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Gli iGen: nuove sfide per Chiesa e società

 

Chi non ha visto gruppi di giovanissimi incollati ai propri iPhone, incuranti del mondo che li circonda? Cosa passa loro per la testa? Quali sono i loro interessi, le loro passioni, le loro preoccupazioni? Come si divertono? È vero che studiano meno? Uno studio rivela alcuni aspetti sorprendenti della nuova generazione.

 

Jean M. Twenge è una docente di psicologia dell’adolescenza presso l’Università di California a San Diego. Con meticolosità tutta anglosassone, da anni studia il passare delle generazioni negli Stati Uniti: dai “baby boomer” (i nati tra il 1946 e il 1964), alla “generazione X” (1965-1979) ai “millennial” (1980-1994). Finora, tutti gli indicatori psicologici e sociali mostravano cambiamenti gene- razionali graduali. All’improvviso, intorno al 2012, gli indici hanno cominciato a oscillare all’impazzata. Mentre alcuni – come l’indice dei suicidi – sono schizzati in su, altri – come l’indice di soddisfazione per la propria vita – sono invece crollati. Niente sembra come prima.

Cosa è mai successo nel 2012?

Dopo aver scartato una ad una le ipotesi alternative, la professoressa Twenge è arrivata a una conclusione sorprendente: “Il biennio 2011-2012 è stato quello in cui la maggioranza degli americani ha cominciato a utilizzare i telefoni cellulari in grado di connettersi a internet”. Agganciandosi anche alla ricerca di altri studiosi, Twenge ha coniato il termine “iGeneration” per riferirsi alla generazione post-millennial: “La iGeneration è stata la prima generazione a raggiungere l’adolescenza con uno smart- phone già in mano, e questo è un fatto importantissimo, con ripercussioni di vasta portata”.

Frutto delle sue ricerche è il libro, recentemente pubblicato da Einaudi, «Iperconnessi. Perché i ragazzi oggi crescono meno ribelli, più tolleranti, meno felici e del tutto impreparati a diventare adulti». Le sue, va sottolineato, non sono elucubrazioni, bensì analisi scientifiche basate su dati analitici. L’opera è corredata da ben novantacinque grafici, frutto di altrettanti studi scientifici.

Twenge sintetizza le caratteristiche di questa generazione con otto “i”: immaturità, iperconnessione, incorporeità, instabilità, isolamento e disimpegno, incertezza e precarietà, indefinitezza, inclusività.

 

Immaturità

La prima cosa che salta agli occhi negli adolescenti dell’iGen è la loro immaturità. Crescono con lentezza, ci mettono più tempo ad accettare le responsabilità e i piaceri dell’età adulta. Può sorprendere, ma i teenager iGen si concedono di rado un’uscita tra coetanei. Hanno quindi meno occasioni di sperimentare il senso di libertà che nasce dal trovarsi fuori casa senza i genitori. I diciottenni di oggi escono meno di casa di quanto non lo facessero i tredicenni di qualche anno fa.

Chi di noi non ricorda la sensazione di libertà e indipendenza quando abbiamo cominciato a guidare una macchina. Ebbene, oggi gli iGen preferiscono essere portati in giro dai genitori. Sempre meno adolescenti prendono la patente.

Un altro dato sorprendente: rispetto ai loro coetanei delle generazioni precedenti, i teenager iGen hanno meno esperienza del sesso. Presi dallo smartphone, hanno una quantità di interazioni in carne e ossa non sufficienti a tessere relazioni sentimentali che possano portare al sesso. Di conseguenza, il tasso di natalità tra i teenager si è più che dimezzato negli ultimi vent’anni. Anche l’età del matrimonio, o comunque della convivenza e, dunque, dei figli si progetta sempre più in avanti.

Ancora un dato: il numero di adolescenti che hanno la chiave di casa è crollato. Qualche anno fa era normale per un tredicenne avere la chiave, il che gli permetteva di andare in giro in modo indipendente. Oggi, il 71% degli adolescenti non possiede la chiave di casa. Provano sempre meno gusto nell’uscire, preferendo invece restare a casa incollati allo schermo.

Collegato a questo, ecco un altro dato sorprendente: sempre meno adolescenti fanno le ferie. E chi li trascorre è normalmente in famiglia. Non, però, per divertirsi: mentre gli adulti si divertono, per esempio al mare, loro preferiscono chattare su internet.

Nel 1980, il 70% degli adolescenti aveva un lavoretto estivo. Questa percentuale è crollata al 43%.

Un dato che sembrerebbe positivo ma è, invece, segno di immaturità: gli iGen consumano alcol sempre di meno. Dagli anni ottanta, il numero di diciottenni che consuma alcol regolarmente si è dimezzato.

Tutto questo, secondo la professoressa Twenge “è un indizio del rallentato sviluppo degli adolescenti iGen. Nel bene e nel male, gli iGen non hanno fretta di crescere. (…) L’infanzia si prolunga perché gli adolescenti sono trattati come bambini. (…) L’intera traiettoria dello sviluppo è rallentata. (…) Invece di un preludio alla maturità, l’adolescenza è diventata un’estensione dell’infanzia”.

