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Francia: gilets jaunes: sintomo di un malessere

di François Gillaume

 

Apparso sulla scena politica francese ed europea nell’ottobre 2018, il movimento dei gilets jaunes continua a stupire. È di destra? Di sinistra? È fine a sé stesso, oppure sintomo di qualcosa di più profondo?

 

Il movimento dei cosiddetti gilets jaunes ha monopolizzato le attenzioni della politica francese da quando è esploso nell’ottobre 2018. Si è perfino parlato di una nuova Rivoluzione francese, o una nuova Rivoluzione sessantottina. Impossibile abbozzarne una radiografia completa. Il movimento è assai complesso, in realtà poliedrico. A cominciare dalla dovuta distinzione fra il movimento originale – che ancora sussiste largamente nelle province – e le successive infiltrazioni sinistrorse e perfino anarchiche. Oggi ci sono troppi casseurs (rompi tutto), principalmente nelle grandi città.

Ciò non toglie che si possa intravedere, oltre il movimento, il brodo di cultura dal quale nasce, e che ritrae una Francia in preda a un profondo malaise, del quale è sintomo. I gilets jaunes contano, infatti, sul pieno appoggio dell’opinione pubblica. Commenta lo storico Stéphane Sirot: “Raramente si è visto in Francia un appoggio tanto massiccio dell’opinione pubblica a un movimento sociale. Spesso in Francia c’è benevolenza, al limite una maggioranza stringata, di sostegno ai movimenti sociali di questo tipo. Che esso sfiorasse il 75%, però, non si era mai visto”.

Come spiegare che un paese moderno come la Francia stia affrontando quella che potrebbe diventare una delle peggiori crisi del periodo post-guerra fredda? Alcuni vorrebbero metterla sul classico confronto popolo-élite, in odore di giacobinismo. La realtà è più profonda: si tratta di una rivolta contro le élite che, in concreto, ci hanno governato nell’ultimo mezzo secolo, e che stanno portando la Francia dove essa non vuole andare.

Impressiona dirlo, ma la verità è che, in un momento in cui abbondano più che mai i sondaggi di opinione, nessuno aveva previsto l’esplosione dei gilets jaunes. Ha colto tutti di sorpresa. Cosa vuol dire questo? Molto semplice: anche numeri alla mano, gli analisti sono troppo accecati dall’ideologia per vedere la realtà. Non si può spiegare altrimenti questo madornale abbaglio. Gli analisti si rifiutano di prendere sul serio i dati che hanno in mano semplicemente perché essi vanno contro le loro idee. Quindi, li disprezzano e li ostracizzano. Dovrebbero, invece, farsene una ragione: ormai ampi settori dell’opinione pubblica si sono scollati dalla loro influenza.

Evidenti, i fattori congiunturali. Macron è un presidente debole. Nel primo turno ebbe soltanto il 24% dei voti. Il suo governo è composto da dilettanti allo sbaraglio. L’Assemblea nazionale sembra un fantasma trasparente. Eccetera. Ci sono, però, altri fattori più profondi.

Secondo me, un primo fattore è il trauma – mai rimarginato – degli attentati islamisti nel 2015 e nel 2016. Questi attacchi, i peggiori nel territorio metropolitano, tendono a eclissarsi nel dimenticatoio dei media. Ma non c’è dubbio che abbiano provocato considerevoli effetti psicologici, creando un sentimento di insicurezza cui i governi non hanno saputo rispondere, anche per la mancanza di una seria riflessione sulle cause che li hanno prodotti.

A ciò si somma il crescente malessere di fronte al clima di insicurezza in molte periferie, ormai diventate enclavi musulmane, dove lo Stato francese ha perso ogni autorità. Ogni anno aumentano le Zones urbaines sensibles, meglio note come no-go zones, cioè quartieri dove un europeo non può avventurarsi se non rischiando la pelle.

I gilets jaunes accusano il governo Macron – in realtà, tutti gli ultimi governi – di essere incapace di adempiere alla propria missione.

Un secondo elemento, a mio parere, riguarda la reazione della società francese alla globalizzazione e all’europeizzazione, cioè alla crescente cessione di sovranità all’Unione europea. Ciò ha portato alla concentrazione del potere – economico, culturale, politico, sociale – nelle mani di alcune élite globaliste ed europeiste, a scapito della France de souche (la Francia profonda). È una frattura visibile sul piano territoriale e su quello culturale.

I gilets jaunes si rendono conto che non sono più al centro della società, della sua storia, della sua immaginazione. La valorizzazione delle minoranze politicamente corrette – donne, immigrati, omosessuali e via dicendo – è stata accompagnata da una simmetrica svalutazione della Francia profonda, della Francia reale.

Questo fenomeno è stato accompagnato da una restrizione dello spazio di discussione pubblica. I dibattiti sono ora monopolizzati da una serie di attori i cui interessi e valori coincidono con la visione delle élite globaliste. Questo piccolo mondo delimita il quadro della discussione, segna il campo dell’accettabile e dell’inaccettabile, pronuncia anatemi e scomuniche. È la dittatura del politicamente corretto. Molti francesi hanno cominciato a dire basta!

Sotto mentite spoglie di scientificità, la ricerca attuale serve principalmente a legittimare i dogmi contemporanei. Gli attivisti e i ricercatori sono spesso le stesse persone. Un caso paradigmatico è la teoria di genere.

Un altro fattore che vorrei commentare è il peso eccessivo dello Stato francese.

Per decenni, i governi hanno ridotto l’area in cui ognuno di noi può prendere decisioni libere e assumersi le proprie responsabilità. Alla morte di Georges Pompidou, nel 1974, lo Stato controllava il 29% del Pil. Oggi siamo al 57%. E ciò senza soddisfare nessuno! La realtà è che, dietro una maschera di Stato liberale e democratico, la Francia è diventata un paese socialista.

Questo peso dello Stato toglie competitività all’industria francese. Un imprenditore tedesco, per esempio, è capace di offrire lo stesso prodotto a un prezzo 20% più economico di quello francese, per il minore peso dello Stato. Il declino inesorabile dell’economia è un fattore del malaise che si traduce in movimenti come quello dei gilets jaunes.

Per concludere. Non so quale sarà l’indomani dei gilets jaunes. Una cosa, però, è certa: qualcosa è cominciato a muoversi in Francia. Se non adesso e in questo modo, verrà alla luce domani e in altri modi, con ancor più forza. È interessante notare il fatto che, nonostante alcuni tentativi del Rassemblement national e di altre realtà, a volte straniere, di capitalizzare il movimento, i gilets jaunes non si identificano con Le Pen, né con i settori detti sovranisti. In realtà, nessuno è riuscito finora a mettersi a capo di questa vasta reazione.

Categoria: Marzo 2019

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