Dio

  • Il Covid, la depressione e il segreto della felicità

     

     

    di Norman Fulkerson

    Una conseguenza della crisi del Covid è il proliferare della depressione. Ho scoperto quanto sia diffusa parlando con il mio amico Dave. Mi ha confidato di non essere più lo stesso dalla pandemia e che a volte fa fatica a gestirla. La soluzione per il suo dolore è ciò che ogni uomo desidera e pochi ottengono. Si chiama felicità!

    Dopo la mia conversazione con Dave, mi sono imbattuto in un articolo sul Wall Street Journal intitolato Keeping Workers Happy Is No Joke to These Officers, di Callum Borchers [1]. Nell’articolo si spiega come le aziende stanno aiutando le persone come il mio amico Dave a essere felici e produttive.

    Tutti hanno sentito parlare degli amministratori delegati (CEO) e dei direttori finanziari (CFO). Callum Borcher riferisce che molte aziende hanno ora aggiunto al loro personale un CHO o Chief Felicity Officer.

    Uno di questi CHO è Erika Conklin, assunta da una start up di marketing digitale. Nel quadro del suo lavoro, Erika Conklin ha recentemente fornito “birra e moto d’acqua per un ritiro aziendale a Sarasota, in Florida”. Izzy Blach, un altro CHO, ha organizzato una partita di pallavolo aziendale per illuminare una giornata altrimenti uggiosa.

    Che cosa sia effettivamente un CHO è difficile da determinare. Tuttavia, l’articolo sottolinea che “migliaia di lavoratori ora si identificano come tali su Linkedin”.

    In realtà, questo nuovo gruppo di “capi” fa solo credere alla persona di essere felice. Coloro che soffrono di tristezza sono in gran parte il prodotto di un mondo freneticamente intemperante, nel quale non troveranno mai la vera gioia nelle moto d’acqua. La velocità della vita è un ostacolo, non un percorso, per chi cerca questa perla di grande valore.

    L’articolo provoca una domanda molto importante. Che cos’è la felicità e come la raggiungiamo?

    Questo è l’argomento di un libro intitolato Felicità e contemplazione di Josef Pieper, nel quale l’autore spiega come la nostra brama di felicità sia indissolubilmente legata alla nostra natura. La cerchiamo naturalmente. Anche se abbiamo il libero arbitrio, non possiamo scegliere di rinunciare al desiderio di essere felici.

    Gli specialisti di marketing spesso fanno appello proprio a questo desiderio travolgente. Se analizzi spot televisivi, cartelloni pubblicitari e annunci radiofonici, tutti portano lo stesso messaggio sottostante: “Compra questo prodotto e sarai felice”.

    Tuttavia, le forme di “felicità” che questi inserzionisti vendono fanno spesso appello a piaceri legati alla nostra natura decaduta. Alcuni anni fa, Justin Petruccelli nell’articolo intitolato Il marketing per i sette peccati capitali, quando si tratta di aziende a prova di recessione, il vizio è bello [2] ha mostrato come i marketer inducano i consumatori ad acquistare un prodotto incitandoli a cedere ai loro istinti di base.

    Sebbene siano ovviamente sbagliati, tali istinti non portano alla felicità. Infatti anche le gioie legittime, come quelle offerte dai CHO, non possono soddisfarci. Josef Pieper spiega che ciò è dovuto al fatto che “ogni gratificazione che otteniamo, sebbene abbastanza piacevole, punta sempre a quella finale”.

    Perciò, conclude, “ogni appagamento da questa parte del Cielo ne rivela immediatamente l’inadeguatezza. È subito evidente che tali soddisfazioni non bastano; non sono ciò che cercavamo veramente; non possono davvero soddisfarci affatto”.

    La prova di questa verità può essere vista in ciò che secondo la maggior parte degli umani porterà loro la felicità: il denaro. Le storie abbondano sulla miseria dei vincitori di jackpot da un milione di dollari. La maggior parte dei vincitori della lotteria vive per pentirsene e spesso ammette che vincere ha reso le loro vite un vero inferno.

