Rivista TFP

Condividi questo articolo

Submit to FacebookSubmit to Google PlusSubmit to Twitter

Il Sessantotto. Macerie e speranza

Intervista a Giovanni Formicola

Edito dalla Cantagalli, è uscito l’anno scorso il libro di Giovanni Formicola «Il Sessantotto. Macerie e speranza». L’autore fa un’approfondita disamina dell’ormai storico movimento del maggio ’68, aggiungendovi un’appendice del tutto originale: l’esperienza di Fiume, negli anni Venti, come precorritrice a “destra” del Sessantotto. Abbiamo chiesto all’autore di spiegarci le sue tesi.

Avvocato, Lei inserisce il Sessantotto in un più ampio panorama storico.

Infatti, basandomi sulle categorie definite da Plinio Corrêa de Oliveira, io vedo il Sessantotto come l’esito del plurisecolare processo rivoluzionario gnostico e anti-cristiano in corso, che si articola in profondità nel plesso tendenze-inclinazioni-costumi, nelle idee e nei fatti, e che ha causato la crisi della civiltà occidentale e cristiana. Nel 1968 esplode e si diffonde un fenomeno in fieri da decenni, e preparato culturalmente e ideologicamente da secoli.

Mosso dall’odio, il Sessantotto voleva travolgere ogni riflesso storico dell’ordine trascendente, cioè le istituzioni fattori di stabilità e di permanenza, come la Chiesa e la famiglia. Quest’ultima è particolarmente avversata siccome naturalmente gerarchica, espressione disciplinata dell’umana sessualità (maschio-femmina), che sottrae al dominio assoluto dell’istinto animalesco, e ordinatrice della generazione e dell’educazione, cioè della trasmissione della vita, della morale, della cultura, del progresso, quindi della civiltà, perciò principale argine al dilagare di orgoglio egualitario e sensualità libertaria.

 

Il Sessantotto, comunque, è un fenomeno complesso. Per cercare di mettere ordine nella sua analisi, Lei ne distingue due volti.

Esatto. Uno è quello di piombo. È la versione politica del Sessantotto, ultimo colpo di coda rivoluzionario del comunismo in Occidente. Questo volto si è manifestato sia in termini di agitazione e di violenza di gruppi, sia di organizzazioni terroristiche dotate di una struttura militare, di cui sono paradigma le Brigate Rosse. È degno di nota che quasi tutti i protagonisti, cioè gli assassini, sopravvissuti sono ormai in libertà e addirittura pontificano. Mentre per i mafiosi non v’è la prospettiva di uscire dal carcere se non pentiti, per i terroristi del Sessantotto esiste una sorta di pregiudizio favorevole.

L’altro volto del Sessantotto è quello attinente alla sfera dell’eros, tanto che viene detto anche Rivoluzione sessuale, ma credo sia meglio chiamarla erotica. Questa ha lo scopo di soddisfare qualsiasi desiderio travestendolo da diritto. E così, di profanazione in profanazione, arriviamo all’odierna tendenza di abolire perfino le categorie di padre e madre, espressive di relazioni connaturate all’uomo.

In questo senso, il Sessantotto è diventato egemonico. È diventato una categoria culturale permanente.

 

Lei crede, dunque, che sia la peggiore rivoluzione di sempre.

Senz’altro. La cultura del Sessantotto è segnata dal prepotente riemergere della “passione rivolu- zionaria”, dell’idea, cioè, che l’unico tipo veramente risolutivo di mutamento politico-sociale sia quello che rompe radicalmente con la tradizione: la Rivoluzione (con l’iniziale maiuscola) diventa così la soluzione del problema della storia. Ciò spiega il fenomeno Rivoluzionario – e quindi il Sessantotto come parte di esso – nella sua radice, e soprattutto nella sua incapacità strutturale di mantenere le promesse di cui è generoso, che fatalmente si rivelano per quel che sono: minacciose utopie, destinate a scontrarsi sanguinosamente con la realtà dell’umana natura, che resiste ai tentativi di trasformarla, di ri-crearla secondo un progetto ideologico che pretende di avere la soluzione per liberare l’uomo dai suoi bisogni e soddisfare i suoi desideri.

 

Parliamo della Chiesa.

Vengono contestati “sessantottescamente”, quando non la stessa Chiesa e il ruolo del suo Magistero, certamente del cattolicesimo la storia e la cultura filosofica (troppo ellenistica, questa), nonché la dottrina politico-sociale (troppo conservatrice, quando non reazionaria) e finanche la lex orandi, la liturgia. In ordine a quest’ultima, la fantasia prende il potere e progressivamente la secolarizza, e la contamina con modelli tribali, patetici e infantili, specialmente per quel che riguarda il canto in chiesa, oggettivamente brutto e dissonante, per non parlare dell’architettura e l’iconografia.

L’assemblearismo, con il collegialismo ideologico, è proposto e talvolta imposto contro la struttura gerarchica della Chiesa. La Messa ormai, più che semplicemente detta, è definita da tanti assemblea, sia pure con un presidente, ed eccessivo appare il coinvolgimento dei laici in sacris. Tale posizione cattolica non è estranea neppure al suddetto Sessantotto politico. Anzi, è autorevolmente ritenuta una delle cause dei moti sessantottini e addirittura dei fenomeni terroristici. La teologia della liberazione indurrà non pochi chierici alla lotta armata.

A questo punto posso aggiungere una digressione sul Sessantotto nella Chiesa, ovvero il Sessantotto cattolico, cioè dei cattolici.

Questi fatti mostrano quell’autodemolizione denunciata da Paolo VI, per cui nella Chiesa si tende a relativizzare, con falsa umiltà, la propria assolutezza e unicità. Si tende a diluire la propria identità, la propria autocomprensione umanamente intesa, eliminando o sottacendo ogni riferimento a nemici da combattere, e così anche ad ogni dottrina che divida, che ponga in rapporto di crisi con il mondo e con le altre religioni. Un’autentica ritirata.

