dottrina sociale della chiesa

  • Così la benedizione "omo" uccide la dottrina sociale

     

     

    di Stefano Fontana

    Non so se don Gabriele Davalli sapesse che benedicendo una coppia omosessuale nella chiesa di san Lorenzo a Budrio, come ha fatto sabato 11 giugno avrebbe cancellato d’un colpo, tra molte altre cose, anche la Dottrina sociale della Chiesa. Non so nemmeno se egli avesse avvertito che, in quel modo, avrebbe cancellato d’un colpo anche la pastorale familiare, pur essendone responsabile dell’ufficio diocesano in quel di Bologna, diocesi del Presidente dei vescovi italiani cardinale Matteo Zuppi.

    Infatti, senza Dottrina sociale della Chiesa, e quindi senza pastorale sociale, è molto difficile fare pastorale familiare. Don Davalli è giovane e forse non ricorda che nei primi anni Novanta del secolo scorso la Pastorale sociale della CEI (direttore mons. Giampaolo Crepaldi) aveva pubblicato il Direttorio di pastorale sociale “Evangelizzare il sociale” e, in contemporanea, l’ufficio CEI per la pastorale familiare (direttore mons. Renzo Bonetti) aveva redatto il Direttorio di pastorale familiare. Una combinata segno di un’epoca che or non è più. Una manciata di anni – e di “benedizioni” – e di quel mondo non c’è più alcuna traccia.

    Benedire in chiesa coppie omosessuali vuol dire ammazzare la Dottrina sociale della Chiesa, annullarla rendendola impossibile, negarla nella sua radice. Ma attenzione: se la Chiesa lo fa, vuol dire che si ritira dal mondo e cessa di volerlo evangelizzare perché a questo serve la Dottrina sociale della Chiesa: a far stare la Chiesa nel mondo per evangelizzarlo. La benedizione delle coppie omo toglie alla Chiesa il suo “diritto di cittadinanza” nella pubblica piazza perché le toglie di mano la possibilità di fare riferimento, nei suoi interventi, ad un ordine di verità anche naturale.

    Benedire la coppia gay, benedire le due persone in quanto coppia, significa riconoscere una dignità etica e religiosa all’essere coppia omosessuale praticante. Ciò comporta di negare che nel campo dell’esercizio della sessualità ci sia un ordine finalistico che caratterizza la natura della persona e quindi le sue relazioni. Significa accettare la sessualità come autodeterminazione e non come una vocazione che ci chiama al rispetto delle inclinazioni naturali e al rifiuto di quelle innaturali. L’espressione “inclinazione naturale” perde il significato di una tendenza rispondente alle finalità della natura umana (come quando si dice: “appartiene alla natura umana vivere in società”; oppure “appartiene alla natura umana cercare la verità” …) e assume quella della pulsione istintiva. Chi pensa di autodeterminarsi in realtà è determinato da altro.

    Tutto questo comporta che l’ordine del matrimonio, della famiglia, della procreazione e dell’educazione (che della procreazione è prolungamento) non sia più un ordine ma una scelta personale fondata sulla coerenza con se stessi (autenticità) e non con qualcosa che ci precede e che dà senso a quello che facciamo (verità). Gli effetti negativi di questa visione non si limitano agli ambiti ora visti, ma sono distruttivi di tanti altri campi della vita sociale, perché se l’inizio germinale della società – ossia la coppia – non risponde a nessun ordine finalistico ma è creazione artificiale dei soggetti in base alle loro pulsioni, anche tutti gli altri campi della vita comunitaria avranno lo stesso impianto, dal lavoro all’economia, dall’educazione alla politica. La libertà si separerà definitivamente dalla verità e addio Dottrina sociale della Chiesa.

    Benedicendo le coppie omosessuali, la Chiesa trascura che l’omosessualità è una forma di violenza (pur se consensuale) in quanto è una ferita all’ordine finalistico della natura umana, è una strumentalizzazione tecnica reciproca. Quindi accetta che la società si fondi sulla indifferenza alla violenza. Nel particolare, poi, non tiene conto che in questo modo si finisce per legittimare la fecondazione artificiale, l’utero in affitto e la trasformazione del bambino in una “cosa”. Benedicendo la coppia omosessuale la Chiesa apre la porta a pratiche disumane, collabora alla decostruzione e non alla costruzione.

    Andando ancora più in profondità, nega il diritto naturale e la legge morale naturale, che sono alla base, insieme con la rivelazione divina, della Dottrina sociale della Chiesa. La rivelazione non avrebbe così più un interlocutore veritativo nella ragione, abbandonando a se stesso il piano naturale. La natura protestante di una simile impostazione è evidente: una fede che non chiede più alla ragione verità ma istanze individuali e infondate è una fede che ha perduto essa stessa l’idea di essere vera e che è già diventata fideismo.   

