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UNA EPOPEA CATTOLICA:

L'assedio al santuario di Czestochowa

 

di Gustavo Antonio Solimeo

 

 

 

"Quando Iddio l'Altissimo decise di castigare i polacchi, nella sua infinita bontà inviò dapprima vari segnali preannunciando la catastrofe. Così, permise che la alta torre di legno del Santuario di Czestochowa fosse colpita da un fulmine e consumata dall'incendio il 10 febbraio 1654; alcuni mesi dopo, inoltre, avvenne un miracolo alla presenza di molta gente: davanti al sole apparve una croce che poi si trasformò in un cuore trapassato da una spada, contemporaneamente si vide una mano che brandiva una mazza la quale si divise in quattro parti e si trasformò in un flagello. L'ANNO SEGUENTE PARTIVA DAL NORD IL FLAGELLO DI DIO CONTRO I POLACCHI: CARLO GUSTAVO, RE DEGLI SVEDESI".

Così Padre Agostino Kordecki inizia le sue "Memorie dell'assedio di Czestochowa" (1) in cui narra uno degli episodi più belli della millenaria e gloriosa storia della Polonia. Da questo libro e dalla prefazione, scritta da Jan Tokarski per una recente riedizione, abbiamo tratto le notizie riportate in questo articolo.

 

l - JASNA GORA, SIMBOLO DELLA FEDE E DELLA NAZIONALITA'

Nel 1648 cinse la corona di Polonia Jan Kazimierz (Giovanni II Casimiro o Casimiro V), uomo dal carattere debole e restio ad ogni forma di combattività. Affranto per la morte della moglie abbandonerà il trono nel 1668 per ritirarsi in un monastero in Francia dove si spegnerà amareggiato dalla tragica notizia del dilagare dei Turchi nella sua patria. Fu durante il suo regno che si verificò, nel 1655, l'invasione degli svedesi, che erano protestanti, e l'assedio di Czestochowa.

Il re di Svezia, Carlo X Gustavo, che possedeva uno dei migliori eserciti del tempo, incontrò poca resistenza nell'invadere i territori della monarchia polacco-lituana a causa della rivolta intestina dei Cosacchi che essa aveva dovuto patire a Oriente. Quasi tutta la nobiltà, parte della quale era calvinista, lo accettò perciò come "protettore della corona" abbandonando Jan Kazimierz al suo destino.

"Cadeva capoluogo dopo capoluogo: Poznan cadde senza lotta, la venerabile Gniezno fu saccheggiata, Varsavia si arrese dopo breve resistenza, e Vilnius, occupata allora dalla Russia, non era ormai che una distesa di macerie" scrive Tokarski. Dopo la conquista di Cracovia nell'estremo sud, gli invasori protestanti inviarono un esercito di tre o quattromila uomini alla conquista del Santuario-fortezza di Jasna Gora (che vuole dire Montagna Chiara) a duecento chilometri da Cracovia, di fronte al villaggio di Czestochowa.

La Montagna Chiara era già a quell'epoca il centro della vita religiosa della cattolica nazione polacca: da quasi tre secoli vi si venerava la miracolosa icona della Madre di Dio, la cui realizzazione un'antica e pia tradizione attribuiva al pennello dell'evangelista S. Luca. Inoltre, fin dai tempi di Ladislao V Jagelon, sul finire del XIV secolo, era quasi divenuto un impegno statutario, anche se non scritto, che ogni re di Polonia visitasse il santuario di Jasna Gora almeno una volta; e tutti i successori di Ladislao V obbedirono a quella consuetudine, ad eccezione di Stanislao II Poniatowski, col quale, guarda caso, si sarebbe estinto il regno di Polonia nel secolo XVIII. Sul finire del secolo XVI, re Sigismondo III dotò il complesso del monastero di forti mura, aggiungendovi quattro bastioni e un fossato intorno, e destinò ad esso anche una guarnigione stipendiata dalla corona; il tutto allo scopo di dare maggior sicurezza al Santuario, retto dai monaci dell'ordine di San Paolo Primo Eremita: la Montagna Chiara assunse allora l'aspetto di una fortezza.

Jasna Gora divenne così il simbolo dell'adesione dei polacchi alla fede cattolica e, a questo titolo, anche della propria nazionalità. Infatti, circondata da vicini protestanti, scismatici e pagani, la Polonia manteneva la sua integrità e indipendenza grazie alla profonda unità religiosa del suo popolo.

Conquistare la Montagna Chiara equivaleva perciò a conquistare simbolicamente la stessa nazione polacca.

 

2 - MEGLIO MORIRE DEGNAMENTE CHE VIVERE NELL'EMPIETA'

Prevenendo l'invasore svedese, un traditore, il Conte Jan Wejchard de Wrzeszczewicz, allo scopo di attirare su di sé la benevolenza del Re Carlo Gustavo, cercò di ottenere dai religiosi che venisse consegnato a lui, cattolico, il Santuario-fortezza, col pretesto di evitare che cadesse nelle mani degli eretici e minacciando altrimenti di prendersi la Montagna Chiara con la forza.

