Trasbordo ideologico inavvertito e dialogo

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Capitolo IV (cont. 3)

 

 

3. "Dialogo": significati talismanici


a) Punti di impressionabilità e di apatìa nello spirito mondano: quadro psicologico in cui agirà la parola-talismano

Caratterizzato il mondanismo irenistico come abbiamo fatto più sopra, è facile vedere i punti di impressionabilità e di apatìa che esistono in un irenista, anche se soltanto in germe, e che lo rendono tanto adatto per il trasbordo ideologico inavvertito:

* 1° punto di impressionabilità: le contese, le risse, le guerre sono in sé un gran I le, che è necessario eliminare a tutti i costi, in vista della instaurazione dell'era della buona volontà e della pace;

* 2° punto di impressionabilità: per questo, è necessario ad ogni costo far cessare le controversie, sostituendole con il dialogo irenistico;

* 1° punto di apatìa: questa pace a tutti i costi è possibile ottenerla? Per stabilirla non saranno necessari mezzi drastici che rappresenterebbero un male ancora maggiore?

* 2° punto di apatìa: l'abolizione delle controversie non crea il caos ideologico e morale? Non rappresenta la vittoria del relativismo? Non moltiplica, dunque, i fattori di discordia e di guerra? Non disorienta l'opinione pubblica? Non tende a sfigurare il carattere militante della Santa Chiesa?, ecc.

Alle domande che costituiscono i punti di apatìa, lo spirito punto dalla mosca dell'irenismo tende a non rispondere. Semplicista, frettoloso e irritabile come è ogni spirito utopico, l'irenista non è capace, per così dire, di distogliere la sua attenzione dai punti di impressionabilità, e si irrita con chiunque cerchi di trattenerlo nei punti di apatìa.

Con ciò, si ritrova propenso ad accettare tutte le conseguenze dell'irenismo, anche quelle che più avrebbe ripudiato - il modernismo, il comunismo - prima che si formassero nel suo spirito quei punti di impressionabilità.

Per attenerci soltanto alle controversie e al dialogo irenico, la vera soluzione del problema che preoccupa il nostro irenista, consisterebbe nel riconoscere l'impossibilità di una concordia ideologica assoluta ed eterna tra gli uomini, e la necessità di stabilire la buona convivenza su basi realizzabili. Perciò, tra l'altro, cercherebbe di evitare l'uno e l'altro eccesso., cioè, tanto l'omissione della discussione-dialogo nei casi indicati, quanto l'omissione della discussione pura e semplice o della polemica quando fossero opportune, e si impegnerebbe a reprimere queste forme di discussione ove per qualche motivo fossero da censurare. Ma, sotto l'azione dei punti di impressionabilità, e senza reazione nei punti di apatìa, l'irenista già impaziente fin dall'inizio, è pronto per abbandonarsi ad ogni sorta di pensieri, sensazioni e azioni unilaterali, aderendo solamente alle soluzioni che lusingano le zone di impressionabilità.

La parola talismano comincia così a produrre su di lui i suoi effetti.


b) Molteplicità di effetti della parola-talismano

La parola-talismano "dialogo" è così ricca di effetti, che, per studiarli adeguatamente, occorre classificarli in due gruppi:

- gli effetti diretti, da essa prodotti sulla mentalità delle persone che suggestiona;

- un processo mediante il quale la mentalità così trasformata e la parola-talismano "dialogo", reciprocamente radicalizzandosi e servendosi del dialogo come strumento, portano i "dialoganti" al relativismo hegeliano.


c) Effetti diretti della parola-talismano

Preliminarmente, consideriamo il primo gruppo di effetti. Sono in numero di cinque.

 

a) Primo effetto. Il dialogo risolve tutto

Sull'irenista preparato come abbiamo mostrato sopra (punto A), comincia ad agire la parola-talismano. Gli hanno parlato di dialogo. In base a quanto osserva, questo termine viene impiegato in un senso nuovo e assai particolare, solo indirettamente in relazione con il significato corrente. La parola "dialogo" splende così innanzi ai suoi occhi con un contenuto che ha qualcosa di moderno e di elegante. Persone di rilievo la utilizzano come se fosse una formula nuova per mutare convinzioni, semplice, irresistibile. Non dialogare equivale a condursi in maniera retrograda in campo ideologico, in piena era atomica. Dialogare significa essere aggiornato, significa distinguersi per efficacia e modernità. L'irenista allora si mette a pensare: il dialogo risolve ogni problema. Niente discussioni, né polemiche; è necessario unicamente dialogare con quelli che pensano in maniera diversa, anche nel caso siano comunisti. Il dialogo, per la affabilità che lo caratterizza, ha la virtù di disarmare ogni prevenzione. Assicura a chi lo usa la gloria di convincere tutti gli oppositori.

