, quindi, ogni sua ragion d’essere. La Chiesa desacralizzata è, dentro la società temporale, un gruppo privato come un altro qualsiasi, la cui missione consiste nell’essere all’avanguardia delle forze che promuovono l’evoluzione dell’umanità.

    c. La vita sacramentale cambia pure di contenuto. I Sacramenti hanno un senso simbolico meramente naturale. L’Eucaristia, per esempio, è una cena in cui i fratelli familiarizzano intorno a una stessa tavola. E perciò dev’essere ricevuta come un cibo qualsiasi, durante un comune pasto.

    d. La condizione sacerdotale non dev’essere più considerata sacra, posto che la sacralità muore con la morte delle alienazioni. Nel modo di presentarsi, di vestirsi e di vivere, i sacerdoti devono essere come un laico qualsiasi, poiché la sfera del sacro, a cui appartenevano, è sparita, e devono integrarsi senza riserve nella sfera temporale. Così pure devono comportarsi i religiosi, se ci saranno ancora i tre voti di obbedienza, povertà e castità nella Chiesa, ormai disalienante e disalienata.

    e. Non vi è ragione perché esistano edifici destinati solo al culto, visto che è già morto il soprannaturale e il sacro. In questo mondo evoluto, adulto, contrario alle alienazioni, il culto del Dio immanente e diffuso nella natura può essere praticato in qualunque luogo profano. Se esisteranno edifici destinati al culto, siano utilizzati pure per finalità profane, in modo da evitare la distinzione alienante tra lo spirituale e il temporale.

    3ª disalienazione della Chiesa: in relazione alla fede, alla morale, al Magistero e all’azione evangelizzatrice

    a. La Chiesa-Nuova è una Chiesa povera. Innanzitutto nel senso spirituale del termine. Una delle ricchezze della Chiesa “costantiniana” consiste nell’affermarsi Maestra infallibile. La Chiesa-Nuova invece non si pretende Maestra. Né tratta i fedeli come discepoli, perché ciò sarebbe alienante.

    Ognuno riceve carismi dallo Spirito Santo, che parla direttamente all’anima. Ed è a questa voce interiore, della quale può prendere coscienza, che ognuno deve credere.

    Tutto ciò, che è vero per le materie riguardanti la fede, lo è pure per la morale. Ognuno ha la morale che gli suggerisce la propria coscienza.

    Insomma, l’uomo vive della testimonianza interiore dei carismi, dei quali prende conoscenza. Così, la Chiesa-Nuova non possiede un patrimonio di verità, di cui immaginerebbe avere il privilegio. In questo risiede il principale aspetto della sua povertà.

    b. Da qui decorre un’altra forma di povertà. La Chiesa-Nuova non ha frontiere. Essa accoglie persone di qualsiasi credo, purché lavorino attivamente per la vera Redenzione, che è il progresso terreno. Essa non è, quindi, come un regno spirituale con frontiere dottrinali definite, bensì qualcosa di etereo, di fluido, che si confonde più o meno con qualsiasi chiesa. In altri termini, la Chiesa-Nuova è super-ecumenica.

    c. Un altro titolo di povertà della Chiesa-Nuova, non essendo Maestra, ed essendo super-ecumenica, è quello di non avere più la necessità di opere di apostolato. Di conseguenza, le università cattoliche, le scuole cattoliche, le opere di assistenza cattoliche mantengono la loro ragion d’essere a patto che non mirino a nessun fine apostolico, né abbiano qualsiasi soggezione alienante e antiecumenica riguardo alla Chiesa: vale a dire, purché rinuncino alla nota cattolica, ed assumano un carattere totalmente profano, secolare e laico.

    d. La povertà della Chiesa-Nuova - essendo la cultura e la civiltà valori dell’ordine temporale e terreno, e non pretendendo esercitare più qualsiasi magistero nel plasmare a sé la società temporale - risiede pure nel fatto che non si può più parlare di cultura né di civiltà cattolica. La cultura e la civiltà dell’uomo evoluto e adulto hanno ricevuto la loro carta di emancipazione: sono desacralizzate e disalienate dalla Religione.

    e. Inoltre, la Chiesa-Nuova è povera nel senso materiale del termine. Essa non solo rifiuta le cattedrali e le basiliche, in cui il sacro ostentava trionfalisticamente la sua superiorità, ma, vivendo nell’era dei poveri, rigetta qualsiasi ricchezza, a qualsiasi titolo possibile.

    f. Infine, la Chiesa-Nuova è povera perché è la Chiesa dei poveri. Da nemica di tutte le alienazioni, si sente anche nemica di tutti gli alienanti, di qualsiasi tipo ed ordine, e invece connaturale alla causa di tutti gli alienati. Perciò, gli sfruttati ed alienati della società attuale hanno nella Chiesa-Nuova il loro posto. Essa è per essenza loro difensore contro i detentori dell’autorità o della superiorità terrena. Per ragioni analoghe in senso inverso, la Chiesa “costantiniana” è complice, per propria natura, di tutte le oligarchie alienanti e sfruttatrici.

