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Nel dopo-pandemia, qualcosa cambierà?

 

 di Julio Loredo

Nessuno sa quando e come finirà questa pandemia da COVID-19. Una cosa, tuttavia, sembra scontata: molte cose cambieranno nella nostra vita quotidiana e nella società. Ci sarà un Ante-Coronam e un Post-Coronam.

Alcuni, quasi fosse un mantra, ripetono ossessivamente: “Nulla sarà come prima!”. Mentre questo presagio mi sembra alquanto esagerato, la società che uscirà da questa pandemia sarà senz’altro diversa da quella attuale in molti aspetti, alcuni dei quali non secondari. Saranno trasformazioni permanenti? Nessuno ha la sfera di cristallo. Da come stanno evolvendo le cose, però, forse non è prematuro iniziare a sollevare qualche domanda.

Riemergono alcuni valori familiari. Osservando i miei vicini e parlando con amici in tutto il Paese, mi ha colpito il modo in cui buona parte delle famiglie italiane è riuscita ad adattarsi al confinamento coatto, in particolare quelle con bambini. Pensavo che molte persone avrebbero ceduto alla depressione, cadendo persino nella disperazione, innescando quindi un aumento delle violenze domestiche e delle crisi matrimoniali. Mentre si sono verificati alcuni casi di questo tipo, la regola generale sembra essere stata il contrario. Molte famiglie stanno riscoprendo le gioie semplici della vita quotidiana: stanno mangiando insieme, giocando, conversando, guardando film, organizzando teatrini, facendo lavoretti, dipingendo e così via. Dagli strati più profondi delle loro anime, dove giacevano sepolti sotto le maniere della società moderna, stanno riemergendo alcuni valori familiari, radicati nella natura umana. E con essi l’idea, o dovrei dire l’esperienza, di una società più organica. Sarà qualcosa di duraturo? Oppure questo sussulto di organicità si evaporerà non appena le cose torneranno alla “normalità”? È difficile dirlo. Il mio sospetto è che, una volta riemersi, questi valori sussisteranno come una voce interiore che ricorderà costantemente alle persone: un mondo diverso è possibile!

Percezione del tempo. Se vogliamo definire la società moderna, possiamo riassumerla in una parola: frenesia. Siamo costantemente risucchiati dal turbinio di un’intemperanza frenetica, che impone i suoi ritmi forsennati in ogni campo dell’attività umana: dall’economia alla cultura alla religione. Ciò ci ha fatto perdere il contatto con le nostre radici interiori e con i veri scopi della vita. Non apprezziamo più ciò che siamo ma ciò che facciamo, e quanto più veloce è tanto meglio. Non valutiamo più l’essenza ma l’esistenza, sotto forma di risultati materiali, che poi vengono travolti da nuove imprese. Questa intemperanza frenetica ha profondamente sconvolto lo spirito umano, distinguendo la nostra epoca moderna da tutte quelle precedenti. Oggi, tuttavia, nel momento in cui la vita sociale, culturale ed economica è ferma dovuto al confinamento, la percezione stessa del tempo, e quindi del ritmo della vita, sta cambiando in molte persone. Invece di ubbriacarsi di ritmi, di attività frenetiche e di esperienze eccitanti, ora devono riempire lunghe giornate con letture, pensieri, conversazioni e passatempi domestici, com’era una volta. Di conseguenza, la pressa psicologica dell’intemperanza frenetica sembra essersi allentata, mentre alcuni contrafforti psicologici della società organica tradizionale sembrano riacquisire maggiore vigore. Ancora una volta, tutto questo comporterà uno spostamento permanente di paradigma? È prematuro dirlo.

