Saggi di Plinio Corrêa de Oliveira

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Come vivere la consacrazione alla Madonna nei nostri giorni

 

di Plinio Corrêa de Oliveira

 

 

[Conferenza tenuta nel 1959 dal prof. Plinio Corrêa de Oliveira per i membri del Terz’Ordine Carmelitano di San Paolo del Brasile, e pubblicato successivamente sulla rivista «O Mensageiro Carmelitano» (15-05-59). Fervido devoto di Elia profeta, fondatore remoto del Carmelo, il prof. Plinio Corrêa de Oliveira è stato per lunghi anni Priore del Terz’Ordine col nome di Frà Isaia della Madonna del Perpetuo Soccorso. I sottotitoli sono redazionali.]

 

Andare oltre le esteriorità

Come Terziari Carmelitani, dobbiamo evitare di restare appena nelle esteriorità. Lo scapolare è un oggetto materiale che simboleggia in modo sensibile il nostro vincolo spirituale con la Madonna. Ma, proprio perché tale simbolo rappresenta bene questa situazione, alcuni spiriti potrebbero facilmente cedere all’idea che il suo mero uso è sufficiente per mantenerli uniti alla Madonna.

La stessa imposizione dello scapolare, fatta abitualmente in modo solenne e festoso, parla molto ai sensi e all’immaginazione. Perciò alcune persone potrebbero figurarsi che il semplice fatto di riceverlo stabilirebbe tra loro e la Madonna un vincolo così profondo che, anche senza nessun onere da parte loro, le manterrebbe ipso facto unite alla Madonna come perfetti Terziari.

La condizione dell’uomo sulla terra è tale che perfino le cose più lodevoli sono suscettibili di abusi, non perché in esse vi sia qualcosa di male, ma perché il male risiede nell’uomo decaduto col peccato originale.

Possiamo quindi dire che le esteriorità sono oltremodo utili, opportune, necessarie alla natura umana. Ma non vanno prese nel modo sbagliato, rimanendo appena nella realtà materiale del simbolo e dimenticando tutto ciò che esso significa.

 

L’apostolato laico nei nostri tempi

Dobbiamo compenetrarci dell’idea che il semplice possesso dello scapolare e la professione come membri del Terz’Ordine non costituiscono l’essenza del nostro vincolo con la Madonna. Queste esteriorità sarebbero vuote senza una speciale consacrazione interiore alla Vergine del Carmelo. È questo l’elemento fondamentale della nostra condizione di Terziari Carmelitani.

L’uso dello scapolare e la professione religiosa non sono che un oggetto materiale e un atto giuridico — tutte e due di grande significato ed importanza, intendiamoci — che esprimono questa consacrazione. Ma il punto principale è che il Terziario sia interiormente consacrato alla Madonna e viva questa consacrazione tutta la vita con crescente intensità.

In cosa consiste concretamente questa consacrazione interiore? Come possiamo vivere questa consacrazione nei nostri tempi? Ecco il tema della mia conferenza.

Il Terziario Carmelitano vive nel mondo. Egli è un laico e svolge il suo apostolato nel mondo. Questo apostolato consiste nel agire nella società civile per promuovere la salvezza delle anime per tutti i mezzi leciti, compresso quello di permeare con lo spirito della Chiesa tutti i valori dell’ordine temporale.

Non si tratta quindi di evitare le cose del mondo, di fuggire al deserto a fare l’eremita, di rinchiudersi nel silenzio sacrale di un monastero contemplativo. Non si tratta nemmeno di entrare a far parte d’un ordine religioso dedicato all’apostolato esterno. Si tratta, nel nostro caso, di vivere pienamente nel mondo, orientando a Dio i valori della società civile, creata pure da Lui e della quale si può esigere che Gli dia gloria. Si tratta di comunicare a questi valori un vero carattere cristiano.

In queste condizioni, dobbiamo avere un’idea esatta di come la consacrazione alla Madonna si realizzi nel mondo. Ma parlare di "mondo" è troppo generico. Noi dobbiamo considerare la società civile come essa è concretamente nei giorni nostri, con le peculiarità cioè dei nostri tempi.

