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Biden e la simbiosi delle Cupole

 

di Julio Loredo

 

Le due cariche più importanti del pianeta – il Papato nella sfera spirituale e la Presidenza degli Stati Uniti in quella temporale – sono oggi occupate da persone che s’ispirano alla medesima visione rivoluzionaria del cattolicesimo e si appoggiano a vicenda.

 

Analisti di tutto il mondo stanno mettendo in risalto che Joseph Biden è il secondo presidente “cattolico” nella storia degli Stati Uniti. Qui le virgolette sono di rigore, poiché poco o niente di ciò che Biden sostiene e fa è ascrivibile al Magistero della Chiesa, a cominciare dal suo appoggio all’aborto. In un recente editoriale, il New York Times osservava con ragione che la vittoria di Biden è il trionfo del “liberal Christianity”, cioè del “cattolicesimo” di sinistra. Afferma il noto quotidiano newyorchese: “Mr. Biden è, forse, il presidente più religioso dell’ultimo mezzo secolo. La sua fede modella le sue politiche. (...) Ci saranno molti cambiamenti nell’amministrazione Biden. Il principale sarà: Biden è un presidente che ha speso un’intera vita praticando la propria Fede” (1).

Prima della cerimonia d’inaugurazione, insieme alla vicepresidente Kamala Harris, Biden, che porta sempre in tasca un Rosario, ha voluto assistere alla Messa nella cattedrale di San Matteo Apostolo, celebrata dal cardinale Wilton Gregory, lo stesso che aveva criticato Trump per essersi recato nel Santuario Nazionale di Giovanni Paolo II. Poi, nell’invocazione inaugurale, padre Kevin F. O’Brien, rettore della Santa Clara University e amico della famiglia Biden, ha dichiarato: “Il suo servizio pubblico è guidato dalla Fede”. Lo stesso neopresidente ha dato al suo discorso inaugurale un tono alquanto religioso, perfino citando Sant’Agostino.

Sempre più rappresentanti della sinistra americana sfoggiano la propria fede come fondamento delle loro scelte politiche. Il senatore Raphael Warnock, della Georgia, ha vinto le elezioni con una campagna fondata sulla Teologia della liberazione. Pure la leader dell’estrema sinistra e astro ascendente nel Partito Democratico, la deputata Alexandria Ocasio-Cortez, non perde occasione per ostentare la sua fede “cattolica”, improntata a versioni di questa stessa Teologia. Non a caso, quando vinse le primarie nella lista dei Democratic Socialists of America, il suo primo atto fu di pubblicare un articolo sulla rivista dei gesuiti America, spiegando la sua politica socialista alla luce della sua fede (2). E adesso, nel Salone Ovale siede un presidente di sinistra la cui politica “è ispirata a Dio, la Bibbia e il Papa” (3).

Così, le due cariche più importanti del pianeta – il Papato nella sfera spirituale e la Presidenza degli Stati Uniti in quella temporale – sono oggi occupate da persone che s’ispirano alla medesima visione rivoluzionaria del cattolicesimo e si appoggiano a vicenda. A memoria d’uomo non c’è mai stato un pontificato così “politico”, come non c’è mai stata una presidenza americana così “religiosa”. A dispetto della teoria della secolarizzazione, credo che non sia esagerato affermare che mai come oggi religione e politica tendono ad andare a braccetto. Purtroppo, si tratta in questo caso di una cattiva religione che sta ispirando un’altrettanto cattiva politica. Prendendo in prestito una metafora del vaticanista Aldo Maria Valli, le due Cupole (San Pietro e Capitol Hill) stanno crollando insieme, abbracciata l’una all’altra.

Si tratta di uno sviluppo storico, proprio mentre, sulla scia della profonda crisi provocata dalla pandemia da COVID-19, si parla sempre di più di “mondo nuovo”, di “great reset”, di “cambio di paradigma” e altre espressioni che mostrano il desiderio delle forze rivoluzionarie di farla finita con la società come l’abbiamo finora conosciuta.

Per quanto possa sembrare strano, nonostante la sua fama di stato laico, gli USA hanno una lunga storia di commistione fra religione e politica. Parliamo, ad esempio, della Chiesa cattolica.

Nel 1919, la National Catholic War Council, embrione di ciò che sarebbe diventata la Conferenza Episcopale Americana, pubblicò una Lettera pastorale collettiva intitolata Program for Social Reconstruction, scritta dal sacerdote John A. Ryan (1869-1945). Ispiratosi al “Georgismo” (da Henry George, promotore del socialismo agrario), al socialismo fabiano e al Social Gospel, padre Ryan vedeva nel marxismo una “preziosa verità” che si trattava di assumere, fondendola nella dottrina sociale della Chiesa. Insieme con alcune proposte condivisibili, nel Program for Social Reconstruction egli prospettava un radicale cambiamento nel regime di proprietà privata, verso forme di “coproprietà” e di “cogestione” delle impresse.