Vita spirituale. In tante persone, la vita spirituale sembra sperimentare un risveglio. Non voglio entrare nella discussione se questa pandemia possa essere considerata o meno una “punizione” divina. Appare tuttavia ovvio che stia diventando un’opportunità di conversione. Le situazioni difficili, sia nel campo individuale che in quello sociale, scuotono le nostre coscienze facendoci capire, anzi toccare con mano, la fragilità della nostra natura umana, della società e del mondo in generale. Tutto può svanire in un istante. Sono sofferenze misericordiosamente permesse dalla Provvidenza che ci invitano a scrollarci di dosso l’orgoglio e l’autosufficienza, affidandoci invece alla misericordia di Dio. In tali circostanze è più facile rivolgersi a Dio attraverso la Madonna. Sono occasioni per chiedere perdono per i nostri peccati e per implorare la grazia divina per guarire le nostre anime. In altre parole: sono occasioni di purificazione e di conversione. In Italia, mentre l’alto clero, con poche eccezioni, ha praticamente abbandonato i fedeli, c’è una pletora di preghiere, omelie, messe, adorazioni e altre cerimonie religiose online. Le visite ai siti, blog e canali di ispirazione religiosa sono aumentate quasi del 300%. Saranno segni di una conversione? Al momento non sembra, almeno in relazione alla profondità e al tipo richiesto dalla Madonna a Fatima nel 1917. Il tempo dirà. Tuttavia, vedo in questi sviluppi piccole scintille che la grazia divina può eventualmente trasformare in fuochi, se le persone apriranno le loro anime all’influsso dello Spirito Santo.

Cambio di atteggiamento nei confronti della dittatura. Un altro cambiamento profondo che noto nell’opinione pubblica italiana è quello dell’atteggiamento nei confronti della dittatura. Da noi, la stessa parola “dittatura” richiama il Ventennio fascista, che la maggioranza degli italiani afferma di aborrire. La nostra società moderna, dicono, si fonda sulle “libertà” e sui “diritti” dell’individuo, l’esatto opposto di una dittatura. Il nostro ordinamento giuridico vieta perfino l’“apologia del fascismo”, che in realtà comprende qualsiasi difesa di uno Stato autoritario. Questo atteggiamento sembrava già in via di mutamento. Mentre lo Stato liberale mostrava i suoi difetti - per esempio, la sua incapacità di controllare l’immigrazione clandestina e la microcriminalità – una maggioranza crescente di italiani stava auspicando uno Stato più forte. Recenti sondaggi mostravano un 30% degli italiani aperti alla possibilità di una dittatura provvisoria. Ebbene, la dittatura è arrivata, anche se in modo diverso. Il governo Conte ci ha imposto delle restrizioni che nemmeno Mussolini al culmine del suo potere avrebbe immaginato. E quasi nessuno ha protestato. Hanno capito che era per il bene comune.

In determinate circostanze, il bene comune richiede infatti che certe libertà siano temporaneamente sospese. Questa è l’essenza di una dittatura. E il popolo italiano sembra averla accettata. È uno sviluppo positivo o negativo? Penso che abbia entrambi gli aspetti. Da un lato, è positivo che l’idea di libertà illimitata come segno distintivo della società moderna stia cambiando. D’altro canto, è fortemente negativo poiché questa dittatura, in concreto, è esercitata da forze politiche che non nascondono il proprio disegno rivoluzionario.

Senza entrare nella discussione se questa pandemia sia o meno il frutto di una cospirazione, come alcuni propongono, è ovvio che i governanti la stanno usando come esperimento sociale per verificare fino a che punto l’opinione pubblica è pronta ad accettare determinate imposizioni. Dopo una fase selvaggiamente liberale, anzi libertaria, del processo rivoluzionario, stiamo entrando in una nuova fase in cui prevarrà invece il suo lato tirannico? Ancora una volta, è troppo presto per rispondere. Ma la domanda va però sollevata.

