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Don José Garibaldi, ciudadano peruano

 

di Augusto de Izcue

Si suole rilevare il fatto che Giuseppe Garibaldi fosse nizzardo e che, di solito, non comunicasse in italiano. Il fatto è che egli non avrebbe potuto nemmeno essere considerato europeo, avendo rinunciato nel 1851 alla cittadinanza savoiarda per assumere quella peruviana.

 

A differenza delle ex-colonie spagnole in America che, con la sola eccezione del Messico, si erano frantumate in decine di repubbliche più o meno liberali, i possedimenti portoghesi erano invece rimasti uniti sotto l’egida di Dom Pedro I, fondatore del gigantesco Impero brasiliano. Approfittando della minore età del suo successore, Dom Pedro II, nel 1835 scoppiò la cosiddetta “Guerra dos Farrapos” (Guerra degli stracci), una ribellione nella provincia di Rio Grande do Sul (capitale, Porto Alegre) di carattere repubblicano e separatista alla quale presero parte alcuni immigrati italiani, affiliati alla Carboneria. I suoi seguaci erano chiamati farroupilhas, straccioni.

Inizialmente vittoriosa — nel 1836 venne perfino proclamata un’effimera Repubblica Rio-Grandense — questa ribellione fu successivamente stroncata dalle truppe imperiali, in una guerra per terra e per mare. La Repubblica venne sciolta e la pace sancita nel 1845 dal Trattato di Poncho Verde. Bisogna registrare che questo conflitto ebbe anche carattere di guerra civile, poiché i monarchici riograndensi combatterono con gli imperiali.

Nel 1837, nella prigione Santa Cruz di Rio de Janeiro, Livio Zambeccari, massone aderente alla Giovine Italia nonché segretario della Repubblica riograndense, incontrò un giovane esiliato ligure chiamato Giuseppe Garibaldi desideroso di partecipare alla ribellione insieme ai “fratelli”. Presentandosi come esperto marinaio, Garibaldi chiese e ottenne subito una “patente di corsa”, cioè un’autorizzazione per dare la caccia e affondare le navi imperiali. In altre parole, per fare il pirata. Garibaldi ottenne il comando della lancia Mazzini, dando inizio alla sua avventura farroupilha, nella quale accumulò praticamente solo sconfitte di fronte alla Marina Imperiale.

Dopo la disfatta finale dei riograndensi, Garibaldi fuggì in Uruguay con alcuni sopravvissuti. Per strada sequestrarono un carico di stoffa rossa con cui confezionarono le camicie che poi contraddistinsero i suoi seguaci. In Uruguay era in corso una guerra civile che opponeva il governo costituzionale di Manuel Oribe a quello de facto di Fructuoso Rivera, appoggiato dall’Inghilterra.

Garibaldi si mise al servizio degli interessi britannici, ottenendo il comando di una flotta, ma venne sconfitto dall’ammiraglio Guillermo Brown nella battaglia del fiume Paraná. Finita prematuramente la sua carriera marinara, Garibaldi formò la “Legión Italiana”, tristemente nota per gli efferati saccheggi, dei quali lo stesso Garibaldi si vantava chiamando anzi i suoi mercenari “virtuosi saccheggiatori”. Si calcola che fu col frutto di questi saccheggi che egli comprò Caprera.

Nel corso di questa guerra Garibaldi riuscì anche a fare le “prove generali” dello sbarco a Marsala, prendendo d’assalto la città di Colonia nel 1845, con l’appoggio delle flotte britannica e francese.

È interessante notare che, mentre in Europa Garibaldi caldeggiava l’unificazione dell’Italia, in Sudamerica egli lottò invece per la frammentazione delle antiche colonie spagnole e portoghesi. Ciò solleva il sospetto che il suo disegno unitario non fosse tanto patriottico quanto strumentale alla diffusione del giacobinismo.

 

Don José Garibaldi

Esiliato ancora una volta dall’Italia, nel 1851 Garibaldi giunse in Perù proveniente dall’America Centrale. Prima di arrivare alla capitale Lima, egli fece scalo nel porto di Paita, dove incontrò Manuelita Sáenz, amante ormai appassita del “Libertador” Simón Bolívar. Tutti gli storici, tra cui Victor von Hagen («Las cuatro estaciones de Manuela», Sudamericana, 1989), coincidono nel sottolineare l’importanza di questo incontro. Garibaldi passò un’intera giornata ad ascoltare il racconto delle gesta di Bolívar, massone e giacobino come lui, da chi le aveva vissute in prima persona, si commosse fino alle lacrime e trasse dall’esperienza un rinnovato slancio nei suoi aneliti rivoluzionari.

