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Cattolici francesi: a tutta destra

 

Molto interessante il saggio, uscito qualche mese fa, La Grande Peur des catholiques de France, scritto da Henri Tincq, già editorialista religioso di Le Monde. Il noto autore progressista analizza con una certa profondità la svolta a destra dei cattolici francesi, e specialmente dei giovani.

Uomo vicino alla Chiesa – da bambino era stato chierichetto – Tincq ne aveva seguito con entusiasmo il suo inesorabile scivolare verso sinistra, all’insegna della modernità proclamata dal Concilio Vaticano II. Egli amava questa nuova Chiesa “sociale, progressista, ecumenica e missionaria”, anche se, lo ammette, in crisi di vocazioni e di fedeli.

Tutto ciò è ormai cambiato: “Non riconosco più la mia Chiesa”.

L’autore si riferisce al graduale abbandono, specie tra i giovani, degli ideali progressisti: “Non c’è più vita, i libri, l’amicizia, l’impegno. (…) La Chiesa francese ha abbandonato una parte della sua storia, una parte della sua tradizione progressista. (…) C’è un netta svolta a destra”. Infatti, i sondaggi mostrano che nel 2017 il 46% dei cattolici ha votato per François Fillon mentre il 15% ha sostenuto Marine Le Pen, nonostante la martellante campagna anti-destra nei mezzi di comunicazione della Chiesa e durante i sermoni domenicali (per non parlare poi dei confessionali).

Questo risultato, secondo Tincq, non è altro che “un nuovo sintomo, massiccio, incontestabile d’una insicurezza culturale, di un ripiegarsi su sé stessi in nome della difesa dell’identità francese e della civiltà cristiana, di fronte al supposto declino della nazione e all’egemonia della sinistra liberale-libertaria, al crollo della famiglia tradizionale, al sorgere di un islam estremista, all’immigrazione crescente e a una laicità sempre più militante”.

Alla radice di questo “neo-conservatorismo” cattolico, Tincq trova “il ritorno della tradizione intransigente ereditata dal secolo XIX”. Infatti, “prima di diventare una delle più progressiste nel mondo, la chiesa francese aveva sposato tutte le battaglie reazionarie”.

Trent’anni fa, Tincq aveva definito le manifestazioni del tradizionalismo cattolico, per esempio la corrente lefebvrista, come “espressione di un folklore ormai in disuso (…) di una nostalgia beata ma passeggiera dell’incenso, della talare e della Messa in latino”. Oggi, col senno di poi, l’autore riconosce che tale giudizio era sbagliato. Tali manifestazioni erano, in realtà, “segni di vitalità della mentalità tradizionalista, ancora forte e, anzi, in espansione”.

Tincq non può non mettere a confronto i seminari tradizionali straripanti di giovani, con quelli diocesani “disperatamente vuoti”. Non può non registrare “il risorgere di pratiche di pietà che sembravano dimenticate”. Tutto ciò, conclude il noto autore non senza rammarico, “sta trasformando il paesaggio della Chiesa cattolica in Francia”.

I movimenti progressisti che, dagli anni 1950 fino al post-concilio, avevano fatto le delizie di Henri Tincq, “oggi sono disdegnati dalle nuove generazioni di cattolici. (…) I cattocomunisti stanno scomparendo. (…) Noi speravamo che l’elezione nel 2013 di un Papa progressista facesse rivivere questi movimenti, ma così non è stato. (…) I progressisti oggi restano chiusi in una sorta di mutismo, incapaci di trasmettere, perfino ai propri figli, gli elementi di una cultura progressista”.

Esiste, secondo l’analisi di Tincq, una netta cesura generazionale: “I giovani cattolici, quelli della nuova evangelizzazione, quelli delle Giornate mondiali della gioventù, sono gli stessi della Manif pour tous, che non hanno paura della militanza pubblica”.

L’ex editorialista di Le Monde chiude auspicando che almeno alcuni possano ascoltare l’appello di Papa Francisco, per esempio nell’enciclica Laudato Sì, riprendendo qualcosa dell’impegno sociale progressista.

Categoria: Ottobre 2019

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