Rivista TFP

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Il Brasile è nato sotto la Croce del Sud

 

di S.A.I.R. Principe Bertrand de Orleans e Braganza

 

Il Brasile nacque come Terra della Santa Croce, ad opera dei missionari. La religione cattolica fu il fondamento dell’unità nazionale. Il Principe Imperiale del Brasile racconta aspetti poco noti della storia della sua Patria.

 

Il primo nome del Brasile fu Terra della Santa Croce; il primo monumento innalzato, la Croce; il primo atto pubblico celebrato, una Santa Messa.

Lo scrivano della flotta che approdò in Brasile, Pedro Vaz de Caminha, così scrisse al re del Portogallo, Don Manuel il Fortunato, sulle terre scoperte: “Ma il migliore frutto che in esse si può portare, mi sembra, sarà salvare quella gente, e questo dovrà essere il principale seme che Vostra Altezza deve gettare sul terreno... e fare quello che Vostra Altezza tanto desidera, e cioè la crescita della nostra Santa Fede”.

Nel 1548 il re Giovanni III scrisse un “regimento” a Tomé de Souza, primo Governatore generale del Brasile: “La principale motivazione che mi ha ispirato a ordinare il popolamento delle terre del Brasile è che la gente si converta alla Santa Fede Cattolica”.

Si può affermare che tutta l’espansione del Brasile è stata guidata dai missionari, specialmente i gesuiti, arrivati già nel XVI secolo.

Nel 1532, venne creata la prima città e la prima Camera Municipale, San Vincenzo, attorno alla Chiesa di Nostra Signora dell’Assunzione.

Nel 1537, in una manifestazione di zelo apostolico per gli indios, Papa Paolo III, nella Bolla Sublimis Deus, decise di sostenere i missionari in difesa degli aborigeni, affermando che questi ultimi “non solo sono capaci di capire la Fede cattolica ma, stando alle nostre informazioni, si manifestano desiderosi di riceverla”.

Qualche tempo dopo, Papa Urbano VIII promulgò il breve Commissum Nobis con cui proibì, sotto pena di scomunica, di “catturare i suddetti indios, venderli, comprali, scambiarli, regalarli, allontanarli dalle loro mogli e figli, privarli dei loro beni e fattorie, portarli altrove, privarli della loro libertà, trattenerli in servitù, o dare a chi lo faccia consiglio, favore e opera, con qualsiasi pretesto e colore, o predicare o insegnare che ciò sia lecito, o cooperare con quanto sopra detto”.

San Giuseppe de Anchieta – il gesuita che fondò la città di San Paolo nel 1554 – stabiliva, per le comunità cristiane che gli furono affidate, l’orario da osservare nel corso della giornata. All’aurora, la campana chiamava all’Angelus e tutti dovevano iniziare la giornata salutando la Madonna e implorando il suo soccorso. Dopodiché, i bambini si riunivano di fronte alla chiesa e recitavano attentamente la corona del Rosario, seguita dall’assistenza al Santo Sacrifico da parte dell’intera comunità, separata in due ali, una di uomini e una di donne. Seguiva la spiegazione del catechismo e, ad un’ora determinata, mentre gli adulti andavano a occuparsi dei loro affari, bambini e ragazzi si recavano a scuola, per imparare a leggere e scrivere, nonché a servire le cerimonie in chiesa; ricevevano anche lezioni di canto e di musica, con cui poi potevano accrescere lo splendore delle funzioni liturgiche. Alle cinque del pomeriggio la popolazione tornava in chiesa e ascoltava una predica sui novissimi o su qualche verità di fede. Il giorno si chiudeva con una processione di bambini che imploravano la misericordie divina per le anime del Purgatorio.

Si può affermare che l’integrazione dell’Amazzonia nei rispettivi Paesi si deve ai missionari. Nel secolo XVII, la Chiesa iniziò ad addentrarsi nell’Amazzonia. Le prime missioni in Brasile furono opera dei gesuiti, grazie a padre Diogo Nunes. Dopo, iniziarono le missioni dei francescani.

Nel 1693, con una Regia Lettera, re Pedro II divise le terre di missione tra francescani e gesuiti, dopo una negoziazione con gli ordini religiosi. A partire dal 1694 incominciarono ad arrivare anche carmelitani e mercedari. Tutte le principali città che oggi abbiamo nell’Amazzonia sorsero attorno alle cappelle e agli aldeamentos (villaggi) missionari.