    Una simile disillusione si verifica con coloro che cercano la felicità dalle macchine e dai gadget. Poiché la tecnologia sta avanzando in modo esponenziale, ciò che compriamo oggi sarà obsoleto domani.

    Quando gli viene chiesto se è soddisfatto del suo nuovo acquisto, l’acquirente dell’ultima e più grande tecnologia risponderà di sì. Tuttavia, domani sarà in un negozio Apple a rendere omaggio alla memoria di Steve Jobs e ad acquistare il prossimo, ultimo e più grande modello. Le cose di questa terra, infatti, ci lasciano insoddisfatti e vogliamo sempre di più.

    Un’altra prova è la vita di molti attori di Hollywood che abusano di droghe e alcol, divorziano o addirittura si suicidano. Laurie Kienlen descrive la loro tristezza in un articolo intitolato Undici motivi per cui non vuoi essere una star del cinema. [3]

    Le star sono deluse perché dopo aver fatto “l’intera esperienza di raggiungere l’apice del successo” si rendono conto che “non è così appagante come pensi: all’inizio è esaltante, ma poi alla fine ti chiedi: tutto qui? Cos’altro c’è nella vita?”

    Se tutte queste cose non ci renderanno felici, cosa lo farà?

    Josef Pieper risponde a questa domanda urgente. Sottolinea che “anche se dovessimo ricevere ogni bene che il mondo ha da offrire, saremmo costretti a dire: è troppo poco per renderci felici”.

    San Tommaso d’Aquino spiega che ciò che cerchiamo non è un bene qualunque. Ciò che desideriamo, ciò che bramiamo, è qualcosa che lui chiama il bonum universale, che il dottor Pieper traduce come il “bene universale” o “tutto il bene, una bontà così buona che in essa non c’è nulla che non sia buono, e niente al di fuori di esso che potrebbe essere buono. Tutto il bene non può essere trovato da nessuna parte nel regno delle cose create; si incontra solo in Dio”.

    L’uomo brama e ricerca questo bene, che è vitale per la nostra esistenza. Il pensatore cattolico Plinio Corrêa de Oliveira sostiene che c’è una Rivoluzione [4] che sta distruggendo la civiltà cristiana. Questa Rivoluzione devia questa brama del bene per condurre gli uomini sulla strada sbagliata.

    Corrêa de Oliveira dice che ci sono due concetti di felicità nel mondo. La Rivoluzione ne offre uno, che è la felicità del corpo ed è caratterizzata dall’agitazione. L’altro è quello della Controrivoluzione, che è la felicità dello spirito ed è caratterizzata da calma e tranquillità.

    La natura umana desidera ardentemente una felicità che sia più spirituale che materiale. Per allontanare l’uomo dalla vera felicità, la Rivoluzione offre forme di intrattenimento che ci distraggono da ciò che la nostra anima desidera veramente. La modernità segue questa strada. Il risultato è un’esplosione di depressione, ansia e suicidio.

    Come acquisiamo questo bonum universale di cui parla san Tommaso? La risposta a questa domanda è la chiave della felicità, ed è improbabile che un CHO la fornisca.

    Josef Pieper afferma: “Nessuno può ottenere la felicità perseguendola”. Non riusciamo a trovare la felicità; è lei che ci trova. Nathaniel Hawthorne disse la stessa cosa ma con parole diverse. Paragonò la felicità a una farfalla, “che, se inseguita, è sempre appena fuori dalla tua portata, ma che, se ti siedi in silenzio, potrebbe posarsi su di te”. La felicità spesso accade quando si persegue una cosa e si ottiene qualcosa di completamente diverso e migliore.

    Le più grandi gioie della vita sono spesso inaspettate. Ricordo di essere rimasto bloccato sul ciglio di una strada del Kansas durante una tempesta di neve. Un caro amico che è anche un abile meccanico venne in soccorso e trascorse gran parte della sua giornata risolvendo con gioia il mioproblema. Nel bel mezzo delle difficoltà ci mettemmo a ridere, al punto che fu davvero uno dei giorni più significativi della mia vita. Mi diede un’idea di cosa sia la vera amicizia.

