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La tradizione minacciata. La crisi dell’identità nello spazio pubblico europeo contemporaneo

 

di Renato Cristin

 

Si fa sempre più incalzante la sensazione che il nostro mondo stia sprofondando nel caos: caos politico, caos culturale, caos sociale, caos intellettuale, perfino caos religioso ed ecclesiastico. Questo caos è circostanziale? Passeggero? È l’esito inevitabile del divenire storico dei nostri tempi? Oppure è una tattica studiata ad arte da certi ambienti di potere per meglio gestire la situazione? È questo ultimo il parere di Renato Cristin, professore di ermeneutica filosofica all’Università di Trieste, che all’argomento ha dedicato un recente libro: «I padroni del caos» (Liberilibri, Macerata 2017, 447pp).

 

Il Novecento è passato sull’esistenza storica degli europei come un ciclone: all’inizio ha modificato numerosi assetti nazionali che si erano consolidati nel corso dei due secoli precedenti, sconvolgendo o risistemando, a seconda dei casi e dei punti di vista, la vita dei popoli (la disgregazione dell’Impero austro-ungarico ne è l’esempio più vistoso), poi ha instaurato due totalitarismi assolutamente criminali come il comunismo e il nazionalsocialismo, che hanno schiacciato nazioni ed etnie, religioni e culture in nome di follie ideologiche che, sicuramente per quanto riguarda il comunismo, non sono ancora state del tutto debellate. In seguito, la progressiva edificazione di un progetto in sé nobile e giusto, cioè l’unione fra gli Stati europei, ha prodotto in ciascun popolo un effetto positivo per la consapevolezza di appartenere alla grande famiglia continentale, ma con l’unificazione europea si è avuto anche l’effetto negativo rappresentato dall’avvento di quella struttura accentratrice che è l’Unione Europea, con i suoi apparati operativi, funzionali ed efficaci ma tendenzialmente dispotici, a partire dalla Commissione.

Se con il primo effetto i popoli hanno accresciuto il loro senso di identità nel più ampio spazio identitario europeo, con il secondo essi hanno misurato la volontà delle istituzioni comunitarie di annullare quanto possibile le nazioni e di arrivare alla liquidazione dei popoli, ovviamente non fisica ma identitaria. In tutta questa sequenza di eventi, a farne le spese sono state dunque la tradizione e l’identità dell’Europa, dei suoi popoli e delle sue nazioni. (1)

Nella sfera pubblica, istituzionale e civile, dell’Europa attuale, la tradizione è stata lasciata sopravvivere in forme più folkloristiche che spirituali e religiose, perché le prime sono più facilmente assimilabili da fattori esterni ed estranei che dovessero essere introdotti nello spazio europeo, mentre le forme dello spirito, in quanto più intensamente radicate nell’esistenza storica e più direttamente collegate con le idee e con i valori, ovvero con le strutture profonde della civiltà europea, rappresentano un intralcio per eventuali (ma già ben profilatisi) tentativi di dispersione e di sostituzione dell’identità idonei a un maggiore controllo ossia a una più arcigna limitazione dei popoli e delle loro legittime istanze, sociali o culturali.

Dinanzi a questo quadro piuttosto deprimente, che lascia intravedere un futuro decisamente fosco, credo che gli svariati e plurali orientamenti legati alla convinzione che l’identità vada difesa con ogni mezzo, debbano elaborare un insieme teorico in grado di reagire a questa deriva spirituale, culturale e sociale. Come contributo a questa elaborazione, la mia proposta, cui qui posso soltanto accennare, consiste in una teoria che si fonda su due perni, il primo teoretico e il secondo pratico: la riaffermazione dell’identità e la rigenerazione della tradizione.

Oggi, la posta in gioco intorno all’Europa è di portata globale, perché il ruolo che il nostro continente potrà avere nello scenario planetario dipenderà non solo dalla sua entità economica ma anche dalla sua identità culturale, sociale e politica. Perciò sull’Europa si sono concentrate forze eterogenee che – difendendo interessi ideologici ed economici, interessi cioè di potere, diversi da quelli tradizionali europei, divergenti dalle necessità storicamente consolidatesi e attualmente visibili dei popoli del continente – vogliono non tanto indebolirla economicamente, quanto trasformarne le strutture originarie e di lunga durata, disintegrarne le coordinate culturali, modificarne la composizione sociale, religiosa e perfino etnica, in una parola: distruggerne l’identità.

Come ho avuto modo di esporre dettagliatamente nel libro sopra citato, una reazione liberal-conservatrice ancorata alla nostra tradizione spirituale e religiosa dovrebbe individuare un punto di convergenza e di partenza che non è più differibile, pena la progressiva scomparsa della nostra stessa identità. A tal fine, si tratta di ribadire «una centratura storico-culturale tradizionale e una ri-attestazione identitaria europea e occidentale, la cui esigenza va espressa in una tesi che racchiuda la riflessione su ciò che è proprio di una cultura come carattere primario della pur aperta relazione con le culture estranee, e come alternativa sia al multiculturalismo sia a quell’enfasi filosofica e sociopolitica che ha forgiato il mito sessantottesco e postmoderno dell’altro e dell’alterità». (2)

La riaffermazione della tradizione deve dunque avvalersi anche della critica di quell’agglomerato teorico riassumibile nel titolo di pensiero dell’alterità, di quel coacervo di tendenze e di discipline che, provenendo dalle linee teoriche della composita galassia della sinistra europea e occidentale, ha plasmato le coordinate con cui ci si dovrebbe rapportare all’altro extra-europeo. In questo schema concettuale e procedurale, che è una delle stampelle su cui si regge la vasta operazione di aggressione allo spirito europeo a cui stiamo oggi assistendo, la spinta anarchico-decostruzionistica erede del nihilismo sessantottino si è saldata con l’intento funzional- burocratistico da cui è animata l’odierna azione politica.