    Se la Chiesa rinuncia a fare riferimento, per motivi di fede rivelata e di ragione insieme, ad un ordine finalistico della natura e della natura umana in particolare, allora essa rinuncia a fare riferimento alla creazione e al Creatore. Se non è più capace di vedere l’ordine delle cose, allora le cose non le parlano più di Chi le ha create, come da San Paolo al giorno prima della benedizione gay di Budrio, essa ha sempre preteso. Nasce un conflitto tra le esigenze del Dio Creatore e quelle del Dio Redentore, la qual cosa, come si sa, è un chiaro indice di gnosticismo.

    Non so se don Gabriele Davalli aveva pensato che, con l’uccisione della Dottrina sociale della Chiesa, la fede cattolica diventa protestante e gnostica.

     

    Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 18 giugno 2022

  • I movimenti popolari e l’ambigua teologia del popolo

     

     

    di Stefano Fontana

    La questione dei “movimenti popolari” è un aspetto confuso, pericolante e pericoloso della Chiesa di oggi. Francesco si è messo da tempo su questa strada. Il 16 ottobre scorso ha inviato un lungo videomessaggio ai partecipanti al IV Incontro mondiale dei movimenti popolari. Il 12 aprile 2020, domenica di Pasqua, aveva inviato loro una lettera. In precedenza aveva incontrato i movimenti popolari il 9 luglio 2015 a Santa Cruz de la Sierra, in Bolivia, durante un suo viaggio apostolico, e anche in quella occasione aveva tenuto un lungo discorso, Altri due incontri erano stati tenuti in Vaticano.

    A seguito di questa impostazione pastorale, in America Latina nascono Scuole di formazione per leader cattolici di movimenti popolari. La Academia de Líderes Católicos - Latinoamérica ha le sue sedi in Cile, Messico, Uruguay, Cosa Rica, Colombia, Brasile e Spagna. La sua attività formativa on-line si estende anche a Venezuela, Perù, Argentina, Panama, Guatemala ed Europa centrale. I programmi di queste scuole prevedono anche una qualche lezione sulla Dottrina sociale della Chiesa, ma collocata in un nuovo contesto complessivo e, quindi, reinterpretata e, a mio modo di vedere, deformata.

    La nuova impostazione pastorale dei movimenti popolari presuppone alcune nuove convinzioni dottrinali che non lasciano tranquilli. Una prima osservazione da farsi riguarda l’estrema varietà dei movimenti popolari stessi che possono comprendere movimenti dei popoli indigeni, movimenti socialisti e comunisti, movimenti rivoluzionari, movimenti ecologisti di vario orientamento, comunità cristiane di base animate dalla Teologia della liberazione, movimenti femministi, movimenti per l’uguaglianza di genere estesa agli Lgbt, movimenti per la ”cancel culture” che demoliscono le statue di Cristoforo Colombo, movimenti in stile “Black lives matter” col loro odio ideologico verso tutto quanto è “bianco”. L’espressione “movimenti popolari” comprende quindi una galassia eterogenea che, se in qualche punto persegue scopi accettabili, in altri – o meglio in molti altri – si propone dei fini che contraddicono le esigenze della Dottrina sociale della Chiesa. Inoltre non va dimenticato che molti di questi movimenti popolari non sono per nulla popolari, ma sono finanziati e mossi da potenti soggetti politici nazionali o transnazionali.

    La nuova impostazione di Francesco e dell’Accademia di liderespopulares vuole che il cattolico partecipi ai movimenti popolari in quanto popolari, quindi a “qualunque” movimento popolare. Si tratta allora di una partecipazione “qualunquista”, ossia non motivata da un punto di vista pienamente conforme alla Dottrina sociale della Chiesa. Non è quest’ultima a motivare od orientare la presenza nel movimento, ma sarà la presenza nel movimento a rileggere la Dottrina sociale. Basta che il movimento sia popolare perché nasca l’impegno del cattolico di parteciparvi. Il fatto di essere popolare, però, non elimina dal movimento l’inaccettabilità morale, politica e religiosa di taluni suoi scopi, sicché il cattolico finisce per dare il proprio apporto ad esiti sbagliati. Ammesso anche che su qualche punto specifico questi esiti possano essere accettabili, il contesto generale perseguito dal movimento popolare specifico ne annulla la positività strumentalizzandola per obiettivi sbagliati.

    In questo modo il cattolico che vi partecipa sbaglia su due fronti: collabora col male e rinuncia ad imprimere al movimento la propria visione cattolica. Per questo l’espressione líderes católicos applicata ai movimenti popolari è contraddittoria: se il movimento è buono in quanto popolare, i cattolici non dovranno diventarne leader per guidarlo cattolicamente ma solo per sviluppare la sua “popolarità”.