 

b) Secondo effetto. Una costellazione di impressioni ed emozioni unilaterali

Fondato tutto ciò nel timore unilaterale ed ossessivo di irritare gli oppositori con la discussione e con la polemica, come pure nella certezza che mediante il dialogo non v'è chi non si possa convincere, il nostro paziente giunge a formare pari passu tutta una costellazione di impressioni ed emozioni unilaterali, tra le quali menzioneremo solo qualcuna. Sono quelle che si riferiscono al cattolico che discute o polemizza. Secondo l'irenista, un tale cattolico adotta metodi di apostolato anacronistici e controproducenti. Agisce così perché è irascibile, bilioso, vendicativo, e non ha carità per quelli che giacciono nell'errore. Li tratta con una severità ingiusta e nociva, e in ultima analisi è il vero colpevole del fatto che quelli rimangano fuori dell'ovile.

- Odio verso i cattolici più ferventi

Questa impressione unilaterale determina un'emozione, un'antipatia contro l'apologista o il polemista cattolico, che può giungere perfino all'odio. Tale antipatia, per il fatto che deriva dal presupposto per cui ogni controversia ideologica è cattiva, coinvolge ipso facto e indistintamente tutti coloro che discutono o polemizzano, sia che lo facciano debitamente sia che lo facciano indebitamente.

Per assurdo che sia, l'apologista o polemista comincia ad esser visto con odio dal suo. stesso fratello di Fede. Questo va sempre più considerando quello come un cattolico settario e non caritatevole, e vede il suo "errore" come l'unico per il quale non è possibile perdono. È il tremendo "errore" d'essere "ultracattolico". Contro la persona accusata di tale errore tutte le armi sembrano lecite, la congiura del silenzio, l'ostracismo, la diffamazione, gli insulti. E per provare le accuse che gli si fanno, tutto è consentito: gli indizi più lievi e più vaghi e perfino le semplici apparenze servono di prova. Per lui, vero paria della società in cammino verso l'utopia, e per nessun altro, è definitivamente vietata la partecipazione al dialogo.

Vengono decimati così in scala sempre maggiore, nella Chiesa Militante, i più ferventi tra i suoi figli, ossia, i più disinteressati, i più coerenti, i più perspicaci, i più valenti.

Non è neanche necessario rilevare quanto vantaggio da ciò traggano i suoi avversari.

- Ammirazione e fiducia incondizionate per quanti sono fuori della Chiesa

Questa decimazione si accompagna con una ammirazione e una fiducia crescente verso quelli che sono fuori della Chiesa. Non è raro che questi sentimenti si trasformino in un "complesso" capace di condurre a un vero e proprio incondizionalismo categorico. Ciò che, del resto, è logico. Ebbene, se tutti i nostri fratelli separati possono essere convertiti col sorriso, ciò accade perché, in ultima analisi, solo alcuni equivoci e risentimenti li tengono lontani da noi. La loro buona volontà è piena e senza macchia.

Quando viene rettamente praticato il dialogo con quelli che sono fuori della Chiesa, occorre tenere in mente sia ciò che ci separa da essi, sia ciò che ci unisce. E, con la destrezza della carità, è necessario saper trarre partito da ciò che ci unisce, per creare, nella misura del possibile, un ambiente di cordialità trattando, in modo obiettivo e con tatto, ciò che ci separa.

Ma nel clima irenico la preoccupazione del "dialogante" cattolico è un'altra. Egli vede solo ciò che lo unisce a quanti sono all'esterno, e niente di ciò che lo separa da essi. Così, si aspetta tutto dalla consistenza e dalle concessioni, e nulla dalla lotta. La sua tattica è dunque ingenua, blanda e arrendevole nei confronti di quelli che sono fuori dell'ovile. La sua intransigenza, la sua energia e la sua diffidenza sono solo per quelli che, dentro la Chiesa, resistono al clima irenico.

 

c) Terzo effetto. Simpatia e notorietà prodotti dalla risonanza pubblicitaria della parola "dialogo"

Se in forza di questa costellazione di impressioni e emozioni, l'apostolo che discute o polemizza è odiato e vilipeso, nello stesso tempo il modo in cui il pubblico vede abitualmente l'apostolo del dialogo irenico è diametralmente opposto.

Siccome, oggi forse più che mai, il pubblico desidera tutto ciò che può incoraggiare l'ottimismo e le aspirazioni alla tranquillità e al benessere, esso è predisposto ad ammirare enfaticamente l'apostolo irenista.

L'uomo medio crede di vedere in lui un'intelligenza duttile e lucida, che gli permette di considerare fino in fondo il male insito nella discussione e nella polemica, e le inesauribili possibilità apostoliche del dialogo. Benevolo e affabile, il "dialogante" irenico dà l'impressione di essere dotato di una simpatia irresistibile e quasi magica. Moderno, egli si presenta come perfetto e agile conoscitore delle tattiche di apostolato più attuali, e perciò destro nel maneggio del dialogo. In una parola, nulla gli manca per apparire assolutamente simpatico. Allegro, gioviale, preannuncia un avvenire roseo, propiziato da un susseguirsi di successi facili ed inebrianti.