I monaci risposero per bocca del Priore P. Kordecki, che era "meglio morire con dignità piuttosto che vivere nell'empietà".

Frattanto alcuni nobili che non volevano sottomettersi al nemico si rifugiarono a Jasna Gora. Uno di essi, Stefan Zamoyski - membro di una delle più illustri famiglie polacche - esortava i religiosi a non cedere assicurandoli che quanti si erano radunati colà erano pronti a morire in difesa dell'onore del sacro luogo, fiduciosi nell'assistenza di Nostra Signora. Purtroppo, come vedremo, non tutti i nobili che avevano cercato rifugio nel Santuario erano animati da così buone disposizioni.

Il conte traditore, non potendo conquistare Jasna Gora con le armi, attaccò alcune proprietà del Convento, a mo' di preparazione all'incontro con le truppe svedesi che si avvicinavano sotto il comando del generale Miller. Stabiliti poi i contatti con quest'ultimo, gli accennò l'esistenza di tesori nel Santuario, e riuscì così a convincerlo ad attaccare la Montagna Chiara senza indugio.

Nel frattempo, il Priore, convocato il consiglio del Monastero, comunicò ai religiosi la sua intenzione di non consegnare il luogo sacro agli eretici e di voler resistere con tutti i mezzi disponibili. La sua decisione fu unanimemente approvata.

Poco dopo giungeva l'unico aiuto esterno che il Santuario-Fortezza avrebbe ricevuto durante l'assedio: qualche provvista e dodici cannoni inviati come donazione personale da Stanislao Warszycki, Castellano di Cracovia e Primo Senatore della Corona. E così, mentre il monastero si preparava a resistere, si moltiplicavano in tutto il regno le defezioni e i tradimenti.

Abbandonato dai suoi, Re Jan Kazimierz si rifugiò ad Opole, in Slesia, dove tentava di riunire i resti del suo esercito: ma non era certo in grado di dare alcun aiuto a Jasna Gora. Molti nobili, d'altra parte, soddisfatti dalle promesse di pace e di sicurezza fatte dagli svedesi, cominciavano a rientrare nei loro territori. Anche a quel tempo non mancarono consiglieri "prudenti": il Priore del Convento di Wielun, retto da monaci dello stesso ordine di Czestochowa, scrisse a P. Kordecki che "considerata la sproporzione delle forze militari", lo consigliava a non resistere, per risparmiare a Jasna Gara danni materiali che avrebbero potuto essere irreparabili.

 

3 - IL MONASTERO RISPONDE PER BOCCA DEI CANNONI

P. Agostino Kordecki tuttavia non contava solo su risorse materiali. Egli esortava tutti ad offrire la vita per difendere l'onore del sacro luogo, e a riporre ogni speranza nella Vergine Santissima "che in una così estrema necessità non mancherà di aiutarci". Chiese che mai nessuno mancasse alla S. Messa da lui officiata davanti all'immagine di Nostra Signora di Czestochowa e ordinò che si portasse il SS. Sacramento in processione lungo le mura e i bastioni; infine, benedisse i cannoni ad uno ad uno, così come i proiettili e la polvere da sparo.

I nemici giunsero ai piedi della Montagna Chiara alle due del pomeriggio del 18 novembre. Ai tre o quattromila svedesi comandati dal generale Miller, si aggiungevano alcuni reparti di appoggio del Conte Wrzeszczewicz, di Wladaw Sadowski - un altro nobile polacco traditore ­ e del Principe Elettore di Sassonia. Miller fece subito recapitare una lettera proponendo la capitolazione di Jasna Gora per evitare un "inutile spargimento di sangue". Nel frattempo le sue truppe si preparavano all'assedio e studiavano la disposizione dei cannoni della fortezza.

"Non ci parve conveniente rispondere per iscritto a quella lettera - annota il P. Kordecki nelle sue memorie ­ non era più l'ora di scrivere ma di far parlare le armi: e noi rispondemmo per bocca dei cannoni".

E la risposta fu così energica che, all'imbrunire, il generale svedese chiese una tregua, promettendo ai religiosi che non ne avrebbe approfittato per nuocere al Santuario.

Il giorno seguente, Miller nascose la sua artiglieria nel vicino villaggio di Czestochowa e da lì bombardò la Montagna Chiara. Quando i religiosi se ne avvidero considerarono poca cosa la distruzione di un villaggio in confronto a quella del Santuario di Nostra Signora, e spararono con la loro artiglieria in quella direzione, incendiando le case dai tetti di fieno. Colti di sorpresa, molti svedesi uscirono allo scoperto e furono colpiti dagli assediati. Allora Miller inviò un altro delegato per convincere i monaci ad arrendersi, assicurando che i polacchi sarebbero stati liberi di praticare la loro religione: mentre la resistenza ad oltranza era assurda, dal momento che tutta la nazione si era arresa. Il Priore gli rispose sottolineando una contraddizione nel loro agire: se il re degli svedesi prometteva la libertà religiosa ai polacchi, come mai egli, Miller, voleva occupare militarmente la Chiesa della Vergine?