    L’ambiguità di questa operazione pastorale sta tutta nella cosiddetta “teologia del popolo” che vi fa da fondamento, una bomba destinata a scoppiare con parecchi danni. Il popolo inteso in senso sociologico, storico e culturale non è una categoria fondante, ma una categoria fondata. Il suo valore dipende dalla misura in cui incarna, declinandoli secondo una cultura e una storia sedimentate, gli autentici valori naturali e religiosi. Non ogni tradizione è valida, non tutte le culture sono vere, non ogni popolo è autentico. Anche i popoli hanno bisogno di una salvezza che non possono darsi da sé. La retta ragione e la vera religione sono indispensabili per purificare i popoli. Invece la “teologia del popolo” ritiene che il popolo sia luogo di sapienza umana e cristiana in quanto popolo. E ciò varrebbe per ogni popolo. Ma questo non è vero.

     

    Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 23 Novembre 2021

  • La nobiltà di San Giuseppe

     

     

    di Federico Catani

    Sappiamo dalla tradizione che San Giuseppe svolgeva la professione di falegname. In realtà, l’evangelista Matteo qualifica Gesù come il figlio del carpentiere, che è la traduzione della parola greca τέκτων (téktôn), termine con una sfumatura leggermente diversa rispetto alla parola falegname. Si trattava sicuramente di un lavoro che aveva a che fare con il legno, e il téktôn nella scala sociale della Palestina di quell’epoca occupava una posizione grosso modo intermedia. Se infatti non apparteneva ai ceti sociali più alti e facoltosi, non era nemmeno da considerarsi alla stregua dei lavoratori a giornata o addirittura degli schiavi. Né indigenza, quindi, né grande ricchezza: quella condotta dalla Santa Famiglia di Nazareth era una vita sobria, austera, semplice, modesta ma al contempo decorosa e dignitosa. Questa la realtà dei fatti, al di là della tendenza pauperistica a presentare la Santa Famiglia in termini di estrema povertà, accostandola alla situazione dei migranti che oggi muoiono in mare o a quella di tutti i diseredati e disperati della terra.

     

    Di stirpe regale

    La professione del padre putativo di Gesù, però, non deve far dimenticare un altro aspetto, spesso volontariamente omesso, misconosciuto o minimizzato dai teologi contemporanei. Ovvero che Giuseppe era della stirpe del re Davide, quindi apparteneva alla nobiltà: nelle sue vene scorreva sangue reale. Del resto, il santo patriarca venne scelto da Dio proprio per garantire a Gesù, il Messia, la discendenza davidica, così come profetizzato nell’Antico Testamento.

    Nobile ed artigiano, quindi, Giuseppe, che racchiude in sé tutte le condizioni di vita, divenendo un modello e un intercessore per ogni categoria sociale, come ha ben spiegato papa Leone XIII nell’ enciclica Quamquam pluries (15 agosto 1889): «Tutti i cristiani, di qualsivoglia condizione e stato, hanno ben motivo di affidarsi e abbandonarsi all’amorosa tutela di San Giuseppe».Infatti, benché nobile, egli ha dovuto lavorare per mantenere la famiglia, sudando e soffrendo, conformandosi alla volontà divina in ogni momento, anche in quelli più duri e difficili. Per questo motivo, Leone XIII auspicava: «I nobili, posta dinanzi a sé l’immagine di Giuseppe, imparino a serbare anche nell’avversa fortuna la loro dignità; i ricchi comprendano quali siano i beni che è opportuno desiderare con ardente bramosia e dei quali fare tesoro». Come si può notare, nelle parole del pontefice non appare alcun odio di classe, ma piuttosto il richiamo ai doveri e alle responsabilità di quanti la Provvidenza ha voluto colmare di più beni e di un alto lignaggio.

    Sebbene, come già accennato, venga oggi totalmente trascurata, la nobiltà di San Giuseppe è sempre stata ben nota ai santi e alla Chiesa.

    «Nacque egli di stirpe patriarcale, regale e principesca […]. Quindi san Matteo (cap. I) elenca in linea diretta tutti questi padri da Abramo fino allo sposo della Vergine, dimostrando chiaramente che in lui sfociò tutta la dignità patriarcale, regale e principesca», disse San Bernardino da Siena in un sermone. Per questa ragione, anche Gesù appartiene alla nobiltà. «I menzionati Evangelisti – aggiungeva lo stesso San Bernardino – descrivono la nobiltà della Vergine e di Giuseppe per rendere manifesta la nobiltà di Cristo. Giuseppe fu quindi di tanta nobiltà che, in un certo modo, se ci è permesso esprimerci così, diede la nobiltà temporale a Dio in Nostro Signore Gesù Cristo».