La simpatia e l'ottimismo aprono al nostro "dialogante" le porte della notorietà. Si ha piacere di parlare di lui, di ripetere le sue parole, di elogiare le sue azioni. Sembrerebbe che egli possieda il dono di saper risolvere con un sorriso le questioni più intricate, di dissipare come se fosse un sole, con semplici colloqui, i preconcetti e i rancori più inveterati. Per questo, si trova naturalmente situato al centro degli eventi, nel punto di convergenza degli interessi del pubblico. La stampa, la radio, la televisione lo mettono in evidenza di buon grado, sicuri di far così cosa gradita al pubblico stesso.

 

d) Quarto effetto, Si desta il miraggio dell'era della buona volontà

Tutto ciò va aprendo così, nell'animo della persona sottoposta al procedimento che studiamo, indefiniti orizzonti. Al limite estremo di essi si innalza un miraggio al quale già abbiamo fatto allusione in questo capitolo (capo 2, da A a C). Miraggio generalmente molto impreciso, certamente, però quanto radioso e attraente!: l'era della buona volontà, cioè di un ordine di cose "evoluto" in cui la simpatia, e la pienezza di essa che è l'amore, non solo sarebbero capaci di disarmare tutte le contese, ma perfino di prevenirle, mediante l'eliminazione delle loro cause psicologiche, e inoltre delle loro cause istituzionali! Oh, quanto guadagnerebbero la concordia e la pace dalla soppressione di ciò per cui da millenni vanno lottando gli uomini - patrie, interessi nazionali, beni di fortuna, prestigio di classe, attributi di comando! Oh, se l'amore giungesse ad eliminare le parole "mio" e "tuo" per sostituirle, a mo' di superamento, con la parola "nostro", alla fine regnerebbe la pace tra gli uomini, scomparirebbero le guerre, i crimini, le pene e le carceri! Il Pubblico Potere non sarebbe altro che un'immensa cooperativa di attività spontanee e armoniche a pro della prosperità, della cultura e della salute. Il completo benessere terreno delle società sarebbe la meta unica di tutti gli sforzi umani nell'era della buona volontà.

Questo miraggio, la cui affinità con il mito anarchico inerente al marxismo già abbiamo segnalato (capo 2, B), dotato, come abbiamo detto (capo 2, I), di tutta la forza di suggestione corrispondente alle più profonde aspirazioni dell'uomo, è idoneo a svegliare in innumerevoli anime una emozione deliziosa, che le riempie interamente, e dalla quale, come da un tossico, non vogliono separarsi in nessun modo.

Da ciò deriva il fatto che la parola "dialogo", quando viene utilizzata in questa prospettiva, si riveste di scintillii particolarmente magici e affascinanti. Come un vero talismano, comunica automaticamente il suo prestigio e il suo brillio a quelli che la adottano.

 

e) Quinto effetto. La tendenza ad abusare della elasticità della parola "dialogo"

Da questi diversi fattori psicologici proviene una tentazione, sempre più accentuata, di esagerare la naturale elasticità del termine in questione.

In realtà, se con l'impiego di una parola si consegue un determinato effetto, questo sarà tanto maggiore quanto più la si impieghi.

Da ciò la tendenza a usare la parola "dialogo" per qualsiasi motivo. Il suo uso può diventare quasi un vizio, di modo che un'intervista, un articolo, un discorso non sembrano completi se non contengano un riferimento al dialogo.

 

d) Effetti indiretti e riflessi della parola-talismano

Passiamo ora al secondo gruppo di effetti.

In essi, la fermentazione psicologica prodotta dalla parola-talismano si ripercuote su questa, e reciprocamente.

Tale azione reciproca, che importa un processo di mutua radicalizzazione, si riflette a sua volta sul modo stesso di condurre il dialogo.

Se immaginiamo due "dialoganti" tra i quali si determini questa azione reciproca, vedremo che a poco a poco andranno cambiando, non solo le successive maniere di dialogare, ma perfino il contenuto del dialogo.

Nel suo complesso, tutto ciò porta i due "dialoganti", attraverso diverse fasi, dall'irenismo al relativismo hegeliano.

a) Primo effetto. La radicalizzazione della parola "dialogo": nuovi e più radicali significati talismanici

Come si produce l'influenza di questa fermentazione psicologica sul vocabolo?

Chi procuri di elevarsi agli alti firmamenti della celebrità sulle ali della parola "dialogo", non tarderà a capire che le sue diverse applicazioni hanno un rendimento diseguale sul piano della popolarità. Alcune volte, essa è impiegata con poco frutto. Sembrerà opaca, al pubblico. Altre volte, il talismano brillerà agli occhi di tutti ed agirà con piena intensità.