    San Tommaso spiega perché tali avvenimenti sono così commoventi. Dice che “l’essenza della felicità consiste in un atto dell’intelletto”. La forma più alta di cognizione è la contemplazione, che egli definisce come una “conoscenza ispirata dall’amore e accompagnata da stupore”. È qualcosa che ci fa esclamare: “Wow!”

    Secondo Pieper, “l’amore è una premessa indispensabile della felicità e solo la presenza di ciò che è amato ci rende felici”. Illustra questo punto raccontando la storia di due prigionieri di guerra sdraiati sulle brande della loro prigione. Uno chiese all’altro: cosa rende felici gli uomini? La loro risposta fu: essere felici equivale a stare insieme a coloro che amiamo.

    Tuttavia, il dottor Pieper dice subito che non è abbastanza. La presenza di colui che amiamo deve “essere attualizzata dal potere della cognizione”. In altre parole, dobbiamo vederlo da vicino, non solo guardarlo.

    Ho visto questa felicità nella sezione arrivi di un aeroporto. L’espressione sui volti delle persone nel vedere i propri cari che li aspettano non ha prezzo. Quasi esplodono di gioia e sembrano possedere una forma di felicità che nessuna somma di denaro al mondo potrebbe comprare. Questo perché non solo guardano l’oggetto del loro affetto, ma lo vedono.

    Questo concetto di felicità non sarebbe completo senza una parola sulla croce. Mentre la farfalla è un simbolo appropriato di felicità che ci sfugge, la croce è l’opposto. Così, è stata paragonata all’ombra di un uomo. Più ne fuggi, più ti perseguita. Quindi la soluzione per un cattolico è abbracciare le croci quotidiane che ci vengono incontro. Così, di tanto in tanto, la vera gioia apparirà in luoghi inaspettati, anche durante una tempesta di neve in Kansas.

    Ecco perché la virtù della temperanza, così ben definita nel libro Return to Order di John Horvat, è tanto importante. È anche il motivo per cui i CHO non sono la soluzione per la tristezza. Si limitano a mascherare il problema come un dottore che mette un cerotto sul cancro. L’uomo moderno ha bisogno di imparare a sedersi con calma e aspettare la farfalla.

     

    Note

    1. https://www.wsj.com/articles/confessions-of-your-companys-chief-happiness-officer-11652303222

    2. https://www.entrepreneur.com/article/198244

    3. https://www.theadventurouswriter.com/blog/reasons-you-dont-want-to-be-a-movie-star/

    4. Usiamo qui la parola Rivoluzione come è definita nel libro Rivoluzione e Controrivoluzione del professor Plinio Corrêa de Oliveira, fondatore della Società brasiliana per la difesa della Tradizione, della Famiglia e della Proprietà (Tfp). La Rivoluzione si riferisce al processo storico di decadenza della cristianità che cerca l’uguaglianza totale e la libertà.

     

    Fonte: Duc in Altum – Aldo Maria Valli, 7 giugno 2022. Articolo originale apparso suReturn to Order

  • Le dita del caos e le dita di Dio

    Dopo la caduta dell’Impero Romano d’occidente fu la Chiesa a riportare l’ordine in Europa. E sarà ancora la Chiesa, liberata dalla crisi che oggi la attanaglia, a riportare l’ordine di fronte al caos post-moderno.

     

     

    di Plinio Corrêa de Oliveira

    Non molto tempo fa, chi avesse detto che il mondo stava sprofondando nel caos sarebbe stato ascoltato con indifferenza: come accreditare una tale previsione alla luce della prosperità e dell’ordine che sembravano regnare in Occidente? Come se il mondo non occidentale non facesse parte del pianeta, per cui sarebbe bastato il mantenimento dell’ordine in Europa e America per poter affermare che tutto andava bene e che il caos era impossibile.

