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Virginia repubblicana e gli altri voti contro l'estremismo

 

 

di Stefano Magni

Nelle elezioni per i nuovi governatori, negli Stati Uniti, in Virginia ha vinto il candidato repubblicano Glenn Youngkin, mentre nel New Jersey il democratico Phil Murphy. Ma non può considerarsi come un pareggio: i Democratici hanno subito una sconfitta bruciante e devono iniziare a preoccuparsi per le elezioni di medio termine, che si terranno fra un anno esatto, per il rinnovo del Congresso.

I risultati della Virginia hanno sorpreso tutti. Il candidato del “partito dell’asinello” era dato per favorito in uno Stato che fin dal 2014 è governato dai Dems e che ha eletto Joe Biden, nel 2020, con un margine di vantaggio di oltre il 10% dei voti. Come candidato, Terry McAuliffe aveva dalla sua soldi ed esperienza. Già governatore, è stato appoggiato nella sua campagna elettorale dagli interventi del presidente, della vicepresidente Kamala Harris e dell’ex presidente Barack Obama. Contro di lui, le primarie dei Repubblicani erano state vinte da Glenn Youngkin, noto per essere un ottimo giocatore di basket, ma assolutamente un neofita della politica. La novità e la gioventù di un uomo di successo, prima sportivo poi negli affari (al punto che ha potuto auto-finanziarsi la campagna) hanno sicuramente giocato a favore del conservatore. Youngkin è stato abbastanza abile da risultare sia indipendente da Trump che vicino, idealmente, all’ex presidente. E quest’ultimo lo ha sostenuto al momento buono, invitando i suoi supporters a “inondare i seggi” per votarlo. I Democratici, che hanno giocato in lungo e in largo la carta dello spauracchio Trump, hanno perso, sono stati battuti sul piano della concretezza da un elettorato che ormai non si fa più convincere dall’argomento della “resistenza” anti-trumpiana.

L’elezione in Virginia è importante perché la libertà scolastica è stata determinante. La campagna si è svolta soprattutto sul dibattito su chi debba decidere dell’educazione dei figli. Youngkin ha puntato su due argomenti molto forti: i genitori hanno diritto di parola sulla scelta dei libri e dei programmi scolastici, specialmente se riguardano la sfera sessuale. In questi mesi il governo federale sta tentando di criminalizzare i genitori, arrivando ad equiparare le mamme e i papà che si oppongono all’educazione sessuale e ai programmi gender a gruppi violenti e incaricando Dipartimento di Giustizia ed Fbi di indagare. Questa manovra, caldeggiata dai sindacati degli insegnanti, sta creando un conflitto molto profondo, che riguarda tutte le famiglie. In campagna elettorale, il candidato democratico ha detto una cosa molto grave: “Non penso che i genitori possano dire alle scuole cosa queste debbano insegnare”. La campagna repubblicana non ha fatto altro che far risentire al pubblico questa frase.

Sempre riguardo alla scuola, la campagna di Youngkin si è concentrata soprattutto contro i programmi basati sulla Critical Race Theory, un anti-razzismo ideologico che rinnega le basi stesse della legittimità degli Stati Uniti, giudicandoli intrinsecamente razzisti. La Critical Race Theory non è insegnata nelle scuole della Virginia, ma il pericolo è che, nel prossimo futuro, entri come fonte di ispirazione dei prossimi programmi. McAuliffe ha risposto in modo ambiguo a questa sfida, prima negando il pericolo, poi di fatto facendo suo l’antirazzismo ideologico. In uno dei suoi ultimi discorsi, strizzando l’occhio alle minoranze e all’estrema sinistra, ha lamentato che il 50% degli studenti sono di colore, mentre l’80% degli insegnanti sono bianchi. In questo modo, ha fatto capire all’elettorato moderato di considerare come un problema il colore della pelle. Quindi ha dato ragione, indirettamente a Youngkin: la Critical Race Theory sarebbe potuta arrivare nelle scuole, se i Democratici avessero vinto le elezioni.