Il potere nell’attuale guida dell’Europa viene infatti esercitato in forma meramente tecnocratica, perché la politica ha abdicato al suo compito classico, e nella sua essenza sempre valido, di concretizzare sul piano pragmatico le esigenze, da quelle più semplici a quelle più elevate, dei popoli che da essa dovrebbero sentirsi rappresentati. Assistiamo a un esercizio del potere che, mirando solo ad autoriprodursi, soffoca legittimità nazionali e valori tradizionali, spargendo disordine nella società e al tempo stesso tentando di imporre un regime per quanto concerne le opinioni, che non si fa carico della responsabilità politica in senso alto, negando così le origini metafisiche e, in questo senso, religiose dell’agire politico, dalle quali nacque la sacralità anche nella dimensione laica e nella vita pubblica in generale. Annullare il sacro significa distruggere l’essenza dello spirito europeo e cancellare il senso teleologico insito nella storia europea, del quale la tradizione – religiosa e culturale – è la custode.

Tradizione significa (e implica) ordine, non immutabile ma strutturale. Nulla è immutabile sulla terra, e tuttavia nelle trasformazioni vi sono alcune costanti. La storia dell’Occidente, per esempio, si è svolta lungo assi precisi e riconoscibili, nel succedersi delle generazioni e nell’intersecarsi delle popolazioni, nel percorso di assestamento delle nazioni e nell’intreccio delle loro relazioni, che spesso sono state, purtroppo, conflittuali e perfino belliche. Quando però i cambiamenti toccano l’essenza e non più soltanto le forme, si colpiscono quelle strutture portanti da cui dipende l’essere europeo stesso, l’essere cioè dell’uomo europeo in un certo modo piuttosto che in un altro. Perciò l’attacco, da parte dei fautori dell’alterità psico-spirituale e dell’alterazione dei fondamenti su cui si reggono i popoli europei, doveva necessariamente investire le articolazioni originarie di questi popoli, cioè la loro identità, la loro tradizione.

La tradizione pone dunque un problema agli attuali eurogovernanti; li pone dinanzi a una responsabilità che essi non vogliono assumersi, perché ritengono che, paradossalmente, sia più facile gestire il caos che l’ordine. Infatti, il caos implica una frammentazione generale, dei princìpi e dei valori, delle idee e delle opinioni, delle strutture mentali e delle forme sociali, e permette l’indebolimento e la liquidazione dell’identità, mentre l’ordine esige continuità, nei confronti della storia e della spiritualità, nei confronti dell’origine e dei suoi sviluppi. E poiché l’origine dell’Europa risiede nell’articolazione spirituale fra grecità e latinità, cristianesimo ed ebraismo, prendersi cura della continuità di questa complessa essenza originaria significa sostanzialmente rispettare la tradizione, riporre fiducia nelle sue possibilità interne di rinnovamento senza snaturarla, senza cioè costringerla a subire mutazioni indotte da quegli interessi, più sopra delineati, per i quali la coscienza identitaria è un ostacolo da abbattere. Il caos è dunque la conseguenza della negazione della tradizione e la premessa per la continuità di questa operazione anti-identitaria.

L’Europa oggi si trova sotto il segno del caos, per una volontà di snaturamento generalizzato, in parte intenzionale e in parte inconsapevole, la cui genesi si trova, purtroppo, all’interno dell’Europa stessa. Ed è quindi al suo interno che va trovata la soluzione a questo dramma che si sta consumando sotto ai nostri occhi: la tragedia della deculturazione, della de-identificazione del nostro continente. È difficile convincere le istituzioni comunitarie e quelle dei singoli Stati che la strada da esse imboccata conduce alla distruzione, e tuttavia, dopo aver svolto l’analisi critica del loro operato, questo tentativo è l’unica possibilità che resta a chi, movimenti politici o culturali e singole persone, ha a cuore il destino della nostra civiltà. Ciò che serve è un atto di orgoglio per quanto essa ha prodotto, in quasi tre millenni di storia, in tutti gli ambiti della vita umana e, in particolare, in quello in cui la politica si intreccia con la cultura e con la religione, nel quale cioè maggiormente si esprime la nostra identità e sono maturati i frutti della tradizione. Un appello per l’identità, da rivolgere non solo alle istituzioni politiche ma anche a quelle della religione cristiana, e in particolare alla Chiesa cattolica, che da alcuni anni ha obliato la tradizione europea in favore di un terzomondismo incompatibile con essa, introducendo in Europa quella sinistra teologia della liberazione che tanti danni ha causato in America Latina non solo al cristianesimo ma anche alla società in generale. Questo appello non è un’aspirazione velleitaria, ma un progetto concreto e realizzabile di ripresa della nostra tradizione identitaria, un progetto culturale, politico, filosofico e religioso: l’euroidentitarismo si colloca pienamente sul piano politico tradizionale e rappresenta, sul piano spirituale e culturale, la nuova forma, rigenerata e attualizzata, del conservatorismo.

1. Queste riflessioni si collegano alle tesi sviluppate nel mio libro «I padroni del caos», Liberilibri, Macerata 2017. 2. Ivi, p. 14.

Categoria: Giugno 2018

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