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Tra uguaglianza e disuguaglianza, 
la vera battaglia religiosa del nostro secolo

 

Nel 1957 il prof. Plinio Corrêa de Oliveira tenne a San Paolo del Brasile una serie di tredici conferenze sul tema dell’egualitarismo. Questa è la seconda conferenza. Riportata ipsis verbis dalla registrazione magnetofonica, con un minimo di editing, essa conserva la struttura del linguaggio parlato. Titolo e sottotitoli sono redazionali.

 

La disuguaglianza nel creato è un bene

         San Tommaso si domanda se sarebbe stato conveniente che fossero esistite molte creature, invece di una sola. E risponde in modo positivo. Esistendone molte, egli si domanda in seguito che cosa sarebbe stato meglio: che fossero state tutte uguali oppure disuguali tra loro. A questa domanda egli risponde che la disuguaglianza è un bene in sé. Secondo San Tommaso, Dio creò la disuguaglianza nell’universo affinché ne risultasse una perfezione. Egli afferma pure che quanto maggiore è il numero delle disuguaglianze, tanto maggiore sarà la perfezione che possiede un determinato insieme di cose. La disuguaglianza nel creato è così presentata come un bene in sé. E l’esistenza di questo bene, anche nelle opere dell’uomo, è meglio della sua inesistenza. La disuguaglianza, in se stessa, è una perfezione.

         Quali prove presenta San Tommaso?

L’universo deve assomigliare a Dio

         Il Dottore Angelico mostra come la disuguaglianza nel creato sia un bene, considerando Dio come causa e l’universo come effetto. Egli dimostra che il rapporto causa-effetto è più perfetto quando si tratta di esseri disuguali anziché uguali; e prende come punto di partenza una premessa: il creato deve assomigliare a Dio.

         Chi agisce, tende a plasmare l’effetto a sua somiglianza, nella misura in cui l’effetto lo può comportare. Consideriamo, per esempio, un professore: egli tende a dare all’allievo una conoscenza che è somigliante alla propria. La lezione sarà buona, cioè la causa sarà efficiente, nella misura in cui quell’effetto sarà somigliante alla causa, ossia nella misura in cui la conoscenza acquisita dall’allievo sarà somigliante a quella del professore.

         Un altro esempio: l’artigiano e una sua opera. Quest’ultima sarà perfetta nella misura in cui corrisponderà all’immagine concepita dall’artigiano. Accadrà la stessa cosa a un musicista con la sua composizione, a un ingegnere con la casa che costruisce e via dicendo. Il musicista ha un determinato progetto armonico e compone una musica per esprimere quello che ha nel suo spirito. La melodia sarà tanto migliore quanto più sarà l’espressione dell’armonia che sta nella sua mente.

         Nella misura in cui la causa agisce bene, l’effetto le assomiglia. Più perfetta è la causa, più l’effetto le assomiglierà. Quanto migliore è il professore, tanto migliore l’effetto didattico; quanto migliore è il musicista, tanto più perfetta l’armonia melodica e via dicendo.

         Essendo Dio perfettissimo, conveniva che l’universo fosse perfettissimo. “Perfettissimo” non vuol dire che abbia la maggior perfezione possibile, bensì un alto grado di perfezione. Naturalmente, affinché l’universo avesse un alto grado di perfezione occorreva che fosse molto somigliante a Dio, poiché, come abbiamo visto, la perfezione dell’effetto sta nell’assomigliare alla sua causa.

Le creature non possono avere tutta la somiglianza con Dio,
ma soltanto una parte

         Consideriamo adesso un’altra premessa. Tra la causa e l’effetto possiamo riscontrare due specie di rapporti: qualche volta l’effetto è della stessa specie della causa. Per esempio: in una fiamma che ne accende un’altra, la seconda è della stessa specie della prima e ne ha una perfetta somiglianza. Essendo la causa e l’effetto della stessa specie, esiste una perfetta somiglianza tra entrambe. Quando, invece, la causa e l’effetto sono di specie diverse non c’è la stessa somiglianza. Per esempio, tra il Bramante e la Basilica di San Pietro non c’è una somiglianza perfetta. Infatti, il Bramante realizzò un progetto architettonico, ma la basilica non assomiglia alla specie umana; è qualcosa di natura diversa. Quando la causa e l’effetto sono di nature diverse, l’effetto è sempre di una specie inferiore alla causa e non può contenere tutti i predicati della causa, che è superiore.