Per vivere i nostri tempi dobbiamo, sì, conoscerne gli aspetti positivi. Ma non possiamo dimenticare gli aspetti negativi. Chi è il principe di questo mondo? Chi è il nemico al quale noi non possiamo servire? Chi è quell’altro "signore" che ci chiede pure di consacrarci a lui, con una consacrazione del tutto opposta ed escludente riguardo alla consacrazione alla Madonna? Senza un deciso rigetto di questo "signore" e di ogni forma di servitù e di vassallaggio a lui, la nostra consacrazione alla Madonna non sarà veramente piena.

Eccoci passati dall’enunziazione generica del problema alla domanda concreta: come possiamo realizzare la nostra consacrazione alla Madonna come figli della Chiesa Militante del secolo XX?

Questo implica un’altra domanda: quale sono i valori genuini della società civile? Per rispondere a questa domanda prendo spunto da alcune considerazioni teoriche.

 

Dio, causa finale e causa esemplare dell’universo

Dio è il fine di tutte le cose. È quindi naturale che tutte le cose siano ordinate a Lui. E ciò si realizza quando tutto è ordinato al compimento della Legge di Dio, alla salvezza delle anime e all’esaltazione della Chiesa.

Questi principi sono così veri, chiari e conosciuti che non credo di dover trattenermi sull’argomento. Vi è però un’altro principio, raramente proposto all’attenzione della massa dei fedeli. Ed è su questo che vorrei parlare più a lungo.

Dio ha creato l’universo e poi ha concesso all’uomo la facoltà di poter completare diversi aspetti dell’ordine e della bellezza dell’universo, per mezzo della sua azione. Il Dante rende molto bene l’idea quando dice che, se le creature sono figlie di Dio, le opere del genio umano sono le Sue nipoti. Nel creare l’universo, Dio aveva in mente un meraviglioso piano di armonia e di bellezza. Ma Egli realizzò appena una parte di quel piano, lasciandone il resto al genio e all’arbitrio dell’uomo.

Qual’è questo piano?

Insisto sull’idea della bellezza nel universo. La tendenza oggi è di considerare l’universo soprattutto come un’immensa macchina di funzionamento perfetto.

Per esempio, quando si parla della saggezza del Creatore, si risalta come le cose sono concatenate fra di loro in modo tale che non si distruggono, non si scontrano, bensì coesistono in armonia appoggiandosi a vicenda. È una visione funzionale del universo, interamente valida, che però ne svela appena un aspetto, proprio quello più gradito al nostro secolo meccanicista ed ultra-tecnicista.

C’è però un’altro aspetto dell’universo che riguarda Dio in quanto causa esemplare, cioè in quanto Essere increato e infinitamente bello, la cui bellezza si rispecchia in mille modi nelle creature, di modo tale che non c’è nessuna creatura che, d’un modo o d’altro, non rifletta la bellezza increata di Dio.

La bellezza di Dio si rispecchia soprattutto nel insieme, gerarchico e armonico, di tutte le creature. Sicché, in un certo senso, possiamo dire che non c’è mezzo migliore per conoscere la bellezza infinita e increata di Dio che contemplare la bellezza finita e creata dell’universo, considerato non tanto in ogni essere isolato, ma nel suo insieme.

 

La Santa Chiesa Cattolica: immagine perfetta di Dio

Dio si rispecchia ancora, in modo eminente, in un’opera più nobile e più perfetta dell’universo stesso: il Corpo Mistico di Cristo, la società soprannaturale che noi veneriamo col nome di Santa Chiesa Cattolica Apostolica Romana. La Chiesa da se costituisce un universo di elementi, variegati ed armonici, che cantano e rispecchiano, ognuno a modo suo, la santa ed ineffabile bellezza del Verbo Incarnato.

Nel contemplare sia l’universo che la Santa Chiesa Cattolica, noi possiamo elevarci alla considerazione della bellezza santa, infinita, increata di Dio.

Vi sono alcune regole di estetica che possono aiutarci a comprendere la bellezza nell’universo, come ponto di partenza per elevarci alla considerazione della bellezza increata di Dio. La più fondamentale è la coesistenza armonica dell’unita nella varietà. In cosa consiste questa regola? Anziché darne una definizione astratta, forse conviene considerarla concretamente in una creatura: il mare.