Furiosi per la costanza dei difensori gli eretici scatenarono un attacco di tre giorni consecutivi contro Jasna Gora, lanciando soprattutto granate e proiettili incendiari per bruciare le fortificazioni inespugnabili; ed ecco che in mezzo al fragore del bombardamento, un inno pio e sacro si alzò dall'alto della torre solida e maestosa del Santuario, infondendo animo ai difensori. Quel canto dei monaci, che si sarebbe elevato ogni giorno durante tutto l'assedio, provocava grande irritazione fra gli svedesi che lo consideravano come una provocazione nei loro confronti.

Alcune bombe incendiarie lanciate dal nemico rimbalzavano sui tetti e cadevano fuori dalle mura, un'altra, diretta verso la Cappella dove si trovava il miracoloso quadro di Nostra Signora di Czestochowa, "come se fosse toccato da una forza invisibile ritornò di colpo verso il campo nemico, spandendo un orribile fuoco lungo la sua traiettoria", riferisce P. Kordecki. Miller, perciò, convintosi che non gli sarebbe stato facile prendere la fortezza, scrisse a Wittenberg, comandate degli eserciti svedesi in Cracovia, chiedendo cannoni di potenza sufficiente per sfondare le muraglie, e truppe di rinforzo.

 

4 - UN NOBILE E UN MONACO IN OGNI BASTIONE

Un giorno, P. Agostino Kordecki fu informato che alcuni dei difensori di Jasna Gora tramavano di fuggire per arrendersi agli svedesi; è facile immaginare l'effetto deleterio di siffatti episodi sul morale dei rimasti. Il Priore agì immediatamente: espulse dalla fortezza i capi della rivolta, aumentò il soldo ai 160 uomini della guarnigione e impose a tutti i difensori di giurare che avrebbero lottato fino all'ultima goccia di sangue. E umilmente confessa nelle sue memorie che, "messo in guardia da questo accadimento, si rese conto che doveva esercitare una vigilanza maggiore e più accurata" tanto sulla truppa quanto sui nobili e sui religiosi. Destinò i monaci più vecchi al coro notturno, per consentire ai più giovani durante il giorno, dopo la recita dell'ufficio, di partecipare indirettamente alla lotta, soccorrendo i feriti e aiutando gli artiglieri a caricare i pezzi. Riassettò la difesa designando un nobile e un religioso alla sorveglianza di ogni bastione ed affidò il coordinamento di tutti i settori al Signor Stefan Zamoyski e al P. Ludwik Czarmiecki. Ancora, allo scopo di guadagnare tempo ritardando l'assalto nemico, inviò due religiosi all'accampamento svedese, col pretesto di conoscere 1e proposte del generale Miller; ma il suo vero obiettivo era valutare le forze attaccanti ed accertare se eventuali rinforzi stessero per giungere agli assediati. Il P. Priore cercò, per quanto poté, di trattenere il comandante nemico con questo espediente finché l'inverno imponesse di sospendere le manovre, o arrivassero rinforzi per il monastero.

Miller ricevette a braccia aperte i due delegati sperando di ottenere la resa, e si presentò loro con sei grandi pesci in segno di "benevolenza", rimandandoli indietro con le sue condizioni: i monaci avrebbero dovuto riconoscere Carlo Gustavo come re e rinnegare Jan Kazimierz. P. Kordecki rispose per mezzo degli stessi monaci: "Non possiamo in nessun modo rinnegare i diritti e la protezione di re Jan Kazimierz, poiché l'altro re, secondo le consuetudini dei nostri avi, non è stato eletto rispettando le leggi, né consacrato dal Reverendissimo Primate della Corona. Se qualcheduno ha abbandonato il legittimo re non può in nessun modo esser proposto come esempio a noi che siamo pronti a sigillare col sangue la fedeltà al nostro Signore. Perciò, per quanto ce lo consentiranno le nostre forze, difenderemo L'integrità dei diritti di Dio e degli uomini".

Incollerito, il comandante degli eretici imprigionò i due religiosi, facendo sapere che li avrebbe liberati solo per discutere i termini della resa e, al tempo stesso, minacciando di ammazzarli entrambi se i difensori del Monastero avessero fatto fuoco contro i suoi soldati; questi cominciarono ad avvicinare sempre più i cannoni alle mura della fortezza, ripetendo, con delle grida, lo slogan del loro comandante: "sparate e uccideremo i vostri monaci!". Contemporaneamente gli svedesi sparsero la notizia che le ultime sacche di resistenza nel paese erano state eliminate, al fine di togliere agli assediati qualunque speranza di aiuto esterno.

Il Padre Priore fece di tutto per riscattare i monaci presi da Miller accusandolo di aver violato il diritto delle genti, che garantisce l'immunità agli ambasciatori, e di esser un uomo senza parola d’onore. Infine, mandò a dire che, se l'empietà degli eretici avesse deciso di uccidere i due prigionieri, non per questo i difensori della Montagna chiara si sarebbero opposti alla volontà di Dio, senza il cui consenso non può cadere nemmeno un solo capello dalle nostre teste. "Che muoiano dunque, acciocché il sangue ottenga loro una libertà più gloriosa. Quanto a noi - scriveva Kordecki - giuriamo che ci dedicheremo, con coraggio e con la speranza dell'aiuto di Dio Onnipotente, alla difesa del Santuario".