    Si riteneva il caos come il catastrofico culmine di tutti i disordini e di tutte le sciagure. Come ammettere allora che da una situazione “evidentemente” ordinata potesse avere origine un tale parossistico “disordine”? Ecco l’obiezione, apparentemente inattaccabile, che l’ottimismo allora imperante avrebbe mosso a quanti sarebbero stati certamente bollati come “profeti di sventura”.

    Sta scorrendo rapido il tormentato 1992. L’esame più superficiale della realtà fa rilevare che la parola “caos” - fino a poco tempo fa spauracchio di tanta gente ritenuta sensata - è diventata una parola di moda.

    Infatti, nei circoli intellettuali di grido, autodefinitisi postmoderni, la parola “caos” ha qualcosa di compiaciuto, di elegante, più o meno come un piacevole soprammobile da tenere fra le dita, per trastullarvisi e vederlo più da vicino. Invece di destare paura, il caos è visto oggi come fonte di speranza. Al contrario, la parola “moderno”, che tanto rendeva felici agli occidentali, sembra essere divenuta decrepita. Splendente di giovinezza ancora fino a poco fa, in essa sembra essere spuntata una chioma bianca, senza che riesca a nascondere rughe e dentiera. Poco manca perché finisca nella pattumiera della storia. Essere moderni, quanto era bello qualche anno fa! Oggi è cosa antiquata! Chi non vorrà essere coinvolto nella obsolescenza di tutto quanto è moderno, dovrà dirsi “post-moderno”. Ecco la formula.

    “Caos” e “post-modernità” sono concetti che si avvicinano sempre di più, al punto di tendere a confondersi l’un l’altro. C’è addirittura chi vede in eventuali ecatombi domani, un radioso punto di partenza per il dopo domani.

    Così, gente che ancora ieri non si stancava di imprecare al medioevo, vi ricorre oggi per giustificare il suo ottimismo.

    Cioè, il territorio dell’Impero Romano d’occidente si trovò, a un certo punto, sconvolto contemporaneamente da due forze nemiche, che ne attanagliavano i resti moribondi: i barbari provenienti dalle rive del Reno e gli arabi che, attraversato il Mediterraneo, avevano invaso lunghe fasce del litorale europeo. L’Europa crollò nel caos. Tutta la struttura dell’Impero Romano d’occidente ne uscì frantumata. Rimase in piedi solo la struttura ecclesiastica, che da Roma aveva ricevuto l’ordine di non abbandonare i territori dove esercitava la sua giurisdizione spirituale.

    Tuttavia, dallo scontro fra eserciti e razze, in mezzo allo sconquasso generale, lentamente va formandosi nelle campagne la struttura feudale. E i libri nelle biblioteche dei conventi, in cui si era rifugiata la cultura greco-latina, cominciarono a proiettare luce sulle nuove generazioni che a poco a poco imparavano che vivere non era solo lottare, ma anche studiare.

    Piano piano, senza che nessuno se ne accorgesse, le febbricitanti dita del caos andavano producendo un nuovo tessuto: la cultura medievale, i cui splendori adesso scoprono i post-moderni a vantaggio della loro dialettica, come se ancora fino a ieri non fosse stata ignorata o vilipesa.

    E, come il prestigiatore che estrae il coniglio dal capello, gli attuali profeti del caos e della post-modernità estraggono dalle ombre delle odierne agitazioni, così come dalle drammatiche turbolenze dell’alto medioevo, motivi per illudere i nostri contemporanei con le speranze e le luci di una nuova era.

    Ma c’è qualcosa che dimenticano di considerare nella cornice storica a cui loro fanno riferimento. È la Chiesa. La Chiesa, sì, nella quale mai smisero di brillare santi che lasciarono sulla terra la saggezza degli insegnamenti e la forza viva degli esempi, e che tuttora il mondo non scorda. Molti sacerdoti che, fedeli alla dottrina e alle leggi della Santa Chiesa, si recarono dappertutto suscitando anime che cominciarono ad illuminare le tenebre come, originariamente, per azione del Creatore le stelle cominciarono a brillare nel firmamento.