Non a caso, la Lettera pastorale fu acclamata dalla sinistra come segno che i vescovi americani avevano finalmente abbracciato il campo progressista. Una copia ne fu inviata a Lenin “per la sua guida e salvezza”, come scrisse mons. Michael Spilane, segretario della NCWC (4). Non pochi prelati criticarono la Lettera pastorale, declinando qualsiasi responsabilità. Mons. William Turner, vescovo di Buffalo, la qualificò di “programma socialista”. Il cardinale William O’Connell, arcivescovo di Boston, la liquidò come “legislazione sovietica” (5).

Molto vicino a Franklin D. Roosevelt, padre Ryan fungeva da “cappellano” del Partito Democratico, portandovi il sostegno dei cattolici progressisti. Fu lui a fare l’invocazione inaugurale nelle due amministrazioni di Roosevelt. Il Programma dei vescovi fu poi uno dei fondamenti per la stesura del New Deal, che da allora diventò il programma di base del Partito Democratico. E, ancora una volta, padre Ryan ne fu un artefice, al punto d’essere sopranominato the Right Reverend New Dealer (il vescovo del New Deal).

In questo modo, tutto il bagaglio del cattolicesimo democratico, condannato da Leone XIII e da S. Pio X, entrò a far parte del programma del Partito Democratico americano, o meglio della sua ala sinistra, della quale oggi Joseph Biden è l’epigono.

La militanza progressista di padre Ryan, come quella di tanti altri cattolici sociali, era dettata dalla bramosia (è il termine preciso) di “adattarsi” al mondo moderno. Scrive il suo biografo Francis Broderick: “Sulle questioni sociali ed economiche, Ryan più di ogni altra singola persona ha portato i cattolici al passo con il pensiero progressista americano” (6).

Negli anni ’30-’40, questo pensiero progressista prese corpo nel New Deal, cioè nel crescente interventismo statale nell’economia e nella vita pubblica dei cittadini, e nelle lotte sindacali portate avanti dagli operai industriali e rurali. Il processo rivoluzionario, però, è andato avanti, producendo manifestazioni sempre più radicali sia nel campo politico-sociale sia in quello morale-culturale. Negli anni Cinquanta si ebbe l’esplosione dei temi razziali col Civil Rights Movement, vissuto dalla sinistra, nelle parole di Martin Luther King, come “parte di un movimento generale nel mondo per il quale gli oppressi si stanno ribellando contro l’imperialismo” (7). Negli anni Sessanta abbiamo avuto l’ascesa della New Left e del Free Speech Movement. Fino a sfociare nel movimento LGBT, per non parlare delle tendenze anarchiche del tipo Black Lives Matter e Cancel Culture. Gli analisti parlano di una “rivoluzione molecolare diffusa”, cioè della deliquescenza di ogni e qualsiasi ordine.

Fedele compagno di viaggio della rivoluzione socialista, il progressismo “cattolico” lo è oggi anche di questa nuova tappa che si usa denominare “Rivoluzione culturale”.

I cattolici sono continuamente sollecitati a partecipare a questa Rivoluzione, assumendone anzi la leadership, come nel caso della presidente della Camera Nancy Pelosi sotto la Cupola del Capitol Hill. Mentre, però, nei pontificati precedenti, dalla Cupola di San Pietro arrivavano parole di chiarezza, di conforto e di speranza, sulle quali i fedeli potevano far leva per affrontare la valanga rivoluzionaria, con Papa Francesco la situazione si è capovolta. Le due Cupole, che durante la presidenza di Donald Trump si erano scontrate più volte, adesso sono – per usare parole di Leone XIII – “strette avventurosamente fra loro per amichevole reciprocanza di servigi”.

Che immensa trasformazione!

 

1. Elizabeth Dias, “In Biden’s Catholic Faith, an Ascendant Liberal Christianity”, New York Times, 23 gennaio 2021.

2. Cfr. Eric C. Miller, “The Radical Rise of Liberation Theology”, Religion & Politics, 25-09-2018.

3. Asma Khalid, “How Joe Biden’s Faith Shapes His Politics”, NPR, 20-09-2020.

4. Joseph M. McShane, S.J., Sufficiently Radical. Catholicism, Progressivism, and the Bishops’ Program of 1919 (Washington, D.C.: The Catholic University of America Press, 1986), p. 193.

5. Ibid., p. 185.

6. Francis L. Broderick, “John A. Ryan,” New Catholic Encyclopedia, vol. X, p. 767.

7. Martin Luther King, “The Legitimacy of the Struggle in Montgomery,” Statement, 4 maggio, 1956. Cit. in Marc Ellis e Otto Maduro, a cura di, The Future of Liberation Theology. Essays in Honor of Gustavo Gutiérrez (Maryknoll, N.Y.: Orbis Books, 1989), p. 347.

Categoria: Marzo 2021