 

Il mare rispecchia la bellezza infinita di Dio

Il primo elemento che salta agli occhi è proprio l’unità. Tutti i mari comunicano fra di loro, costituendo un’immensa massa d’acqua che cinge la terra intera. Contemplando un pezzo di mare in qualunque posto del mondo, una delle più deliziose riflessioni che possiamo fare è considerare che quella massa liquida che ci sta davanti non si esaurisce nell’orizzonte, ma ha dietro di se immensità che susseguono ad altre immensità, fino a formare un’unica immensità che è il mare, che si muove, gioca, ruzza su tutta la superficie della terra.

Ma allo stesso tempo che mostra quella splendida unità, il mare impressiona anche per la grande varietà di aspetti.

Una prima varietà è quella dei movimenti. Ora il mare si presenta manso e sereno, sembrando voler soddisfare tutti i desideri di pace, di tranquillità e di riposo della nostra anima. Ora egli si muove discretamente, soavemente, formando sulla superficie piccole onde che sembrano voler giocare con noi per farci sorridere e rilassare il nostro spirito, presentandoci le realtà amene e piacevoli della vita. Ora egli si mostra maestosamente impetuoso, alzandosi in sublimi movimenti, scagliandosi con furia contro i faraglioni, dislocando dagli abissi masse d’acqua colossali che sommergono le isole e invadono i continenti. Egli sembra in preda ad una furia inarrestabile, che canta col fragore delle acque scatenate una grandezza imprigionata nelle sue profondità, e che nessuno avrebbe intuito nei momenti di dolcezza.

Vi è nel mare una seconda varietà, quella della estetica. A volte egli è così diafano che possiamo attraversarlo con lo sguardo come se fosse un cristallo, scorgendone perfino il fondo. A volte egli si presenta invece cupo, impenetrabile, profondo, misterioso. A volte egli ostenta immense superfici aperte, che si perdono in panorami sconfinati. A volte invece egli è circoscritto dagli accidenti geografici e forma piccoli golfi chiusi nei quali, per così dire, egli ci si mostra nell’intimità, facendosi piccolo per farsi gustare meglio.

Un’altra varietà sta nei rumori del mare. Ora il suo mormorio sembra una carezza che ninna e addormenta. Ora il suo rumore, in sottofondo, è come la conversazione d’un vecchio amico mille volte sentito. Ora invece egli parla col ruggito dominatore d’un re che vuole imporsi sugli elementi.

Il modo nel quale il mare si "comporta" sulla spiaggia è pure incredibilmente variato. Ora egli piomba sulla sabbia risoluto e sbuffante. Ora egli arriva con passo pigro, in onde che procedono languidamente. Ora invece egli sembra fermo, contentandosi appena con bagnare la terra.

Tutte queste varietà del mare, però, non avrebbero nessuna nesso, e quindi nessun incanto, se non si presentassero sul grande sfondo d’una unità fissa, invariabile e grandiosa. Questa è la bellezza dell’unità nella varietà.

La varietà del mare è in questo modo bella perché non è una qualsiasi varietà, bensì una varietà armonica. In cosa consiste?

 

Varietà armonica nel mare

Un primo elemento è che questa varietà giunge all’opposizione. Cioè, essa è così amplia che i suoi aspetti estremi giungono ad essere opposti e come contraddittori fra di loro. Questa varietà, proprio perché riunisce in una sola gamma estremi così dispari, possiede una suprema armonia, un’indiscutibile bellezza. Noi non riscontreremmo tanta bellezza nel mare se egli non fosse, per esempio, così estremamente furioso, così estremamente maestoso, ma anche così estremamente grazioso. Il mare armonizza l’estremo della mansuetudine e l’estremo della furia.

Un secondo elemento è che questa varietà che giunge all’opposizione deve comportare una certa simetria. Se il mare, per esempio, fosse estremamente furioso in alcuni momenti ma appena un poco sereno in altri momenti, vi sarebbe uno squilibrio, la sua bellezza non sarebbe perfetta. Affinché l’opposizione sia perfetta, il mare dev’essere tanto furioso in alcuni momenti quanto egli è sereno in altri momenti.

Abbiamo poi le varietà armoniche delle gamme intermedie. Ci sono certe situazioni di transizione fra uno stato e l’altro, nelle quali non possiamo dire che il mare sia di questo o di quel modo. Egli sta passando da un estremo all’altro, con tutt’una ricchissima gamma di situazioni intermedie così splendidamente sfumate ed armoniche che spesso il linguaggio umano non riesce nemmeno a coglierli.