         Abbiamo dunque due premesse:

         1) L’universo deve assomigliare a Dio;

         2) Le cose create da Dio non possono avere tutta la somiglianza con Lui, ma soltanto una parte.

         Ammesso questo, secondo San Tommaso, tutte le cose create sono di una specie differente da Dio, e quindi inferiore. Se sono di una specie inferiore a Dio, nessuna specie può contenerLo né può rappresentarLo interamente. Perciò, quante più specie create esistano, tanto maggiore sarà la perfezione con cui Dio viene rappresentato; di conseguenza, l’esistenza di varie specie di esseri rappresenta Dio più perfettamente dell’esistenza di un solo essere.

Che cos’è una specie?

         Per fare un esempio: esiste la specie angelica, poi quella umana e poi ancora quella irrazionale. Così abbiamo il puro spirito, lo spirito legato alla materia e la pura materia. È ovvio che queste tre specie non possono essere uguali tra loro. Le specie sono come i numeri: se tolgo un predicato a una specie, essa passa a essere un’altra specie, inferiore; e se aggiungo un predicato, passa a essere un’altra specie, superiore. Quindi, devono esserci diverse specie, e queste devono essere necessariamente disuguali. Donde si conclude che la disuguaglianza è un mezzo affinché l’universo rappresenti perfettamente Dio.

         Per rendere l’idea a livello umano, facciamo un paragone con Michelangelo. Il Buonarroti era capace di costruire, scolpire e dipingere. Egli era capace di eseguire opere d’arte in tre categorie diverse. Egli diede una dimostrazione molto più completa del suo ingegno producendo opere d’arte in tre categorie diverse invece che in una sola. I predicati del suo spirito non sarebbero stati tutti manifestati se egli si fosse limitato a una sola forma d’arte.

         Dunque, la disuguaglianza nel creato è un bene.

         Fin qui è stato provato – dato il rapporto tra causa ed effetto – che, in senso stretto, la disuguaglianza è un bene nel creato. È un bene nelle cose che Dio ha creato e anche in quelle create dall’uomo, perché sono il prolungamento delle opere di Dio. Dante diceva molto adeguatamente che le opere degli uomini sono nipoti di Dio: Dio è il padre dell’uomo, e l’uomo è il padre delle sue opere.

Una maggior disuguaglianza tra le opere create manifesta una maggior capacità del Creatore

         Consideriamo adesso questo argomento: quando una persona è capace di molti atti e ne esegue solo alcuni, le sue capacità non si traducono pienamente in atti, cioè rimane in lui qualcosa di inespresso. Ad esempio, un uomo che abbia la capacità di essere un grande oratore e di fare discorsi straordinari. Scoppia, però, una guerra ed egli riceve un colpo proprio sulla lingua, rimanendo quindi fisicamente menomato. Egli conserva la capacità oratoria, può anche immaginare i magnifici discorsi che potrebbe fare, può persino scriverli, ma non li può pronunciare perché la capacità oratoria è rimasta quasi completamente priva della facoltà di manifestarsi. Quindi, la sua potenza per dire certe cose in certe circostanze si traduce in atto solo in modo incompleto.

         Conviene anche ricordare che l’effetto è tanto più perfetto quanto più traduce in atto la potenza di chi agisce. Per esempio, se sono un pittore ed ho la capacità di dipingere un ritratto con una certa espressione fisionomica, questo ritratto sarebbe meno perfetto di quello in cui dipingessi più espressioni; poiché in quest’ultimo esprimerei di più la mia capacità pittorica rispetto a quello in cui dipingessi una sola fisionomia. Faccio due esempi.

         Analizziamo la famosa Ultima Cena di Leonardo da Vinci. In quell’opera egli rappresentò i dodici Apostoli, dipinse dodici fisionomie e dodici stati d’animo, dodici diverse reazioni temperamentali dinanzi alla stessa terribile rivelazione. Erano persone che avevano abbandonato tutto per seguire Nostro Signore, trovandosi insieme a cena mentre ascoltavano quella dichiarazione: “Uno di voi mi tradirà!”. Emergono subito due sentimenti: Primo, “Chi è il traditore?”. Secondo, “Sarà forse colui nel quale avevo notato tale o tal’altra cosa?”.

