Condividi questo articolo

Submit to FacebookSubmit to Google PlusSubmit to Twitter

Cina e COVID: la zappa sui piedi

 

di Julio Loredo

 

 

Con grande apparato mediatico, a metà gennaio è stata diffusa la notizia di una missione OMS in Cina, allo scopo di indagare sulle origini della pandemia da COVID-19, proprio lì dove tutti sospettano sia iniziata: Wuhan. Composta da scienziati di varie nazionalità, la missione doveva durare quattordici giorni, cioè il periodo di una quarantena. Dopo la visita all’ospedale “zero” di Wuhan, erano previste tappe anche in altri ospedali, laboratori e mercati, compreso quello di Huanan. Da parte loro, le autorità cinesi si erano impegnate a collaborare pienamente, mettendo a disposizione tutti i registri scientifici e facilitando incontri faccia a faccia con studiosi locali. La missione era stata preceduta da un lungo negoziato – non esento da intoppi – fra la Cina e l’agenzia sanitaria dell’ONU.

Per la Cina, le indagini dell’OMS a Wuhan erano politicamente molto sensibili. Pechino, infatti, è sospettato di avere gestito male la fase iniziale dell’epidemia, e addirittura di avere fabbricato il virus, accuse sempre respinte dalle autorità comuniste che, invece, puntano il dito contro i prodotti surgelati occidentali. La missione dell’ONU era un’opportunità storica per chiarire la situazione. Per la Cina, una “formula assolutoria” avrebbe significato un gigantesco trionfo diplomatico.

Le difficoltà sono iniziate già durante i negoziati, definiti dal Segretario generale dell’OMS, Tedros Ghebreyesus, “schietti” (invece del tradizionale “schietti e amichevoli”). Non sono poi mancate le polemiche politiche. La Cina aveva avvertito gli Stati Uniti di non politicizzare la pandemia, dopo che la portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, aveva chiesto agli esperti dell’Oms giunti a Wuhan di “andare a fondo” nella ricerca sulla diffusione del virus.

Le cose, però, non sono andate come volevano i mandarini di Pechino.

Già durante la permanenza della missione in territorio cinese, le poche dichiarazioni filtrate denotavano un forte disagio. Mentre alcuni membri auguravano alla missione “un esito felice”, altri la definivano “un grande passo avanti”. Un membro ha definito l’ipotesi del virus sfuggito a un laboratorio “scenario da fantascienza”. Era ovvio che non si volesse irritare la dittatura comunista. Qualche parola di fastidio, però, è finita per filtrare. Lo scienziato Peter Daszak ha parlato di “discussioni schiette” con colleghi locali. Un altro si è lamentato del “programma di contatti ancora opaco”. Lo stesso Tedros Ghebreyesus si è dichiarato “irritato”.

Più passavano i giorni, più crescevano le voci sui metodi e sui risultati.

La bomba, però, è esplosa quando i membri della commissione sono tornati a casa. Liberi dalle grinfie di Pechino, hanno pubblicamente denunciato che le autorità cinesi “hanno rifiutato [di condividere, ndr] alcuni dati chiavi” per le loro indagini. Uno dei membri della squadra, il microbiologo Dominic Dwyer, ha denunciato che a fronte della domanda di ottenere i dati grezzi sui pazienti dei primi casi, agli esperti sarebbe stato dato dai cinesi solo un riassunto. Lo stesso capo della missione, Peter Ben Embarek, ha espresso la sua “frustrazione” per la mancanza di accesso alle informazioni richieste.

In dichiarazioni alla CNN, Embarek ha dichiarato che i numeri che la missione OMS ha riscontrato a Wuhan non corrispondono a quelli diffusi dal Governo. Secondo lui, la pandemia era già fuori controllo nel dicembre 2019. Embarek non solo critica la mancanza di trasparenza delle autorità cinesi, ma anche la loro scioltezza nel manipolare i dati scientifici. Per esempio, di fronte a 72.000 contagiati a ottobre, le autorità cinesi ne hanno riconosciuto come pazienti COVID appena 92. “Vorremmo sapere con quale criterio sono passati da 72mila a 92”, ha dichiarato non senza ironia Embarek. Altrettanto schietto, in dichiarazioni all’agenzia Reuters, anche Dominic Dwyer ha accusato la Cina di non divulgare i dati della pandemia “né allora né adesso”.

Anche dagli Stati Uniti, nonostante non ci sia più Donald Trump alla Casa Bianca, sono giunte pesanti critiche. Un portavoce ha espresso “preoccupazioni” sull’esito dell’indagine condotta in Cina e “interrogativi” su come sia stata portata a termine, evocando lo spettro di “interventi o alterazioni” da parte del governo cinese. Per bocca del consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan, l’Amministrazione Biden ha chiesto a Pechino che “renda disponibili i suoi dati fin dai primi giorni dell’epidemia”.

Alla fine, il Segretario generale dell’OMS è stato costretto a dichiarare che “tutte le ipotesi rimangono aperte e richiedono ulteriori analisi e studi”. Altro che sentenza assolutoria!

© La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte.