benedizione coppie omosessuali

  • Assemblea Generale: il Cammino sinodale è determinato a rivoluzionare la Chiesa

     

     

    di Mathias von Gersdorff

     

    In occasione delle pseudo benedizioni delle coppie omosessuali all'inizio di maggio, c’erano stati diversi appelli alla moderazione rivolti ai progressisti radicali tedeschi.

    Avvertimenti molto chiari erano arrivati ​​anche da Roma. Con il loro comportamento fragoroso, i tedeschi hanno rischiato di minare il processo sinodale in tutto il mondo.

    Di conseguenza, la maggior parte dei teologi e dei gruppi di base si sono contenuti di fatto nelle loro posizioni estreme. Sembrava che una certa disciplina fosse stata raggiunta all’interno del progressismo radicale tedesco.

    Tuttavia, di questa disciplina non ne è rimasto nulla nella seconda Assemblea Generale del Cammino Sinodale.

    Ancora una volta, sono formulate richieste estreme, che vanno contro il Magistero e la Chiesa universale:

    • La Comunità delle Donne Cattoliche della Germania (KFD), l'Unione Tedesca delle Donne Cattoliche (KDFB) e l'Associazione Maria 2.0 esigono tutte l'introduzione del sacerdozio femminile. Tali associazioni sono supportate soprattutto dai Vescovi Overbeck, di Essen, e Bode, di Osnabrück.
    • Esse pretendono ancora una volta l'abolizione della morale sessuale cattolica. In particolare, le coppie omosessuali e extraconiugali dovrebbero essere accettate e possibilmente persino benedette.
    • La Chiesa deve essere democratizzata; nella migliore delle ipotesi i vescovi dovrebbe fungere da moderatori tra le diverse correnti ecclesiali. La natura sacramentale dell'ordinazione non è stata ancora rigettata, ma le sue conseguenze sì. In particolare, la costituzione gerarchica della Chiesa.

    In breve: si cerca di erigere una Chiesa completamente nuova, con una propria Morale e una nuova struttura direttiva. Così, il Cammino Sinodale vuole di fatto costruire una chiesa nazionale tedesca.

    C'è resistenza contro questa direzione, in particolare da parte di mons. Voderholzer, vescovo di Regensburg e mons. Oster, vescovo di Passau.

    Tuttavia, mons. Rudolf Voderholzer è stato immediatamente criticato duramente da mons. Georg Bätzing, vescovo di Limburg e presidente della Conferenza episcopale: "Le sue dichiarazioni non erano autorizzate, oltre a essere presuntuose".

    Non ci possono essere dubbi sul fatto che il Cammino Sinodale non sia altro che una rivoluzione ecclesiastica per creare una nuova religione.

    La strategia futura da applicare in vista del Sinodo Mondiale è aperta.

    Ci sono tre opzioni:

    Primo: i progressisti cercheranno possibilmente di creare fatti consumati, erigendo una chiesa nazionale, indipendentemente dalle reazioni di Roma e della Chiesa universale. Ignoreranno semplicemente le molte grida di allerta e correranno il rischio di separarsi da Roma.

    Secondo: forse non vogliono andare così lontano, prendendo innanzitutto la posizione più rivoluzionaria possibile dinanzi al Sinodo Mondiale, ma senza adottare misure concrete, in attesa di vedere come le cose si svilupperanno in tutto il mondo.

    Terzo: è possibile che essi ritengano che una rivoluzione su scala mondiale nella Chiesa possa essere innescata a partire dalla Germania, come già accaduto nel XVI secolo. Le risoluzioni del Cammino Sinodale sarebbero qualcosa come un manifesto della rivoluzione della Chiesa a tutto il mondo.

    Una cosa, tuttavia, è certa: i Vescovi, soprattutto mons. Georg Bätzing, già non pilotano più gli eventi, ma vengono trascinati dalle correnti radicali dentro l’assemblea del Cammino Sinodale.

    Essi dovrebbero chiudere il già avviato processo di distruzione con una parola di forza, ma apparentemente temono che i gruppi radicali di base possano andare nei fatti sulle barricate. La possibilità di appoggiarsi a cattolici fedeli al Magistero in Germania è evidentemente fuori questione per la maggior parte dei prelati, in tal modo sono prigionieri di associazioni finanziariamente forti.

     

    Fonte: Il blog di Mathias von Gersdorff, 1 ottobre 2021. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà

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  • Così la benedizione "omo" uccide la dottrina sociale

     

     

    di Stefano Fontana

    Non so se don Gabriele Davalli sapesse che benedicendo una coppia omosessuale nella chiesa di san Lorenzo a Budrio, come ha fatto sabato 11 giugno avrebbe cancellato d’un colpo, tra molte altre cose, anche la Dottrina sociale della Chiesa. Non so nemmeno se egli avesse avvertito che, in quel modo, avrebbe cancellato d’un colpo anche la pastorale familiare, pur essendone responsabile dell’ufficio diocesano in quel di Bologna, diocesi del Presidente dei vescovi italiani cardinale Matteo Zuppi.