Questo fatto, di regola, chi sfrutti la parola-talismano - così come anche il pubblico - lo sentirà abitualmente senza poterselo spiegare. Per conseguenza, preferirà certe applicazioni di essa ad altre. E, se avrà qualche talento, andrà forzando la naturale elasticità del vocabolo onde moltiplicare gli usi più affascinanti e redditizi.

Quale la ragione per cui in certe applicazioni il talismano si rivela più irradiante che in altre? Quale il polo di massimo fulgore col quale, così manipolato dai virtuosi di questa linguistica, esso tende ad identificarsi?

La forza di irradiazione, per così dire, immanente alla parola-talismano "dialogo", si fa sentire di più quando essa è impiegata in modo tale che insinua esser vero, desiderabile, realizzabile, il mito di cui poc'anzi parlavamo, dell'amore sentimentale, rigeneratore e collettivistico, concepito come forza organizzatrice di un mondo nuovo. Questo mito è il polo verso cui tende la parola-talismano. Il dialogo, nell'ultimo. e più recondito dei suoi significati magici, è il linguaggio di quest'amore.

Nelle diverse tappe di questo procedere verso il suo ultimo significato, la parola "dialogo" si evolve in modo da identificarsi sempre più con esso.

b) Secondo effetto. Le quattro fasi del processo, verso il relativismo hegeliano

Così descritta, in generale, l'azione reciproca tra l'emozione irenistica e la parola-talismano, consideriamo le diverse fasi attraverso le quali, con lo svilupparsi di questa azione reciproca, si vanno progressivamente modificando le forme e i contenuti della conversazione tra persone di convinzioni opposte e, correlativamente, il significato della parola-talismano.

Prima che si inizi il processo, tali interlocutori desiderano reciprocamente convincersi l'un l'altro, per mezzo di argomenti.

L'obiettivo fondamentale di ciascuna parte è, pertanto, quello di conquistare l'altra per mezzo della verità. Per questa via realizzeranno tra loro un bene prezioso, quale è l'unità. Un'unità che si presenta legittimamente come frutto della verità, e che pertanto non può essere concepita né raggiunta se non mediante il possesso della verità.

Prima fase.

Ipertrofia della cordialità nella discussione-dialogo: nasce la parola - talismano.

Immaginiamo che negli interlocutori così disposti per la discussione si noti, frattanto, una fermentazione emotiva irenistica. Questa fermentazione, che prelude all'apparizione della parola-talismano "dialogo", consiste in un desiderio emotivo veemente di concordia universale degli spiriti, e di pace in tutti i campi delle relazioni umane.

Questo desiderio è di tale natura, che si sentirà soddisfatto solo quando gli interlocutori siano giunti, finalmente, a una concezione interamente irenistica e relativistica dell'uomo, della vita e del cosmo.

Così, dal punto di vista emotivo, gli interlocutori in questione già sono potenzialmente guadagnati dall'irenismo alla causa del relativismo e, come vedremo, dal più radicale dei relativismi, quale è il relativismo hegeliano.

Ciò posto, se dal punto di vista emotivo questo è reale, dal punto di vista delle idee, non lo è ancora.

Gli interlocutori ammettono ancora l'esistenza di una verità oggettiva nella quale ciascuno d'essi suppone di trovarsi, e di un errore oggettivo nel quale ritiene che si trovi l'altro.

Per quanto concerne il tema controverso, logicamente può aversi per essi un solo tipo di relazioni, che è la discussione.

Questa, anche quando sia oltremodo amabile, comporta una nota di combattività. Orbene, questa nota si distingue nettamente dallo stato emotivo degli interlocutori.

V'è, dunque, un conflitto tra il procedimento imposto dalla logica - la discussione - e il tipo di relazioni che le persone in questione deciderebbero mantenere tra loro nasce da ciò una prima modificazione di questo tipo relazioni.

Benché non si rendano conto di questo, le parti desiderano più l'unità che la verità.

In conseguenza di queste disposizioni emotive, ciascuna di esse è portata a pensare che l'altra sia sempre in buona fede. Il successo del suo sforzo di persuasione gli sembra dipendere soltanto dalla eliminazione dei risentimenti dell'altra.

Per questo entrambe rigettano la discussione pura semplice, così come la polemica, e concepiscono solo la discussione sotto la forma raffinatamente dolce della discussione-dialogo. Però questa forma contiene ancora elemento di combattività, che riesce sgradito alla emotività irenistica.

Quest'ultima deforma, per conseguenza, il significato della discussione-dialogo, sopravvalutando la nota di cordialità, e sottovalutando quella di combattività. Si pone l'accento, allora, sulla deformazione iniziale del tipo di relazioni tra le parti.

La discussione-dialogo non mira ormai principalmente a giungere alla verità e solo per mezzo di essa all'unità ma soprattutto all'unità per mezzo della cordialità di relazioni tra gli interlocutori. E solo secondariamente alla conquista della verità attraverso l'argomentazione.