Prendiamo l’esempio d’un mare che comincia a calmarsi dopo la tempesta. Chi ha vissuto la tempesta dirà: ecco che il mare finalmente si calma! Chi lo compara invece col mare sereno dirà: il mare è ancora agitato! È una sorta di contraddizione di aspetti opposti che coesistono in una situazione intermedia.

Un’ultimo elemento è la continuità. Da un estremo all’altro il mare non balza, ma attraversa tutte le gamme intermedie, con maggior o minor velocità, in una sequenza di sfumature successive. Quando questa sequenza è perfetta, a volte può anche sembrare che il mare non cambia, salvo poi, dopo un certo tempo, accorgersi che si ha davanti un panorama nuovo. In questo caso, i cambiamenti sono così delicati ed impercettibili, che eccedono alla nostra capacità sensoriale.

Vi è, finalmente, un elemento non tanto visibile nel mare, ma molto vistoso nel firmamento: la varietà del progresso.

Possiamo scorgere nel firmamento una varietà di aspetti che vanno dall’aurora fino alla notte. Il giorno sorge incantevole, giovanile, fresco. Man mano che avanza, va guadagnando colori, forza e maestà, fino a raggiungere la gloriosa pienezza del mezzo giorno. Poi va declinando lentamente fino a sprofondare nella tristezza del tramonto. Finalmente, prende il suo aspetto notturno, che conserva fino ai primi bagliori dell’aurora.

Possiamo menzionare anche un’altro principio che conferisce al firmamento la sua particolare bellezza: è il principio monarchico, cioè la disposizione delle molteplici forme della varietà attorno a un elemento o punto centrale, in funzione del quale esse si armonizzano e si spiegano a vicenda. È questo, per esempio, il ruolo del sole nel firmamento.

Ecco i vari principi di bellezza esistenti in due splendide creature di Dio: il mare e il firmamento.

 

La Vergine Santissima: apice della bellezza dell’universo

La dottrina cattolica ci insegna che la bellezza di queste creature è un’immagine di Dio, puro Spirito infinitamente perfetto. Ma, visto che l’uomo è fatto a immagine e somiglianza di Dio, essa è anche un’immagine dell’uomo. I vari aspetti del mare e del firmamento, per esempio, fanno pensare all’anima umana in alcuni suoi atteggiamenti, soprattutto quando essa riflette veramente la santità di Dio Nostro Signore.

Queste regole dell’estetica dell’universo che ho appena spiegato servono quindi anche per considerare la bellezza della santità nell’uomo e, soprattutto, nella più alta delle creature: la Madonna. La Madonna, così spesso paragonata al firmamento od al mare, possiede un’anima d’una immensità insondabile, un’anima nella quale tutte le forme di virtù e di bellezza coesistono in una perfezione super-eminente, e della quale noi non possiamo farci un’idea esatta. La Madonna è proprio quel oceano, quel firmamento di virtù davanti al quale rimaniamo estasiati, allibiti, e che dobbiamo cercare di amare e di imitare.

Possiamo riscontrare nella Madonna la stessa unità nella varietà nei molteplici doni con i quali Dio l’ha onorata. Ella è madre di clemenza e di misericordia, ma è anche "terribile come un esercito schierato a battaglia" 1; Ella è la salute degli infermi, ma è anche la Madonna dei dolori; Ella è ausilio dei cristiani e anche rifugio dei peccatori. Ella è celebrata per la sua imparagonabile umiltà, e ciononostante tutti i veggenti che hanno avuto la gioia di contemplarLa coincidono nel commentare la Sua sovrana maestà.

Nella Madonna si armonizzano perfettamente gli aspetti più contrastanti e perfino apparentemente inconciliabili. Per esempio, vi può essere un contrasto più radicale di quello d’essere la Vergine Madre? Ella è Vergine delle vergini. Ma potrebbe benissimo essere chiamata pure Madre delle madri. Nessuna è più pienamente Vergine di Lei. Nessuna è più pienamente Madre di Lei.

