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“Politicamente corretto”: verso la nuova Inquisizione postmoderna

 

di Guido Vignelli

La propaganda culturale vuol farci credere che, col crollo del comunismo e la crisi del liberalismo, le ideologie politiche siano decadute. In realtà, almeno una è rimasta in piedi, anzi si sta imponendo come la super-ideologia postmoderna: è quella del “politicamente corretto”. Dopo alcuni saggi di autori stranieri, soprattutto francesi, oggi anche in Italia questo fenomeno è stato analizzato in un saggio che, sebbene fatto con serietà scientifica, si legge con facilità e piacere. Si tratta del libro intitolato Politicamente corretto (Marsilio, Venezia 2018, pp. 210, € 17), scritto dal prof. Eugenio Capozzi, docente di storia contemporanea presso la Facoltà di Lettere dell’Università degli Studi “Suor Orsola Benincasa” (Napoli).

 

Il “culturalmente corretto”

Questo libro parte dalla cronaca contemporanea per documentare l’imporsi della “correttezza politica”, smascherarne l’ideologia implicita e risalirne alle cause storiche: ossia alla rivoluzione culturale partita dal celebre Sessantotto.

In particolare, il prof. Capozzi svela che il “politicamente corretto” presuppone alcune precise e ben note ideologie: ossia il soggettivismo, con il suo culto dell’autodeterminazione, che pretende di eliminare ogni verità, dovere e responsabilità; il permissivismo, con il suo culto della spontaneità, che pretende di giustificare e liberare le passioni più perverse; il multiculturalismo, con il suo culto della “diversità” e della “integrazione”, che pretende di abbattere ogni gerarchia culturale e sociale; l’ambientalismo, col suo culto della natura, che pretende di riportarci alla condizione selvatica e tribale.

Il “politicamente corretto” non si limita al campo della vita sociale, ma si estende all’intera cultura, coinvolgendo scienza, morale, pedagogia e perfino religione; si tratta quindi di una globale “correttezza culturale” che pretende di vagliare e correggere non solo le scelte politiche ma anche la mentalità e la sensibilità della gente.

Qui emerge la pretesa falsamente educativa del “culturalmente corretto”, che vorrebbe usare la formazione scolastica per imporre alle nuove generazioni i dogmi del soggettivismo, del relativismo, del permissivismo e del naturalismo. Alla fine di questo trattamento pedagogico, il giovane da una parte resterà privo di ogni verità, certezza e valore, e dall’altra verrà impregnato di luoghi comuni imposti da un linguaggio e da una propaganda che assicurano la tirannia dell’arbitrario.

Siccome però, per controllare opinioni e scelte, bisogna prima controllare il linguaggio comunemente usato, la “correttezza politica” si premunisce imponendo al dibattito culturale una corrispondente “correttezza linguistica”. Pertanto, i mass-media impongono all’opinione pubblica parole, slogan e massime corretti, mentre vietano parole, slogan e massime scorretti; ne risultano un vocabolario e un galateo omologati, arbitrari e tirannici.

La “correttezza politica” si pone al bivio tra la fase distruttiva – oggi si dice decostruttiva – della Rivoluzione e la fase costruttiva. Nella nostra epoca, il soggettivismo ha relativizzato tutte le concezioni del mondo e della vita, particolarmente quella tradizionale, vietando quindi d’imporne una alla società, particolarmente quella cristiana. D’altra parte, però, la globalizzazione e l’immigrazione hanno sparpagliato, messo in contatto e mescolato tra loro non solo popoli ed etnie, ma anche culture, religioni e giurisprudenze tendenzialmente conflittuali, nella prospettiva di unirle in un “meticciato” culturale e sociale che molto difficilmente potrà essere mantenuto nella pace.

Pertanto, il “culturalmente corretto” pretende d’imporre alla società una ideologia minimale e riduttiva, ritenuta l’unica democraticamente ammissibile e praticabile, la quale dovrebbe assicurare un minimo comun denominatore culturale, basato sul consenso a “valori condivisi” e a conseguenti “scelte condivisibili” che concilierebbero libertà individuale, autodeterminazione sociale e pace globale. Di fronte all’imperversare dei “diritti umani” alla licenza, i doveri sociali si ridurrebbero a “rispettare l’altro”, “non offendere il diverso”, “non discriminare il debole” (o presunto tale).

Per favorire questa “correttezza culturale”, il “politicamente corretto” sta molti- plicando gl’interventi, le pubblicazioni e le leggi che condannano non solo ogni pretesa di superiorità culturale, religiosa e politica, ma anche ogni difesa della identità culturale e religiosa, della sovranità politica e sociale… o almeno, a quelle degli altri, ossia di coloro che sono estranei alla civiltà classica e cristiana.

