Monarchia

  • Il beato Imperatore Carlo e lo spirito cattolico: fonte di speranza in tempi tragici

     

     

    Duca Paul von Oldenburg

    Il giovane Imperatore Carlo dovette vivere in tempi tragici, come sono anche tragici i tempi che si stagliano davanti a noi. Alle nostre porte infuria una guerra che può sfociare in un conflitto mondiale.

    L’analogia non si ferma qui. Entrambe le guerre sono state precedute da lunghi decenni di euforia e di ottimismo: accumulazione di ricchezza, un turbine di feste e di viaggi, disinteresse per l’immediato futuro. Unica differenza: oggi non c’è più lo splendore, l’eleganza e il fascino della Belle Époque.  A confronto del maestoso protocollo delle Corti europee di allora, i festeggiamenti repubblicani odierni sembrano dei funerali...

    Anche dal punto di vista della vita religiosa c’è una certa analogia tra i primi anni del Novecento e i nostri giorni. Già allora l’eresia modernista – oggi dominante nei seminari, nelle facoltà teologiche, nei giornali cattolici e nelle file del clero – era oggetto di grandi polemiche. Già allora questa eresia aveva invaso molti ambienti cattolici, infestandoli con lo spirito del mondo.

    In campo religioso, la grande differenza tra i tempi dell’Imperatore Carlo e quelli nostri è che sul trono di S. Pietro sedeva san Pio X, che combatté il modernismo con estrema energia, mentre oggi l’autorità ecclesiastica non solo tollera la diffusione delle eresie ma, in alcuni casi, perfino le promuove. Alcuni autori parlano di un’eclissi del Magistero pontificio.

    Queste analogie ci permettono di cogliere i “segni dei tempi”, cioè il senso provvidenziale degli avvenimenti, e di ricordare l’abitudine della Divina Provvidenza di suscitare vocazioni simboliche, che riflettono cioè quelle virtù opposte ai vizi di una certa epoca.

    Il carattere provvidenziale dell’ascesa di Karl von Habsburg è innegabile. E non mi riferisco solo alla misteriosa profezia di san Pio X alla giovane coppia di arciduchi che sarebbero saliti al trono austro-ungarico. Senza una serie di circostanze, alcune delle quali tanto inaspettate quanto drammatiche, l’arciduca Carlo non sarebbe mai diventato l’erede del suo prozio Francesco Giuseppe.

    La breve ma ricca biografia di Carlo I d’Austria, IV d’Ungheria, III di Boemia, IV di Croazia - Slavonia, Re di Dalmazia, Galizia e Lodomiria, colpisce perché ci fa vedere il richiamo della grazia divina a praticare virtù in contrasto con i vizi e gli errori dei suoi contemporanei.

    Mentre suo padre - come tanti alla Corte viennese - conduceva una vita di scandali, Carlo beneficiava della vicinanza di due donne di grande virtù e di grande spirito cattolico: sua madre, la principessa Maria José di Sassonia, e la madre di costei, l’Infanta Maria Ana del Portogallo, che gli trasmise la serietà e la religiosità tipica di quella terra dove “il nero è un colore”, una religiosità che si intravede negli occhi scuri e profondi di Giacinta e Francisco, i due pastorelli di Fatima.

    Carlo era molto legato anche alla principessa Maria Teresa di Bragança, la terza moglie del nonno, che aveva solo dieci anni in più della madre. Era figlia di Miguel I, legittimo erede al trono portoghese, fedele cattolico e tradizionalista, che in esilio sposò Adelaide zu Löwenstein – Wertheim – Rosenberg, del ramo cattolico dei Löwenstein, e che, dopo aver avuto un figlio e sei figlie, terminò la sua vita nella comunità monastica di Solesmes. Suo fratello era il famoso principe zu Löwenstein che, dopo aver avuto molti figli ed essere rimasto vedovo, divenne domenicano.

    Con questi modelli, possiamo ben immaginare la profondità delle credenze cattoliche e l’esempio di pietà che la principessa Maria Teresa di Bragança instillò nel bambino Carlo. La vicinanza tra loro fu così grande che la principessa non esitò a seguire l’Imperatore nell’esilio a Madeira e a prendersene cura durante la sua ultima malattia, poiché aveva un diploma di infermiera.

