Rivista TFP

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Conseguenze della pandemia cinese nella vita religiosa italiana

di Guido Vignelli

 

A pretesto delle norme sanitarie per affrontare la pandemia, c’è chi propone una vera rivoluzione nella Chiesa, che dovrà restare anche quando l’emergenza sanitaria sarà finita.

Le restrizioni dovute all’epidemia causata dal “virus cinese” stanno producendo gravi conseguenze nella società italiana, non solo nel campo sanitario, economico e politico, ma anche in quello religioso.


Il Governo sospende la libertà religiosa


Da oltre due mesi, il Governo ha imposto «la sospensione di manifestazioni o iniziative di qualsiasi natura, di eventi e di ogni forma di riunione in luogo pubblico o privato, anche se svolti in luoghi chiusi aperti al pubblico» (decreto legge n° 6 del 23-2-2020). È stata quindi vietata ogni forma di assembramento che non sia richiesta da gravi motivi di cura sanitaria o di alimentazione o di lavoro socialmente indispensabile. Ciò ha comportato la chiusura di tutti gli edifici e locali adibiti a fini di lucro o di cultura o di svago; hanno potuto rimanere aperti solo ospedali, case di cura, ricoveri per anziani, uffici pubblici, negozi di alimentari e… le tabaccherie (lo Stato infatti guadagna sulla vendita delle sigarette e sul gioco del lotto).


Successivamente, il Governo ha precisato che «sono sospese le cerimonie civili e religiose», includendovi processioni, preghiere pubbliche, pellegrinaggi, benedizioni pasquali, perfino Messe e somministrazione dei Sacramenti (decreto dell’8-3-2020, art. 1 let. i, art. 2 let. v). Inoltre, ai sacerdoti è vietato entrare negli ospedali per assistere malati e moribondi. Le attività, i luoghi e il personale dediti al culto e alla santificazione sono stati paragonati a quelli dediti al lucro o alla cultura o allo svago.


L’episcopato si sottomette al Governo


Prima ancora che il Governo glielo chiedesse, la Conferenza Episcopale Italiana (C.E.I.) ha sancito la chiusura dei luoghi di culto e la sospensione delle funzioni liturgiche e cerimonie religiose, manifestando così «la volontà di fare la propria parte per contribuire alla tutela della salute pubblica» (dichiarazione dell’8-3-2020). La Gerarchia ecclesiastica ha così permesso ciò che non era mai avvenuto in passato, nemmeno durante la terribile epidemia “spagnola” del 1918-1920, nemmeno nei periodi di persecuzione violenta della Chiesa.


In questo modo, il divino comandamento “ricordatevi di santificare le feste” è stato implicitamente sostituito dal laico comandamento “restate chiusi in casa”; la “Chiesa in uscita” per impegnarsi nell’“ospedale da campo del mondo” si è ritirata nei conventi e nelle sagrestie; la “pastorale dell’accompagnamento” è stata sospesa dalle preoccupazioni sanitarie; l’“annuncio profetico” si è sciolto in una retorica consolatoria e remissiva.


In un primo momento, il Papa ha confermato la direttiva della C.E.I. e, per dare l’esempio, ha chiuso ai fedeli le basiliche della Città Eterna. Eppure poco dopo, contraddicendosi, egli ha invitato il clero italiano a tenere aperte le Chiese nelle zone meno colpite dall’epidemia; succes- sivamente alcuni vescovi hanno tollerato una minimale ripresa del culto.


Questo parziale cambiamento è stato causato da un duplice fatto. Innanzitutto, il sopruso governativo aveva immediatamente suscitato la protesta di molti fedeli e la contestazione di alcuni giuristi e magistrati, i quali avevano denunciato la violazione della libertà di culto prescritta dalla Costituzione Repubblicana e dal Concordato tra Stato e Chiesa. Inoltre, il cedimento episcopale aveva suscitato critiche alla C.E.I e aveva avviato il fenomeno delle “Messe clandestine” celebrate da non pochi parroci.


Successivamente, alcuni vescovi hanno condannato questa protesta popolare come irrazionale e irresponsabile, perché fa «discorsi astratti sul diritto di andare a pregare in chiesa» (mons. Brambilla su Avvenire, 8-4-2020); altri si sono perfidamente domandati «se essa sia animata dalla fede o non piuttosto da una religiosità da purificare» (mons. Libanori su Avvenire, 29-3-2020). Una quarantina di associazioni cattoliche hanno espresso una “difesa d’ufficio” della Gerarchia, dichiarandosi «impegnate a comprendere e accogliere quanto ci viene e ci verrà chiesto per la salute pubblica» (Avvenire, 17-3-2020). Comunque sia, la C.E.I. ha tenuto una posizione ambigua che ha spinto moltissime diocesi, specialmente del Norditalia, a mantenere la chiusura delle chiese e la sospensione del culto.


