Sinodo Pan-Amazzonico

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La nuova lotta di classe:
morte o metamorfosi  del comunismo?

 

 

di Julio Loredo

 

Il Re è morto, viva il Re!

         1991: anno della morte del comunismo... o della sua metamorfosi?

         In un modo o nell’altro, questo problema dominava la discussione politica di allora, sia negli ambienti accademici e politici che nei mezzi di comunicazione sociale, così come nei convegni e nei salotti, fino a giungere nelle sacrestie. Chiamava l’attenzione che, oltre alle ragioni dottrinali, ciò che divideva i campi era una fondamentale differenza di stati di spirito.

      Certi ottimisti interpretavano le trasformazioni che all’epoca accadevano nell’Est (glasnost, perestroika, ecc.) come la morte definitiva del comunismo. Altri – che chiameremo realisti –  vedevano in tutto ciò soltanto una metamorfosi. Mentre i realisti mettevano in guardia dal carattere camaleontico dello spirito rivoluzionario e si rifiutavano di riporre la spada nel fodero, gli ottimisti si rilassavano e riprendevano fiato risollevati davanti alla supposta fine della minaccia bolscevica, quella stessa minaccia che fino a poco prima si ostinavano a negare o a minimizzare. Se questa minaccia era illusoria o triviale, come mai si sentivano così risollevati? Decisamente, la coerenza non è il lato forte degli ottimisti...

         Noi non eravamo, né lo siamo ancora, tra coloro che credevano che il comunismo fosse morto nel 1991. Ciò che morì fu una forma di comunismo – il capitalismo di Stato o socialismo reale – che, detto di passaggio, i suoi stessi mentori consideravano una tappa intermedia. Superata quella tappa, il processo rivoluzionario si accingeva ad avanzare verso manifestazioni ancora più radicali. Senza parlare del socialismo autogestionario lanciato da François Mitterrand, v’erano le cosiddette “rivoluzioni culturali” che, ispirandosi a dottrine come il freudismo e lo strutturalismo, miravano a una “liberazione” degli istinti contro tutto quanto significava regola, freno, ordine.

         Campione di questa rivoluzione culturale era, per esempio, il Partido Socialista Obrero Español (PSOE). E iniziavano ad apparire all’orizzonte le correnti tribaliste e indigeniste.  

         Ciò che accade, dunque, fu una metamorfosi del processo rivoluzionario, non la sua estinzione.

     In questa nuova prospettiva, si assisteva a tentativi di maquillage di antichi miti marxisti, fra cui quello della lotta di classe. Dappertutto esponenti rivoluzionari martellavano l’idea che la scomparsa della tensione Est-Ovest ne aveva lasciata scoperta un’altra suppostamene più grave, quella fra il Sud (paesi poveri, prevalentemente situati nell’emisfero sud) e il Nord (paesi industrializzati). Al vecchio antagonismo fra proletari e borghesi (a livello nazionale) e mondo comunista contro mondo libero (a livello internazionale) faceva seguito un nuovo tipo di confronto, in cui scompariva, almeno apparentemente, qualsiasi aspetto ideologico, ormai convertitosi in uno meramente economico.

     Così come, durante la tappa del capitalismo di Stato, spettava alle sinistre prendere le parti dei proletari contro l’ordine socioeconomico borghese, adesso queste dovrebbero prendere le parti delle “nazioni proletarie” del Sud di fronte a un ordine economico internazionale dominato dalle “nazioni borghesi” del Nord.

         Diamo uno sguardo a questo aspetto della metamorfosi del comunismo.  Ci aiuterà a capire cosa sta accadendo ora.

 

Qual’ era il panorama politico e psicologico in Unione Sovietica?