La parola "dialogo" subisce allora la prima distorsione. Passa a designare la discussione-dialogo irenisticamente concepita. Rimane così impregnata di un significato irenico-talismanico, che riluce con tutte le attrattive del mito irenistico.

Il dialogo-talismano (cioè, la discussione-dialogo deformata) diviene il dialogo per antonomasia.

Esempio concreto: per facilitare al lettore lo studio del processo di deformazione talismanica della parola "dialogo", considerato in astratto, lo accompagneremo con un esempio concreto. La enunciazione di ciascuna fase del processo in abstracto sarà seguita dalla descrizione della corrispondente fase dell'esempio in concreto.

Immaginiamo un tomista e un esistenzialista che siano colleghi in una università, e a questo titolo abbiano frequenti occasioni per discutere sulle loro divergenze filosofiche, così come per investigare insieme materie non correlative a queste divergenze, e, ancora, per mantenere quelle altre relazioni sociali che si hanno di solito tra colleghi.

Per quanto riguarda le divergenze che esistono tra loro, il tomista si sa nella verità e nella ragione. L'esistenzialista diverge dalla posizione tomistica. Ciascuno desidera convincere l'altro, e il mezzo normale per conseguire questo gli sembra che sia la discussione.

Immaginiamo che, nell'impegno di convincere l'altra parte, il tomista sia mosso non solo da un legittimo desiderio di apostolato, ma anche da un ardente desiderio irenistico di unione.

Questo desiderio, in un dato momento, prende il primo posto tra le ragioni di zelo, e il nostro tomista, nella sua discussione con l'esistenzialista, comincia a desiderare più l'unità che la verità.

Quest'inversione di obbiettivi produce, nel suo modo di vedere il collega, una conseguenza immediata. Candidamente, egli immaginerà che quest'ultimo sia attaccato alla propria dottrina per un mero equivoco così come per risentimento contro il tomismo - e in ultima analisi - contro la Chiesa.

Per l'interlocutore punto dalla mosca dell'irenismo, l'altra parte si comporta sempre nella discussione come se, concepita senza peccato originale, fosse incapace di un attaccamento disordinato e vizioso all'errore.

Da ciò una ripercussione della tendenza irenica sul procedere del tomista. Se il principale ostacolo perché l'esistenzialista accetti la verità è il risentimento, ciò che è più importante, nella discussione, è l'evitare che questo risentimento si mantenga e persino si aggravi. Il suo interlocutore ripudierà, dunque, come pericolose e perfino ingiuste sia la discussione pura e semplice, sia la polemica, e accetterà, nel campo delle tesi in controversia, solo la discussione-dialogo.

Con quest'ultima, cercherà principalmente l'unità e solo secondariamente la verità.

Chiamerà dialogo questo tipo di discussione per insinuare che è tanto carente di combattività quanto il dialogo-indagine o il dialogo-trattenimento.

Nasce così la parola-talismano "dialogo", traboccante di cordialità pacifista. Essa designa la prima forma di relazioni irenistiche tra gli interlocutori in questione e rifulge con le molteplici seduzioni del mito pacifista, accentuando nel nostro tomista gli ardori del prurito irenico, attraendolo verso nuovi cambiamenti nel suo modo di affrontare il dialogo talismanico e di porlo in pratica.

Seconda fase.

La cordialità irenistica invade il dialogo-trattenimento e Il dialogo-indagine: la parola-talismano amplia il suo significato.

La parola-talismano, così formata nella prima fase, si ripercuote sulla fermentazione emotiva irenistica, e questa fermentazione cosi accresciuta, imprimerà alla parola-talismano un significato nuovo e più ampio. In ciò consiste la seconda fase.

L'interlocutore irenista, soddisfatto del contenuto recondito della parola-talismano, che è il mito irenico, la va adoperando ad ogni proposito come un balocco con il quale tanto più si incanta quanto più con esso gioca.

Le relazioni tra persone separate l'una dall'altra da una divergenza non si limitano a questa divergenza. Esse possono comportare legittimamente dialoghi per investigare su altre materie e anche dialoghi di trattenimento sopra altre ancora. Queste forme di relazione possono avere, anche legittimamente, una ripercussione favorevole sulla discussione-dialogo, nella misura in cui contribuiscono ad evitare che quest'ultima sia pregiudicata da risentimenti e antipatie personali, malauguratamente sempre facili a sorgere.

In vista di ciò, gli interlocutori irenisti sono portati a modificare in senso ironico i loro dialoghi di indagine e di trattenimento, estendendo a questi il significato talismanico incubato nella fase anteriore, nella discussione-dialogo.

È opportuno segnalare ora in che consiste la deformazione irenistica dei dialoghi-trattenimento e indagine. In essi, gli interlocutori irenisti passano a sottovalutare il fine naturale dell'intrattenersi e dell'investigare, e a sopravvalutare irenisticamente il fattore cordialità. In tal modo il dialogo è da essi condotto principalmente al fine di ottenere un intenso rinfocolarsi dei sentimenti, mentre il passatempo e la investigazione diventano meri pretesti.