    Secoli più tardi, San Pier Giuliano Eymard scrisse: «Nelle vene di san Giuseppe scorre il sangue di Davide, di Salomone, e di tutti i nobili Re di Giuda e se la sua stessa dinastia avesse continuato a regnare, lui sarebbe stato l'erede del trono e avrebbe dovuto occuparlo. Non fermatevi a considerare la sua povertà attuale: l'ingiustizia scacciò la sua famiglia dal trono al quale aveva diritto, ma non per questo egli cessa di essere Re, figlio di quei Re di Giuda, i maggiori, i più nobili, i più ricchi dell'universo. Anche nei registri anagrafici di Betlemme san Giuseppe sarà iscritto e riconosciuto dal governatore romano quale erede di Davide: questa la sua regale pergamena, facilmente riconoscibile e che porta la sua regale firma. […] San Giuseppe ricevette nel Tempio un'accurata educazione e così Dio lo preparò a diventare un nobile servitore del suo Figlio, il cavaliere del più nobile Principe, il protettore della più augusta Regina dell'universo».

    Tutto ciò spiega perché la Chiesa ha sempre tenuto in alta considerazione il ceto nobiliare, che, se fedele alla sua vera missione, non può che fare un gran bene alla società.

    Rivolgendosi al patriziato e alla nobiltà romana, molti Pontefici ricordarono il lignaggio di Nostro Signore. Tre esempi fra tanti. Papa Pio IX nel 1872 ebbe ad affermare: «Gesù Cristo stesso amò l’Aristocrazia. Anch’Egli volle nascere nobile, dalla stirpe di David. Dunque l’Aristocrazia, la nobiltà è un dono di Dio; e perciò conservatelo diligentemente, usatene degnamente». Benedetto XV, nel 1917, ricordò: «Fu nobile anche Gesù Cristo, e nobili furono Maria e Giuseppe, quali discendenti da regale prosapia, sebbene la virtù ne eclissasse lo splendore nei poveri natali». E Pio XII nel 1941 disse: «È un fatto che Cristo Nostro Signore, se elesse, per conforto dei poveri, di venire al mondo privo di tutto e di crescere in una famiglia di semplici operai, volle tuttavia colla sua nascita onorare la più nobile ed illustre delle case di Israele, la discendenza stessa di David».

     

    L’importanza e il ruolo delle élites

    Da tali affermazioni si evince che, contrariamente a quanto sostengono da un lato le ideologie social-comuniste e dall’altro un certo liberismo sfrenato, il Magistero della Chiesa ha sempre insegnato che la società cristiana deve essere costituita da classi proporzionalmente disuguali, che trovano il proprio bene, e il bene comune, in una vicendevole ed armoniosa collaborazione. Niente lotta di classe, quindi, né disuguaglianze disarmoniche. Peraltro, queste differenze sociali non possono in alcun modo ledere i diritti dell’uomo in quanto tale, poiché questi sono propri alla natura umana, che in tutti è la stessa, secondo il sapientissimo disegno del Creatore.

    Quando ci si riferisce all’aristocrazia, quindi, non si deve intendere solo un gruppo ristretto, immobile e chiuso in se stesso di persone con un titolo, ma, più ampiamente e più in generale, a tutti coloro che per loro merito di fatto vengono a costituire una élite. La formazione di élites tradizionali infatti è così profondamente naturale da manifestarsi anche in Paesi privi di passato monarchico o aristocratico.

    In un’epoca di giusta avversione ai gruppi di potere che spesso agiscono contro gli interessi del popolo, ormai trasformato in massa, la strada più facile da seguire sembra essere la pura avversione al sistema e l’odio alla gerarchia. E certamente vi sono buone ragioni per combattere contro l’attuale establishment. Ma questo non deve mai sfociare in un deleterio egualitarismo, perché c’è e ci sarà sempre bisogno di una classe dirigente, di un gruppo elitario (nel senso migliore del termine) per guidare il resto della società. Tuttavia, le élites devono essere radicate nei principi della Dottrina Sociale della Chiesa, altrimenti avremo nomenclature indifferenti o, peggio ancora, ostili al Cattolicesimo, come stiamo vedendo oggi. L’aristocrazia e le élites dovrebbero essere le custodi della Tradizione e svolgere una funzione di guida, trainando tutta la società verso l’alto, fungendo da esempio e con un ruolo paterno verso i più deboli. In caso contrario perdono la loro legittimità e decadono.

    Per comprendere meglio ed approfondire bene tutto ciò è utile lo studio dell’ultimo libro del prof. Plinio Corrêa de Oliveira, “Nobiltà ed élites tradizionali analoghe nelle allocuzioni di Pio XII al Patriziato e alla Nobiltà romana”, pubblicato nel 1993.