Quando il pastore abbandona il gregge. La pandemia da COVID-19 ha anche mostrato il lato peggiore della crisi che, da più di mezzo secolo, attanaglia Santa Madre Chiesa: l’abbandono cosciente e volontario della sua missione salvifica da parte di tanti pastori. Gli italiani sono rimasti sbigottiti quando la CEI ha sospeso il culto pubblico ancor prima che il Governo ne decretasse il blocco, privando così i fedeli dei Sacramenti. Al lockdown sociale si è aggiunto così quello spirituale, assai più implacabile. Abbiamo oggi la bizzarra situazione per cui sono aperti i supermercati e i tabaccai, ma le cerimonie religiose sono proibite. Mentre le persone possono tranquillamente andare a fare lo shopping o a comprarsi le sigarette, molti stanno morendo senza il soccorso della Penitenza e dell’Unzione dei malati. Più di un vescovo ha perfino emanato norme che vietano ai sacerdoti di esporsi assistendo i malati. L’esatto contrario di ciò che la Chiesa ha fatto in duemila anni.

Alcuni sacerdoti coraggiosi, sfidando le imposizioni della CEI, hanno provato a celebrare la Messa con poche persone presenti, in perfetta ottemperanza alle norme sanitarie. Sono stati severamente puniti con multe salate, e perfino minacciati di carcere. Si è arrivato allo scandalo dell’invasione di alcune chiese da parte delle Forze dell’Ordine, con interruzione sacrilega del Santo Sacrificio. Non solo le autorità ecclesiastiche non hanno protestato contro questi atti di persecuzione religiosa, ma si sono effettivamente schierati con il Governo, rimproverando i sacerdoti “ribelli”. Forse, mai nella storia d’Italia la Chiesa si è mostrata così sottomessa allo Stato.

Quando, cedendo al clamore dei fedeli scandalizzati, la CEI ha finalmente cominciato ad alzare un pochino la voce in difesa della libertà religiosa, è stata immediatamente zittita da Papa Francesco, che dalla cattedra di Santa Marta ha esortato i vescovi a “obbedire alle disposizioni del Governo”.

A questo atteggiamento servile nei confronti di Cesare dobbiamo aggiungere gli sforzi di tanti pastori per negare qualsiasi significato spirituale alla pandemia. È una punizione divina? Il pensiero cattolico tradizionale lo avrebbe considerato, almeno come un’ipotesi. È innegabile che la Provvidenza a volte usa, come cause secondarie, eventi naturali come “punizioni” per i peccati dell’umanità. A Fatima, per esempio, la Madonna definì esplicitamente le due guerre mondiali come punizioni. Oggi, tuttavia, questa parola è assolutamente esclusa dal vocabolario cattolico. L’arcivescovo di Fatima, il cardinale Antonio Marto, è arrivato ad affermare: “Parlare di questa pandemia come punizione è ignoranza, fanatismo e follia”. Si rifiutano di parlare del peccato pubblico. Si rifiutano di richiamare i fedeli alla conversione. Si rifiutano, insomma, di compiere il proprio dovere come pastori di anime.

La responsabilità della Cina comunista. Tra le conseguenze di questa pandemia da COVID-19 dobbiamo menzionare il cambio di atteggiamento dell’opinione pubblica nei confronti della Cina comunista. Per troppo tempo, col pretesto di produrre beni a basso costo, ricavando quindi più lucro, l’Occidente ha investito massicciamente nell’economia cinese fino a farla diventare un gigante, salvo poi scoprire che questo gigante non è così gentile. Abbiamo cibato la Cina dimenticandoci che è governata da un Partito Comunista che non ha mai nascosto il suo disegno espansionistico rivoluzionario.

Oggi, con le responsabilità sempre più evidenti della Cina nell’attuale pandemia, stiamo passando dall’ingenua infatuazione a un giudizio più realistico: il comunismo cinese rappresenta una minaccia per l’Occidente. Mentre l’arroganza di Pechino raggiunge livelli surreali, molti occidentali stanno iniziando a chiedersi se non hanno preso la strada sbagliata. “La Cina ci infetta, ci compra e la ringraziamo”, ha riassunto la situazione il filosofo Massimo Cacciari. Forse è giunto il momento di ripensare la nostra strategia verso la Cina comunista. Domani sarà troppo tardi. Ne avremo il coraggio? Anche qui, solo il tempo potrà dirlo.

In ogni caso, sommando questi e altri aspetti, sembra chiaro che la società che uscirà da questa pandemia sarà alquanto diversa da quella precedente.

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