In Perù v’era una fiorente colonia italiana. Dei centomila abitanti della capitale Lima, ben cinquemila erano italiani, e soprattutto liguri. Pullulavano cellule della Giovine Italia, della Carboneria e della Massoneria. Molti, infatti, vi si erano trasferiti, oltre che per tentare fortuna anche per gustare l’aria di libertà nella giovane repubblica peruviana. Arrivato a Lima, Garibaldi venne subito accolto in questo ambiente. Tramite un cugino di Mazzini, Manuel Solari, anch’esso immigrato in Perù, Garibaldi viene messo sotto la protezione del ricco, commerciante ligure Pietro Antonio Denegri Vasallo.

È curioso notare come sia una costante nella vita di Garibaldi la facilità con la quale, ovunque, trovasse gente disposta ad aiutarlo, a finanziarlo, a appoggiarlo e perfino a proteggerlo. Il ché scalfisce non poco la sua fama di “eroe”, visto che il vero eroe è colui che supera difficoltà apparentemente insormontabili, e non colui che trova davanti a sé strade sempre spianate. Questa gente, oltre all’appoggio, offriva anche consigli che orientavano la vita del rivoluzionario. Nella sua «Historia cronológica del Perú 1850-1878», lo storico peruviano Lázaro Costa Villavicencio racconta, per esempio, l’incontro di Garibaldi a Lima con lo studioso milanese Antonio Raimondi che gli disse con tono profetico: “Il destino vuole che Lei sia il liberatore dell’Italia”.

A Lima Garibaldi lasciò un’immagine di tipo violento e vendicativo, soprattutto quando era in ballo il suo smisurato ego. Il celebre scrittore peruviano Ricardo Palma racconta un tipico episodio di iracondia garibaldina, del quale fu testimone. Il giornalista Carlos Ledos, di “El Correo de Lima”, si era permesso di criticare Garibaldi. Cieco di rabbia, questi si presentò nella redazione del giornale e prese Ledos a bastonate, lasciandolo sanguinante e tramortito. Portato in carcere con l’accusa di lesioni aggravate, egli se la cavò solo grazie alla puntuale intercessione del Console di Sardegna Giuseppe Canevaro, un noto monarchico.

Questo episodio fece riflettere Garibaldi, aiutandolo a convincersi che doveva fare un patto con la monarchia sabauda, per portare avanti i suoi disegni rivoluzionari. Più tardi, nel 1854, egli inviò una lettera a Mazzini cercando di convincerlo di accantonare, almeno per il momento, gli aneliti repubblicani, e di appoggiare invece la politica di Vittorio Emanuele II. Pietro Denegri aveva una piccola flotta con la quale commerciava con l’Oriente. Egli offrì a Garibaldi il comando della “Carmen”, di 400 tonnellate. A tal fine, Garibaldi dovette però rinunciare alla sua cittadinanza savoiarda per assumere quella peruviana. Appena quindici giorni dopo il suo arrivo a Lima — la burocrazia si faceva veramente in quattro per questo nizzardo! — il capitano Manuel de la Haza (massone affiliato alla Loggia “Concordia Universal 2” del Callao) — rilasciava la patente di capitano a “Don José Garibaldi, natural de Génova (sic) y ciudadano peruano”.

 

Garibaldi trafficante di “semi-schiavi”

Fioriva in Perù il commercio del guano, prodotto dalle deiezioni degli uccelli marini sulle isole e allora molto pregiato come fertilizzante. Il lavoro era durissimo e le condizioni igieniche pessime. Gli imprenditori, per lo più stranieri, erano costretti a utilizzare lavoro schiavile. Fu così che, dal 1849, cominciò a svilupparsi l’importazione di contadini cinesi, chiamati coolie, destinati alle isole. Un articolo dell’“Illustrated Times” di Londra, del 5 marzo 1859, racconta di condizioni così inumane che i coolie si suicidavano in massa. La minima mancanza di disciplina era castigata con 24 colpi di frusta. Il già menzionato Ricardo Palma, testimone oculare, racconta che i coolie avevano le spalle lacerate: non appena le ferite di un castigo cominciavano a rimarginarsi, erano di nuovo flagellati.

Nell’ottobre 1851, Pietro Denegri affidò a Garibaldi un carico di guano per l’Oriente. Dopo aver imbarcato la merce al sud, Garibaldi partì dal Callao il 10 gennaio 1852 con destinazione Manila e Canton, facendo ritorno il 28 gennaio 1853 con un carico di coolie per le aziende del guano.

I difensori di Garibaldi, specialmente le logge massoniche peruviane, cercarono di scagionare il loro “fratello” affermando trattarsi non di schiavi ma, in realtà, di “traffico di semi-schiavi destinati a essere venduti alle aziende” (“Un masón peruano llamado Garibaldi”, Gran Logia Occidental del Perú, 28 giugno 2008). A noi, francamente, ci sfugge la sfumatura...

Con grande sollievo dei limensi, sempre più turbati dall’irrequieto personaggio, Garibaldi rientrò in Italia nel 1854, dove ovviamente seppelì i suoi documenti peruviani. Il resto è storia.

Categoria: Dicembre 2018

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