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Memorial chiusa, colpo di spugna sul comunismo

 

 

di Stefano Magni

Memorial è stata ed è tuttora la principale istituzione di studio dei crimini del comunismo. La Corte Suprema russa ha decretato la chiusura della sua branca principale, Memorial Internazionale, il 28 dicembre. Il giorno successivo, ieri per chi legge, il tribunale di Mosca ha sentenziato la chiusura di Memorial Centro per i Diritti, la principale branca dell’associazione attiva all’interno della Russia.

Le sentenze erano ampiamente attese, ma il loro sincronismo e la loro lettura ne rivelano una natura palesemente ideologica. Memorial Internazionale, così come la sezione moscovita sono state chiuse sulla base della legge sugli “agenti stranieri”. La norma, introdotta nel 2012, prescrive che tutte le associazioni, le Ong e le testate giornalistiche che ricevono donazioni anche dall’estero, siano classificate come “agenti stranieri”. Oltre ad altre limitazioni, anche finanziarie e fiscali, le associazioni colpite dalla legge devono anche inserire l’etichetta di “agente straniero” su tutte le loro pubblicazioni e trasmissioni. Anche Memorial è stata condannata per questo motivo, perché risulta che su non tutte le pubblicazioni vi sia la dicitura prescritta. Ma la motivazione della sentenza della Corte Suprema potrebbe essere un’altra: l’associazione avrebbe diffuso “una falsa immagine dell’Urss, quale Stato terrorista e ha denigrato la memoria della Seconda Guerra Mondiale”, come ha dichiarato la pubblica accusa. Sul piano formale, dunque, la chiusura è motivata dalla violazione della legge sugli “agenti stranieri”, ma ideologicamente dava fastidio perché ricordava quel che non deve essere ricordato.

Memorial è nata nel 1988, dopo una manifestazione di dissidenti nel parco Druzhba, presso Mosca, in cui si chiedeva di erigere un monumento alle vittime del terrore staliniano. Il fisico Andrej Sacharov fu uno dei fondatori dell’associazione, che prese il via proprio nel primo anno di glasnost, dunque di relativa libertà di espressione. Sergej Kovalijov, uno degli organizzatori della manifestazione divenne anche uno dei primi presidenti dell’associazione. Nei primi anni dopo il collasso dell’Urss, Memorial prese piede in tutta l’ex Unione Sovietica e soprattutto in Russia. Il suo scopo era quello di far riemergere un passato che fino a quel momento era stato cancellato dal regime comunista, ricordare e riabilitare le vittime del terrore sovietico, molte delle quali sono tuttora senza nome e senza sepoltura. Quando la Russia pareva aver dato un taglio definitivo al passato sovietico, Kovalijov diede anche un aiuto nella scrittura della nuova Costituzione, scrivendo l’articolo 2 che garantisce la libertà dell’uomo e fu anche autore della nuova legge sulla riabilitazione delle vittime della repressione politica.

“Tutti provano compassione per le vittime del terrore – scriveva lo storico Arsenij Roginskij, direttore di Memorial dal 1998 al 2017, anno della sua morte – Alcuni sindaci e governatori provano compassione per le vittime. Il presidente Putin prova compassione per le vittime innocenti. La gente comune prova compassione per le vittime innocenti. E’ come quando tutti accendono una candela in chiesa. Ma da chi fu scatenato il terrore? Chi lo ha commesso? Se non lo comprendiamo, nulla potrà andare oltre un normale fiocco del lutto per esprimere solidarietà”. Memorial è sempre stata un’associazione scomoda, perché fa emergere i nomi dei carnefici, non solo quelli delle vittime. Uno dei suoi fondatori, Nikita Petrov, è biografo dei direttori dell’Nkvd, antenato del Kgb che commise le peggiori atrocità negli anni delle grandi purghe di Stalin. Non è mai riuscito ad accedere agli archivi dell’Fsb, attuale servizio segreto russo, dove sono custoditi i documenti con gli ordini degli arresti di massa. “Senza questi documenti, non possiamo scrivere una storia completa sulla repressione e sulla violazione massiccia dei diritti umani. Ci sono fatti e documenti isolati, ma non abbiamo il quadro completo”, dichiarava Petrov in un’intervista del 2016.

Memorial conduceva anche ricerche sul campo, come il ritrovamento di gulag e fosse comuni. Già si capiva quanta pressione vi fosse sull’associazione nel momento in cui era stato arrestato, processato, condannato, assolto e poi condannato di nuovo Jurij Dmitrijev, operaio che si era aggregato all’associazione Memorial della Carelia Sovietica, appena fondata da un investigatore di polizia, Ivan Chukhin. Dmitrijev aveva trovato quasi per caso una delle fosse comuni di Sandarmokh. Vi erano sepolti 6241 corpi, tutti con un colpo alla nuca. Erano anche stati riscoperti i loro effetti personali, abiti e altre tracce di quella che era stata una delle più atroci esecuzioni di massa del 1937, nel pieno delle grandi purghe di Stalin. Dmitrijev è tuttora in carcere, dal 2016, con l’accusa infamante di possesso di materiale pedo-pornografico. Il processo si è svolto a porte chiuse, il suo avvocato ritiene che l’accusa sia totalmente priva di fondamento.

Altri ricercatori di Memorial hanno fatto una fine ancora più tragica. Soprattutto perché investigavano non solo sui crimini del passato, ma anche su quelli del presente, soprattutto nella guerra in Cecenia. Un esempio su tutti: Natalia Estemirova, rapita a Grozny e ritrovata uccisa nella vicina repubblica di Inguscezia, nel 2009, mentre investigava sui crimini di Ramzan Kadyrov, il leader filo-russo (ex indipendentista) che tuttora governa la Cecenia con pugno di ferro.

Memorial annuncia che farà ricorso e che continuerà a lavorare. Ma comunque si concluda questa vicenda, il segnale è stato lanciato: non si deve parlare del passato comunista. Su questo aspetto, la Russia dimostra di non voler voltare pagina, soprattutto in un periodo in cui il revanscismo è forte e Stalin viene visto ancora, dall’opinione pubblica, come un grande leader del passato.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 30 Dicembre 2021