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La breccia di Porta Pia: spartiacque della Cristianità in Italia

di Lorenzo Vitali

Il 20 settembre 1871, senza una dichiarazione formale di guerra, le truppe piemontesi invadono Roma, ponendo così fine al potere temporale dei Papi. Lo scorso sabato 30 ottobre, con un anno di ritardo dovuto alle note restrizioni sanitarie, il Comitato Summorum Pontificum di Bergamo, insieme ad altre realtà cattoliche, tra cui la TFP, ha voluto ricordare questo vero spartiacque nella storia della Cristianità in Italia. Sono intervenuti Simone Bravi, Federico Catani, Massimo de Leonardis ed Ettore Gotti Tedeschi. Ha moderato l’incontro l’avvocato Lorenzo Vitali, il cui intervento riportiamo nelle pagine seguenti.

 

Carissimi amici in Cristo, con l’emozione e la gioia di chi porta a compimento il lavoro di due travagliatissimi anni, a nome mio e del Comitato Summorum Pontificum di Bergamo vi do il benvenuto e vi ringrazio per aver accolto il nostro invito a questa conferenza per il centocinquantesimo anniversario (più uno) della sciagurata occupazione militare della Città Santa e del più antico Stato sovrano del mondo.

Ringrazio la delegazione di Bergamo dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, l’associazione Tradizione, Famiglia, Proprietà e la Comunità Opzione Benedetto per aver collaborato nell’organizzazione, in una Città – non dimentichiamolo – che da sessantun anni porta il marchio poco edificante di «Città dei Mille».

Programmaticamente ho già espresso che questo pomeriggio non asseconderemo la «favola risorgimentale» (come la definì Giovanni Cantoni), quella che – dai primi anni di studio e fino alla tomba – viene imposta agli italiani quasi come una religione, o meglio un acritico atto di fede nei confronti dell’ideologia rivoluzionaria-liberale, la quale aveva e tuttora ha un unico – fin troppo chiaro – scopo finale: «è quello di Voltaire e della Rivoluzione Francese: cioè l’annichilimento completo del cattolicismo e perfino dell’idea cristiana, la quale, se rimanesse in piedi sopra le ruine di Roma, ne sarebbe più tardi la perpetuazione» (cito dall’Istruzione segreta permanente data ai membri dell’Alta Vendita).

Questa drammatica favola risorgimentale, che da due secoli viene mnemonicamente ripetuta e inculcata nelle aule scolastiche e nelle piazze – cito ancora Cantoni – da «settari, cantastorie prezzolati, traditori, ingannati, pigri e ignoranti», ai quali noi Cattolici – tutti noi Cattolici – abbiamo il dovere di opporci con cognizione, opporci secondo quanto ci è richiesto: centocinquant’anni fa la miglior gioventù europea, il fior fiore della nobiltà europea accorse in armi a Roma per difendere il Papa, il Vicario di Cristo (il Vicario di Cristo allora come oggi… non può essere considerato un mero «titolo storico»), pronta alla morte; oggi – per ora – con un apostolato culturale, ma pur sempre di azione.

E allora è importante ricordare l’eroismo di chi si batté in difesa del Papa, in difesa della Chiesa Cattolica aggredita e offesa, un eroismo disinteressato, nobile, generoso, degno di altri tempi, certamente non paragonabile a quella banda – tra i quali qualcuno fu pur animato da buone intenzioni… su mille… – che dieci anni prima sbarcò a Marsala al seguito di un brigante finanziato da Stati stranieri.

Il 20 settembre 1870, a difesa del Papa e della Chiesa Cattolica, vi era un esercito di nuovi crociati che avevano lasciato tutto per venire a Roma a combattere, a soffrire e a morire per la difesa del soglio di Pietro, di ogni successore di Pietro: una nuova Vandea che si concludeva con un evento storico fino a poco tempo prima assolutamente impensabile: la fine del potere temporale della Chiesa con il Papa fatto prigioniero di uno Stato, il compimento di una lotta e di una persecuzione che sarebbero state sempre più astiose ed accanite, anche utilizzando l’arma della menzogna storica.

Ciò che quel giorno era accaduto era frutto dell’odio ideologico scatenato contro la Croce di Cristo ed è nostro dovere non disperderne la memoria, soprattutto in un’epoca – quale la nostra – in cui l’autorità della Chiesa Cattolica, delle sue gerarchie, la difesa del suo diritto naturale di insegnare la Verità – l’unica Verità – sono costantemente sotto attacco, da parte di nemici esterni ed interni.

Dunque per vivere quei giorni, quei momenti drammatici e gloriosi, con i suoi episodi di autentico eroismo cattolico, lascio la parola al dott. Federico Catani. (…)

Ciò che ci è stato raccontato, con impeto quasi epico, dal dott. Federico Catani – l’ho già ricordato prima – non è che il culmine di una guerra alla Chiesa ed al Papato – e più in generale contro ordinamenti naturali e sani costumi – che travalica i confini dello Stato italiano e che da almeno un secolo e mezzo si stava preparando.