         Di fronte a una tale predizione, le reazioni temperamentali sono vivissime. Leonardo dipinge dodici personaggi calati in una stessa situazione psicologica che reagiscono in modi diversi. Egli ebbe la capacità di raffigurare dodici Apostoli nella stessa situazione ma con dodici fisionomie diverse. Se, invece, avesse dipinto un quadro con il solo Pietro che ascolta le parole “Tu mi tradirai!”, il quadro sarebbe stato molto meno perfetto. Infatti, la sua capacità di ritrarre quei dodici personaggi si tradusse in atto; se così non fosse stato, sarebbe rimasta come imbottigliata.

         Un altro esempio è il quadro che rappresenta il Concilio di Trento, attribuito a Tiziano. Questo celebre pittore decise di non dipingere un’immensa tela con le facce di tutti i quattrocento vescovi presenti nel conclave. D’altronde, è probabile che non avesse nemmeno la documentazione per ritrarre quei volti. Perciò rappresentò i padri conciliari di spalle, sullo sfondo dell’altare e della chiesa. Come riuscì allora a dare movimento alla scena? Egli dipinse le quattrocento teste nell’atto di conversare tra loro, anche se di spalle: ne risultò un capolavoro. Chi ammira il quadro, lo giudica tanto naturale da non accorgersi neppure che vi è stato uno studio per arrivarci.

         Ora, se quest’uomo capace di compiere una tale opera, non solo di talento ma di pazienza, nel dipingere quattrocento visi, avesse dipinto un solo ritratto intitolato “Un vescovo di spalle al Concilio di Trento”, l’opera non avrebbe raggiunto l’immortalità. Siccome ritrasse quattrocento volti, egli tradusse in atto la sua capacità più compiutamente, donde il valore della sua tela.

         Dio è onnipotente; e quanto più Egli esercita il suo potere nella creazione dell’universo, tanto più esso è perfetto, per lo stesso meccanismo. Quindi, se Tiziano nel dipingere quattrocento teste riuscì a fare un quadro più perfetto di quanto non avrebbe fatto se ne avesse dipinta una sola, nel creare quattrocento esseri Dio fa qualcosa di più perfetto che se ne creasse uno solo.

         Ora, Egli non ha soltanto il potere di creare esseri, ma anche di crearli secondo gradi disuguali: dunque, quanti più gradi stabilisce nel creato, tanto più esercita il suo potere di creare gradi, e tanto più perfetto è il creato. Di conseguenza, la disuguaglianza è un elemento intrinseco alla perfezione del creato.

La disuguaglianza tra gli uomini: una cascata di disprezzi o di amore?

         Possiamo aggiungere che l’argomento in questione è applicabile a Dio, a un artista ma anche a un popolo. Infatti, per la stessa ragione, un popolo che genera un gran numero di ceti sociali, stratificati secondo fini sfumature, nella sua organizzazione politica e sociale, realizza un’opera più completa che se ne generasse uno solo. Perciò la nobiltà europea, costituita da diversi gradi nobiliari, genera un qualcosa di molto più perfetto di quanto non avrebbe fatto se si fosse ridotta soltanto a una categoria di nobili.

         San Tommaso spiega inoltre che la disuguaglianza è un bene perché permette di dare qualcosa a chi non ne ha. Questo è l’opposto della concezione rivoluzionaria secondo cui è spregevole che una persona riceva un favore. Ciò sarebbe un gesto servile. Questo è falso. In realtà, fa parte dell’economia della Provvidenza che alcuni ricevano da altri. Dunque, se considero una società con numerose disuguaglianze, affermo che è bella, poiché ogni uomo nel rapporto con i suoi inferiori sta imitando Dio.

         La Rivoluzione afferma il contrario. Alla vigilia della Rivoluzione francese, uno scrittore rivoluzionario scrisse un libro per dimostrare che le disuguaglianze sociali non dovevano esistere. Secondo lui, il Re si giudica superiore al principe di sangue, costui si ritiene superiore al principe comune, il quale si ritiene superiore al duca, che lo è similmente nei riguardi del marchese, costui del conte e via discorrendo. Egli conclude che l’organizzazione sociale che la Francia aveva ereditato dal feudalismo, e che sussisteva in buona parte, era una “cascata di disprezzi”.