     

    Martire della grandezza

    E a proposito della nobiltà di San Giuseppe, lo stesso Plinio Corrêa de Oliveira amava definirlo martire della grandezza. «Per farci un’idea di chi fosse S. Giuseppe – diceva – dobbiamo prendere in considerazione due fatti: egli era lo sposo della Madonna e padre putativo di Nostro Signore Gesù Cristo.

    Lo sposo deve essere proporzionato alla sposa. Orbene, chi è la Madonna? È di gran lunga la più perfetta delle creature, il capolavoro dell’Altissimo. […] S. Giuseppe fu scelto perché era proporzionato a questa eccelsa creatura. Proporzionato per il suo amore a Dio, per la sua purezza, la sua sapienza, la sua giustizia, insomma per le sue virtù.

    Ma c’è qualcosa di ancor più insondabile. Il padre deve essere proporzionato al figlio. Egli doveva portare sulle spalle l’immenso onore di essere padre putativo di Dio. Ci fu un solo uomo creato appositamente per questo, con l’anima abbellita di virtù perfettamente proporzionate alla sua condizione di padre di Dio. Quest’uomo fu S. Giuseppe. Egli era proporzionato alla Madonna ed era proporzionato a Dio Nostro Signore. Quanta grandezza in San Giuseppe! […] Le parole umane sono del tutto insufficienti per esprimere questa grandezza».

    Tuttavia, a causa del processo rivoluzionario che è fondamentalmente ugualitario e mosso dall’orgoglio, «gli uomini hanno una particolare difficoltà ad accogliere la grandezza. Hanno una fondamentale tendenza alla banalità che gli fa rigettare ciò che è grandioso, ciò che è sublime. S. Giuseppe, principe della casa di Davide, eccelso sposo di Maria Santissima e padre putativo del Verbo Incarnato, deve affrontare il rigetto di uomini volgari. Egli accetta questo martirio e conduce la sua sposa in una stalla. Un gesto glorioso che sarà ricordato da tutti gli uomini di buona volontà fino alla fine dei tempi».

    Ecco, dalla grandezza e dall’alto lignaggio di San Giuseppe, così come dalla sua vita, apprendiamo che la lotta oggi non deve essere contro il concetto di gerarchia e di élite, ma a favore di una loro nuova evangelizzazione.

     

    Fonte: Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuân, Bollettino di Dottrina Sociale della Chiesa n.3 - luglio-settembre 2021.

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte.

  • Perché la "Cathonomics" non è né cattolica né economicamente valida

     

     

    di John Horvat

    Il titolo del libro Cathonomics: How Catholic Tradition Can Create a More Just Economy è intrigante, poiché mette in evidenzia il fatto che la Chiesa avrebbe molto da offrire in campo economico. L'autore cerca di fondere due campi che generalmente non si mescolano, anche se dovrebbero. 

    Tuttavia, una cosa è collegare i due soggetti, un'altra è fondere prospettive contrastanti. Così il libro attira alla lettura con il suo drammatico titolo, ma poi vi si trova una fusione forzata di vecchio e nuovo, religioso ed ecologico, San Tommaso d'Aquino e Papa Francesco. In nome della "tradizione" emerge un ibrido “catto-economico” che è uno spettacolare scontro degli opposti, finendo per non essere né una cosa né l'altra.  

    L'autore, il dottor Anthony Annett, sembra divertirsi con paradossi che sconvolgono le sensibilità tradizionali. Leggendo il suo lavoro scattano ovunque bandiere rosse (ed eco-verdi). Di origine irlandese, si vanta di aver lavorato per vent'anni al Fondo Monetario Internazionale. L'economista liberal Jeffrey Sachs, noto per il suo sostegno all'aborto e al controllo demografico, ha scritto la prefazione. Una entusiasta Georgetown University Press (università gesuita, ndr) ha pubblicato e promosso il libro (2022) con commenti entusiasti di notabili personaggi liberal.

    L'obiettivo impossibile del libro è quello di mettere insieme ciò che si potrebbe chiamare un'ermeneutica della continuità economica senza che ci sia però la continuità. L'autore, per esempio, espone ragionevolmente l'insegnamento tradizionale della Chiesa (che lui chiama la “vecchia roba”). Critica, anche brillantemente, le squallide teorie economiche dell'illuminismo e del liberalismo che hanno distrutto la cristianità.

    Tuttavia, le cose si complicano quando cerca di integrare le proposte di giustizia sociale, gli obiettivi del Green New Deal e la teoria economica keynesiana nei modelli cattolici tradizionali. L'autore sostiene prima una parte e poi l'altra, ma insiste che il tessuto strappato risultante da questi punti di vista abbia l’aspetto di un unico indumento inconsutile.