         Noi occidentali ci eravamo abituati a ritenere il comunismo come una sorta di grande ombra proiettata sulle relazioni internazionali, ben come sulla vita interna di ogni paese. Sul panorama mondiale pesava la costante minaccia di una aggressione sovietica, che facilmente avrebbe potuto degenerare in un conflitto nucleare.  Un’abile propaganda sfruttava questa situazione, infondendo negli occidentali il panico per una tale ecatombe. Allo stesso tempo sussurrava che l’unico modo per evitarla era la strada delle concessioni. Ciò rafforzava ancor di più la possibilità per la Russia di esercitare una pressione psicologica tramite il ricatto nucleare.

         All’interno di ogni paese, esisteva la costante pressione della propaganda marxista attuata tramite i Partiti Comunisti locali manovrati a loro volta da Mosca. Esisteva persino la possibilità che un eventuale trionfo elettorale degli stessi collocasse il Paese nell’orbita del Cremlino; per non parlare qui dei movimenti guerriglieri e terroristi incentivati da Mosca, che seminavano disordini e che giunsero a prendere il potere in nazioni come a Cuba, Angola, Nicaragua e altre.

         Per questa e altre ragioni, la minaccia comunista occupava uno spazio fondamentale nel panorama mentale dell’uomo di allora.

      In un dato momento, questa minaccia sembrò improvvisamente svanire. Il Muro di Berlino cadde ed ebbe fine il confronto fra le due Europe, facendo sembrare anacronistiche sia la NATO che il Patto di Varsavia. I paesi dell’Est entrarono in una fase di convulsione; rovesciati i vecchi governi stalinisti, questi furono sostituiti da regimi più o meno democratici che pretendevano soppiantare il socialismo con programmi economici neoliberali. Le due Germanie si riunificarono sotto l’egida della parte Occidentale. La stessa URSS iniziò a sgretolarsi in mezzo a lotte etniche e all’indipendenza di un numero crescente delle sue repubbliche, fino alla costituzione della Federazione Russa. Il PCUS, testa della rivoluzione marxista mondiale, votò la propria “autodissoluzione” (sic) e adottò un altro nome. Come se stessero ubbidendo a un comando, quasi tutti i Partiti Comunisti di entrambi i lati della Cortina di Ferro cominciarono similmente a rinnegare il loro passato marxista e ad adottare etichette ispirate alla socialdemocrazia.

         Così, nonostante la precaria esistenza di alcuni “dinosauri” come i fratelli Castro a Cuba, il più doloroso tra i cancri del mondo moderno, il comunismo, sembrò svanire nell’arco di due-tre anni. Ciò sconcertò molta gente, rimasta senza sapere cosa pensare davanti alla subitanea scomparsa dell’orso russo e al profondo cambiamento del panorama internazionale e nazionale che ciò supponeva.

 

La spaventosa miseria della Russia. Campana a morte dell’ideologia comunista

         Pari passu, i comunisti si videro forzati a dissimulare la loro ideologia in vista dello strepitoso fallimento dell’Est.        

      Il problema del comunismo aveva, come ogni problema socio-politico, un aspetto dottrinale e un altro pratico. Si trattava non solo di sapere se l’insieme delle dottrine inglobate sotto l’etichetta del marxismo-leninismo era teoricamente vera o meno, ma anche di sapere se, messe in pratica, avrebbero raggiunto risultati soddisfacenti. Se il comunismo era la panacea pretesa dei suoi corifei, come spiegare un suo eventuale fallimento sul terreno? Così, in qualche misura, gli aspetti pratici condizionavano il giudizio ideologico.

          E proprio in questo campo aleggiava una grande incognita.

         Noi occidentali avevamo un’idea più o meno vaga che in Russia c’era miseria.  La sua gravità, tuttavia, veniva sfumata secondo l’attitudine di ognuno davanti al comunismo. Qualche anticomunista tendeva a esagerarla, i centristi quasi sempre ne diminuivano la portata, quelli di sinistra, da parte loro, la nascondevano accuratamente. La confusione creata da queste differenze – aumentata ancora di più dalla spessa cortina di mistero che circondava il vecchio impero sovietico, e data l’ambiguità delle poche informazioni che giungevano alle nostre orecchie – faceva sì che la situazione russa non fosse oggetto di un giudizio chiaro e definitivo in Occidente e, di conseguenza, che non ci fosse un atteggiamento coerente dell’opinione pubblica di fronte alla Russia e all’ideologia comunista.

