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Dame e gentiluomini del 1900, sportivi del 1954 

 

 

di Plinio Corrêa de Oliveira

Grazia d’altri tempi: sotto gli alberi frondosi di un parco parigino passeggiano cinque eleganti personaggi dell’inizio di questo secolo. La leggerezza, lo sfarzo, il candore degli abiti conferiscono al gruppo un aspetto di distinzione, giovinezza e arguta allegria. Le mode di quell’epoca possono essere variamente giudicate dagli esteti. È certo, tuttavia, che in questo caso concreto esse trovarono una realizzazione notevolmente felice. Dal punto di vista psicologico, gli abiti della nostra prima fotografia esprimono con grande proprietà ciò che la mentalità del tempo esigeva da una dama: grazia femminile, riserbo, spirito, raffinata finezza. Un riserbo, del resto, già compromesso da una certa nota “piccante” che andrà accentuandosi e dalla quale nasceranno le aberrazioni successive.

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Passarono i tempi, mutarono le circostanze, l’ideale della signora delicata, femminile, graziosa e fine attraversò varie metamorfosi. E finì per approdare al tipo di donna efficiente, disinvolta, con i capelli corti, gli occhiali da sole, i pantaloni da uomo, la camicia da uomo, le scarpe da uomo, atteggiamenti da uomo e… non di rado pretese da uomo, tipico del 1954, di cui la seconda fotografia ci offre un esempio.

L’uomo, a sua volta, si trasformò. Il vento impetuoso della modernizzazione gli portò via la tuba o il cappello di feltro, spazzò i peli dei baffi un tempo opulenti e con le punte alla “Kaiser”, gli ammorbidì la camicia dal petto rigido, gli tagliò i pantaloni sotto il ginocchio e trasformò il personaggio lucido e grave del 1900 nel ragazzone del 1954, di 30, 50 o 60 anni, incline a esercitare tutte le abilità dell’adolescenza: portare una valigia, tirare fuori dal fango un’automobile, abbattere un albero o, più modestamente, guidare un asino.

Questa immensa trasformazione dell’abbigliamento e del tipo umano presuppone, com’è chiaro, una non minore modificazione dello stile di vita e dello stesso contenuto più intimo dell’anima umana. Ed è soprattutto in questo che consiste la sua importanza. Che cosa pensarne?

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Non vede il testardo redattore di questa sezione che tutto ciò era inevitabile, che la tecnica impone ai nostri giorni una vita più austera, più semplice, anche più dura, e che di conseguenza non si possono biasimare le persone che si adattano risolutamente alle nuove condizioni?

Obiezione apparentemente irrefutabile, ma in realtà superficiale e frivola. Infatti, dire che qualcosa è inevitabile non significa esaurire l’argomento. Bisognerebbe chiedersi se questa trasformazione – inevitabile, per ipotesi – sia avvenuta in meglio o in peggio. Se l’immolazione di esigenze tra le più fondamentali del gusto, l’attenuazione di tante caratteristiche proprie dei sessi, la metamorfosi delle donne in giovanotti sgraziati e degli uomini in ragazzoni irrequieti, sia un bene o un male. Se è un bene, è lecito applaudire. Ma se è un male, occorre protestare, indagarne le cause, eliminarle e, finché ciò non si riesca a fare, attenuarne in tutti i modi gli effetti disastrosi. “Inevitabile”… parola prediletta dei deboli, vaga e di applicazione confusa! Poste certe condizioni, certe conseguenze saranno forse più o meno inevitabili. Ma queste condizioni sono esse stesse inevitabili? E poi, inevitabile potrebbe essere in teoria una certa trasformazione dell’abbigliamento, non la capitolazione mentale dell’uomo di fronte agli avvilimenti che tale modificazione può comportare. Infine, inevitabile non è sinonimo di irrimediabile. Se consideriamo cattiva una certa trasformazione, non si potrebbe almeno studiare la possibilità di attenuarne gli effetti? Al contrario, considerando in blocco inevitabili tutti i fenomeni che gravitano attorno a questa immensa trasformazione dello stile di vita, non si pratica forse una vera capitolazione?

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Ma, dirà qualcuno, il paragone zoppica. La coppia di questo secolo si trova in una gita in campagna senza pretese mondane. Le dame del 1900, invece, sono in un luogo di ritrovo sociale. Da ciò, e soltanto da ciò, deriverebbe la differenza rilevata tra una fotografia e l’altra.

Puro errore. Nessuno ignora che gli atteggiamenti sportivi, le maniere sportive, l’atmosfera sportiva e gli abiti sportivi stanno invadendo tutta la vita. E che si accentua sempre più la tendenza a usare abiti sportivi in circostanze o ambienti che con lo sport hanno un rapporto molto lontano. Ciò indica chiaramente che, prima o poi, questi saranno gli abiti correnti. È contro questo spirito di trasformazione della vita in un picnic che dobbiamo protestare, in nome del buon senso, del criterio e dell’amore per le giuste proporzioni.

È chiaro che l’esercizio fisico, praticato entro i giusti limiti, non ha in sé nulla di male. Merita anzi un franco elogio. Ma vedere nello sport contemporaneo soltanto l’esercizio fisico, senza considerare tutta un’atmosfera psicologica che così spesso lo circonda, significa semplificare le cose. Questa atmosfera, che porta con sé la sopravvalutazione del corpo, della forza, della salute, l’adorazione della comodità, la mania di ridurre tutto a ciò che è più facile, più pratico, più elementare, l’antipatia verso la raffinatezza, la distinzione, le forme, gli stili e i protocolli, una certa giovinezza posticcia nel ridere, nel camminare, nel gesticolare, nel parlare e perfino nel guardare, deriva da tutta una falsa dottrina sullo sport. Ed è possibile, anzi necessario, combattere questa falsa dottrina senza per questo negare la liceità e l’utilità di un esercizio fisico temperato, composto, discreto, ugualmente capace di sviluppare il corpo e di proteggere i veri valori dell’anima.

Chi voglia misurare quanto vi sia di aberrante in questa invasione dello spirito “sportivo” nella vita attuale consideri quanto segue. Se queste dame del 1900 avessero voluto fare un picnic con questi abiti, chi non le avrebbe giudicate pedanti? Voler fare vita da salotto con abiti sportivi non è anch’esso un’assurdità? E dei due assurdi, quello del pedantismo e quello della rusticità, quale è più nocivo alla cultura? Certamente l’invasione del salotto da parte dell’ambiente dei picnic e degli stadi.

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Tra le eleganti dell’inizio del secolo, molte saranno oggi nonne di un certo stile moderno: irrequiete, truccate, trasformate in attempati ragazzotti.

Se nel 1900 fosse stato detto loro che al tramonto della vita sarebbero diventate così, quanto avrebbero pianto! Come spiegare allora la naturalezza con cui si lasciarono mutare nel contrario di ciò che erano? Mancanza di principi, opportunismo, schiavitù alla moda. Ecco l’insieme di difetti che ha portato con sé questa immensa trasformazione.

 

Fonte: Catolicismo, Campos (Rio de Janeiro), Nº 43 – Luglio 1954. Traduzionne all’italiano a cura del sito pliniocorreadeoliveira.info