Articoli di Plinio Corrêa de Oliveira

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Il messaggio di Giovanni Paolo II e il domani che sarà nostro

 

Ho atteso fino a questo momento il testo ufficiale del messaggio rivolto da Giovanni Paolo II ai vescovi, in apertura della III Conferenza Generale dell’episcopato latinoamericano a Puebla, e anche quello del documento approvato giorni dopo dalla quasi totalità dei prelati che hanno preso parte alla votazione finale.

 

Importanza di Puebla

Con tali testi in mano - l’uno, la chiave di apertura, l’altro, la chiave di chiusura della importante riunione - sarebbe possibile fare una analisi obiettiva di ciò che Puebla rappresenterà per il futuro della Chiesa nel continente latino-americano. E anche per il futuro della Chiesa universale, perché l’America Latina ha oggi raggiunto una tale importanza nella Chiesa, che condiziona in buona misura i passi di questa in tutto il mondo. Per il futuro della umanità, infine, perché la influenza della Chiesa è, a sua volta, così grande in tutte le nazioni - in un modo o nell’altro anche e perfino tra le nazioni non cattoliche -, che condiziona profondamente la storia universale nel nostro secolo.

Descrivendo questo sistema di cerchi di influenza concentrici, mi viene in mente - sia detto di passaggio – una domanda sulla parte non più di tutta l’America Latina, ma del Brasile all’interno di questo sistema. E la risposta mi balza subito agli occhi. Con cento e venti milioni di abitanti, nella loro enorme maggioranza cattolici (molti di essi vogliono solamente esserli, e immaginano di esserli: il che agli occhi di Dio è già meglio di niente), con la sua estensione territoriale da continente, confinante con tutte le nazioni sudamericane, eccettuate il Cile e l’Ecuador, il Brasile può avere, in più di una ipotesi, all’interno del mondo latino-americano, un peso paragonabile a quello che quest’ultimo sta acquistando all’interno della Chiesa. Perciò si può dire con ogni verosimiglianza che attualmente si possono presentare situazioni nelle quali il destino del mondo sia segnato non solamente dall’America Latina, ma, all’interno di essa, dal Brasile: sta spuntando il secolo XXI.

In tutta questa valutazione, non entrerà il riflesso di qualche mania di grandezza a proposito del Brasile o dell’America Latina?

Nei miei ormai remoti anni di gioventù, circolava di bocca in bocca un aneddoto (o si tratta di un fatto storico, di una autentica battuta di spirito? Non lo so, perché non ho mai avuto tempo per verificarlo), secondo il quale uno dei tre grandi Andrada (1) (non so neppure quale...) era solito dire: “Nel mondo, l’America; in America, il Brasile; in Brasile, San Paolo; a San Paolo, Santos; a Santos, gli Andrada, e tra gli Andrada, io...”.

Relativamente all’America e al Brasile, nella prima metà del secolo scorso, questa non era niente di più di una millanteria, spiritosa per il suo stesso stile sfacciato. Sarebbe stata una esagerazione non sfacciata, e quindi meno spiritosa, nei cento anni dal 1850 al 1950. Oggigiorno comincia a essere una verità. E radiosa. E chiaramente non per lo spiritoso Andrada, che la morte ha portato via, ma per il paese che ha contribuito a fondare, e i cui primi passi ha illuminato con il suo talento.

Il richiamo della battuta di spirito di Andrada – che conteneva in qualche misura una penetrante previsione - illumina opportunamente la prospettiva nella quale mi pongo per valutare la importanza di Puebla nella storia attuale.

Ma la grande storia - parlo della Storia, con la a “s” maiuscola, scritta per il pubblico di cultura media o anche inferiore - ricorda solamente le linee generali degli avvenimenti.

“Aquila non capit muscas”, l‘aquila non prende le mosche. In campo culturale, i particolari, per il grande pubblico, sono mosche, e costituiscono spesso preziose gocce di nettare per gli specialisti.

Situato da questo punto di vista, non intendo entrare nella analisi dei particolari di Puebla, cioè della confusione che vi è stata, o non vi è stata. È mia intenzione analizzare solamente i due grandi elementi dell’avvenimento, l’appello del Papa e la risposta dei vescovi.

Ho aspettato questa risposta fino a ora, ma, nel momento in cui scrivo, non ha ancora visto la luce. Veramente il Signor cardinale Arns ha preso la iniziativa di pubblicarla presso le Edições Paulinas; ma ancora senza gli eventuali mutamenti che vi faccia Giovanni Paolo II. Quindi si tratta di un testo provvisorio, che sarà forse interessante scorrere, ma che non ha la portata e la force de frappe del testo definitivo. E in questa attesa, l’argomento sta già scomparendo all’orizzonte, sostituito dalla gazzarra dell’ayatollah Khomeini, dal confuso e drammatico litigio in Indocina, e dalle ombre e dalle grida che sembrano cominciare a perturbare l’ambiente brasiliano.

Perciò, in questa serie di articoli, mi limito alla analisi della allocuzione di Giovanni Paolo II. Mi baserò sul testo in spagnolo distribuito dallo stesso ufficio stampa della Conferenza di Puebla (2).

 

In quale direzione si volgevano gli spiriti nell’era costantiniana

Non è possibile che il lettore comune comprenda l’allocuzione pontificia senza ricordare preliminarmente un fatto che si ripete nella vita quotidiana di tutti noi indefinitamente. Lo descrivo in due parole.

Nel cosiddetto tempo della Chiesa costantiniana - ossia, più o meno, fino all’inizio del Concilio Vaticano II -, tutta la insistenza dei predicatori, quando parlavano al mondo, si rivolgeva essenzialmente ai temi religiosi e morali.

