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Uomo di principi

di Plinio Corrêa de Oliveira
Mi chiedete come dovremmo essere per essere in grado di affrontare l’attuale situazione. Credo che la risposta si riassuma in tre parole: uomini di principi.
Un uomo di principi è colui che conosce e assume tutte le vie che partono dai principi fondamentali, attraverso i meccanismi della logica, fino alle ultime conseguenze che da essi si irradiano, non solo sul piano logico e speculativo, ma anche su quello concreto, cioè della vita quotidiana.
Partendo dai principi, il nostro percorso dovrebbe portaci a svilupparne tutte le conseguenze fino al punto più stremo. Una volta raggiunto questo punto, dovremmo restarci inchiodati come una freccia ancora vibrante. Mi piace tanto la frase di Virgilio nell’Eneida: “Stetit illa tremens” – Ella rimase salda vibrando. Ecco la bellezza del processo logico che arriva alle ultime conseguenze e vi resta conficcato.
Dobbiamo non solo conoscere ma anche amare i principi con tutte le fibre della nostra natura. Dobbiamo essere uomini di principi per logica e per amore. Dobbiamo compenetrarci dei principi, provando gusto nel convivere con essi, pensandoci spesso e sviluppandoli. L’amore per i principi è un tutt’uno con l’amore di Dio. Tutti i santi sono stati uomini di principi. Se vogliamo diventare santi, cominciamo dall’essere uomini di principi.
Quanto mi piacerebbe, al tramonto della mia vita, poter rinchiudermi in un luogo per “conversare” con i principi! E, se pensiamo ai cori angelici, che rappresentano principi, quanto mi piacerebbe “conversare” con gli angeli dei principi!
Ciò che più mi duole dell’uomo contemporaneo è precisamente la sua mollezza di fronte ai principi. L’assenza di principi che caratterizza il mondo contemporaneo iniziò come una pioggia che, cadendo prima sui tetti, man mano scese lungo i muri fino ad allagare le strade di sotto, conferendo a tutto una luce sinistra. In realtà, questa mancanza di principi deriva da un principio che nessuno vuole ammettere. Lo possiamo formulare in questo modo: il mondo del pensiero, soprattutto quello astratto, non conduce a niente di buono. Pensare è faticoso, suppone privarsi di una serie di piaceri, e finisce sempre nella frustrazione. Secondo questa visione, un intellettuale è un tizio che, avendo fallito nella vita concreta, e in assenza di qualcosa di meglio da fare, si mette a fare filosofia.
Pensavo proprio a questo ieri mentre sentivo la “1812” di Tschaikowsky. Per l’uomo contemporaneo comporre una tale sinfonia non fa alcun senso. Quella battaglia è ormai finita, fa parte della storia. Possiamo studiarla in modo accademico, ma perché dobbiamo musicarla per meglio contemplarla?
Tutto ciò è conseguenza di uno spirito che io chiamerei “hollywoodiano”, fondato su una forma di positivismo subcosciente, ma fortemente vissuto, secondo cui la vita deve seguire soltanto la testimonianza dei sensi. In altre parole, è reale solo ciò che i sensi possono raggiungere con facilità. Se faccio fatica a raggiungere qualcosa che va oltre i miei sensi immediati, allora meglio lasciar perdere. Non ne vale la pena. L’ideale è pensare poco ed esclusivamente su ciò che possiamo osservare. Dobbiamo volare molto basso, tenendo sempre lo sguardo in giù.
A me, invece, piace volare molto alto e con lo sguardo verso il cielo, sospinto dalle brezze e dai venti del pensiero e della grazia.
 
(Brani di una conversazione con soci e cooperatori della TFP brasiliana, 13 dicembre 1994. Tratto dalla registrazione magnetofonica. Senza revisione dell’autore)
Categoria: Brani scelti