Miller, stupefatto dalla risposta, decise allora di cambiare tattica: liberò uno dei prigionieri ma a condizione che, dopo aver visitato il monastero, tornasse fra i suoi artigli, altrimenti all'altro prigioniero sarebbe toccata una morte terribile.

 

5 - EROISMO NELL'OBBEDIENZA FINO AL SACRIFICIO DELLA PROPRIA VITA

Tornato al convento il religioso raccontò quello che aveva visto e udito nell'accampamento svedese e - proprio come Miller sperava - concluse che gli sembrava una pazzia continuare a resistere davanti a un nemico così potente. Aggiunse però una considerazione che Miller non si aspettava: poiché valutava la propria vita meno importante del l'Obbedienza ai superiori, era pronto a sottomettersi alla loro decisione. E così tornò all'accampamento svedese con la seguente risposta: "contro ogni diritto delle genti i due legati di Jasna Gora sono stati da voi imprigionati; privati pertanto della propria volontà non ha senso conferire loro poteri per discutere alcunché. Quanto alla vita essi sono disposti a sacrificarla per la gloria di Dio".

Indi il capo protestante inviò al Santuario il secondo prigioniero, con le stesse condizioni. Il religioso espose la situazione ai suoi confratelli e consegnò la vita nelle mani dei superiori, dicendosi pronto a morire per evitare che il santo luogo fosse profanato dagli eretici. Perciò, quando ritornò all'accampamento con una risposta uguale a quella del primo monaco, Miller li condannò entrambi a morte, stabilendo l'esecuzione per impiccagione per il mattino seguente. Ma nell'udire la sentenza i due esclamarono, provocando lo stupore degli svedesi: "Ah! perché non sarà oggi, ma solo domani che dovremo esser immolati per Dio, il Re e la Patria?!" Ciò nonostante il giorno seguente l'esecuzione fu rinviata a data indeterminata; più tardi Miller li lascerà completamente liberi nella speranza di ottenere la resa della Montagna Chiara;

Passavano i giorni, ed essendo l'inverno diventato più rigido, i soldati svedesi cominciarono ad accendere fuochi nella notte per difendersi dal freddo; ma in questo modo rivelavano la loro posizione ed erano colpiti dalla guarnigione di Jasna Gora. E, nella scelta fra il freddo e la morte, erano costretti al freddo.

In un certo periodo una densa nebbiolina avvolse la Montagna Chiara, consentendo agli svedesi di avvicinare le loro grandi macchine d'assalto senza essere visti; ma il priore, intuì il pericolo, ed incaricò subito un religioso di implorare l'aiuto di Dio contro gli artifizi del demonio, per sgombrare con esorcismi lo spazio coperto dalla foschia; di benedire inoltre le armi dei difensori; il rimedio si rivelò efficace poiché le nebbie si dissolsero nell'aria e il tiro dei cattolici ritornò sicuro.

 

6 - L'ASSEDIO INTERNO, IL PIÙ TERRIBILE

Gli svedesi non furono l'unico nemico che P. Agostino Kordecki si trovò a fronteggiare, e nemmeno il più pericoloso: oltre all'assedio esterno, armato, egli dovette affrontare anche un assedio interiore, psicologico.

A Jasna Gora avevano trovato rifugio circa cinquanta famiglie nobili, ma questi esponenti dell'aristocrazia - eccettuati soltanto cinque - si rifiutarono di partecipare alla difesa per non compromettersi insieme ai difensori! Jan Tokarski nota che essi rappresentavano per Kordecki un'insidia maggiore degli assedianti svedesi, poiché costituivano un continuo focolaio di disfattismo, seminando l'esitazione fra la guarnigione e i monaci, e chiedendo la capitolazione del monastero. Lo stesso facevano i nobili che venivano da fuori le mura col permesso del generale svedese, specialmente coloro che avevano dei possedimenti nella regione di Sieradz: essi temevano per i loro beni pensando che la prolungata resistenza dei monaci, coadiuvati dai cinque nobili di Sieradz, potesse indurre Miller a ritorsioni contro di loro. Un altro autore del tempo, l'illustre Stanislaw Kobierzycki, senatore della Corona, nel suo libro "Obsidio Clari-Montis", scrive: "Jasna Gora soffrì su due lati: dall'esterno gli svedesi lanciavano violenti assalti, e dentro le mura gruppi di persone con mentalità pacifista, timorose e sfiduciate, attaccavano con furia non minore".

L'atteggiamento di quei vigliacchi e l'insistenza degli attacchi nemici non tardarono ad influenzare lo spirito di alcuni religiosi. Costoro, scoraggiati, incitavano il Priore ad arrendersi, argomentando che se la Provvidenza - che dispone dei regni come le aggrada - avesse consegnato la corona polacca agli svedesi, non spettava ai monaci opporsi alla volontà divina, ma piuttosto accettarla, tanto più ora che il nemico assicurava la piena libertà religiosa.