 

La consacrazione alla Madonna nei giorni nostri

La consacrazione alla Madonna consiste nel darsi a Lei. E, giacché noi possiamo realizzare in noi stessi, in qualche modo, le virtù che in Lei rifulgono in modo eccelso, darsi a Lei significa servirLa e cercare di imitarLa. La conoscenza della Madonna, l’ammirazione per la Madonna, il servizio alla Madonna e il desiderio di imitarLa sono quindi gli elementi della perfetta consacrazione.

Ma dobbiamo procedere ad un’altra domanda: come possiamo vivere questa consacrazione nelle condizioni concrete dei nostri giorni?

La società dev’essere tale che gli stessi principi di bellezza universale che abbiamo appena spiegato, e che poi si traducono in principi di moralità e di santità, si riflettano non solo nelle anime ma in tutto ciò che circonda l’uomo.

Per una misteriosa affinità, le forme, i suoni, i colori, gli aromi possono esprimere stati di spirito dell’uomo. Bisogna quindi che esprimano stati di spirito virtuosi, affinché l’uomo possa trarre dagli ambienti nei quali vive risorse per la sua santificazione. Gli ambienti devono contenere immagini di Dio che parlino ai sensi, devono essere tali da stimolare nell’uomo la pratica della virtù, devono suscitare in lui l’appetenza della bellezza increata di Dio, che lui poi verrà faccia a faccia nella gloria dei Cieli.

Ecco la grande missione dei laici che vivono nel mondo: organizzare l’ordine temporale in modo tale che forme le anime attirandole verso il Cielo. È chiaro che questo ordine temporale avrebbe una consonanza profonda con la Rivelazione, con gli insegnamenti e leggi della Chiesa, così come con i dettami della vera scienza. Sarebbe perciò il Regno di Cristo, il Regno di Maria sulla terra.

Torno dunque alla domanda: nel nostro secolo, in cosa consiste il servizio alla Madonna? Consiste nel salvare le anime per tutti i mezzi leciti, fra i quali voglio accentuare questo: ordinare tutte le cose secondo lo spirito che ho appena descritto, costruendo in questo modo la cultura e la civiltà cristiane. Sia una che l’altra, in fondo, non sono che la disposizione delle cose affinché siano in questa vita un riflesso di Dio, orientando quindi le anime per la vita eterna.

Essere consacrato alla Madonna e servirLa significa sostentare, promuovere e difendere contro eventuali nemici la cultura e la civiltà cristiane, che costituiscono quella pace in terra promessa agli uomini di buona volontà dagli angeli a Betlemme. L’unica pace che gli uomini di buona volontà possono avere sulla terra è la pace di Cristo nel Regno di Maria.

Possiamo dunque dire che il vero Terziario Carmelitano, consapevole di cosa implichi la sua consacrazione, è non solo una persona di spiccata vita interiore, ma anche un soldato genuino della cultura e della civiltà cristiane.

 

Problemi dell’apostolato nel secolo XX

Per comprendere ancor meglio come dobbiamo servire la Madonna nel nostro secolo, dobbiamo considerare certe circostanze ad esso peculiari.

Noi viviamo in un processo rivoluzionario che, iniziatosi col Protestantesimo e l’Umanesimo nel secolo XVI, ha ottenuto un grande trionfo con la Rivoluzione francese nel secolo XVIII. Questo processo giunge adesso al suo culmine con l’affermarsi del comunismo. Siamo quindi nel vortice di una lunga serie di apostasie. E in questo consiste il marchio dominante degli avvenimenti nei giorni nostri, delle circostanze nelle quali la Chiesa vive, agisce e lotta attualmente.2

In tutti i tempi la Chiesa si è trovata davanti avversari da contrastare. Ma forse mai essa ha dovuto subire un attacco così furibondo che la colpisce in ogni punto della sua dottrina, delle sue costumi, delle sue istituzioni e delle sue leggi. Mai i suoi nemici avevano ostentato una tale coerenza, una tale unità di intenzione e un tale rancore quanto nei giorni nostri. I testi pontifici in questo senso sono talmente numerosi che io mi esimo dal menzionarli.

Dunque, da qualsiasi angolazione noi consideriamo il panorama odierno, dobbiamo collocare al centro questo fenomeno, cioè l’offensiva plurisecolare delle forze del male contro la Chiesa che oggi giunge al suo parossismo. Viviamo, come ho detto poc’anzi, in un processo rivoluzionario che corrode una realtà gloriosa, luminosa ma ormai agonizzante: la Civiltà cristiana.