    4ª disalienazione della Chiesa: in relazione alla Gerarchia ecclesiastica

    Dal momento che l’autorità è sempre alienante, è doveroso che non esista. E se esistesse, sarebbe soltanto nella misura in cui compiesse la volontà degli alienati, che in questo modo evaderebbero - almeno in certa misura - dal giogo dell’alienazione.

    Nella Chiesa “costantiniana”, la Gerarchia è investita del triplice potere di ordine, magistero e giurisdizione. La Chiesa-Nuova, svuotando i Sacramenti del loro contenuto soprannaturale, che sono sotto il potere della gerarchia di ordine, col negare il Magistero attenta, a rigore di logica, anche contro la gerarchia di giurisdizione.

    Così, l’esistenza di un Papa, monarca spirituale circondato dal Collegio dei principi ecclesiastici, che sono i vescovi - di cui ognuno, nella rispettiva diocesi, è come un monarca soggetto al Papa - non è compatibile con la Chiesa-Nuova. Come pure non possono sussistere i parroci che reggono, sotto gli ordini dei vescovi, porzioni del gregge diocesano.

    Per disalienarla completamente dalla Gerarchia, occorre democratizzare la Chiesa. È necessario costituire in essa un organo rappresentativo dei fedeli che esprima ciò che i carismi dicono nell’intimo della loro coscienza: chiaramente un organo elettivo che rappresenti la moltitudine. Un organo che imponga decisivamente la propria volontà sui gerarchi della Chiesa, i quali, è ugualmente chiaro, dovranno, da quel momento in poi, essere eletti dal popolo.

    A nostro avviso, questa riforma strutturale della Chiesa, auspicata dal movimento “profetico”, è solo una tappa verso la piena realizzazione dei suoi obbiettivi. La totale disalienazione comporterebbe, in una tappa ulteriore, l’abolizione di qualsiasi gerarchia.

    Considerando soltanto la riforma che i “gruppi profetici” ora sostengono esplicitamente, si può dire che vogliono trasformare la Chiesa in una monarchia come quella inglese, cioè, un regime in realtà democratico, diretto fondamentalmente da una Camera popolare elettiva e onnipotente, nel quale va conservato pro-forma un Re decorativo (nel caso della Chiesa-Nuova, il Papa), dei Lord senza potere effettivo (i vescovi e i parroci), e una Camera alta da apparato (il collegio episcopale). Inoltre, affinché l’analogia tra il regime dell’Inghilterra e la Chiesa-Nuova sia completa, è necessario immaginare un Re e dei Lord elettivi (cioè, Papa e vescovi eletti dai fedeli).

    Per completare il quadro della democratizzazione, bisogna aggiungere che nella Chiesa-Nuova le parrocchie costituirebbero dei gruppi fluidi e instabili, e non delle circoscrizioni territoriali definite come sono oggi. A rigore di logica, questa fluidità si estenderebbe pure alle diocesi. La Gerarchia ormai non sarebbe nella Chiesa altro che un vago nome.

    5ª disalienazione della Chiesa: in relazione al Potere Pubblico

    Questa disalienazione è già inclusa, a diversi titoli, nei punti precedenti. La Chiesa “costantiniana”, che ha un governo proprio e sovrano nella sua sfera, desidera l’unione e la collaborazione con il Potere temporale. Così facendo, in un certo modo si alienerebbe ad esso, e in un certo modo lo alienerebbe a sé. Per tutti i motivi sopra esposti, la Chiesa-Nuova dichiara invece di non avere bisogno del Potere pubblico, né di volere con esso relazioni da Potere a Potere. Così, la mutua alienazione sarà cessata.

    Conclusione

    Concludendo, la Chiesa-Nuova sarà interamente disalienata, e smetterà di essere alienante.