         Tutto ad un tratto cadde la Cortina di Ferro e apparse evidente agli occhi di tutti ciò che allora si intravedeva appena: lo strepitoso fallimento dell’esperienza sovietica. Per la prima volta noi occidentali potemmo constatare la spaventosa eredità del comunismo, una miseria tale mai vista prima. Dalle rovine dell’immenso impero fino a poco prima recintato dalla Cortina di Ferro, iniziò a sollevarsi un terribile grido di indignazione dai popoli schiavizzati per decadi da governi sarcasticamente chiamati “popolari”. Per il principio esposto sopra, questa constatazione concreta colpì profondamente il campo ideologico. Infatti, come avrebbero potuto i comunisti continuare a sostenere la validità di una dottrina che, messa in pratica, aveva portato a una simile miseria e a una tale oppressione?

         Così, allo sfacelo politico si sommò quello filosofico, facendo scoppiare una crisi interna alle correnti comuniste, che li mise di fronte a un bivio: avrebbero dovuto continuare a essere afferrate all’ideologia marxista-leninista o avrebbero dovuto adattarsi alla nuova dialettica? Nel primo caso, avrebbero avuto il coraggio di proclamarlo davanti al fallimento sopramenzionato? Nel secondo caso, come spiegare alle basi, non sempre perspicaci e malleabili, l’abbandono dei dogmi marxisti?

 

La morte delle ideologie

         Questo doppio sfacelo delle correnti comuniste accadde all’interno di un panorama più vasto: quello della morte delle ideologie. Già da alcune decadi, assistiamo all’avanzata di una tremenda atonia di spirito nelle persone, causata dal deterioramento del principio di contraddizione –  principio primo e supremo del pensiero –  e con esso a un vero tramonto della stessa luce della ragione. Si va generalizzando sempre più un tipo umano incapace di interessarsi a quanto oltrepassa l’ambito individuale, incapace dunque di giudicare a fondo gli avvenimenti, ridotto quasi a mere emozioni, umori e reazioni primarie.

         Questo tipo umano poneva alle sinistre un grave problema, perché si vedevano incapaci di galvanizzare come prima le masse in favore della causa rivoluzionaria. Basta paragonare il furibondo sindacalismo degli anni ‘30 con quello dei nostri giorni per percepire quanto sia diminuita la carica di odio rivoluzionario nelle proprie fila del comunismo.

         Morto il comunismo in quanto ideologia e distrutta la sua base operativa, come articolare un nuovo movimento rivoluzionario internazionale, avendo anche presente la mancanza di interesse ideologico? Per farlo era necessario ricostituire un quadro generale in funzione del quale l’opinione pubblica potesse facilmente prendere posizione.

 

Una nuova lotta di classe

         A partire dagli anni ‘90, assistiamo a ingenti sforzi per abbozzare un mondo nuovo, non già diviso longitudinalmente tra l’Est comunista e l’Occidente libero, ma latitudinalmente, fra Sud povero e Nord ricco. Qual è il senso di questa divisione?

         Per il marxismo, la società moderna era divisa fra i proprietari dei mezzi di produzione – i borghesi –  e quanti ne erano privi – i proletari – che si vedevano costretti a vendere il loro lavoro ai primi, venendo in questo modo sfruttati. Da questa divisione nasceva un necessario antagonismo, la lotta di classe, considerata il motore del processo rivoluzionario. Secondo questo mito, i borgesi sarebbero diventati sempre più ricchi e i proletari sempre più poveri, fino a raggiungere a un’esplosione – la rivoluzione – che sarebbe culminata con il trionfo di questi su quelli con la conseguente instaurazione di una dittatura del proletariato, che finalmente avrebbe portato pace, lavoro e benessere per le masse. I paesi giunti a questo stadio sarebbero serviti da esempio per gli altri e da basi operativa per la rivoluzione operaia mondiale.