L’espansione del Brasile si deve non solo ai famosi bandeirantes, i quali marciavano verso ovest accompagnati da cappellani, ma nel caso dell’Amazzonia si deve specificamente ai missionari. Lo studioso Evaristo de Miranda dice che “la presenza gesuita nella regione nota come Testa del Cane (Cabeça do Cachorro), fu fondamentale per la sua incorporazione al Brasile. La connessione fra il bacino del fiume Negro e quello dell’Orinoco (canale di Cassiquiare), fu confermato per la prima volta dal sacerdote gesuita Manuel Roviare nel 1744”.

Invece, l’espansione verso il centro-ovest – oggi il granaio del Brasile – fu aviata da missionari salesiani, venuti grazie ad un accordo tra la principessa Isabel e Don Bosco nel secolo XIX; questi salesiani catechizzarono gli indios xavante.

Il rinomato sociologo brasiliano Gilberto Freire afferma che “il Brasile si formò senza nessuna preoccupazione da parte dei colonizzatori per l’unità o purezza della razza. Durante tutto il secolo XVII la colonia fu aperta agli stranieri, preoccupandosi solo che le autorità coloniali fossero di fede e religione cattolica. Il cattolicesimo fu realmente il fondamento dell’unità nazionale”.

Si potrebbe dire che la colonizzazione e l’espansione della fede camminarono insieme per compiere il mandato dato da Nostro Signore Gesù Cristo agli apostoli: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”.

Dallo scambio di buoni uffici tra la Chiesa e la monarchia sorse una delle maggiori nazioni del mondo. La scritta “In hoc signo vinces” veniva coniata sulle monete dell’Impero. Ed è così che si formò il Brasile, con i suoi 8.5 milioni di kilometri quadrati, il settimo Paese più esteso del pianeta e quello con l’area coltivabile più grande.

Nell’Impero, oltre il 75% della sanità pubblica era gratuita grazie alle Sante Case di Misericordia, sostenute dalla carità cristiana.

Fino alla metà del secolo XX, il 95% dei brasiliani si dichiaravano cattolici; le élites venivano per lo più formate in scuole cattoliche, come ad esempio quelle dei gesuiti. I ceti più popolari invece venivano spesso educati dai salesiani. Le chiese erano sempre aperte e le Messe affollate.

Con la crisi del cosiddetto progressismo cattolico, ovvero della Teologia da liberazione post-conciliare, con mons. Helder Câmara, anima del Patto delle Catacombe firmato a Roma, siamo precipitati da quel 95% al 50% circa di oggi; tanti sono quelli che si dicono cattolici. Un nunzio apostolico a Brasilia mi ha detto, non molto tempo fa, che i fedeli cattolici diminuiscono l’1% all’anno.

Al posto delle missioni tradizionali sorse la “missiologia aggiornata” la quale capovolse il lavoro fatto prima. Questa autentica Rivoluzione fu ampiamente denunciata e confutata nel 1977 dall’opera dell’insigne pensatore e leader cattolico, il prof. Plinio Corrêa de Oliveira, nella sua opera “Tribalismo Indigeno - Ideale comunista-missionario per il Brasile nel secolo XXI”.

Dopo il Concilio Vaticano II, tutta l’epopea evangelizzatrice e civilizzatrice cattolica subì una regressione nell’intera regione amazzonica, facendo registrare una stupefacente espansione delle sette “pentecostali”.

Secondo mons. José Luiz Azcona, vescovo emerito della prelatura di Marajó, della quale è stato pastore per oltre 30 anni, oggi “l’Amazzonia, almeno quella brasiliana, non è cattolica” e “questo dato di partenza è cruciale per la celebrazione del Sinodo”. “In alcune parti dell’Amazzonia la maggioranza pentecostale arriva all’80%”, ha detto il prelato missionario.

Certo, secondo quanto afferma il già citato libro del prof. Plinio Corrêa de Oliveira, già nelle conclusioni della Prima Assemblea Nazionale di Pastorale Indigenista si affermava perentoriamente: “Gli indios ancora non sono stati corrotti da questo sistema in cui viviamo. (...) Gli indios già vivono le beatitudini. Non conoscono la proprietà privata, il lucro, la concorrenza. Possiedono una vita essenzialmente comunitaria in equilibrio perfetto con la natura. Non sono predatori, non attentano contro l’ecologia. Vivono in armonia. Le comunità indigene sono una profezia futura per un nuovo stile di vita in cui la cosa più importante sia l’uomo”.

In un altro documento del gruppo pastorale “Animazione dei cristiani nell’ambiente rurale”, dell’Arcidiocesi di Recife si affermava: “(Gli indios) tutti erano uguali. La terra dove la tribù era localizzata apparteneva a tutti i suoi membri. (...) Tutti partecipavano allo stesso modo al lavoro e avevano gli stessi diritti nella spartizione del prodotto del lavoro. Fra gli indios non esistevano né poveri né ricchi, come del resto non esistevano le classi sociali. Perciò, fra di loro non esisteva la pratica del furto, né il crimine, né la prostituzione”.