    Ci sono tre grandi errori nella presentazione della Cathonomics che impediscono alla paradossale proposta di fornire valide soluzioni.

    Il primo errore è che, non essendo cattolica, il dottor Annett cita autori, papi e documenti cattolici. Usa alcuni concetti cattolici, specialmente sussidiarietà e solidarietà.  Tuttavia, non è necessario essere cattolici, praticare le virtù cattoliche, o anche credere in Dio per essere parte della Cathonomics. La sua proposta si rivolge alla "persona umana" e quindi è destinata ad applicarsi a tutti indistintamente. Il tema potrebbe essere meglio denominato "economia umana".

    Così, la nuova scienza è estremamente limitata poiché deve esprimersi in termini laici e naturalistici rivolgendosi "al più pieno sviluppo di tutta la persona e di tutti i popoli". L'autore sembra pensare che fare appello a "un bene comune con un destino comune, che comporta la protezione della nostra casa comune" basti per motivare le persone a sacrificarsi a beneficio degli altri. Inoltre, egli incentiva una solidarietà ecologica che si estende attraverso le diverse specie viventi legate dalla "nozione che tutte le creature hanno un valore e un diritto intrinseco".

    Il libro, che inizia con sublimi espressioni teologiche della "vecchia roba", a un tratto si trasforma utilizzando il moderno gergo economico, sociologico ed ecologico. Senza un fine soprannaturale o trascendentale, l'appello alla solidarietà è tutt'altro che convincente. Così, il libro finisce per avere quel “fascino” della retorica naturalistica che si trova nei documenti delle Nazioni Unite o nella piattaforma del Partito Democratico.  

    In effetti, l'autore presenta le diciassette mete liberal degli Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile dell'ONU quasi come una rinnovata serie di comandamenti che introducono un nuovo paradigma economico "con inclusione sociale e protezione della natura". Suggerisce "un'autorità mondiale" per attuare le decisioni che richiederebbe "una riforma delle Nazioni Unite orientata verso la giustizia e la fraternità universale invece di essere cooptata dai potenti".

    Questa ampia piattaforma porta al secondo errore di Cathonomics. Tranne che il suo fantasioso nome, non c'è davvero nulla di nuovo in questo programma. Vi si trova solo un'ampia rimasticatura di considerazioni economiche inefficaci, ripetendo con la solita mancanza di originalità che il nemico è il "neoliberalismo".

    L'autore descrive tutti gli effetti di un'economia sbilanciata ma non la loro causa. Come l'analisi marxista che informa la maggior parte dell'economia di sinistra, tutto è nelle strutture che costringono le persone a vivere in miseria e niente sulla miseria della natura umana caduta che costruisce strutture peccaminose. In questo modo, non vi si trova nessuna chiamata alla conversione personale nel senso tradizionale della parola.

    L'invito del Dr. Annett è perché tutte le nazioni diventino “scandinave”, con tasse elevate e ampi progetti di welfare sociale, ricolmi di solidarietà e di sussidiarietà. Il programma riflette molto più Thomas Piketty che santo Tommaso d'Aquino. C'è poi una condanna ossessiva di tutte le disuguaglianze, anche quando esse sono proporzionate.

    Così, una proposta esplicita della Cathonomicssono le "tasse alte e progressive" come mezzo che "potrebbe inculcare la virtù, data l'evidenza di meno solidarietà, generosità ed empatia nei ricchi delle società più diseguali". La Cathonomics chiede anche di punire con “aliquote fiscali confiscatorie" specialmente i miliardari. Infine, afferma che saranno necessarie significative tasse di successione per sostenere il bene comune e lo sviluppo umano integrale.

    Lo Stato gioca un ruolo importante in queste proposte, sia come datore di lavoro di ultima istanza che come fornitore di reddito supplementare.  Il modo preferito per risolvere i problemi sembra essere quello di gettarci sopra il denaro altrui.  Il Dr. Annett lascia cadere casualmente nel discorso cifre "insignificanti" che risolverebbero tanti problemi. Si potrebbe venire a capo di tutto stanziando 100 miliardi di dollari all'anno per un programma, un trilione di dollari per un altro e 50 miliardi di dollari per un altro ancora. "La linea di fondo è che, nel contesto di un'economia [mondiale] di 128 trilioni di dollari, questi importi sono piccoli, a volte addirittura minuscoli".

    Particolarmente notevole è la forte componente ecologica della Cathonomics,che rivela un particolare malanimo verso il settore del petrolio e del gas (il quale dovrà essere sostituito a tutti i costi). Mentre l'autore ammette che è difficile quantificare il numero di morti a causa del cambiamento climatico, fa di tutto per dipingere il peggior quadro possibile basato su modelli e stime. Così, al lettore viene detto che i problemi mentali causati dal cambiamento climatico sono responsabili di una stima di 59.000 suicidi in India, molti dei quali sono contadini poveri. Le morti premature dovute all'inquinamento vengono stimate in cinque milioni di persone all'anno. Gli esperti prevedono "un numero impressionante di 200 milioni di rifugiati climatici solo entro il 2050, con una stima elevata di un miliardo".