Occorre quindi avere una visione ampia del contesto in cui il nemico della Chiesa ha preparato questa guerra, da quest’ultimo apparentemente vinta, per essere noi – ora – a sapere come difendere, ben sapendo che i tempi dell’uomo, i tempi della Rivoluzione, non sono i tempi di Dio, della Chiesa e della Contro-Rivoluzione.

Su questi temi, sul rilievo storico, epocale e categoriale dell’occupazione di Roma, sul compimento della nascita dello Stato risorgimentale, sulla mutazione dalla Roma capitale della Cristianità alla Roma capitale della modernità, sulla questione della stessa natura della Chiesa (ed i suoi rapporti con la politica), sulle ore drammatiche del 20 settembre 1870 in cui si sono scontrate in armi dottrine antagoniste, il prof. Massimo de Leonardis, ordinario di Storia delle Relazioni e delle Istituzioni internazionali all’Università Cattolica del Sacro Cuore, presidente della International Commission of Military History, assieme ad altre firme di primissimo piano, ha curato il recentissimo libro Le “due Rome” (Questioni e avvenimenti a centocinquanta anni dalla “breccia di Porta Pia”) che trovate disponibile all’acquisto all’uscita della conferenza.

Noi abbiamo la necessità di capire e la responsabilità di valutare tutto ciò, e per questo cedo la parola al prof. Massimo de Leonardis. (…)

Se la Rivoluzione illuministica-liberale ha la sua data fondamentale nel 1789 e – cito nuovamente Giovanni Cantoni – se questa data «segna la fine della società sacrale e l’inizio della società secolarizzata e può essere assunta come categoria storica […] se questa data inizia un tempo e una fase di un processo plurisecolare, questo tempo e questa fase toccano con il 1870, con la breccia di Porta Pia, il loro apice e un certo quale simbolico compimento, dopo cui altri fatti si rovesceranno sulle nazioni tutte, a completarne la laicizzazione. Il 1870 dunque […] è l’Ottantanove d’Italia, il momento del passaggio istituzionale della nostra nazione dall’Antico Regi-me all’ordine nuovo rivoluzionario e l’inizio di un tempo storicamente ancora aperto; sicché il triste [centocinquantenario] del gesto che ha rinnovato barbarici oltraggi può e deve essere causa di meditazione e di ripensamenti per ogni italiano che abbia a cuore il destino della terra in cui la Provvidenza ha voluto avesse i natali».

Questo pomeriggio abbiamo chiesto al prof. Ettore Gotti Tedeschi – esimio studioso che ha messo le sue competenze a servizio diretto della Chiesa e del Papa, con il quale, per tanti anni, ha condiviso un importante rapporto non solo professionale – di analizzare le conseguenze di questo tragico evento, le conseguenze più evidenti, ma anche quelle più sottili, che solo un attento osservatore «dall’interno» spesso può cogliere: in questi centocinquant’anni la tempesta rivoluzionaria ha preso vieppiù forza e la nostra patria rischia oggi di essere travolta in un terribile gorgo. Scrisse Giovanni Cantoni: «Cresce quindi la disperazione, e con la disperazione il desiderio di una spiaggia su cui finalmente riposare e amorevolmente curare secolari ferite». (…)

Abbiamo iniziato questo nostro pomeriggio con il canto dell’inno Christus vincit! e da questo vorrei concludere con una riflessione personale. Ascoltandolo e cantandolo, penso che a molti dei presenti sia tornata alla mente una delle scene più iconiche di un gran film e soprattutto di un capolavoro letterario. In esso si narra la vita del sottotenente Giovanni Drogo dal momento in cui, divenuto ufficiale, viene assegnato alla Fortezza Bastiani, molto distante dalla città ed ultimo avamposto ai confini del Regno, oltre i quali vi è il deserto dei Tartari.

Trascorrono i mesi e poi gli anni, la vita della guarnigione nella fortezza si consuma nell’attesa della “grande occasione”, dello scontro, della battaglia. La delusione, la disillusione sconfortano il maggiore Drogo, fino al momento appena prima della morte: mentre lui morente viene allontanato dalla sua Fortezza, la battaglia sta per avere inizio senza di lui, ma negli ultimi istanti della sua vita coglie il senso della sua missione: estote parati! Si è preparato tutta la vita per il momento di gloria, ed è giunto il nemico più grande: non i Tartari e neppure la morte, ma la paura di morire, ed egli muore da vero soldato, perché ha sconfitto questo nemico.

Nell’ultimo anno e mezzo, questo insegnamento è venuto meno, lo spirito cristiano di stare pronti è stato dimenticato, la forza dell’attesa crociata, che animò i Cristiani a Poitiers, Gerusalemme, Vienna, Lepanto e sotto le Mura Leonine. Oggi pomeriggio abbiamo ricordato vite che si sono offerte per un ideale, per la difesa dell’ideale più grande, che non hanno avuto paura della morte, perché l’hanno attesa ed affrontata in grazia, consapevoli di aver fatto il proprio dovere davanti a Dio ed alla Chiesa… e poi, tornati alle loro case, servi inutili.


Un grande insegnamento che la Chiesa ci offre da duemila anni e che dobbiamo tenere vivo. Viva Cristo Re e viva il Papa Re!