Tra gli indios vi sarebbe una comunione dei beni e, come suo corollario, una comunione sessuale. Pertanto – pensano i neo-missionari – se il Vangelo è l’antiegoismo, catechizzare è secondario e persino superfluo.

Quali sono gli obiettivi del missionario “aggiornato? Difendere queste comunità indigene non ancora contagiate dalla nostra civiltà, cioè dalla civiltà dell’egoismo. Renderli coscienti dell’eccellenza della situazione in cui vivono e della necessità di rifiutare lo stato a cui li chiamano gli uomini di oggi, che vanno alla ricerca di ricchezze e di manodopera indigena, portando denaro, alcol, vizi, macchine, leggi, strutture, etc. Di rifiutare soprattutto il macrocapitalismo mondiale che vuole coltivare la terra e mercanteggiarla.

Com’è diversa questa neo-missiologia da quella nata da venti secoli di sapienza cristiana e che ha fatto la grandezza della Cristianità, e del Brasile in particolare!

Tale missiologia tradizionale è ricordata con chiarezza dal Professor Plinio Corrêa de Oliveira nel suo libro sopra citato:

“Nella dottrina missiologica della Chiesa, vecchia di venti secoli, il concetto di Missione cattolica, i suoi fini e i suoi metodi, è perfettamente definito.

“Missione deriva dal verbo “missio”, da mitto, ovvero “io invio”. Il missionario è l’inviato (vescovo, sacerdote e, per estensione, anche una religiosa o un laico).

“Inviato, il missionario lo è dalla Chiesa, in nome di Gesù Cristo, che rappresenta presso i popoli non cattolici, con il fine di portarli alla vera fede.

“La Chiesa insegna che la via normale affinché gli uomini si salvino consiste nell’essere battezzati, credere e professare la dottrina e la legge di Gesù Cristo.

“Portare gli uomini alla Chiesa è dunque aprir loro le porte del Cielo. È salvarli. È questo il fine della Missione. Questa missione ha come fine supremo la gloria estrinseca di Dio.

“La gloria di Dio e la perpetua felicità degli uomini non impediscono che la missione abbia effetti temporali, e anche dei più elevati.

“In effetti, Dio ha creato l’universo con un ordine sublime e immutabile. E poiché l’uomo è il re dell’universo, tale ordine è soprattutto ammirabile in ciò che a Lui si riferisce.

“I precetti dell’ordine naturale si esprimono nei dieci Comandamenti della Legge di Dio, confermati da Nostro Signore Gesù Cristo e da Lui perfezionati.

“Ora, l’osservanza dell’ordine, in qualunque sfera dell’universo, è condizione non solo per la sua stessa conservazione, ma anche per il suo progresso, il che è specialmente vero per gli esseri viventi e più ancora per l’uomo.

“Cristianizzare e civilizzare sono, dunque, termini correlati. È impossibile cristianizzare senza civilizzare. Come, viceversa, è impossibile scristianizzare senza disordinare, abbrutire e tornare alla barbarie.

“Essere missionario in Brasile significa principalmente portare il Vangelo agli indios. È portar loro anche i mezzi soprannaturali affinché, attraverso la pratica dei dieci Comandamenti della Legge di Dio, raggiungano il loro fine celeste. Significa persuaderli a liberarsi dalle superstizioni e dai costumi barbari che li schiavizzano nella loro millenaria e infelice stagnazione. Pertanto, significa civilizzarli.

“Presentandosi agli indigeni, i missionari di Gesù Cristo hanno il diritto di dir loro: ‘Cognoscetis veritatem, et veritas liberavit vos — Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi’ (Gv 8,32)”.

Secondo il più recente censimento realizzato dall’IBGE – Istituto Brasiliano di Geografia e Statistica – vi sarebbero 896 mila indigeni, dei quali solo il 20% vive nell’Amazzonia. Si giustifica un intero Sinodo di fronte a un numero tanto ridotto? Anche per questi indigeni, la soluzione non sarebbe piuttosto quella di tornare a fare quanto la Chiesa ha sempre fatto nel passato, con risultati tanto magnifici?

Mi viene in mente un detto di Socrate di quando, in un momento di crisi, i greci gli domandarono cosa avrebbero dovuto fare per tornare ad essere felici: “Fate quello che facevate quando eravate felici!”.

Come abbiamo detto all’inizio, il Brasile è nato sotto il segno della Croce, sotto la Croce del Sud. E nelle monete stava scritto: “In hoc signo vinces”. È pertanto sotto il segno della Croce e sotto la protezione della Madonna Aparecida, che il Brasile supererà la crisi attuale!

Categoria: Dicembre 2019

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