    Infatti, senza Dottrina sociale della Chiesa, e quindi senza pastorale sociale, è molto difficile fare pastorale familiare. Don Davalli è giovane e forse non ricorda che nei primi anni Novanta del secolo scorso la Pastorale sociale della CEI (direttore mons. Giampaolo Crepaldi) aveva pubblicato il Direttorio di pastorale sociale “Evangelizzare il sociale” e, in contemporanea, l’ufficio CEI per la pastorale familiare (direttore mons. Renzo Bonetti) aveva redatto il Direttorio di pastorale familiare. Una combinata segno di un’epoca che or non è più. Una manciata di anni – e di “benedizioni” – e di quel mondo non c’è più alcuna traccia.

    Benedire in chiesa coppie omosessuali vuol dire ammazzare la Dottrina sociale della Chiesa, annullarla rendendola impossibile, negarla nella sua radice. Ma attenzione: se la Chiesa lo fa, vuol dire che si ritira dal mondo e cessa di volerlo evangelizzare perché a questo serve la Dottrina sociale della Chiesa: a far stare la Chiesa nel mondo per evangelizzarlo. La benedizione delle coppie omo toglie alla Chiesa il suo “diritto di cittadinanza” nella pubblica piazza perché le toglie di mano la possibilità di fare riferimento, nei suoi interventi, ad un ordine di verità anche naturale.

    Benedire la coppia gay, benedire le due persone in quanto coppia, significa riconoscere una dignità etica e religiosa all’essere coppia omosessuale praticante. Ciò comporta di negare che nel campo dell’esercizio della sessualità ci sia un ordine finalistico che caratterizza la natura della persona e quindi le sue relazioni. Significa accettare la sessualità come autodeterminazione e non come una vocazione che ci chiama al rispetto delle inclinazioni naturali e al rifiuto di quelle innaturali. L’espressione “inclinazione naturale” perde il significato di una tendenza rispondente alle finalità della natura umana (come quando si dice: “appartiene alla natura umana vivere in società”; oppure “appartiene alla natura umana cercare la verità” …) e assume quella della pulsione istintiva. Chi pensa di autodeterminarsi in realtà è determinato da altro.

    Tutto questo comporta che l’ordine del matrimonio, della famiglia, della procreazione e dell’educazione (che della procreazione è prolungamento) non sia più un ordine ma una scelta personale fondata sulla coerenza con se stessi (autenticità) e non con qualcosa che ci precede e che dà senso a quello che facciamo (verità). Gli effetti negativi di questa visione non si limitano agli ambiti ora visti, ma sono distruttivi di tanti altri campi della vita sociale, perché se l’inizio germinale della società – ossia la coppia – non risponde a nessun ordine finalistico ma è creazione artificiale dei soggetti in base alle loro pulsioni, anche tutti gli altri campi della vita comunitaria avranno lo stesso impianto, dal lavoro all’economia, dall’educazione alla politica. La libertà si separerà definitivamente dalla verità e addio Dottrina sociale della Chiesa.

    Benedicendo le coppie omosessuali, la Chiesa trascura che l’omosessualità è una forma di violenza (pur se consensuale) in quanto è una ferita all’ordine finalistico della natura umana, è una strumentalizzazione tecnica reciproca. Quindi accetta che la società si fondi sulla indifferenza alla violenza. Nel particolare, poi, non tiene conto che in questo modo si finisce per legittimare la fecondazione artificiale, l’utero in affitto e la trasformazione del bambino in una “cosa”. Benedicendo la coppia omosessuale la Chiesa apre la porta a pratiche disumane, collabora alla decostruzione e non alla costruzione.

    Andando ancora più in profondità, nega il diritto naturale e la legge morale naturale, che sono alla base, insieme con la rivelazione divina, della Dottrina sociale della Chiesa. La rivelazione non avrebbe così più un interlocutore veritativo nella ragione, abbandonando a se stesso il piano naturale. La natura protestante di una simile impostazione è evidente: una fede che non chiede più alla ragione verità ma istanze individuali e infondate è una fede che ha perduto essa stessa l’idea di essere vera e che è già diventata fideismo.   

    Se la Chiesa rinuncia a fare riferimento, per motivi di fede rivelata e di ragione insieme, ad un ordine finalistico della natura e della natura umana in particolare, allora essa rinuncia a fare riferimento alla creazione e al Creatore. Se non è più capace di vedere l’ordine delle cose, allora le cose non le parlano più di Chi le ha create, come da San Paolo al giorno prima della benedizione gay di Budrio, essa ha sempre preteso. Nasce un conflitto tra le esigenze del Dio Creatore e quelle del Dio Redentore, la qual cosa, come si sa, è un chiaro indice di gnosticismo.

    Non so se don Gabriele Davalli aveva pensato che, con l’uccisione della Dottrina sociale della Chiesa, la fede cattolica diventa protestante e gnostica.