Questo cedimento ecclesiastico ha spinto il Governo a osare di più, ad esempio reprimendo e multando i pochi tentativi fatti di celebrare Messe o funerali nelle Chiese o di tenere pubbliche preghiere per poche persone in condizioni di sicurezza sanitaria. In certi paesi, le questure hanno inviato le forze dell’ordine a interrompere Messe, chiudere chiese e disperdere gruppi di preghiera, anche quando onorate dalla presenza di sindaci del luogo. I vescovi del luogo hanno quasi sempre condannato non queste profanazioni ma i sacerdoti che ne erano state vittime.


Di conseguenza, minacciato dalle autorità politiche e abbandonato da quelle religiose, il clero italiano si è quasi totalmente sottomesso a questa complicità tra Stato e Chiesa sancita da una sorta di nuovo patto Molotov-Ribbentrop.


Allora, sentendosi sostenuto dal cedimento ecclesiastico, il Governo se n’è approfittato per umiliare maggiormente la Chiesa. Esso aveva promesso di riaprire le attività sociali, nel contesto di una graduale liberalizzazione permessa dal previsto miglioramento delle condizioni sanitarie. Eppure, nella conferenza-stampa del 26 aprile, il capo del Governo ha dichiarato che, a partire dal 4 maggio, pur permettendo la riapertura di alcune attività commerciali, culturali e ludiche, escluderà quella del culto pubblico, per “motivi di sicurezza sanitaria” avanzati dalla commissione scientifica statale. La delusione subito espressa dalla C.E.I ha potuto solo evidenziare il fallimento della sua abituale strategia del “cedere per non perdere”.


Le cause del cedimento episcopale


La sudditanza ecclesiastica alle imposizioni statali sembra causata da un fattore prossimo che è la paura e da un fattore remoto che è quello ideologico.
Alcuni vescovi hanno infatti ammesso di aver obbedito ai decreti governativi semplicemente per paura. Paura di perdere i vantaggi (soprattutto economici) tuttora ricevuti dallo Stato; paura di essere attaccati da mass-media che accusano la Chiesa di non rispettare le leggi; paura di essere criticati dalla scienza medica ufficiale che accusa la Chiesa di opporsi alla “salute riproduttiva” dei popoli.


Tuttavia, la principale causa del cedimento episcopale sta nella mentalità diffusa nel clero dalla “teologia dell’aggiornamento” alla Modernità, la quale impone di adeguare le esigenze della Chiesa a quelle del potere laicista e di rinunciare ad opporsi alla prevaricazioni statali sui diritti ecclesiastici.


Ad esempio, secondo il vicario di Sua Santità, «la volontà di Dio ci si è manifestata attraverso la realtà del momento storico che stiamo vivendo; è obbedienza alla vita, la quale è forse il modo più esigente con cui il Signore ci chiede di obbedirgli» (card. De Donatis, lettera al clero romano, 13-3-2020). Secondo il vicepresidente della C.E.I., «è lo Spirito Santo che ha permesso e permetterà alla Chiesa di adattarsi alla complessità del nostro tempo: in questo caso, il tempo della pandemia» (mons. Meini su Avvenire, 26-4-2020).


Del resto, la sospensione del culto pubblico non può preoccupare troppo un episcopato che privilegia la “liturgia della parola” rispetto a quella sacramentale e programma il “ritorno all’essenziale” e il “ricupero della primitiva semplicità ecclesiale”. Ne deriva un processo di “spiritualizzazione” (in senso protestante) del Cristianesimo, nella convinzione che la Chiesa debba alleggerirsi da quelle pesanti zavorre istituzionali che sono dogmi, leggi e riti, dunque anche il culto pubblico.


Ad esempio, nel suo messaggio del 16 aprile scorso, il Consiglio Permanente della C.E.I. ha avvertito che, quando si sarà tornati alla normalità sanitaria, «niente sarà più come prima» e bisognerà adottare un nuovo stile di «sobrietà, essenzialità e semplificazione ecclesiale». Lo stesso Papa Francesco ha previsto al riguardo: «Si troverà il modo in cui lo Spirito Santo de-istituzionalizza quello che non serve più» (intervista sul Tablet di Londra, riportata dalla Civiltà Cattolica, aprile 2020).


Difatti, secondo alcuni noti teologi, l’attuale sospensione del culto pubblico costituisce una provvidenziale occasione affinché il clero si disimpegni da tante cure istituzionali e i fedeli ricuperino una spiritualità personale o domestica o comunitaria, libera da una liturgia caratterizzata da “orpelli rituali” e “superstizioni popolari”. È la deriva post-moderna verso una “fede autogestita”. Nondimeno, questo discorso risulta pericoloso per lo stesso episcopato perché, in tal caso, perché mai i fedeli dovrebbero obbedire all’autorità ecclesiastica?

Categoria: Maggio 2020

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