         Eccoci dinanzi a due interpretazioni contrapposte: una afferma che la disuguaglianza equivale a una “cascata di disprezzi”, mentre l’altra afferma che si tratta di una “cascata di amore”; non una cascata di disprezzi che si scarica sugli inferiori, ma una cascata di ammirazioni che, di grado in grado, porta verso Dio.

Un insieme di esseri vale più di un solo essere

         Immaginiamo che Dio abbia creato, in un mondo più perfetto di questo, un solo essere che, nell’unità della sua essenza, avesse delle qualità molto maggiori di quelle che contempliamo nel nostro mondo. Si tratterebbe, tuttavia, pur sempre di un essere finito. Ora un essere finito vale sempre di meno che l’insieme di molti essere finiti. Quindi, anche nel caso di un mondo più perfetto di questo, la molteplicità degli esseri sarebbe una perfezione maggiore.

         Prendiamo la pietra e l’acqua. La pietra ha diverse qualità proprie, e nessuno negherebbe che l’acqua possieda pure i suoi predicati. Esiste, però, un’impossibilità radicale di fare qualcosa che sia, allo stesso tempo, pietra e acqua. Una cosa o è pietra oppure acqua; non è possibile essere ambedue simultaneamente, poiché ogni essere contingente può contenere soltanto un certo numero di perfezioni. Supponendo che qualcuno volesse essere, allo stesso tempo, un giurista, un medico e un generale finirebbe per non essere nessuna di queste cose; poiché la capacità umana è, di per sé, limitata e l’uomo può avere un numero limitato di perfezioni.

         Dio, invece, ha tutte le perfezioni nella sintesi del suo Essere. In Dio non c’è la limpidezza dell’acqua e la rigidità della pietra, ma c’è qualcosa di molto superiore, che si riflette poi in modo diverso nell’acqua e nella pietra.

Molte creature disuguali rappresentano meglio l’infinità dell’intelligenza e delle potenze divine

         San Tommaso dice che Dio conosce innumerevoli cose. E, se le conosce, conviene che ne crei in gran quantità, affinché la sua potenza cognitiva si traduca in atto. Ecco perché conviene che ci siano tanti esseri nell’universo. Ma, siccome Egli è capace di intendere molte cose disuguali, conviene che ne crei innumerevoli. Quindi, le cose disuguali rappresentano meglio la perfezione della conoscenza di Dio. Va detto lo stesso quanto alla volontà: il potere di Dio sta nel creare molte cose. Quindi, quanto più cose crea, più perfettamente il suo potere si riduce in atto e più perfetto è il creato. Siccome Egli ha il potere di creare cose di gradi diversi, è conveniente che lo faccia in modo differente. Dunque, la diversità di gradi è un’eccellenza nell’universo.

         In un’opera d’arte possiamo distinguere la perfezione di ogni parte e poi la perfezione delle relazioni tra le parti. Per esempio il Partenone di Atene: ciascuna delle parti – diciamo ogni colonna – è molto bella. Nel colonnato esiste una prima perfezione che corrisponde all’eccellenza di ogni colonna. Abbiamo, poi, una seconda perfezione che si trova nei rapporti delle colonne tra loro, e di esse con l’insieme dell’edificio. Ci sono dunque due perfezioni: quella intrinseca ad ogni parte, e quella delle relazioni che uniscono le parti per farne un’insieme eccellente.

         Un altro esempio lo troviamo nella musica. È risaputo che, al pianoforte, un grande compositore possiede un modo proprio di scandire le note, differente da quello meccanico e inespressivo di una persona che non ha l’estro musicale. Già per il semplice fatto di suonare egli ottiene una vibrazione eccellente. Così, anche nella musica dobbiamo scorgere due cose distinte: la bellezza di ogni nota e il rapporto delle note tra loro, che costituisce la melodia.

         In ogni essere dobbiamo dunque distinguere l’eccellenza delle parti e l’eccellenza dei rapporti tra loro per formare un insieme. L’eccellenza dell’insieme è superiore a quella delle parti. Affinché ci sia armonia nell’insieme bisogna che le parti siano disuguali, perché dove esiste una perfetta uguaglianza non c’è modo di ordinare le parti l’una rispetto all’altra. Dunque, perché ci sia la perfezione dell’insieme conviene che le parti siano disuguali. Così, quando vediamo disuguaglianze in un determinato insieme, esse non esistono a vantaggio dei superiori, ma in beneficio di ognuna delle parti.