La tendenza ecclesiastica è verso una specie di fraternalismo senza Padre, in quanto si risolve in una dimensione orizzontale, irenista, pacifista, che sostituisce il dialogo – di certo una modalità umana e perciò cristiana di rapporto con il prossimo – all’insegnamento con autorità, cui sessantottescamente sembra si voglia abdicare.

 

Parliamo della seconda parte del suo libro, l’appendice sull’esperienza dannunziana a Fiume.

Fiume è un episodio della Rivoluzione in Italia – forse trascurato da questo punto di vista, cioè non pienamente compreso come tale, e perciò sottovalutato – e non foss’altro che per questo già meriterebbe la nostra attenzione. Fu un esperimento sociale rivoluzionario. Ciò che distingue l’esperienza di Fiume è il fatto di essere considerata di “destra”.

Tutti conosciamo i fatti. Il 12 settembre 1919, una forza volontaria irregolare di nazionalisti ed ex combattenti italiani guidata dal «comandante» Gabriele d’Annunzio occupa Fiume e ne chiede l’annessione all’Italia. A fronte dei ripetuti rifiuti del governo italiano, d’Annunzio si risolve a proclamare la Reggenza Italiana del Carnaro. Il 1° dicembre 1920 d’Annunzio dichiara guerra all’Italia. Il 24 dicembre l’esercito italiano entra a Fiume, chiudendo così l’esperimento, che in tutto dura quindi poco più di un anno.

L’esperimento di Fiume ha anch’esso due volti. L’uno politico: la Costituzione con cui si dotta questo “Stato-Nazione” è chiaramente progressista e sociale, tanto da essere lodata da molti comunisti. Il sistema viene definito una democrazia diretta ed ugualitaria. La proprietà è funzione sociale e l’unico suo legittimo titolo è il lavoro. L’iscrizione alle corporazioni è obbligatoria per chiunque eserciti una qualunque attività produttiva.

Lo stesso d’Annunzio dirà di sé stesso: “Io sono per il comunismo senza dittatura [...]. Nessuna meraviglia, poiché tutta la mia cultura è anarchica [...]. È mia intenzione di fare di questa città un’isola spirituale dalla quale possa irradiare un’azione, eminentemente comunista, verso le nazioni oppresse”.

Ed ecco che troviamo le idee-guide dell’esperienza fiumana in campo politico: attacco alla borghesia; irredentismo nazionalista; sindacalismo rivoluzionario; socialismo nazionale; anti-imperialismo. Fiume, però, va oltre, è un piano inclinato, che accelera vertiginosamente l’itinerario verso la Rivoluzione culturale o IV Rivoluzione. Il punto di partenza è probabilmente da identificare nell’ avversione alla borghesia e allo spirito borghese, avversione che poi si estende alla matrice, la tradizionale morale cattolica, e alla Chiesa stessa.

 

Poi ci sono le componenti culturali e morali, più tipiche di ciò che Plinio Corrêa de Oliveira definisce la IV Rivoluzione.

Esatto. La Costituzione fiumana stabilisce la musica come il fondamento dello spirito pubblico. A questo si somma l’influenza delle scuole artistiche più avanzate, come il dadaismo e il futurismo. La vita è considerata un’opera d’arte. L’individuo strutturato dalla fede, dalla ragione, dalla logica e dagl’istituti della civiltà, va superato dall’io tutto desiderio, passione e fantasia.

Sul piano morale, Fiume è liberazione degl’istinti, fluire dei desideri, immoralità sociale come anti-morale superomistica diffusa. È la Città del piacere: una nuova sessualità. No alla donna unica, sfrenatezza erotica, fino all’elogio della prostituzione.

A questo si aggiunge un anticlericalismo, perché naturalmente tutto ciò entra in rotta di collisione con la tradizionale morale cattolica e con la stessa Chiesa. I simboli religiosi erano proibiti nei luoghi pubblici.

Insomma, possiamo definire l’esperienza di Fiume un pre-sessantotto di “destra”, fatto da individualismo radicale e superomista, divorzio libero, amore, omosessualità e droga. A Fiume, «si fa senza ritegno tutto ciò che si vuole», come scrive l’autrice Claudia Salaris. Una relazione del ministero degl’Interni a Roma descrive come «licenziosa, libertina e immorale» la vita a Fiume. La città «rappresenta [...] l’Eden terrestre, l’eldorado di tutti i piaceri [...], il paese della cuccagna». Godimenti senza limiti, divertimento, libero fluire dei desideri, comportamenti disinibiti, privi di moralità: tali sono i caratteri che di quest’esperienza collettiva, sostanzialmente ci tramandano cronache e memorie.

 

Come mai, allora, Fiume è ritenuta un’esperienza “di destra”?

“Fiume”, più dell’interventismo, è comunemente ritenuta un’esperienza pre-fascista. Il fascismo è ritenuto “di destra”. Dunque Fiume è un’impresa “di destra”. Accade così che la destra venga inquinata da elementi “fiumani”. Se sei di destra, sei fascista. Se sei fascista, devi accettare, se non tutto e tutto insieme, almeno qualcosa di Fiume. Ma Fiume è carsica e, come tale, una volta accettata anche solo parzialmente, lavora e riemerge, non necessariamente con il proprio nome, certo con la propria identità.

Categoria: Ottobre 2019

Iscriviti alla Newsletter

captcha 
Inoltre se desiderate essere invitati alle riunioni pubbliche in una delle città sopra elencate, Vi preghiamo di selezionare la casella corrispondente.
FacebookTwitter