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Bisagno: la faccia pulita della Resistenza

Intervista ad Aldo Gastaldi

 

Poche volte si è vista una manovra propagandistica così estesa ed egemone come quella che, in Italia, presenta la Resistenza partigiana contro i nazisti nella Seconda guerra mondiale come un’impresa pensata ed eseguita esclusivamente dal Partito comunista che, infatti, se ne assunse il merito. Da noi, dire partigiano, purtroppo, è praticamente dire comunista.

La realtà è però molto diversa. Nella Resistenza c’erano anche i monarchici, fedeli al giuramento fatto a Sua Maestà. Per lo più reduci del Regio Esercito, usavano al collo un fazzoletto blu proprio per distinguersi dai comunisti. E c’erano anche i cattolici. Mentre alcuni, influenzati da quel Cattolicesimo democratico di sapore murriano che poi avrebbe dato vita alla Democrazia cristiana, vi furono portati da un rigetto del Fascismo di chiara ispirazione sinistrorsa, altri invece vi furono guidati da una Fede autentica, senza alcuna connotazione politica.

Fu il caso del genovese Aldo Gastaldi (“Bisagno”), soprannominato il “Primo Partigiano d’Italia”.

Militare di grande visione e coraggio, Bisagno fu subito riconosciuto dai suoi uomini come capo della Resistenza nella zona di Genova. Fu uno dei primissimi a salire in montagna e venne eletto comandante della Divisione Cichero, la più famosa e temuta della Regione. Di formazione profondamente cattolica, la sua militanza era dettata dall’idealismo e dal senso del dovere civico. Egli voleva la libertà per la sua Patria. Una libertà intesa non solo come rigetto ai totalitarismi, ma soprattutto come possibilità per l’Italia di continuare sulle vie del Cattolicesimo. Una posizione molto diversa da quella del Partito comunista, che vedeva nella Resistenza un’opportunità per impossessarsi del potere, sfruttando il naturale desiderio degli italiani di liberarsi dal giogo nazional-socialista.

Bisagno diventò, anche suo malgrado, un contraltare al Partito comunista.

Bisagno dimostrò doti militari molto superiori a quelle di tanti altri arruolatisi nella Resistenza. Egli tuttavia considerava la guerra come un male e la conduceva con spirito superiore. Volendo evitare inutili spargimenti di sangue, in molte occasioni risparmiò la vita ai soldati della Repubblica sociale italiana. “Il nemico va combattuto ma non odiato”, ripeteva.

Durante la guerra partigiana visse un vero e proprio calvario ad opera delle infiltrazioni partitiche comuniste. Fu osteggiato, gli furono affiancate a sua insaputa spie del partito. A fine guerra non gli fu consentito scendere a Genova, per partecipare alla liberazione della città.

Bisagno morì il 21 maggio 1945 cadendo accidentalmente (secondo la versione redatta dal commissario politico della divisione), dal tetto della cabina del mezzo su cui stava viaggiando, mentre accompagnava a casa gli alpini del battaglione Vestone. Finalmente aveva trovato la pace che cercava: “La mia mente non trovò nessuno sulla terra che potesse darmi né tranquillità né giustizia. Trovai l’una e l’altra in Dio”.

Ricordando questo gigante della Fede, abbiamo intervistato a Genova Aldo Gastaldi, nipote di Bisagno.

 

Purtroppo, non tutti conoscono la figura di Aldo Gastaldi, detto Bisagno. Possiamo cominciare tracciando, in poche righe, la sua vita prima della guerra?

Aldo nacque il 17 settembre 1921 sulle alture di Genova, nel quartiere di Granarolo. Primo di cinque figli crebbe in una famiglia molto semplice; mio nonno grande invalido di guerra aveva un piccolo negozio di vernici, mia nonna era casalinga. Entrambi, metteranno al centro della vita familiare l’educazione dei figli, un’educazione ferma fondata sulla Fede.

Aldo visse la sua fanciullezza in un modo che definirei normale. Era amante dello sport, della vita all’aria aperta, della natura. Non amava assolutamente il chiasso delle compagnie, rifiutava di trascorrere il tempo al cinema o chiuso nei locali pubblici. Pur essendo vivace ed estroverso, si notava in lui sin dalla prima giovinezza un’attrazione verso il silenzio e un’avversione chiara verso la mondanità.