     

    Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 18 giugno 2022

  • La pastorale familiare contro la pastorale sociale

     

     

    di Stefano Fontana

    La benedizione della coppia omosessuale avvenuta nella chiesa di san Lorenzo a Budrio (Bologna) è stata impartita da don Gabriele Davalli, che dirige anche l’ufficio della pastorale familiare della diocesi di Bologna. Egli ha rivenuto che l’atto della benedizione rientrasse nella pastorale familiare, cosa piuttosto impropria. Ha forse anche ritenuto che quella benedizione, essendo per lui un atto afferente alla pastorale familiare, non avesse nessun rapporto con la corretta pastorale sociale. Si è quindi sbagliato due volte: prima nel ritenere che la benedizione rientrasse nella pastorale sociale e poi che la benedizione non avesse alcun collegamento con la pastorale sociale.  Poiché questo punto, ossia la separazione tra pastorale familiare e pastorale sociale è oggi prevalente, vale la pena fare qualche considerazione.

    Il riconoscimento, di qualsiasi genere esso sia - giuridico, politico o religioso – della dignità pubblica della convivenza omosessuale contrasta con i principi fondamentali della Dottrina sociale della Chiesa che dovrebbe essere la guida della pastorale sociale, come dice, tra l’altro, il Direttorio CEI per la pastorale sociale “Evangelizzare il sociale”. Contrasta con la dottrina del matrimonio su cui si fonda la famiglia, con la dottrina sulla famiglia costituita da un uomo e una donna in un legame stabile e aperto alla vita, con la dottrina del significato generativo e quindi pubblico e non solo privato della sessualità, con il diritto del bambino a “crescere sotto il cuore della madre”, con il concetto di “ecologia umana”, con la visione della identità sessuata naturale come “vocazione”, con il dovere/diritto dei genitori (padre e madre) di educare i propri figli, con la unicità tipologica della famiglia naturale, con la concezione della famiglia naturale cellula della società e chiesa domestica, e così via. Benedire una coppia omosessuale non è quindi solo in contrasto con la pastorale familiare ma anche con la pastorale sociale.

    Non si può certo generalizzare. Però, che nella diocesi di Bologna questa visione della pastorale familiare che deve procedere in combinata con la pastorale sociale non sia per nulla presente risulta di sponda dall’iniziativa di Budrio. Il sacerdote non si è nemmeno posto il problema se il suo intervento di pastorale familiare (sic!) fosse in armonia con i principi fondamentali della pastorale sociale.

    A pensarci bene risulta strano che le attività di pastorale familiare – laddove ci sono, intendiamoci, perché in moltissime diocesi non c’è né la pastorale familiare né quella sociale – non tengano conto anche di come atteggiarsi verso le attuali leggi distruttive della famiglia, oppure che non tocchino mai il tema della famiglia come soggetto sociale e politico, che non allertino le famiglie a esaminare per bene i programmi politici dei partiti, o a porsi il problema del totalitarismo educativo statale o del fatto che dal nido all’università i figli sembrano essere più dello Stato che dei genitori, che non affrontino il tema del lavoro della donna in rapporto al suo ruolo dentro la famiglia, e così via. Se tutto questo fosse fatto, allora anche il tema della coppia omosessuale, e perfino quello della coppia di fatto eterosessuale, verrebbero affrontati correttamente anche nella pastorale familiare. Tutto questo a Budrio mancava, evidentemente.

    Sembra assurdo pretendere di far passare alcuni principi e valori tramite la pastorale familiare, senza tenere conto che la società nelle sue strutture li contraddice e invita a non seguirli. Spesso addirittura impedisce di seguirli. Eppure, accade che la pastorale familiare proponga percorsi di costruzione della famiglia cristiana e contemporaneamente collabori con chi vuole costruire una società anti-familiare o post-familiare. Uno sguardo attento e coerente alla pastorale sociale potrebbe aiutare a non fare errori di questo genere.

    Facendo queste osservazioni, si toccano diversi nodi ecclesiali oggi problematici. Chi guida la pastorale familiare in una diocesi cosa sa della pastorale sociale? E soprattutto: cosa sa della Dottrina sociale della Chiesa, che non gli è stata mai insegnata? Difficile affrontare un problema se non si hanno nemmeno le categorie per porselo.

    Molto dipende poi dalla concezione ampiamente circolante oggi di pastorale, vista come qualcosa che nasce dall’esperienza e che non ha bisogno della dottrina. I sacerdoti che occupano posti nell’organigramma pastorale diocesano spesso sono stati formati nei seminari ad una teologia pastorale di questo genere. Sicché le diverse pastorali, quella familiare e quella sociale, ma anche quella della cultura o giovanile, non sentono il bisogno di condividere un quadro dottrinale coerente. Se a prevalere è l’urgenza pastorale, l’incontro esperienziale con l’altro per iniziare un cammino, l’indirizzo dottrinale che deve avere quel cammino viene dopo. Ecco perché le attività pastorali diocesane vanno una per contro proprio.

    Capita così che chi vuol promuovere la famiglia cristiana benedica le coppie gay.

     

    Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 21 giugno 2022.