    La civiltà fu intessuta da queste mani benedette; non dalle dita tremanti, sporche e contaminate del caos.

    In questa prospettiva, il lettore si volgerà naturalmente verso la Chiesa di oggi, sperando da essa un’azione simile a quella svolta nell’alto medioevo. E ha ragione, perché della Chiesa si può dire quel che si dice della Madonna nella Salve Regina: “vita, dulcedo et spes nostra”. Ma la storia mai si ripete con meccanica precisione. E come sono differenti le condizioni presenti della Santa Chiesa di Dio dalle condizioni di allora!

    Così come un figlio sente raddoppiare il suo amore e la sua venerazione quando vede la madre finita in disgrazia e oppressa dalle avversità, è con raddoppiato amore e indicibile venerazione che qui mi riferisco alla Santa Chiesa di Dio, nostra madre. Precisamente in questo momento storico in cui a Ella spetterebbe rifare, all’eterna luce del Vangelo, un mondo nuovo, la vedo in un doloroso e deprimente processo di “autodemolizione” e noto “il fumo di Satana” penetrato da nefaste fessure (cfr. S.S. Paolo VI, allocuzioni del 7/12/68 e 29/6/72).

    Dove indirizzare quindi le speranze del lettore? Verso lo stesso Dio che mai abbandonerà la sua Chiesa santa e immortale e che, per mezzo di essa, opererà nei giorni lontani o vicini segnati dalla Sua misericordia e per noi misteriosi, la splendida rinascita della Civiltà Cristiana, il Regno di Cristo per il Regno di Maria.

     

    Fonte: Os dedos do caos e os dedos de Deus, Catolicismo n°499, luglio 1992. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte.

  • Lettera dal Cile / Dopo il primo turno elettorale: fine dell’incubo?

     

     

    di Antonio Montes Varas

    Immaginiamoci di essere in mezzo a uno dei nostri peggiori e più lunghi incubi, in cui vediamo evaporare tutti gli sforzi fatti per assicurare un futuro sereno alla nostra famiglia; peggio ancora, l'educazione dei nostri più cari, i nostri stessi figli, è presa in ostaggio da un mostro, che non possiamo identificare chiaramente, ma che ci priva del diritto di educarli come avremmo voluto. E, come se tutto questo non bastasse, l'amato tempio dove ci siamo sposati e abbiamo fatto battezzare quegli amati figli sta bruciando tra le fiamme prodotte da un'orgia delirante e satanica.

    Non sappiamo bene, ma addirittura la carta d’identità inizia a sbiadirsi e dove diceva “Repubblica del Cile” e appariva la bandiera nazionale, compaiono banderuole multicolori che non riconosciamo. Lo stesso terreno sul quale pensavamo di poter camminare in tutta tranquillità sprofonda sotto il peso dei vostri piedi e il territorio nazionale si frammenta in "sovranità autonome" dove si parlano "lingue plurinazionali", che voi non capite.

    Insomma, per dirla molto brevemente: nel primo turno elettorale per la presidenza del Paese è arrivato avanti e con ragionevoli possibilità d’imporsi al ballottaggio il candidato che rappresentava l’ordine e la pace sociale. Le contemporanee elezioni parlamentari hanno in buona misura ribaltato la situazione precedente di prevalenza di una sinistra complice della violenza e del sopruso, dando una nuova posizione, molto più sicura, alle forze conservatrici. Questa sembra l’evidenza palese.

    Chi si sveglia da un tale incubo, non cerca di mettere ordine alla stanza né di rifare il letto dove dormiva. Constata solo che ciò che sembrava divorarlo era un pessimo sogno e che si è tornati al buon senso.

     

    Nel caso concreto, cos'è questo buon senso?