Essi sperano, con l'intento di convincere, che questo rinfocolarsi dei sentimenti eserciterà sul punto di divergenza una pressione unificante e sincretistica più utile dello scambio di argomenti anche quando questo sia fatto nella dolcezza della discussione-dialogo irenistica, perché questa conserva ancora residui di combattività.

Siccome l'irenista esagera sempre più l'importanza del fattore cordialità per ottenere la persuasione, è portato sempre più a confidare nel dialogo-trattenimento e nel dialogo-indagine, e la discussione-dialogo passa a sembrargli interamente secondaria, e persino pericolosa e molesta.

A questa modificazione nel tenore delle relazioni tra gli interlocutori irenici, corrisponde una nuova tappa della parola-talismano "dialogo".

Siccome l'elemento più dinamico del significato di quest'ultima è irenistico, essa si estende dalla discussione-dialogo irenistica alle altre due forme "irenizzate" di conversazione.

Così, la parola-talismano passa ad abbracciare tutte le forme di relazione tra gli interlocutori, suscettibili di impregnarsi di irenismo.

In altri termini, fuori dalla influenza irenistica, il dialogo-indagine e il dialogo-trattenimento possono esser visti come forme di relazioni strumentali della discussione-dialogo, capaci di assicurare il buon andamento di essa. Però sotto l'influenza dell'irenismo, quest'ordine di valori si inverte. Il dialogo-trattenimento e il dialogo-indagine cominciano a essere guardati come gli elementi propulsori dell'azione di persuasione. La discussione-dialogo passa ad avere un ruolo secondario, strumentale, ma strumentale molesto.

La parola-talismano "dialogo" abbracciando in questa nuova gerarchia di valori le tre menzionate forme di conversazione (discussione-dialogo, dialogo-indagine e dialogo-trattenimento) comincia a stimolare ancor più i desideri irenistici, e così dà origine alla terza fase.

Esempio concreto: sotto il segno dell'irenismo stimolato dalla parola-talismano "dialogo", il nostro tomista desidera estendere il fermento irenico alle altre forme delle sue relazioni con l'esistenzialista. Fin qui le altre forme (dialogo-trattenimento e dialogo-indagine) gli sembravano estrinseche rispetto alla controversia dottrinale e idonee ad esercitare in relazione ad essa appena una funzione strumentale: il tratto cordiale di atteggiamenti estranei alla controversia contribuiva a mantenerla in un'atmosfera sereno, ed elevata.

Il tomista irenico si pone allora a vedere le cose in altro modo. Le occasioni per l'indagine o per il passatempo gli sembra che non abbiano solo il loro fine naturale. Desideroso di produrre nel suo interlocutore la bramata smobilitazione emotiva, queste occasioni passano ad essere per lui solo un mero pretesto onde alimentare e accrescere, nell'esistenzialista, il prurito irenico e l'anelito supremo e incondizionato di unità.

Così, tutte le forme di interlocuzione suscettibili di impregnarsi di irenismo (dialogo-trattenimento, dialogo-indagine, discussione-dialogo) finiscono per essere fuse nel segno dell'irenismo.

Frattanto, la discussione-dialogo, essendo meno adatta al rinfocolarsi irenistico, e persino pericolosa per la sua nota di combattività, viene a perdere la sua parte principale. Nella misura in cui dissipa equivoci dottrinali essa finisce per avere una funzione strumentale molesta e pericolosa, in un complesso di relazioni la cui nota essenziale sta nell'accendere la cordialità.

Il nostro tomista sentendo e vedendo così le cose, continua a dialogare. Ma il dialogo, per lui, quanto si differenzia da quello della fase precedente! In funzione di questo riscaldarsi dei sentimenti, evita quanto può la controversia con l'esistenzialista e si dedica con tutto il suo impegno a mettere a fuoco, con le luci di una insistenza indefessa e di una minuziosità che si compiace dei più insignificanti particolari, ciò che tra tomismo ed esistenzialismo v'è di comune ... quanti gli paiono essere gli "aspetti esistenzialisti del tomismo".

Egli cerca così di ornare con una coccarda kierkegaardiana l'austero abito dell'Aquinate, e allineare questo nella coorte degli ammiratori che Kierkegaard aveva già prima ancora di nascere.

Ingegnoso, il tomista irenico comprende che una inimicizia comune è molte volte il miglior cemento per una amicizia precaria e nascente. Cercherà di attaccare, con una focosità maggiore di quella che muove il più ardente esistenzialista, qualunque velo di "essenzialismo" trovi in questo o in quel filosofo. In questa "crociata" senza croce, egli non è, certamente, irenista in ciò che riguarda l'"essenzialismo" in qualsivoglia dei suoi gradi, modi o aspetti, però lo è in quanto pratica l'irenismo in relazione all'esistenzialismo.