Youngkin ha vinto anche sostenendo il diritto alla vita, in uno Stato in cui vige una legge abortista estrema: aborto legale fino al terzo trimestre se mette in pericolo la salute, anche mentale, della donna. Le associazioni per la vita hanno sostenuto il candidato repubblicano, dopo che si è dichiarato pro-life, anche se non è stato del tutto chiaro nei suoi commenti sulla nuova legge anti-abortista del Texas (oggetto di dibattito nazionale). Dall’altra parte, McAuliffe ha agitato la paura delle femministe, paventando che un governo repubblicano avrebbe vietato l’aborto in Virginia. E in questo modo sono stati paradossalmente più i Democratici dei Repubblicani stessi a creare polarizzazione sull’aborto e a spingere i pro-life a scegliere definitivamente Youngkin.

I Democratici non hanno ancora elaborato il lutto della sconfitta subita nello Stato del Sud. La spiegazione dominante, nei tweet dei Vip e negli editoriali più militanti (anche nel sito della Tv Msnbc) è che i virginiani siano razzisti. E ritorna il fantasma della Guerra Civile: la Virginia era alla testa della Confederazione, Richmond era la capitale sudista e virginiano era pure il generale Lee che guidò l’esercito dei “ribelli”. Ma la carta del razzismo, buona per spiegare ogni sconfitta inaspettata, non regge molto di fronte all’elezione della vice-governatrice repubblicana: Winsome Sears, afro-americana, veterana dei marines. O è razzista contro se stessa, o qualcosa non torna nell’alibi degli sconfitti.

Delle altre elezioni si è parlato meno, ma si notano altri risultati eclatanti anche a New York e nel New Jersey, oltre a un voto in un referendum a Minneapolis, città di origine dell’ultima ondata di proteste di Black Lives Matter. Nel New Jersey, prima di tutto, nessuno avrebbe scommesso sul candidato repubblicano, l’italo-americano Jack Ciattarelli. Invece nel corso di tutta la giornata di ieri ha tenuto gli osservatori con il fiato sospeso, pareggiando con l’avversario e, in alcuni momenti, superandolo di qualche frazione di punto percentuale. Solo nella nottata sono arrivati i risultati definitivi con la vittoria dell’incumbent democratico Phil Murphy, con appena 19mila voti di vantaggio su 2 milioni e mezzo di elettori. Anche nel New Jersey aveva stravinto Biden, con 16 punti percentuali di vantaggio rispetto a Trump. Ora i rapporti di forze fra le due parti parrebbero essere profondamente mutati. A New York vince a man bassa un altro candidato dei Dems: l’afro-americano Eric Adams. Ma è un Democratico tutt’altro che progressista, quasi l’opposto del predecessore Bill de Blasio. È infatti un ex poliziotto, favorevole al diritto di portare armi e ha vinto su un programma tutto “legge e ordine”. Dopo quasi un decennio di lassismo del progressista de Blasio, il crimine stava tornando ai “tempi bui” dei Guerrieri della Notte, come nei primi anni 80. Ora anche la grande mela cambia rotta, pur mantenendo lo stesso partito al comando. Stessa tendenza anche a Minneapolis, dove venne ucciso George Floyd, provocando l’ondata di proteste (e sommosse violente) di Black Lives Matter: un referendum che avrebbe voluto abolire il dipartimento di polizia (per sostituirlo con una sorta di centro di assistenza sociale) è stato decisamente bocciato da una maggioranza del 56% di contrari.

Se i Democratici non si perdessero in analisi auto-referenziali sul razzismo di chi vota loro contro, dovrebbero ricavare da questi voti una lezione molto chiara: agli americani non piace l’estremismo di sinistra. Niente Critical Race Theory nelle scuole, no alla criminalizzazione ed esclusione dei genitori, no all’utopia di una città senza polizia, sì al ritorno all’ordine pubblico. I loro candidati che hanno abbracciato queste posizioni hanno vinto, come Eric Adams a New York. Ma un partito ostaggio della cultura progressista (che innegabilmente domina il dibattito a sinistra), sarà libero di raddrizzare la rotta in un anno? I Repubblicani, intanto scaldano i motori. In Viriginia, almeno, hanno visto che c’è un futuro dopo il 2020.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 4 Novembre 2021.