    Queste argomentazioni “alla Greta Thunberg” sono al massimo discutibili, ma difficilmente possono essere dogmi assoluti. Inoltre, non c'è nulla di nuovo nelle soluzioni del Green New Deal che la Cathonomics propone.

    Infine, il terzo errore, il più grande è l'assenza di Dio nella Cathonomics. Non si fa nessun appello all'amore di Dio come mezzo per ottenere una rifioritura umana. Dio non ha bisogno di essere coinvolto nello sviluppo delle sue creature. In un libro sull'economia cattolica, si dovrebbe dire qualcosa sulla Divina Provvidenza che metta in evidenza la amorevole cura di Dio per l'umanità, anche di fronte ad un eco-disastro. Tuttavia, non c'è nulla che suggerisca un interesse di Dio per l'umanità... e anche viceversa.

    Nel libro si parla tanto della solidarietà che dovrebbe unire tutti, ma niente su ciò che deve stare al centro di essa. La solidarietà diventa impossibile senza l'amore di Dio. Tutti sono chiamati ad amare il prossimo come se stessi per amore di Dio, che è la motivazione più alta. Perciò gli Obiettivi/Comandamenti per lo Sviluppo Sostenibile dell'ONU, per esempio, diventano vuoti appelli filantropici per porre fine alla povertà, alla fame e ad altri bisogni, giacché non hanno nulla di trascendente per sostenerli. L'interesse personale e la natura decaduta (anch'essa mai menzionata) vinceranno sempre quando Dio non è posto al centro delle cose.

    Allo stesso modo, la Cathonomics non trova nessun spazio per la grazia, che illumina l'intelletto e rafforza la volontà in modo che le persone diventino capaci di realizzare opere (inclusi atti economici e opere di carità) le quali vadano oltre la mera natura umana. La visione ristretta dell'autore consiste invece in un programma freddo e meccanico, che esclude il soprannaturale e restringe tutto allo Stato.

    Nel mondo della Cathonomics il peccato personale non ha conseguenze. Quindi, si fa un inquietante silenzio sull'aborto o su altri peccati che trascinano la società e l'economia verso il basso e diminuiscono l'amore di Dio che deve sostenere tutto. Anche il ruolo della preghiera e del condurre una vita virtuosa, libera dal peccato, non può essere sottovalutato come potente forza per ottenere la prosperità umana. Tuttavia, tutti questi fattori, essenziali per un'economia cattolica, sono del tutto assenti nella Cathonomics.

    Eloquente della prospettiva dell'autore è la sua citazione finale tratta dal discorso di Papa Francesco del 2015 all'Incontro Mondiale dei Movimenti Popolari: "il futuro dell’umanità non è solo nelle mani dei grandi leader, delle grandi potenze e dell’élite. È soprattutto nelle mani dei popoli; e nella loro capacità di organizzarsi". L’approccio naturalistico è il problema della Cathonomics. Qualsiasi futuro dell'umanità (e dell'economia) deve essere messo nelle mani di Dio, non dell'umanità. Quando l'umano si mette al centro, è una ricetta veloce per il disastro.

    L'autore dimentica un altro elemento importante. Ahimè, come si può chiamare qualcosa di cattolico senza menzionare la Madonna? La Madre ha in mente il benessere materiale di tutti. La Madonna a Fatima l'ha detto meglio: l'umanità deve smettere di offendere Dio. Solo allora il mondo troverà pace e prosperità.

     

    Fonte: Crisis Magazine, 11 Aprile 2022. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia.

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  • San Giuseppe, una luce per la Dottrina sociale della Chiesa

     

     

    di Stefano Fontana

     
    Si sta avviando a conclusione l’Anno di San Giuseppe, che terminerà il prossimo 8 dicembre, e finalmente viene coperta una lacuna nelle celebrazioni devozionali dello Sposo di Maria santissima, Padre putativo di Gesù, protettore della Chiesa universale e dal 1955 patrono dei lavoratori. Nessuno aveva ancora esaminato le sue sante qualità dal punto di vista della Dottrina sociale della Chiesa. A questo ora ha pensato il “Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa” dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân, che dedica il fascicolo attualmente in distribuzione a “San Giuseppe: paternità, castità, lavoro” [richiedilo Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.).
     