Gli rimane solo un timore. Ed è quello che l'esistenzialista sospetti che egli sia in connivenza con certi disgraziati fratelli tomisti che combattono l'esistenzialismo. Per questo si scaglia contro di loro come contro "essenzialisti" tra i più pericolosi.

Arti del dialogo talismanico in questa seconda fase ... La parola-talismano "dialogo" è passata, dunque, a designare il complesso dei dialoghi irenistici, con preponderanza dei dialoghi di trattenimento e di indagine sulla discussione-dialogo.

Terza fase.

La cordialità irenistica sbocca nel relativismo: la parola-talismano assume un significato Interamente relativistico.

Le due fasi precedenti si sono svolte sotto il segno dell'irenismo. La terza è già chiaramente relativistica.

Fin qui, sotto la pressione dell'irenismo, l'obiettivo della conversazione veniva diventando sempre più l'unità e sempre meno la verità. Nella tappa presente, il desiderio di unità porta gli interlocutori a scavalcare le proprie divergenze per raggiungere quest'ultima. Per questo passano a pensare che non v'è in nessuna delle parti né verità assoluta né errore oggettivo. Tutto è relativo.

Di conseguenza, il tenore delle relazioni tra loro si modifica.

Partendo dal relativismo, la vera discussione è impossibile; quando trattano la materia fin qui controversa, gli interlocutori, per il fatto stesso di farlo sotto il segno del relativismo, già non stanno più facendo un'autentica discussione.

Siccome molte volte questo passaggio dal semplice irenismo al relativismo è inavvertito, è possibile che le parti immaginino di stare a discutere, e chiamino discussione la loro conversazione. In realtà, la discussione-dialogo ha cessato veramente di esistere. Di essa rimangono appena le divergenze accidentali e transitorie che, come abbiamo visto (cap. IV, 1, B, j), sono inerenti al dialogo-indagine.

Questo mutamento relativistico nelle relazioni tra gli interlocutori, determina una nuova distorsione della parola-talismano "dialogo". La consistenza che questa aveva, da semplicemente irenistica finisce per essere relativistica; perciò, essa non include più la discussione-dialogo, ed abbraccia appena il dialogo-trattenimento e il dialogo-indagine.

Sempre più prossima al mito dell'era della buona volontà, essa diviene sempre più attraente e rifulgente per gli irenisti relativisti. Essa trasmette ardori sempre maggiori al desiderio d'unità, e prepara così la fase seguente.

Esempio concreto: lanciato di raffinatezza in raffinatezza sulle vie dell'irenismo dalla parola-talismano, il nostro tomista, nella sua ansia di dialogare, fa ancora un passo.

Comincia a sembrargli adesso che siano inconsistenti le divergenze dottrinali che nella fase precedente egli aveva già tanto sottovalutato a pro dei punti di convergenza. In tutte, si pone a vedere barlumi di verità ed errori da ambo le parti, Le differenze sarebbero più nelle formule che nel contenuto. In ultima analisi, una stessa "verità" globale, tutta relativa, e presente alla fine nelle più opposte formulazioni, sarebbe il substrato di una realtà varia e indefinitamente mutevole.

Con la lente d'ingrandimento, il nostro irenista comincia a cercare testi di S. Tommaso che, presi isolatamente, sembrano giustificare il suo relativismo. Egli già non è più tomista se non perché ha la speranza o l'illusione di trovare segni precursori di Kierkegaard in S. Tommaso. In realtà, di tomismo non gli resta nulla. Senza rendersi conto forse di quanto succede nella sua mente, è già un relativista convinto.

Questo mutamento interiore è seguito da una modificazione nel tenore delle sue relazioni con l'esistenzialista. Lo vediamo eliminare, in questa terza fase in cui l'irenismo sbocca nel relativismo, la discussione-dialogo, che, nella fase anteriore, gli pesava come la palla di ferro e la catena al piede del forzato. Le relazioni con l'esistenzialista si riducono al dialogo-trattenimento e al dialogo-indagine irenistici.

Forse questo tomista che già non è più tomista chiama ancora "discussione" queste forme di conversazione che ormai non hanno più niente in comune con la discussione.

La parola-talismano "dialogo", designando in ciascuno stadio le relazioni irenistiche così come in esso sono praticate, non abbraccia più la discussione-dialogo, e comprende solo gli altri due tipi di dialogo irenistico, e questi stessi, pregni di concezioni relativistiche.

Dialogare talismanicamente significa, dunque, in questa fase, praticare un relativismo radicale. L'euforia di dialogare, il prestigio talismanico del dialogo irenico-relativistico, eccitando ancor più nel nostro tomista i pruriti irenistici, lo preparano ora per la quarta fase.

Quarta fase.

Il relativismo irenistico si struttura in termini di hegelismo: la parola-talismano assume il significato del "ludus" hegeliano.