Poiché queste manifestazioni cominciavano a diventare frequenti nelle riunioni del Capitolo, il Priore richiamò i suoi confratelli all'ordine con carità fraterna ma non senza energia: "Quale fede è la nostra, quale amore, quale riconoscenza a Dio così generoso con noi, se un così piccolo danno alle comodità terrene riesce a farei deviare dalla guardia e dalla protezione di questo scrigno di tesori celesti del Re eterno?! Consideriamo quaggiù sia incomparabilmente più prudente difendere l'integrità della Casa di Dio, la Santa Fede e, nello stesso tempo, la nostra stessa libertà, che perdere tutto e a causa di ciò andarcene all’esilio della dannazione eterna".

Ma l'intensificarsi degli attacchi svedesi portò alcuni nobili a raddoppiare le pressioni sul Priore, nel senso di un accordo con gli attaccanti. Il nemico, dicevano, ha conquistato tutto il paese e non indietreggerà davanti a questo ultimo focolaio di resistenza; dal momento che non abbiamo nessuna possibilità di ricevere rinforzi, perché non trattare con gli svedesi fintantoché la nostra situazione resta buona?

Il P. Kordecki rispose loro che non era possibile l'accordo: "tutto quello che chiediamo il nemico non ce lo concede; e noi vogliamo –anzitutto - che il luogo consacrato alla Vergine Purissima non sia mai macchiato dagli empi piedi degli eretici. Voi invece, cari signori, abbattuti dalle avversità, volete solo giungere a un'intesa in modo da poter tornare, liberi dalle tristezze dell’assedio e dalle scomodità della guerra, a gozzovigliare, senza più preoccupazioni, in una pace di soli piaceri. Pensate forse che se ci arrendiamo passerete indenni da tutte le vicende della guerra, una volta abbandonato il chiostro al suo destino? La capitolazione diventerebbe al contrario fonte di infelicità e miseria; ma se invece sopporteremo questi disagi pur non gravosi, vinceremo, con l'aiuto di Dio, l'ostinazione dei nemici, conquistando allora una pace certamente sicura e stabile".

Ovverosia la pace dell'intransigenza.

 

7 - ALCUNI "ARDIMENTI-CRISTIANI"

Un giorno, il nipote del castellano di Kiev, Piotr Czarniecki, uno dei cinque nobili che partecipavano alla difesa di Jasna Gora e che si era già in passato distinto in guerra, decise di tentare un'azione di sorpresa contro gli svedesi. Uscito di notte con alcuni soldati, riuscì a raggiungere la retroguardia dell'accampamento nemico, senza che gli eretici lo avvistassero. E, grazie al vantaggio della sorpresa, fece un bel lavoro: colpì e uccise il comandante dell'artiglieria, vari ufficiali, molti soldati, infine sottrasse due cannoni e ritornò con essi dentro le mura. Approfittando della confusione e del panico che regnavano fra gli svedesi, molti dei quali erano usciti allo scoperto, i cannoni di Jasna Gora completarono il colpo di mano di Czarniecki, eliminando altri assedianti. Il nobile polacco perse appena uno dei suoi uomini nella sortita.

Il 20 di dicembre, Stefan Zamoyski, in pieno giorno, all'una del pomeriggio, uscito al galoppo con alcuni uomini irruppe nelle postazioni e trincee costruite dal nemico, cogliendone l'avanguardia di sorpresa, uccise molti soldati e distrusse due cannoni. Il nutrito fuoco proveniente dalle mura gli coprì la ritirata. In questa incursione anche Zamoyski perdette un solo uomo, mentre gli svedesi dovendo occuparsi dei morti e dei feriti da essa causati, sospesero gli attacchi per due giorni.

Più tardi Miller, durante un banchetto offerto ai suoi ufficiali, ricevette la sgradita sorpresa di una palla di cannone sparata contro la sua tenda, che cadde nel bel mezzo della tavola imbandita, costringendo tutti gli invitati a precipitarsi fuori...senza nemmeno congedarsi.

Frattanto l'antivigilia di Natale i difensori di Jasna Gora identificarono all'orizzonte i carrozzoni di polvere nera e i grandi cannoni che giungevano da Cracovia di rinforzo agli assedianti. Allora la paura tornò a insinuarsi fra le file dei difensori e molti nobili ritentarono di convincere i religiosi alla resa. Costoro poi, discutendo della nuova situazione, si dividevano in opinioni contraddittorie. Il potere bellico del nemico, la mancanza di rinforzi, la furia atroce degli eretici, la perdita dei beni, l'ingiuria al santo luogo, tutto tornava in mente.