Nelle omelie, nei ritiri spirituali, nelle conferenze ai membri delle associazioni religiose, nelle lezioni di catechismo come nei corsi medi e superiori di formazione religiosa per laici, la maggior parte degli argomenti era di natura religiosa o morale.

Di tali materie si curava anche la maggiore parte delle opere che riempivano le librerie cattoliche, oppure quanto era possibile leggere sulle riviste e sui giornali cattolici.

I temi morali riguardavano, il più delle volte, il comportamento individuale. Di fatto, però, le regole morali hanno un ambito più vasto. Esse dettano anche il comportamento dei gruppi e delle classi sociali, delle famiglie, delle istituzioni e delle nazioni.

Questo faceva sì che, di quando in quando - con una parsimonia, a mio modo di vedere, assolutamente esagerata -, si parlasse anche di problemi collettivi, e, tra di essi, della questione sociale. In questo ultimo termine si includevano, di fatto, questioni molto diverse: rapporti tra padroni e dipendenti, tra ricchi e poveri, argomenti riguardanti la sanità collettiva, la educazione, l’alfabetizzazione, ecc. ecc.

 

Mutamento di indirizzo nell’era post-conciliar

Aperta l’era post-conciliare, in un numero crescente di istituzioni e di ambienti religiosi tutto questo è mutato rapidamente. I temi propriamente religiosi sono diventati sempre più rari. Tra i temi morali, quelli di ambito individuale si sono venuti rarefacendo per fare posto a questioni politico-sociali ed economiche, con i loro complessi e infiniti sviluppi. E, considerando il contenuto delle esposizioni di questo indottrinamento post-conciliare - ossia post-costantiniano - e il modo con cui era presentato, molti osservatori provavano la impressione che nella Chiesa fosse cambiato qualcosa di fondamentale.

Che cosa? Nell’era costantiniana sembrava chiarissimo che la missione della Chiesa era volta principalmente al di là di questo mondo. Essa aveva il fine supremo di dare gloria a Dio attraverso la salvezza eterna delle anime.

È chiaro che, se il suo fine era soprattutto questo, tuttavia non era solamente questo. La Chiesa non si accontentava della glorificazione di Dio nell’altra vita, ma pregava e insegnava: “Gloria al Padre e al Figliuolo e allo Spirito Santo, come era nel principio, e ora, e sempre, e nei secoli dei secoli”.

“Ora”, ossia in questa vita. La gloria di Dio nella esistenza terrena si otteneva attraverso la professione della verità e la pratica della virtù in questo mondo. Il che comportava la lotta all’errore e al male. Su questa terra, la Chiesa era militante.

Era tuttavia chiaro che, per la gloria di Dio su questa terra, non bastava che professassero la fede e praticassero la virtù gli individui: era necessario che, di conseguenza, ma su di un piano che si può chiamare secondario, lo facessero anche le famiglie, le classi sociali, le nazioni, ecc.

“Secondario” è un aggettivo che si applica con frequenza a cose di scarsa importanza. Ma può anche riferirsi a cose molto elevate, che sono considerate come secondarie solamente a confronto con altre ancora più elevate. È il caso della questione sociale all’interno dell’insegnamento della Chiesa. Essa è secondaria nel senso che non concerne direttamente e immediatamente il fine ultraterreno dell’uomo, ma condiziona potentemente la salvezza o la perdizione eterna degli uomini, e la fedeltà delle nazioni. Essa fa parte del nocciolo dei temi relativi alla gloria di Dio in questo mondo. Perciò ha, nell’insieme degli argomenti religiosi, una importanza “secondaria”, però elevatissima.

Mi meraviglio del mio stesso linguaggio...

Rileggo rapidamente quanto ho appena scritto, e mi meraviglio dell’imperfetto in cui ho coniugato certi verbi: la Chiesa “faceva”, “insegnava”, ecc., come se essa, la Chiesa immortale, non insegnasse e non facesse più le stesse cose. Il che è assurdo ammettere.

Correggo, allora, questo imperfetto? Niente sarebbe più semplice. Ma invece di correggerlo, preferisco spiegare. La grande parte del clero non insegna o non fa più queste cose a tale punto che, anche se si sa di vescovi e di sacerdoti, che con segnalata costanza le insegnano e le fanno, questo inadeguato imperfetto mi esce involontariamente dalla penna. E la mano scrive inavvertitamente il contrario di quanto la intelligenza e il cuore sosterrebbero a prezzo dello stesso sangue... In questo modo si può misurare tutto il male che mutamenti del genere fanno facilmente alle anime con un minore esercizio nella meditazione e nello studio di tali temi.

Questa osservazione lascia vedere per quale ragione Giovanni Paolo II ha posto questo tema - relativo alla importanza di quanto è celeste e di quanto è terreno nella Chiesa - come punto centrale della sua allocuzione ai vescovi riuniti per la Conferenza di Puebla.

Note:

(1) José Bonifacio, Antonio Carlos e Martim Francisco de Andrada e Silva, uomini politici brasiliani, nati a Santos, nell’allora provincia di San Paolo, e vissuti a cavallo tra il secolo XVIII e il XIX (n.d.r.).

(2) Per la traduzione italiana del discorso pontificio ci serviamo di quella fornita da L’Osservatore Romano del 29/30-1-1979. Circa il documento della Conferenza Episcopale Latino-Americana (CELAM) fino a questo momento in Italia non è disponibile una edizione integrale della sua versione definitiva (n.d.r.).

(*) Titolo originale in portoghese “A mensagem de João Paulo II e o amanhã que será nosso” "Folha de S. Paolo", 26 marzo 1979. Testo italiano: “Cristianità”, Anno VII, n. 50-51, giugno-luglio 1979, pag. 6 e 7. I sottotitoli sono redazionali.

Categoria: Articoli sulla "Folha de S. Paulo"

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