Così come il relativismo non è il contrario dell'irenismo, ma la pienezza di questo, così pure il relativismo va a ricevere in questa fase un arricchimento che non gli è contrario, e che inoltre gli conferisce la sua pienezza. Gli interlocutori, desiderosi di portare il relativismo fino alle sue ultime conseguenze, non si contentano più di un relativismo puramente negativo, che miri appena a corrodere e distruggere i concetti di verità oggettiva e di errore oggettivo. Perché ciò che è meramente negativo ripugna alla natura umana. Passando al piano positivo, essi desiderano strutturare tutta una visione relativistica dell'uomo, della società e dell'universo.

La verità, già anteriormente accettata come qualcosa di relativo, passa ad essere vista in questa fase come il prodotto di una eterna dialettica.

Dopo aver assunto il carattere di mero passatempo e indagine, il dialogo comincia ad essere praticato come un "ludus" nel quale ambo le parti ammettono che, a forza di dialogare, si produrrà tra loro una decantazione della verità, come attraverso il contrasto tra tesi e antitesi si giunge alla sintesi. Si produce così l'ultimo stadio della deformazione talismanica della parola dialogo. È lo stadio hegeliano, Ben si vede che, attuato così da uomini di buona volontà, impregnato del mito irenistico, il contrasto tra la tesi e l'antitesi sarà fondamentalmente un "ludus" cordiale. E tanto più cordiale quanto più si va sviluppando in situazioni successive.

Il contrasto tra tesi e antitesi potrà assumere a volte la forma della discussione pura e semplice o perfino della polemica. Però non ne avrà la sostanza, perché non presuppone un antagonismo assoluto tra la verità e l'errore, tra bene e male. E pertanto, il dialogo irenistico non cerca più di mutare le convinzioni di nessuna delle parti, ma di operare l'elevazione di entrambe verso una "verità" di livello superiore.

Esempio concreto: il tomista irenico che immaginiamo come esempio non può, nel suo ardore, ritenersi pago di un relativismo meramente negativo. Cerca di strutturare una dinamica interna che spieghi le relazioni esistenti tra le mille formulazioni opposte, nelle quali, come gli sembra, abita la "verità".

Soprattutto desidera trovare in queste relazioni qualcosa che tenda a eliminare le opposizioni, via verso l'unità.

Questa eliminazione, egli non la può concepire come l'avrebbe concepita prima dell'inizio del processo talismanico, cioè come una condanna, fondata sul raziocinio, di tutte le formulazioni, eccetto una, proclamata l'unica interamente veritiera.

D'altra parte, egli è in presenza di un fatto palpabile: queste formulazioni opposte si trovano tra loro in uno stato di contrasto continuo e irrimediabile.

Irrimediabile? O sarà proprio questo contrasto il rimedio? Il nostro tomista si compiace di rispondere di sì. Dal contrasto delle "verità" relative ed opposte nascerebbe per via di superamento una sintesi, e dal contrasto universale delle tesi e delle antitesi, generando sempre sintesi che attraverso nuovi contrasti con formulazioni antitetiche darebbero nuove sintesi, si originerebbe un grandioso processo di distillazione universale delle "verità" e della "verità".

Ben inteso, al contrario del procedere "antipatico" e "discriminatorio" del tomismo medioevale, in questa distillazione nulla verrebbe condannato e nulla sarebbe escluso. Tutto sarebbe fraternamente e amorosamente assunto nella produzione delle sintesi successive.

Lo stesso tomismo, il nostro tomista irenico lo vede ora come una delle formulazioni della "verità" che contribuisce con profumati incensi dottrinali a questo processo di composizione ideologica universale.

Egli immaginerà forse di essere ancora tomista. Forse ancora si impegna a mutilare l'opera di San Tommaso, strappando da essa, con violento arbìtrio, i frammenti che gli servano per presentare al secolo XX un "new look" dell'Aquinate, che è il Dottore Comune visto a rovescio.

In realtà, non è difficile notare che, sotto il fascino del mito irenico e volando sulle ali della parola-talismano, il nostro tomista si è trasformato in un perfetto hegeliano, rivestito di una leggera tinta tomista.

Quale sorpresa avrebbe avuto al principio del processo se avesse potuto immaginare che alla conclusione di un'evoluzione inavvertita, guidato dalla parola-talismano "dialogo", come da una stella del male, sarebbe pervenuto all'hegelismo! A quest'hegelismo che prima ripudiava come contrario a tutto quanto riconosceva in filosofia come vero!

Se considereremo complessivamente gli elementi principali di quanto è stato esposto in questo lavoro, emergerà chiaramente e facilmente la conclusione: il comunismo è il grande beneficiario del trasbordo ideologico inavvertito e dell'uso delle parole-talismano, specialmente della parola-talismano "dialogo".

Similmente risulterà evidente che questa immensa manovra comunista è suscettibile di esser resa innocua a mezzo del semplice fatto che qualcuno la riveli agli occhi dell'opinione pubblica.

Categoria: Trasbordo ideologico inavvertito e Dialogo

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