         Nei fatti, è stata la stessa storia a smentire questo mito. Nell’Occidente capitalista il proletariato migliorò la propria situazione economica fino a trasformarsi praticamente un’agiata classe media; In Oriente, al contrario, il capitalismo di Stato produsse solo miseria e oppressione.

         Lungi dall’ammettere la falsità del mito della lotta di classe, il comunismo internazionale lo sostituì con un altro equivalente: la lotta Sud-Nord. Non si trattava più di una divisione basata su fondamenti ideologici, bensì di una divisione di carattere concreto: gli uni sono poveri e gli altri ricchi. I primi producono materie prime pagate a basso prezzo; i secondi le comprano, le processano e le rivendono ai primi sotto forma di prodotti industriali di elevato prezzo. Si stabilisce così un circolo vizioso mediante il quale i paesi poveri diventano sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi, finché la situazione non diventerà insostenibile e si avrà un’esplosione: ovvero lo scontro tra questi due mondi, con la conseguente vittoria del Sud (almeno così sperano i terzomondisti).

         Questa prospettiva darebbe pretesto alle sinistre di galvanizzare le loro basi attorno a una causa: la lotta per il cosiddetto “Nuovo ordine economico mondiale”, in cui le ricchezze sarebbero suppostamene distribuite meglio. Naturalmente, per giungere a questo nuovo ordine sarebbe necessario ricorrere alla spoliazione dei paesi ricchi in favore di quelli poveri, allo stesso mondo in cui i borghesi furono depredati dalle rivoluzioni comuniste anteriori.  L’intensa carica sentimentale dell’impresa – alimentata con immagini di bambini indigeni o neri denutriti, favelas inquinate, ecc. – permette alle sinistre di ovviare all’uso dei metodi classici di persuasione ideologica, appellandosi direttamente ai cuori.

         Nel frattempo, i “poveri” avranno il diritto di partecipare direttamente al benessere dei ricchi trasferendosi nei loro paesi. Così si spiegano in buona misura gli enormi flussi migratori che minacciano di sommergere l’Europa, gli Stati Uniti e altri paesi del Nord. La sistemazione di simili contingenti umani, non assimilabili alla cultura locale nel modo in cui lo erano le anteriori immigrazioni, creerebbe vere sacche di Sud dentro il Nord, le quali tenderebbero a crescere per il prevedibile aumento delle migrazioni e l’alto tasso d natività dei popoli meno sviluppati. L’esistenza di queste sacche disarticolerebbe profondamente la vita dei popoli interni che accolgono, oltre ad offrire alle sinistre possibili contingenti per imprese rivoluzionarie. In casi estremi, i paesi del Nord potrebbero persino perdere la propria identità nazionale.

 

Un’ideologia che non osa dire il suo nome

         I mentori di questa strategia affermano che non c’è in essa niente di ideologico, quindi niente di pianificato. Essa decorre semplicemente da una situazione de facto, lo squilibrio economico internazionale.

         Per cominciare, questa impostazione è riduttiva perché non prende in considerazione le cause della povertà dei paesi del Sud.  In genere, sebbene provvisti di risorse naturali, questi paesi si trovano in situazioni di povertà, il più delle volte, a causa della disastrosa applicazione di programmi socioeconomici di ispirazione socialista. Perché questa causa non è mai menzionata dai mentori della nuova dialettica? Farlo darebbe già una possibile soluzione. Ci si aspetterebbe che, applicando le formule che tanto successo hanno avuto nel Nord, i paesi del Sud possano progredire, sfruttando le loro vaste risorse e smettendo così di essere “Sud”. Ma poi le sinistre si ritroverebbero senza paesi poveri da manovrare, così come prima erano rimaste senza proletariato…