 

La nuova inquisizione correzionale

La “correttezza culturale” non solo reclama di essere rispettata e obbedita, ma addirittura pretende che il proprio potere giudiziario – il “tribunale dell’opinione pubblica” – condanni tutte le tesi e le scelte ad essa contrarie e che il proprio potere esecutivo – la nuova inquisizione politica e giudiziaria – esegua queste condanne reprimendo ogni forma di dissidenza usando punizioni pecuniarie e carcerarie.

Dato che rifiuta ogni verità oggettiva e ammette solo “opinioni e valori condivisi”, questo potere esecutivo-giudiziario isola, condanna e reprime i dissidenti non in quanto falsi o eretici, ma solo in quanto “asociali”, perturbatori della quiete pubblica. Semplicemente, essi non sono in sintonia con l’ideologia, l’etica e la prassi dilaganti perché imposte dalla cultura dominante.

Pur di rendere gl’italiani più docili al “culturalmente corretto”, cancellando “stereotipi e pregiudizi” verso etnie, razze, religioni e – ovviamente! – anche “orientamenti sessuali”, alcuni istituti scientifici statali minacciano di curare i malati di dissidenza sottoponendoli a terapie che – usando “agenti persuasori” come droghe, ormoni e stimolazioni cerebrali – correggono i meccanismi attraverso i quali il cervello regola il pensiero e il comportamento umani. Riportiamo qui solo due esempi recenti.

Gilberto Corbellini, un dirigente del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Roma), ha proposto sottoporre i dissidenti a una terapia ormonale a base di ossitocina, al fine di renderli docili alla “correttezza politica”, ad esempio non votando per “partiti antidemocratici” come la Lega. Da parte sua Maddalena Marini, ricercatrice dell’Istituto Italiano di Tecnologia (Genova), ha proposto di usare la corrente elettrica per stimolare il cervello degl’indocili ad “aprirsi agli altri”, ad esempio accogliendo immigrati e zingari (cfr. R. Torrescura, Una bella scossa vi toglie i pregiudizi, su “La Verità”, 20-8-2019).  Questi scienziati si sono così giustificati: «Lo scopo di questo approccio è quello di creare una società migliore, libera da ogni potenziale pregiudizio» (“La Verità”, 21-8-2019).

Qui non si tratta di fanta-scienza o fanta-medicina, come quelle immaginate dal celebre romanzo di Burgess Arancia ad orologeria, poi trasposto nell’ancor più celebre film di Kubrick intitolato Arancia meccanica. Qui si tratta di una progettata rieducazione statale alla democrazia, delineando uno scenario peggiore di quello dei campi di “rieducazione socialista” nell’Unione Sovietica di ieri o nella Cina di oggi. Il che fa pensare a quella deriva totalitaria della democrazia, denunciata tempo fa da mons. Schooyans in un suo celebre libro.

Possiamo considerare tutto ciò come una giusta punizione per una società che da tempo ha tolto alla verità i diritti che le spettano, trasferendoli alla opinione culturalmente prevalente. Infatti, se la verità libera favorendo la giustizia, l’opinione invece schiavizza favorendo l’arbitrio. Oggi si può negare le verità più sacrosante, ma non si può mettere in discussione i dogmi “culturalmente corretti” né opporsi alle procedure “politicamente corrette”.

 

Conclusione

Il prof. Capozzi conclude il suo libro con la seguente constatazione: «Le forze politiche cresciute in Occidente nell’ultimo quindicennio costituiscono un soggetto alternativo al sistema di potere nato dalla rivoluzione generazionale degli anni Sessanta. La sfida tra questi due mondi si è ormai delineata ed è in pieno svolgimento» (p. 198). Ciò è confermato dai recenti attacchi del “mondialismo” e dell’europeismo ai partiti e ai movimenti detti sovranisti.

Questi attacchi ormai giungono a mettere in discussione perfino il dogma progressista per eccellenza, ossia la “democrazia rappresentativa parlamentare”. Infatti, se il popolo non vota più come desiderato dalla setta progressista, allora il sistema democratico non funziona più e dev’essere anch’esso corretto o addirittura sostituito con un altro sistema di governo. Ciò dimostra che le élites politiche progressiste, già da tempo avverse a quel popolo che pretendono di educare, stanno ormai progettando di asservirlo, ovviamente “per il suo bene”. Accadrà lo stesso per le élites religiose? Molti sintomi sembrano confermarlo.

In ogni caso, questo crescente contrasto tra le false élites e il vero popolo è un bene, perché libera l’opinione pubblica dal controllo settario al quale fino a ieri era stata sottomessa.

Categoria: Ottobre 2019

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