Coloro che avevano troppo attaccamento alla vita si dichiaravano amici della pace e proponevano di accordarsi con gli eretici, diffondendo nell'ora del pericolo i seguenti sofismi: "Non è sicuro che un Religioso, che ha rinunciato al mondo e si è consacrato al servizio spirituale di Cristo, debba impugnare la spada e spargere sangue: è preferibile rinunciare alla lotta e trattare la propria salvezza. E se per mancanza di viveri dovessimo arrenderci al nemico, non è meglio farlo fin da ora per non accrescere la sua ira verso la nostra dimora?". I monaci più anziani, tuttavia, erano di opinione diametralmente opposta, e riuscirono a imporsi. Rimase ferma la decisione di sperare nell'arrivo di rinforzi e di confidare nella misericordia di Nostra Signora, Regina della Polonia.

 

8 - "UN MIRACOLO IL GIORNO DI NATALE"

Con la nuova artiglieria pesante e le macchine da guerra ricevute da Cracovia, il generale svedese si preparava all'assalto decisivo. E, come al solito, al Monastero inviò un messaggio in cui proponeva la pace ma minacciava di scaricare tutto il suo odio sul sacro luogo se la sua offerta fosse stata rifiutata. Il P. Kordecki rispose gentilmente chiedendo una tregua per il giorno seguente, che era Natale. Scrisse anche al Conte di Wrzeszczewicz, chiedendogli di intercedere presso il generale in favore della tregua sollecitata. Il Priore si proponeva in tal modo di illudere gli svedesi sulle condizioni di spirito dei difensori, e guadagnare del tempo... che ora diventava particolarmente prezioso essendo giunta notizia che il re Jan Kazimierz aveva già iniziato a muovere le sue truppe per spingerle all'attacco degli invasori.

Ma Miller questa volta rispose immediatamente per mezzo del conte traditore: avrebbe concesso la sospensione delle ostilità soltanto se avesse ricevuto, quella stessa notte, la promessa della resa.

Questa volta il Priore dei paolini decise di non rispondere. E i religiosi passarono la notte di Natale in bianco: alcuni vigilavano dalle mura, altri incoraggiavano la guarnigione, ma la maggioranza restò in preghiera nella Chiesa.

Un movimento più intenso nell'accampamento nemico, fuochi più numerosi preannunciavano un attacco per quella notte. Ma Dio non permise che gli eretici lanciassero la loro furia su Jasna Gora se non il giorno seguente, dopo la fine delle celebrazioni liturgiche nel Santuario. Solo a mezzo giorno del 25 incominciò l'attacco massiccio che durò tutto il pomeriggio, provocando grandi devastazioni.

All'imbrunire, finalmente, uno dei cannoni pesanti che più martoriavano le mura della fortezza, si spaccò e l'attacco fu sospeso. Al termine della giornata, dappertutto, persino nell'accampamento svedese, si diffondeva e si commentava la voce che i proiettili lanciati contro il monastero spesso rimbalzavano con grande spinta nell'accampamento protestante. Fu infatti ciò che successe al cannone esploso: il proiettile colpì la muraglia e tornò alla canna che lo aveva sparato, con tale forza che questa fu distrutta e l'artigliere ucciso. Tutto questo ebbe un effetto psicologico disastroso sugli svedesi: in quel giorno - e nei seguenti - non si sentì più tuonare la loro artiglieria, sembrò a tutti che un grande e miracoloso potere, contrario al nemico, fosse intervenuto per salvare Jasna Gora; poiché certo non mancavano agli svedesi altri cannoni e munizioni a volontà.

 

9 - SUPREMO RIFIUTO DI KORDECKI E SUA VITTORIA DEFINITIVA

Il giorno 25, Miller scrisse nuovamente ai monaci: sarebbe stata la sua ultima proposta e la sua ultima minaccia. Dopo aver lamentato l'intransigenza dei difensori di Jasna Gora, presentò loro due alternative: o procedere alla consegna immediata e incondizionata della fortezza alle truppe svedesi, o giurare sottomissione e fedeltà a Carlo Gustavo e pagargli un indennizzo di 60.000 talleri, dopo di che l'assedio sarebbe stato tolto. Se anche quest'offerta fosse stata rifiutata, minacciò di trasformare in rovine e cenere tutti i villaggi e popolazioni nel raggio di tre miglia, e consegnare le proprietà di tutti i nobili che resistevano in Jasna Gora al saccheggio, al fuoco e alla totale distruzione.

Il giorno seguente, 26 dicembre, il Padre Priore rispose ironicamente al comandante svedese che purtroppo in quel momento non disponeva della somma richiesta. Al tempo stesso scriveva al Conte di Wrzeszczewicz: "Per gli antichi benefici concessi a questo santuario, Vostra Eccellenza fu risparmiato varie volte dalla morte durante questo assedio; abbassate perciò la vostra mano e non abusate della pazienza di Dio!"

In quel giorno, conformemente alla Tradizione, gli assediati continuarono le commemorazioni del S. Natale, con canti e cerimonie festose. La soldataglia svedese pensò invece che si trattasse della celebrazione di qualche grande sconfitta inflitta al loro Re dai polacchi, e cominciò ad abbandonare timorosamente le sue posizioni. Di fronte a questo, neanche gli ufficiali cercarono di fermare i loro uomini, poiché, avvertendo ciò che stava accadendo nella fortezza, conclusero a loro volta che gli assediati dovevano essere molto ben riforniti di provviste e munizioni per permettersi tali feste. La verità era invece che le provviste stavano ormai per finire, dopo 38 giorni di assedio.