         Chiama inoltre l’attenzione quanto sia elastico il termine “povero”. I mentori della nuova dialettica non parlano di penuria, nel cui caso l’aiuto delle nazioni ricche sarebbe un imperativo di giustizia, poiché il diritto alla vita delle popolazioni moribonde è superiore al diritto dei paesi ricchi di godere di beni superflui. I mentori della nuova dialettica parlano piuttosto di “povertà”. Cosa significa essere povero? A questa domanda rispondono che essere povero significa semplicemente avere meno degli altri. Di fatto, solo in questo senso ampio si capisce tale aggettivo applicato a paesi come il Brasile e il Messico, vere potenze emergenti. Ma allora, come giustificare una rivoluzione di paesi che semplicemente sono meno ricchi degli altri?

         Qui iniziamo a intravedere l’ideologia che soggiace alla nuova dialettica. Essa si riassume nell’affermazione che è ingiusto che ci siano paesi ricchi e paesi poveri, così come è ingiusto che ci siano classi ricche e classi povere. In altre parole, è ingiusto che ci siano disuguaglianze. Così, oltre a pretesti economici, questa rivoluzione del Sud contro il Nord si ispira al principio dell’ugualitarismo – ovvero la quintessenza del comunismo – che sussiste come falso criterio di giustizia nel cuore di milioni di persone. Ci troviamo, dunque, davanti a un’ideologia che non osa dire il suo nome.

         Tutto questo traccia il profilo di un’autentica rivoluzione mondiale in preparazione, proprio quando il comunismo sembrava essere morto. In effetti, un curioso effetto di questo auto-eclissarsi è che nessuno sembra percepire l’ispirazione comunista di questa rivoluzione emergente, proprio perché il comunismo sarebbe suppostamene morto…

 

Sinistra cattolica, quinta colonna del Sud

         A questo punto, qualche recalcitrante ottimista che abbia letto questo articolo, potrebbe sorridere alternando a una sensazione di fastidio una di compatimento: non c’è da preoccuparsi! Casa potrebbero fare alcuni paesi poveri contro la nostra immensa potenza economica e, se serve, militare?

         Il nostro ottimista non prende in considerazione un aspetto fondamentale della situazione: l’esistenza di quinte colonne del “Sud” nei paesi del “Nord”. Queste quinte colonne sono costituite da diverse sinistre e, in modo particolare, dalla “sinistra cattolica”, fedele compagna di viaggio, a suo tempo, del socialismo reale e ora non meno fedele compagna della nuova lotta di classe.

         Fra appalusi di approvazione, diceva un relatore durante il X Congresso di Teologia Giovanni XXIII, svoltosi a Madrid en 1990: “Molti del Nord ridono del Sud e dicono ‘se il Sud ci invade lo distruggeremo con le nostre armi’. Ma non sanno che qui ci sono quinte colonne del Sud, e che spareremo contro quelli del Nord, contro quelli del nostro proprio paese, alla schiena, per far trionfare il Sud”. Qui abbiamo, nella sua essenza, un punto importante del programma della “sinistra cattolica” in quest’era di postcomunismo.

         Tale programma fu sviluppato ancora di più nell’XI Congresso di Teologia Giovanni XXIII, svoltosi a Madrid nel 1991, sotto il lemma “V Centenario. Memoria e Liberazione”. Contestando l’opera missionaria ed evangelizzatrice della Spagna nel Nuovo Mondo, il congresso tentò di aizzare la lotta di classe di nuovo tipo dei paesi latinoamericani contro le vecchie metropoli. L’epopea spagnola in America, dicevano i relatori, non fu altro che espoliazione e oppressione. A modo di mea culpa, suggerivano altri, è la Spagna che ora deve essere “evangelizzata” dall’America Latina, in modo speciale dalle sue culture indigene. Il sacerdote cileno spretato Pablo Richard, antico militante dei Cristiani per il Socialismo e noto teologo della liberazione, giunse ad affermare che dette culture indigene ci donano una nuova Rivelazione.

Categoria: Sinodo Pan-Amazzonico

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