Scriveva così alla famiglia all’età di 19 anni: “Quasi tutti amano la città, cinema, teatri e chiassose compagnie; io alla città preferisco la montagna, al cinema e al teatro preferisco lo spettacolo dell’alba e del tramonto. Di ciò sono felice; il mio amore verso la natura e verso la montagna è tanto grande, cari genitori, che nemmeno Voi lo potete immaginare”.

Completò gli studi di perito elettrotecnico all’istituto Galileo Galilei di Genova con il desiderio di iscriversi alla facoltà di Ingegneria.

Poco dopo arrivò la chiamata alle armi e Aldo partì per la caserma di Casale Monferrato, dove iniziò il suo percorso di soldato semplice. Diventò poi caporale, sergente e infine ufficiale, dopo il trasferimento nella caserma di Caperana. La formazione militare che ricevette in quel luogo (che oggi ospita la Scuola delle Telecomunicazioni delle Forze Armate) sarà fondamentale per la vita che di lì a poco avrebbe iniziato in montagna.

Dopo l’8 settembre, Bisagno prese la decisione di darsi alla macchia. Quali furono le sue motivazioni?Essendo di area cattolica, come erano i suoi rapporti con i reparti legati al Partito comunista? Ci può tracciare il suo ruolo nella Resistenza ligure?

Aldo intuì immediatamente dopo l’armistizio, che la caserma di lì a poco sarebbe stata occupata dalle truppe straniere. Nascose pertanto le armi nel giardino di una canonica con il pieno appoggio di un parroco di Chiavari, sgravandolo prima da qualunque responsabilità nel caso in cui le cose non fossero andate come previsto.

Aurelio Ferrando (“Scrivia”), in una delle numerose testimonianze di cui disponiamo, afferma che la maggior parte dei giovani che salirono in montagna avevano un’età compresa tra i 18 e i 25 anni.

Non avevano pertanto alcuna formazione politica e nulla sapevano in merito. L’inganno dell’ideologia si insinuò successivamente tra le fila partigiane, con l’indottrinamento da parte dei commissari politici inviati dal Partito comunista. Bisagno prese posizioni nette nei confronti del fenomeno, che definì un “inganno ai giovani saliti in montagna per combattere per la libertà”.

Sono certo che Aldo riuscì a rimanere un uomo libero grazie alla sua fede e ad intravvedere in quella subdola alternativa, proposta ai giovani quale baluardo di libertà, un tremendo inganno.

Lascio immaginare ai lettori cosa potesse comportare questa intuizione seguita da prese di posizione nette al fine salvaguardare gli uomini che in lui avevano riposto completa fiducia.

Preferisco non essere io a definire il ruolo di Bisagno nella Resistenza ligure. A farlo in modo preciso furono i suoi uomini, e paradossalmente una spia fascista di Alessandria, parte del cui rapporto emerge nel film documentario “Bisagno” di Marco Gandolfo. Quest’uomo, infiltratosi nel comando zona, mirava a fornire precise e complete informazioni ai suoi capi, al fine di neutralizzare la Divisione.

Fece un resoconto precisissimo della personalità e dell’operato di tutti i principali attori della formazione e descrisse Bisagno come il vero elemento ostativo ai loro disegni. Lo definì “il cemento della formazione”, colui che “tiene uniti gli uomini”. Questo documento, interessantissimo, fa emergere chiaramente il dualismo che si era creato a seguito delle infiltrazioni partitiche: “Vi è quindi un dualismo: Bisagno da una parte e comunisti dall’altra”.

Da ciò che racconta, sembra evidente che la forza ispiratrice di Bisagno fu la sua grande fede cattolica. Lei ravvede nel suo antenato tracce di santità?

L’anima di tutto l’operato di Aldo fu la sua fede in Cristo. Fu quella che guidò ogni sua azione.

Facciamo attenzione però a non attribuire al termine “cattolico” un significato politico che vada a contrapporsi ad altre ideologie. Sarebbe decisamente sbagliato. Chi segue Cristo diventa inevitabilmente elemento di contraddizione, diventa scomodo al mondo, ma non perché lo abbia deciso a priori.

La Fede di Aldo è semplice, genuina, abbraccia e infiltra ogni cosa. Il suo abbandono in Dio è sempre presente, in ogni sua azione, in ogni sua lettera. Mai però diventa proselitismo o contiene tracce di buonismo o di compromesso. È una questione intima personale, ma che abbraccia ogni suo gesto, al punto che altri uomini affascinati dal suo comportamento gli chiesero di più, domandarono a lui il perché di alcuni accadimenti, comportamenti e prese di posizione.