    Questi tre termini - paternità, castità, lavoro – indicano i tre principali insegnamenti di vita cristiana ispirati alla Famiglia di Nazareth e anche alcuni grandi settori della vita sociale e politica cari alla Dottrina sociale della Chiesa come l’autorità, il matrimonio, la famiglia, la procreazione, l’educazione, il lavoro. Ispirato dalla santa vita quotidiana accanto a Gesù e a Maria, Giuseppe è maestro di ogni vita quotidiana nella società anche di oggi, innestando l’azione nella contemplazione.
     
    Nel numero del “Bollettino” della paternità di San Giuseppe si occupano il prof. José Noriega, già docente al Giovanni Paolo II e curatore del “Dizionario su sesso, amore e fecondità” (Cantagalli 2019) - pubblicato proprio un attimo prima che l’Istituto fosse rivoluzionato da Francesco e dall’arcivescovo Paglia - e Roberto Marchesini, noto psicoterapeuta e apprezzato saggista. Si dice che le nostre società siano “senza padre”: i due autori, al contrario, mostrano l’estrema necessità del ritorno della “paternità” come fondamento del senso e dell’origine: “Vogliamo che ritorni il padre che dà un nome, colui che è la memoria della bontà dell’origine, quello che riconcilia il desiderio e la legge, l’origine e il destino” (Noriega).
     
    La castità di San Giuseppe è analizzata dal prof. Stephan Kampowski, dell’Istituto Giovanni Paolo II per le scienze del matrimonio e della famiglia. Egli sviluppa l’intuizione di Giovanni Paolo II secondo cui la mentalità contraccettiva, vale a dire una visione distorta della castità matrimoniale, contiene già in sé la mentalità che conduce all’ammissione dell’aborto. L’uso corretto della sessualità si colloca così alla base della vita non solo familiare ma anche sociale e politica.
     
    Di San Giuseppe Lavoratore si occupano Don Lillo D’Ugo ed Ermes Dovico. Il primo ripercorre le principali caratteristiche del lavoro nella Dottrina sociale della Chiesa, dalle origini fino a Giovanni Paolo II che ne trattò in modo particolarmente approfondito. L’autore illustra le principali caratteristiche che il lavoro deve avere per la Dottrina sociale e, soprattutto, mostra come in San Giuseppe il lavoro fosse incentrato su Dio come collaborazione alla Sua opera creatrice. Il secondo mette in luce il rapporto tra azione e contemplazione nel lavoro, perché San Giuseppe mise in pratica in modo eminente il principio ora et labora.
     
    Di notevole interesse l’articolo di Federico Catani dedicato alla “nobiltà” di San Giuseppe, che era discendente di Davide e quindi “di stirpe regale”. Nell’intelligente interpretazione di Catani, questa discendenza “nobiliare” di San Giuseppe ci conferma che non appartengono alla Dottrina sociale della Chiesa le idee egualitariste e falsamente democratiche. Anche nella società di oggi dovrebbe esistere una classe elitaria - ruolo che la nobiltà cristiana ha esercitato nelle società del passato - perché “ci sarà sempre bisogno di una classe dirigente, di un gruppo elitario (nel senso migliore del termine) per guidare il resto della società. Tuttavia, le élites devono essere radicate nei principi della Dottrina sociale della Chiesa, altrimenti avremo nomenclature indifferenti o, peggio ancora, ostili al cattolicesimo, come stiamo vedendo oggi. L’aristocrazia e le élites dovrebbero essere le custodi della Tradizione e svolgere una funzione di guida, trainando tutta la società verso l’alto”.
     
    L’arcivescovo Giampaolo Crepaldi dedica un ampio editoriale del fascicolo del “Bollettino” a San Giuseppe e la Dottrina sociale della Chiesa, mentre Stefano Fontana tratta della Sacra Famiglia nel pensiero di Karl Marx. Secondo Marx la Sacra Famiglia altro non è che la proiezione della famiglia nelle sue materiali condizioni economiche e sociali. Quindi, dice Marx, se si vuole distruggere la Sacra Famiglia bisogna colpire la famiglia materiale e storica, di cui quella è espressione. Si nota qui non solo l’odio del comunismo per la famiglia, ma soprattutto che lo scopo finale è la distruzione della Sacra Famiglia. L’intento finale è, quindi, ateo.
     
    La Dottrina sociale della Chiesa, purtroppo, non naviga oggi in buone acque. Il suo messaggio viene sempre più abbassato di livello e ridotto ad un’etica umanistica fondata sul dialogo sociale. Riferire i temi sociali alla storia della salvezza, incentrarli sulla casa e sulla bottega di Nazareth vuole invece rialzare il livello della proposta della Dottrina sociale della Chiesa e recuperarla nel suo pieno significato di strumento di evangelizzazione.
     
     
    Costo del fascicolo: 8 euro. Lo si può ordinare scrivendo Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
     

    Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 19 Settembre 21