    È la consapevolezza che il Cile non è una nazione di sinistra, né è condannata ad essere una nuova colonia del comunismo venezuelano o nicaraguense. Al contrario, quasi la metà della popolazione ha dimostrato con il suo voto di aspirare alla restaurazione dell'ordine naturale e cristiano e di tutto ciò che la contraddistingueva nel concerto delle nazioni in un passato non lontano. Di più, secondo le parole dello stesso candidato trionfatore, "la prima cosa, la prima cosa da fare è ringraziare Dio (...) e dopo Dio, ringraziare la mia famiglia".

    Il candidato José Antonio Kast ha saputo discernere bene le due cause che gli sono valse la vittoria: Dio e la famiglia.

    Ovvero proprio quello che la sinistra prometteva di seppellire per sempre: Dio, la famiglia, la tradizione nazionale, il valore dello sforzo individuale e il rispetto per la proprietà guadagnata con lo sforzo personale. E la battaglia l’ha vinta uno scossone di buon senso.

     

    Secondo Turno: comunismo versus anticomunismo

    Tuttavia, le ultime elezioni, sebbene siano state un trionfo, sono lontane dall'aver raggiunto la pace. Ci stiamo avvicinando al secondo turno, che avrà luogo tra qualche settimana. A differenza del primo turno, questa volta il Partito Comunista sarà la voce principale della sinistra.

    Non è un mistero che il programma della coalizione di sinistra è stato redatto dal Partito Comunista, e che il Partito Comunista ha già minacciato, per voce del suo leader Daniel Jadué: "Il giorno in cui Gabriel (Boric, candidato della estrema sinistra arrivato secondo e per ciò concorrente di Kast al ballottaggio) si allontanerà di un millimetro dalla linea del programma, mi vedranno essere il primo a denunciare e accusare".

    Di conseguenza, chiunque voti per Gabriel Boric al secondo turno non potrà nascondere alla sua coscienza che sta sostenendo l'ascesa del comunismo al governo.

     

    L'ultima spallata sulla tomba del kerenskismo      

    Per concludere queste considerazioni, notiamo la scomparsa forse definitiva della Democrazia Cristiana. La candidata DC Yasna Provoste ha ottenuto meno voti del candidato assente, Franco Parisi, che ha fatto campagna soltanto per i social dagli Stati Uniti, dove risiede.

    Ma è difficile per chi non è cileno capire quanto significativa sia la scomparsa di un movimento politico protagonista della vita nazionale dal 1964, quando vinse la presidenza del Paese il suo candidato Eduardo Frei Montalva. Frei è passato alla storia con il soprannome di “Kerensky cileno” per il ruolo che ebbe il suo governo nel trasbordo del Paese alla sinistra socialcomunista di Salvador Allende. Da allora, le numerose e continue concessioni della DC alla sinistra sono note come “kerenskismo”, associandole al ruolo avuto dal dirigente socialista russo nel passaggio del potere al comunista Lenin.

    Questa volta, il numero di candidati eletti come rappresentanti della Democrazia Cristiana è diminuito notevolmente, limitandosi a soli 8 deputati, il numero più basso della sua storia. Ciò che non è diminuito nella DC, tuttavia, è stato il suo spirito "kerenskista”. La candidato Yasna Provoste, riconoscendo la sua sconfitta, ha dichiarato che "non permetterà l'avanzata del fascismo rappresentato da José Antonio Kast".

    Che, in altre parole, non è altro che quello che diceva il Kerensky cileno, Eduardo Frei Montalva: "C'è qualcosa di peggio del comunismo, è l'anticomunismo".

    Come dicevano i romani: "talis vita, finis ita" (tale vita, tale fine).

    Ci auguriamo che i membri di questo Partito che conservano ancora qualcosa di cristiano non seguano il consiglio dei loro capi, che hanno causato questa sconfitta, ma piuttosto la frase di Colui che ci ha insegnato “Nessuno può servire a due padroni: o odierà l'uno e amerà l'altro, o preferirà l'uno e disprezzerà l'altro” (Matteo 6,24).

     

    Fonte: Duc in Altun – Aldo Maria Valli, 24 Novembre 2021.