 

Instabilità

Tutto ciò non avviene senza gravissimi ricadute sulla salute mentale degli adolescenti. “Questa generazione è sull’orlo della più grave emergenza di salute psicologica giovanile da decenni”, sentenzia la dottoressa Twenge.

“Con l’arrivo dell’iGeneration – scrive la docente di psicologia – la felicità dei teenager è cominciata a vacillare. (…) Mentre i ragazzi trascorrono sempre meno tempo con gli amici in carne e ossa e sempre più tempo con lo smartphone, la loro soddisfazione di vita cala a una velocità impressionante. (…) Il colpevole è lo smartphone poiché accresce la solitudine”.

I sintomi depressivi negli adolescenti sono aumentati in maniera vertiginosa: “I dati dei sondaggi sono raggelanti”.

Uno studio mostra, per esempio, che gli studenti universitari più attivi su Facebook sono anche i più depressi. Facebook, e in generale i social, mostrano un’immagine delle persone lontana dalla realtà. A vedere certi profili, si direbbe che la persona è felice e soddisfatta. Invece, constata la Twenge, “ottimismo e sicurezza online nascondono una profonda vulnerabilità e perfino la depressione”.

“Se volevano creare l’ambiente ideale per sfornare persone davvero angosciate, ci sono riusciti – dice Janis Whitlock, ricercatrice della Cornell Univesity – [Gli utenti dei social] sono immersi in un calderone di stimoli da cui non riescono a uscire”.

Dal 2010, il numero di adolescenti che ha avuto un episodio grave di depressione è aumentato del 56%. Gli episodi di autolesionismo sono più che raddoppiati. Il numero di tentati suicidi è aumentato del 43%. Il problema è più accentuato nelle ragazze. Le femmine tra i dodici e i quattordici anni che si sono tolte la vita nel 2015 sono il triplo rispetto al 2007. Il consumo di antidepressivi è più che raddoppiato dal 1990 fino a oggi.

C’entra anche la diminuzione del tempo del sonno. Un adolescente dovrebbe dormire 8-9 ore al giorno. A causa, però, della maggiore quantità di tempo trascorsa di fronte allo schermo, oggi non dormono più di 6-7 ore, con tutte le conseguenze negative sulla salute, fisica e psicologica.

“Non possiamo affermare con certezza che la colpa sia degli smartphone – scrive la Twenge – ma il tempismo è alquanto sospetto. [In sintesi] più tempo-schermo ha portato direttamente a più infelicità e depressione”.

 

Inclusività

Gli adolescenti iGen sono sempre meno propensi a formarsi e a esprimere giudizi, soprattutto morali. Cresce dunque la tolleranza in materia di orientamento sessuale (LGBT), la non-discriminazione razziale e via dicendo. Dal 2000 si vede un cambiamento radicale nell’atteggiamento verso le persone omosessuali, bisessuali e transgender. Perfino tra gli adolescenti che mostrano una propensione conservatrice in politica (voterebbero il Partito Repubblicano), la tolleranza nei confronti degli LGBT è in continuo aumento.

Di conseguenza, cresce esponenzialmente il numero di adolescenti che ha avuto esperienze omosessuali. Tra le ragazze, l’indice è quasi quadru- plicato dal 1989.

 

Metti giù il telefono

Quando, nel 2010, il New York Times intervistò Steve Jobs, cofondatore e amministratore delegato dell’Apple, gli domandò se ai suoi figli piacesse l’iPad. “Non l’hanno ancora usato – rispose Jobs – A casa i nostri figli possono usare la tecnologia solo entro certi limiti”.

Per quanto scioccante sia, il fatto è che i big della high-tech non usano indiscriminatamente la tecnologia da loro stessi inventata e commercializzata né, tantomeno, la lasciano usare ai propri figli. Essi sono ben consapevoli dei rischi che ciò comporta.

Jean Twenge nell’ultimo capitolo del suo libro – intitolato “Capire e salvare gli iGen” – propone diverse soluzioni: monitorare gli account dei propri figli, ecc. Tutte, però, sono meramente palliative. La soluzione? Molto semplice: “Esiste un modo semplice e gratuito per migliorare la salute mentale: mettere via il telefonino e fare qualcos’altro”.

Più che protagonisti, gli adolescenti iGen sono vittime delle nuove tecnologie. Tutti gli studi mostrano che una porzione consistente di essi ne farebbe a meno se solo potesse staccarsene. “La vita è più bella offline. Tutti lo sappiamo”, diceva una ragazzina quattordicenne. Purtroppo, la dittatura della connessione è così soggiogante, che pochi riescono a sottrarsene.

Tutto questo suppone una sfida senza precedenti per la Chiesa: come predicare il vangelo a una generazione iperconnessa e sempre meno capace di raziocinare?

Categoria: Dicembre 2018

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