Abbiamo quindi un nemico da contrastare e un patrimonio da difendere. Questo patrimonio è l’immenso e inapprezzabile tesoro delle tradizioni tramandateci da venti secoli di Civiltà cristiana. Un patrimonio che non va considerato come un valore estatico ma, al contrario, come qualcosa che i successivi secoli hanno man mano costruito. Anche noi, per la nostra fedeltà e la nostra lotta, accresciamo questo tesoro della tradizione. Davanti a noi c’è la Rivoluzione, che rappresenta esattamente il contrario di tutto ciò che amiamo. Noi dobbiamo confrontarla in tutte le sue manifestazioni.

Ecco un aspetto essenziale del apostolato cattolico nei giorni nostri. Questo aspetto merita un’ulteriore spiegazione.

 

Il cattolico deve’essere un uomo del suo tempo?

Dicono che il cattolico dev’essere un uomo del suo tempo, con lo sguardo aperto ad ogni forma di progresso, adattandosi in tutta la misura del possibile al mondo nel quale vive.

Nessuno oserebbe dire che queste affermazioni siano in se false. Ma dobbiamo saper distinguere un’accettazione intelligente e piena di discernimento, da un’accettazione sprovveduta, spensierata, debole che assume non solo gli aspetti buoni dell’epoca ma anche tutto ciò che lo spirito della Rivoluzione vi ha instillato, a volte velatamente.

Se vogliamo essere pienamente uomini del nostro tempo dobbiamo saper tracciare questa linea divisoria con molta chiarezza.

Ogni epoca dice di voler distanziarsi da quella precedente correggendone i difetti. Ma capita spesso che voglia anche distanziarsene perché dissente dai suoi valori. E qui ci vuole discernimento. Riguardo all’epoca immediatamente anteriore alla nostra, noi non vogliamo, non possiamo e non dobbiamo né accettare tutto né rigettare tutto. Dobbiamo analizzare con attenzione i diversi elementi.

Nessun’epoca passata deve rimanere intoccata. È sempre possibile, per mezzo di un vero progresso, abolirne i difetti e migliorarne i valori. Ma questo non basta. Noi non possiamo perdere di vista che molte delle trasformazioni in atto oggidì non rappresentano affatto un lavoro intelligente per depurare e perfezionare le tradizioni che abbiamo ricevuto dai nostri padri ma, al contrario, costituiscono un voluto sforzo di distruzione sistematica o di corrosione surrettizia dei valori della Civiltà cristiana.

In una lettera indirizzata al cardinale Carlos Mota, arcivescovo di San Paolo, mons. Dell’Acqua, allora Sostituto della Segreteria di Stato della Santa Sede, affermava che, per effetto del laicismo, il mondo contemporaneo aveva ormai perso quasi completamente il senso cristiano della vita.

Richiamo l’attenzione di lor signori su queste ultime parole. Noi sappiamo che l’uomo non può rimanere privo di qualsiasi senso. Se egli perde il senso cristiano, è giocoforza che lo rimpiazzi con un senso non cristiano. Dobbiamo quindi concludere che la stragrande maggioranza degli uomini di oggi sono segnati, in grado minore o maggiore, da un senso non cristiano della vita, quando non addirittura da un senso anticristiano. Noi stessi, figli del nostro tempo, siamo esposti al rischio di portare nel nostro spirito, a volte anche velatamente, alcune infiltrazioni di questo senso anticristiano della vita.

Troppo frequentemente ci troviamo attorno persone che pensano di avere il vero spirito cattolico perché ricevono ogni tanto i sacramenti e praticano alcuni atti di pietà. Eppure, il loro modo di pensare, di sentire, e di agire sono segnati da uno spirito opposto a quello della Chiesa. Anche se in grado ovviamente minore, questo succede perfino con persone pietose. In queste condizioni, c’è motivo per essere diffidenti perfino con noi stessi.

Con grande diligenza dobbiamo dedicarci al compito di discernere ciò che in nostra epoca è buono da ciò che è cattivo. Ci spinge il timore di, per sbaglio, spacciare qualcosa di quel deposito di tradizioni cattoliche che abbiamo ricevuto da nostri padri e che dobbiamo trasmettere non solo intatto ma accresciuto.