         Detto questo, quando consideriamo un’organizzazione politica o sociale gerarchica, non dobbiamo pensare che questa gerarchia sia un mero privilegio di chi sta in alto, bensì che sia un bene per tutto l’insieme. Perciò, il concetto moderno secondo cui la disuguaglianza dei beni giova soltanto ai ricchi, la disuguaglianza sociale beneficia solo i nobili, la disuguaglianza nella Chiesa tra sacerdoti e laici è a unico vantaggio del clero, è una menzogna. In effetti, è l’insieme della Chiesa, l’insieme della società civile che ne trae beneficio, compresi gli inferiori.

Rivoluzione e Contro-Rivoluzione

         Come abbiamo visto nella prima conferenza, esiste un movimento universale che promuove l’uguaglianza tra tutte le cose, animato da una passione di livellamento, di uniformità e di semplicità, che in un certo tipo di mentalità moderna equivale a un vero culto religioso. D’altronde, la cosiddetta semplicità mira in realtà al primitivismo. Questo movimento – la Rivoluzione – manifesta antipatia verso tutto ciò che è disuguale, diversificato e complesso. È quasi un’antipatia temperamentale, una stizza personale. Nel considerare una cosa disuguale, questa mentalità vuole subito semplificarla, livellarla e, perché no, eliminarla. È un movimento che sorge dagli strati più profondi dell’anima umana odierna e ci permette di capire molti suoi comportamenti. Questa tendenza alla semplificazione conduce, per esempio, al culto della spontaneità, e all’utopia di un’organizzazione politica, sociale ed economica più ugualitaria.

         Questo problema non è da poco. In primo luogo, c’è in gioco una questione estetica, cioè l’affezione per la semplicità oppure per la diversità, che traducono la passione per l’uguaglianza oppure l’amore per la disuguaglianza. È una questione estetica che sbocca in una questione morale e, in fondo, religiosa. Essendovi coinvolto il riflesso di Dio nella creazione, tale questione è la vera battaglia religiosa del nostro secolo.

         Questa battaglia religiosa non avviene a proposito della proclamazione di qualche dogma o dell’affermazione di certe verità di Fede, cioè mediante lo scontro dottrinale esplicito intorno a certi punti della Rivelazione, come è stato per esempio lo scontro fra Cattolicesimo e Protestantesimo. Queste battaglie dottrinali continuano, sono importanti, lungi da me svilirle. Ma sono battaglie secondarie. La vera lotta è attorno alla questione che stiamo trattando. Il vero nemico del nostro tempo è la questione estetica-morale-religiosa che gira attorno al problema dell’uguaglianza e della disuguaglianza.

         In ultima analisi, è questo che spiega la crisi religiosa di tanti paesi. Molti dicono di credere ai dogmi della Chiesa, ma in realtà li negano perché fuggono dallo spirito che ne è alla base, e adottano un atteggiamento diametralmente opposto. Secondo me, l’apostolato per eccellenza nei giorni nostri consiste nel mettere a fuoco questo problema centrale: spirito ugualitario contro spirito gerarchico.

         Dicono che il nostro secolo non ha il senso delle questioni religiose, ma soltanto di quelle sociali. Ci fu il tempo in cui il popolo vibrava dinanzi al Concilio di Nicea e discuteva sulla vera natura di Gesù Cristo. Oggi la gente vuole parlare di questioni sociali, per esempio della partecipazione degli operai ai profitti dell’azienda, e non della natura umana o divina di Cristo. Quindi, bisogna scendere su questo terreno e impostare la catechesi su questi binari.

         Io dico che è un’impostazione sciocca. Non è per l’avidità di lucro che le persone ugualitarie vogliono l’uguaglianza, ma per un motivo estetico-morale-religioso. Odiano la disuguaglianza in quanto disuguaglianza, e amano l’uguaglianza in quanto uguaglianza; odiano la diversità in quanto diversità, e amano l’uniformità in quanto uniformità. E questa è, appunto, una posizione religiosa e morale.

         Dobbiamo vedere la questione religiosa come l’uomo del nostro secolo la vede. Certamente non può vederla nei termini del Concilio di Nicea. La grande questione religiosa dei nostri tempi è l’antagonismo dei due stendardi: quello dell’uguaglianza e quello della gerarchia. Penso che non sarà mai troppo insistere su questo punto.