Nell'oscurità della notte i cannoni pesanti cominciarono ad esser rimossi dalla Montagna Chiara; all'alba i comandanti si ritirarono, ognuno dalla sua parte, con le loro truppe: Miller si diresse a Piotrkow, il Conte Wrzeszczewicz verso Wielun, Sadowski verso Sieradz, il Principe elettore verso Cracovia...

 

10 - AFFINCHÈ NESSUN UOMO SI POTESSE VANTARE...

"Come può essere successo che appena settanta religiosi (assolutamente non combattenti) sentissero tanta forza in loro, che con cinque nobili e i loro pochi servi, più 160 fanti, nella maggior parte contadini, osassero opporre resistenza a un esercito tanto numeroso, se la stesso Dio, proteggendo quel luogo consacrato alla gloria della sua cara Madre, non avesse loro ispirato quella determinazione e dato coraggio in mezzo al timore generale?" - domanda l'eroico Priore, P. Agostino Kordecki, nelle sue memorie e prosegue - "sebbene alcune volte perdessero la speranza, succedeva sempre che, dopo la recita dell'ufficio, si riunivano nel refettorio e quando ognuno era interpellato, tutti votavano unanimemente che avrebbero preferito morire soffrendo la più terribile delle morti, che permettere all'infame svedese di violare con i suoi piedi il luogo consacrato alla Vergine Purissima".

Egli stesso risponde così: "Dio dispose le cose in modo tale che, fra i monti celebri per i miracoli si contasse anche questa Montagna Chiara della Polonia, difesa per grazia speciale dell'Altissimo, ottenuta dalla Santissima Vergine; affinché nessun uomo si potesse vantare di averla salvata e nemmeno ripetesse frasi orgogliose e vanagloriose come: furono le nostre mani che lo realizzarono...".

Secondo la deposizione degli stessi eretici svedesi, è manifesto che Jasna Gora poté essere salvata solo miracolosamente. Come confermano molte testimonianze Miller ammise che l'unico motivo per cui tolse l'assedio furono le parole e le apparenze minacciose di una nobile Dama che gli apparve innanzi lasciandolo sconvolto. Da questo fra gli svedesi si sparse la diceria che il loro generale era stato ingannato da una donzella al servizio dei monaci; al contrario, fra il popolo, si affermò la convinzione che, l'eretico era stato veramente ammonito dalla S. Vergine a non continuare l'assedio, pena la distruzione del suo esercito.

Gli svedesi raccontavano anche che alcuni di loro avevano visto una Signora sulle muraglie del monastero, mentre puntava i cannoni e distribuiva, con le proprie mani, armi ai soldati cattolici. Dicevano ancora che certe volte, mentre scavavano un fosso in direzione delle mura, appariva loro un venerabile vecchio che li consigliava di lasciare quell'inutile lavoro, perché non sarebbero riusciti a portarlo a termine nemmeno in sette anni. Il vecchio altri non era se non S. Paolo, Primo Eremita, Patriarca dei religiosi di Jasna Gora.

Molti soldati protestanti confessavano perplessi: "Frequentemente, quando ci preparavamo all'assalto del monastero col fuoco demolitore dei cannoni, appariva una nebbiolina, avvolto dalla quale il monte presentava ombre false che illudevano la nostra vista".

Mentre si spargeva in Polonia la notizia che gli eretici avevano stretto d'assedio il Santuario di Nostra Signora di Czestochowa, l'indignazione del popolo minuto cominciò a ribollire: "Man mano che si protraeva l'assedio - dice Tokarski -, i movimenti di contadini armati, in varie parti del paese, diventarono così pericolosi per gli svedesi, che questi temevano di uscire dalle loro fortificazioni".

A loro volta, "i montanari cominciarono ad agitarsi e armarsi, e, proprio il giorno di Natale, in numero di tremila, discesero dalle montagne in soccorso della madre di Dio, capitanati dal loro Parroco, Don Kaskowicz Stanislaw. Giunsero a Czestochowa quando già era stato tolto l'assedio, ma riuscirono però a raggiungere le guarnigioni svedesi di Krzepice e di Wielun, con cui saldarono ferocemente i conti".

Più tardi, il conte di Wrzeszczewicz, il traditore, dopo esser stato sconfitto in battaglia nella Polonia minore, fu scoperto e massacrato dai contadini a bastonate.

Subito dopo la caduta di Cracovia, il 17 novembre del 1655, l'Arcivescovo di Gniezno, Primate della Corona Polacca e suo Primo Duca, diresse un appello a tutte le Province, esortando la nobiltà ad unirsi al re legittimo, per lottare contro gli invasori. Finalmente il 29 di dicembre, quando già si era sparsa per la Polonia la notizia della liberazione miracolosa di Jasna Gora e cresceva la reazione fra il popolo semplice, i nobili risposero all’appello del Duca-Primate, formando la Confederazione della Nobiltà in Armi; gloriandosi di proclamare che prendevano le armi contro il Re svedese "perché questi aveva attaccato Jasna Gora".

Il 3 gennaio 1656, il Primate annuncia alla nazione un fatto insperato: il Khan dei Tartari - che fino ad allora era vissuto in lotta coi polacchi - entrato nei territori della Corona, comunicava il suo desiderio di riunirsi agli eserciti di Re Jan Kazimierz e combattere contro i suoi nemici. "Questa è - avverte il Primate - una particolare opera della misericordia e potenza di Dio poiché, in un momento in cui molti cristiani si rallegrano della nostra rovina, e altri ci rifiutano ogni aiuto o lo rimandano, Egli ci soccorre per mezzo di coloro che sono fuori dalla Chiesa di Cristo. E così, offrendo la sua destra onnipotente a coloro che vacillano, non permette che scompaia il Regno...".

Sulle omissioni della Cristianità dinanzi all'invasione della Polonia Cattolica da parte dei protestanti svedesi, Tokarski riporta le parole indignate del Nunzio Apostolico, Pietro Vidoni: "se in qualche luogo una dozzina di protestanti soffre una ingiustizia, l'intera Europa freme fin nelle fondamenta; ma se un intero paese cattolico è devastato nessuno degli Stati cattolici accorre in suo ausilio".

 

11 - LA VERGINE DI CZESTOCHOWA, REGINA E MADRE DELLA POLONIA

Riunite le forze fedeli, e con il fine di far raggiungere alla controffensiva un maggiore risultato, il Re, unitamente alla nobiltà e al popolo, si diresse alla Cattedrale di Lwòw, dove, con l'approvazione del Senato, proclamò solennemente Nostra Signora di Czestochowa Regina e Madre della Polonia.

Immediatamente dopo, gli svedesi cominciarono a perdere lo slancio, e, sconfitti battaglia dopo battaglia, dovettero rifugiarsi in Prussia perdendo la maggior parte dei loro battaglioni.

Quando, la domenica di Pasqua del 1656, il re Jan Kazimierz andò a Jasna Gora con lo scopo di ringraziare la Vergine per la liberazione della Patria, un triplice sole apparve nel cielo con uno splendore incomparabile, come ad annunciare che la collera di Dio era stata placata. L'astro che aveva annunciato la giustizia punitiva di Dio manifestava ora la sua clemenza.

"Contempla, Polonia dei posteri - esclama P. Agostino Kordecki - che grande beneficio ha ricevuto dalla Gran Madre di Dio, la cui devozione, unitamente alla fede Romano­Cattolica, era stata così gelosamente propagata dal tuo Apostolo S. Alberto, Arcivescovo di Gniezno e Martire! Segui perciò i santi esempi dei tuoi antenati, perché se conserverai la devozione a Maria, la diffonderai con zelo e difenderai con generosità, attirerai Grazie divine ancora più grandi e diventerai terribile per i seguaci dell'inferno! Che la Cristianità guardi e ammiri con quanta forza la nostra Regina, Signora del Cielo e della terra, protegge il suo Regno, e con quanta efficacia dispensa gli ausili ai suoi sudditi privati del soccorso degli uomini! Che l'Angelo degli eserciti del Signore, Custode della Polonia, si degni di muovere le milizie celesti affinché unite a noi rendano onore alla Suprema Maestà di Dio per i così grandi benefici ricevuti, e, con la sua mano potente, disperda sempre tutti i nemici che si alleassero per estirpare dalla Polonia la devozione alla Regina degli Angeli!".

 

 

NOTA.

(1) Padre Augustyn Kordecki, "Memorie dell'assedio di Czestochowa" ("Pamietnik oblezenia Czestochowy", prefazione di Jan Tokarsky, Ed. Veritas, Londra, 1956). Tali "Memorie", scritte per esaudire un desiderio di Re Jan Kazimierz, furono originariamente pubblicate in lingua latina, col titolo di "Nova Gigantomachia contra Sacram Imaginam Deiparae Virginis a Sancto Luca depictam et in Monte Claro Czestochoviensi apud religiosos Patres Ordinis S. Pauli Eremitae in celeberrimo Regni Poloniae Coenobio collocatam, per Suecos et allios haereticos excitata et ad perpetuam beneficiorum gloriosae Deiparae Virginis recordationem, successurae posteritati fideliter conscripta a R. P. Fr, Augustino Kordecki praedicti Ordinis, protunc Clari Montis Priore. Anno Domini MDCLV. Cracoviae".

 

Traduzione a cura di David Botti dell'articolo: "Uma epopéia catòlica: o cerco do Sàntuàrio de Czestochowa" apparso in "Catolicismo", n.° 260 dell'agosto 1972 e in Quaderni del Cuore Immacolato di Maria, n. 4, Pro manuscripto, Bologna, 19 marzo 1982, Festa di S. Giuseppe, Patrono della Chiesa Universale, nessun diritto riservato, anzi, diffusione raccomandata anche senza citare la fonte.

Categoria: Conferenze Varie

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