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Editoriale: Si capovolge duemila anni di pastorale

 

La Chiesa evangelizza civilizzando e civilizza evangelizzando.

Nella prassi bimillenaria della Chiesa, il divino comandamento “andate e ammaestrate tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre, del Figliolo e dello Spirito Santo” (Mt. 28,19) ha sempre prodotto frutti anche nel campo temporale. Mentre diffondeva la Fede in Nostro Signore Gesù Cristo, la Chiesa pari passu faceva sorgere la vera civiltà: la Civiltà cristiana. Ovunque l’azione spirituale della Chiesa si faceva sentire, essa era anche eminentemente civilizzatrice.

Nel momento stesso in cui il cristianesimo conquistava la Germania con San Bonifacio, portando la Luce di Cristo, penetrava pure nelle foreste vergini dei territori tedeschi la civiltà greco-romana. Ciò che San Bonifacio fece in Germania, lo fecero in tutte le nazioni occidentali innumerevoli missionari che, come umili araldi della Verità, percorsero ogni angolo dell’Europa nei primi secoli medievali.

Questa epopea si stese poi ad altre parti della Terra, specialmente all’America Latina, la cui evangelizzazione è stata definita da Papa Pio XII “la più grande epopea della Fede dopo la fondazione della Chiesa”. L’opera missionaria di Spagna e Portogallo nel Nuovo Mondo portò nell’ovile di Cristo milioni di anime e un intero continente, producendo frutti di spiccata santità, e dando vita a una splendida civiltà, figlia di quella europea.

Questa epopea ebbe, per così dire, il sigillo del Cielo con l’apparizione della Madonna di Guadalupe in Messico, nel 1531. Presentandosi come una donna meticcia ornata da attributi indigeni, la Madre di Dio benedisse l’opera religioso-culturale dei missionari nel Nuovo Mondo.

Eppure, i promotori del Sinodo panamazzonico, in programma a Roma a ottobre sotto l’egida di Papa Francesco, negano ambedue questi elementi della pastorale della Chiesa. Secondo loro, la Chiesa non deve catechizzare né tantomeno civilizzare gli indios amazzonici. Deve, invece, imparare da loro la vera Fede e il “buon vivere".

Secondo i promotori del Sinodo, gli indios avrebbero conservato la memoria viva di una Rivelazione primitiva, insita nella natura, e accessibile non con definizioni dogmatiche e riti stabiliti, ma attraverso una “comunione con la natura e con le varie forze spirituali”. D’altronde, sarebbero gli indios a dover insegnarci il “buon vivere”, che dovrebbe sostituire la nostra civiltà industriale e consumista. Chiamano questo una “conversione ecologica”.

I promotori del Sinodo capovolgono, dunque, duemila anni di pastorale della Chiesa, buttando alle ortiche il Magistero di tanti Papi che hanno sostenuto e benedetto l’opera evangelizzatrice nelle Americhe. Disprezzano anche l’opera di tanti santi che hanno speso la propria vita, a volte versando anche il sangue, per portare la Luce di Cristo fino ai luoghi più sperduti. Per loro nessuna misericordia, soltanto la terribile accusa di “imperialismo culturale”.

Tale estremismo, tuttavia, ha finito col provocare forte reazioni da parte dei fedeli e, specialmente, da parte delle popolazioni amazzoniche. I vescovi brasiliani hanno denunciato una “caccia alle streghe” che cerca di “demonizzare” i promotori del Sinodo. Ovviamente, non c’è nessuna “caccia alle streghe”. È semplicemente la voce dei fedeli che loro si ostinano a non sentire.

Recentemente, giovani dell’Instituto Plinio Corrêa de Oliveira, del Brasile, e di Tradición y Acción, del Perù, hanno realizzato una “carovana amazzonica” raccogliendo firme da inviare ai promotori del Sinodo. Il successo è andato oltre le migliori aspettative. Ne diamo notizia in questo numero della rivista.

Sentiranno questa volta la vera voce del popolo amazzonico? O continueranno a voler imporre schemi ideologici di dubbia origine e di conseguenze nefaste?

Categoria: Ottobre 2019

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