È qui il cuore della “rivoluzione” che compie un santo, che poi è l’unica autentica via possibile. Illuminare inconsapevolmente chi lo circonda di una luce che non gli appartiene, ma che affascina, trascina e al contempo lo trascende.

È il caso di Sergio Piombelli (“Fiore”), un giovane partigiano ateo che, dopo aver chiesto due colloqui con Bisagno chiese il Santo Battesimo prima di essere fucilato nel bosco delle Paie a Calvari.

Gli uomini erano affascinati anche dalla sua purezza fisica, che non ostentava mai, ma che “traspariva da ogni suo gesto” racconta uno dei suoi uomini.

Vi sono molti altri episodi analoghi, arrivati a noi, che confermano quanto Aldo sia stato docile alla Grazia sin dalla più tenera età.

Per Bisagno era chiaro che l’impegno della Fede e l’impegno politico, perfino militare, non solo non erano contraddittori, ma si ispiravano a vicenda. Cosa disse o scrisse il suo antenato a questo riguardo?

Non è semplice rispondere a questa domanda in modo esaustivo.

Aurelio Ferrando (“Scrivia”) in una sua testimonianza affermava testualmente: “Ciò che più mi colpiva di Aldo è che quando mi trovavo con lui, notavo che metteva tutto il suo impegno e le sue forze nel fare al meglio ciò che in quel dato momento gli era chiesto fare”.

Una sera, in cui i soldati della caserma di Caperana erano in libera uscita, Aldo invece di andare a passeggio con loro per la città di Chiavari, si fece chiudere in armeria. Doveva infatti nei giorni seguenti istruire i suoi uomini sulla manutenzione delle armi, e quella sera volle imparare a smontare e rimontare un’arma al buio.

Riteneva importante avere e trasmettere la padronanza di una manutenzione di emergenza che in determinati contesti poteva essere di vitale importanza. È un particolare a mio parere molto significativo.

Abbiamo altresì testimonianza da parte di don Giuseppe Pollarolo, un sacerdote che lo confessava regolarmente in montagna, che il suo rapporto con le armi era dilaniante. La consapevolezza di cosa volesse dire usare un’arma lo dilaniava, gli creava una sofferenza immensa, che peraltro non poteva lasciar trasparire ai suoi uomini per ovvi motivi.

In merito all’impegno politico la questione è delicata.

Vi sono rapporti ai distaccamenti chiarissimi in merito, in cui Bisagno invitava gli uomini a ragionare con la propria testa e a non lasciarsi ingannare da “nuove forme di fascismo che rivivono tra le file partigiane sotto altri nomi”.

Aldo non aveva un partito. Bisagno lottava per liberare la Patria dall’invasore, di politica, diceva, se ne sarebbe parlato a guerra finita e senza armi in mano… Sempre don Pollarolo affermava: “Gastaldi sapeva bene che con le armi in mano era facile a pochi imporre con la forza un’idea, un partito, un’ideologia”.

Viviamo un tempo in cui amare il proprio Paese e lottare per la Patria, viene fatto passare da una concezione deviata di democrazia quasi come una forma di intolleranza e mancata apertura verso il prossimo.

Parlando dei martiri di Otranto nel 1980, S. Giovanni Paolo II disse: “I Beati Martiri ci hanno lasciato – e in particolare hanno lasciato a voi – due consegne fondamentali: l’amore alla patria terrena; l’autenticità della fede cristiana. Il cristiano ama la sua patria terrena. L’amore della patria è una virtù cristiana”.

Papa Wojtyla ci ha mostrato quanto bella e grande possa essere la memoria viva delle proprie radici nazionali, quante energie spirituali e umane sprigioni. E ci ha fatto capire che avere una forte identità non significa affatto intolleranza verso le identità altrui.

La fine di Bisagno fu alquanto strana. Ci furono accertamenti, indagini?

Sulla morte di Aldo vi sono certamente fondati dubbi. Sono certo che Dio permetterà un giorno di fare luce anche sulla sua tragica fine.

Oggi però guardiamo alla sua vita, alla semplicità, purezza e bellezza della sua testimonianza di fede, dalla quale nasce tutto il suo agire. Scopriremo insieme alla drammaticità del suo vissuto, alcune perle di una bellezza immensa.

A questo proposito, consiglio a chiunque voglia approfondire la conoscenza di questo giovane uomo la visione del film documentario BISAGNO di Marco Gandolfo.

Un lavoro meraviglioso, serio, documentato e ricco di testimonianze dirette, dal quale emerge in modo chiaro e soprattutto vero il suo vissuto.

Categoria: Giugno 2018

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