Dobbiamo, sì, correggere giudiziosamente il passato. Ma cambiarlo senza discernimento, sconsideratamente, in ogni caso, e a volte perfino appena per la smania di cambiare, ecco un atteggiamento che va decisamente respinto. Niente di più estraneo alla vera consacrazione alla Madonna di questa negligenza nel proteggere la tradizione cristiana.

Se un membro del Terzo’Ordine Carmelitano si consegna al mondo senza ritegno, sappia che egli serve due signori, egli non è un vero Carmelitano e la sua consacrazione non è una vera consacrazione.

Ripudiando dunque formalmente l’idea che dobbiamo conservare intatto il passato, affermiamo che mai nella storia della Civiltà cristiana fu così difficile discernere fra i veri valori del passato e quello che nei giorni nostri dev’essere rettificato.

 

La tradizione nel magistero pontificio

Per illustrare questo punto, niente meglio delle luminose parole di Papa Pio XII al Patriziato ed alla Nobiltà romana, del 19 gennaio 1944. Il Santo Padre spiega molto bene in cosa consista un rinnovamento fatto secondo lo spirito della Chiesa, animato da un profondo amore alla tradizione:

"Le cose terrene scorrono come un fiume nell’alveo del tempo: necessariamente il passato cede il posto e la via all’avvenire, e il presente non è che un istante fugace che congiunge l’uno con l’altro. È un fatto, è un moto, è una legge; non è in se un male. Il male sarebbe, se questo presente che dovrebbe essere un flutto tranquillo nella continuità della corrente, divenisse una tromba marina, sconvolgendo ogni cosa come tifone o uragano al suo avanzarsi, e scavando con furioso distruggimento e rapimento un abisso tra ciò che fu e ciò ch deve seguire. Tale sbalzi disordinati, che fa la storia nel suo corso, costituiscono allora e segnano ciò che si chiama una crisi, vale a dire un passaggio pericoloso, che può far capo a salvezza o a rovina irreparabile, ma la cui soluzione è tuttora avvolta di mistero entro la caligine delle forze contrastanti. (...)

"Patriziato e Nobiltà, voi rappresentate e continuate la tradizione. (...)

"Molti animi, anche sinceri, s’immaginano e credono che la tradizione non sia altro che il ricordo, il pallido vestigio di un passato che non c’è più, che non può più tornare, che tutt’al più viene con venerazione, con riconoscenza se vi piace, relegato e conservato in un museo. (...)

"Ma la tradizione è cosa molto diversa dal semplice attaccamento ad un passato scomparso; è tutto l’opposto di una reazione che diffida di ogni sano progresso. Il suo stesso vocabolo etimologicamente è sinonimo di cammino e di avanzamento. Sinonimia, non identità. Mentre infatti il progresso indica soltanto il fatto del cammino in avanti passo innanzi passo, cercando con lo sguardo un incerto avvenire; la tradizione dice pure un cammino in avanti, ma un cammino continuo, che si svolge in pari tempo tranquillo e vivace, secondo le leggi della vita. (...)

"In forza della tradizione, la gioventù, illuminata e guidata dall’esperienza degli anziani, si avanza di un passo più sicuro, e la vecchiaia trasmette e consegna fiduciosa l’aratro a mani più vigorose che proseguono il solco cominciato. Come indica col suo nome, la tradizione è il dono che passa di generazione in generazione la fiaccola che il corridore ad ogni cambio pone in mano e affida all’altro corridore, senza che la corsa si arresti o si rallenti. Tradizione e progresso s’integrano a vicenda con tanta armonia, che, come la tradizione senza il progresso contraddirebbe a sé stessa, così il progresso senza la tradizione sarebbe una impresa temeraria, un salto nel buio".

 

Conclusione

Reverendi sacerdoti, cari confratelli, abbiamo dunque visto che la nostra consacrazione alla Madonna, espressa nel atto affettivo della professione religiosa e ricordata dal uso dello scapolare, si realizza nei giorni nostri nel ricondurre le anime e tutti i valori della società temporale affinché diano gloria a Dio, sulla scia della Civiltà cristiana, avendo Dio come causa esemplare, e proseguendo nella traiettoria indicata dai magnifici principi della tradizione cristiana.

Grazie!

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