    Quando Carlo fece la sua prima comunione a Vienna nel 1898, era così ben preparato che uno degli assistenti osservò: “Se non sapessi pregare, imparerei da questo giovane”. Più tardi, dopo la Messa di fidanzamento, Carlo disse alla futura moglie, Zita di Borbone – Parma: “Ora dobbiamo aiutarci a vicenda per conquistare il paradiso!”. Egli consacrò la propria famiglia al Sacro Cuore di Gesù. Come Imperatore, partecipava ogni giorno alla Santa Messa e riceveva la Santa Comunione. Pregava quotidianamente il Rosario, e visitava i santuari dedicati alla Beata Vergine. All’inizio della guerra nel 1914 fece incidere sulla sua sciabola Sub tuum praesidium confugimus, Sancta Dei genitrix.

    Questa profonda pietà, così come il suo carattere serio e riservato, ma allo stesso tempo aperto e caritatevole, erano agli antipodi del modello d’uomo positivista, irreligioso, frivolo e donnaiolo della Parigi o della Vienna del tempo, spesso massone e anti-clericale. Un modello ormai diffuso nei circoli aristocratici in tutta Europa.

    Sebbene Carlo fosse stato educato al Liceo benedettino scozzese, prevalse l’influenza iberica della madre e della prozia. Egli praticava in modo esimio il principio dell’agere contra insegnato da Sant’Ignazio di Loyola, non solo nel suo aspetto individuale, cioè fare l’opposto del primo impulso, ma anche nel suo aspetto collettivo, cioè fare l’opposto del “socialmente corretto” o “politicamente corretto”.

    Un esempio di questo agere contra è il fatto che, in soli dieci anni di matrimonio, diede alla moglie otto figli, contrastando in questo modo la pressione sociale a favore del controllo delle nascite, che già cominciava a soffiare come una tempesta nelle classi abbienti, e che spinse Papa Pio XI a pubblicare, nel 1930, l’enciclica Casti connubi, ricordando agli sposi il proprio dovere. Carlo aveva tanta simpatia per le famiglie numerose che, durante la guerra, decretò che ai soldati nelle cui famiglie ci fossero già due morti, e ai padri di famiglie con più di sei figli, non dovevano essere assegnati incarichi pericolosi.

    Un altro campo in cui si può chiaramente osservare l’intento della Provvidenza di contrastare, attraverso Carlo, i pregiudizi rivoluzionari del tempo, fu l’austerità con cui adempiva ai suoi obblighi dinastici.

    La mitologia rivoluzionaria aveva creato una caricatura della nobiltà e della regalità che servì da giustificazione psicologica per il rovesciamento delle monarchie. Secondo questa caricatura, i nobili, e ancor di più i re, erano un bell’ornamento della società, ma troppo costoso per il popolo, che doveva sostenerli con le tasse, in contrasto con la borghesia industriale e commerciale, che creava ricchezza con le sue aziende e contribuiva al Tesoro dello Stato. Secondo questa caricatura, i popolani erano gente seria, laboriosa e umile, mentre i nobili erano arroganti e beffardi della vita, perdevano il tempo in intrighi, erano seri nelle cose frivole e frivoli nelle cose serie.

    Questa caricatura era sbagliata, almeno per quanto riguardava il mondo germanico e austro-ungarico, dove la nobiltà formava la spina dorsale dell’esercito e della pubblica amministrazione, e le cui terre erano lavorate con le più avanzate tecnologie. Ma la propaganda rivoluzionaria aveva ottenuto questa vittoria nell’immaginario popolare.

    Al tramonto delle due grandi monarchie germaniche, la Provvidenza portò al trono più glorioso del mondo un giovane che aveva rifiutato radicalmente questa caricatura, assumendo la grave responsabilità con un alto senso del dovere. Quando indossò la Corona di Santo Stefano a Budapest, nel dicembre 1916, disse: “Essere re non significa soddisfare un’ambizione, ma sacrificarsi per il bene di tutto il popolo”.

    Mettendo in pratica questo motto, si stabilì nel castello di Laxenburg, restrinse lo stile di vita e si dotò di moderni mezzi di governo. Fece ampio uso del telefono e del telegrafo, e moltiplicò i viaggi in treno per stabilire i collegamenti con l’esercito e la popolazione. Intraprese non meno di ottantadue viaggi e percorse 80.000 chilometri in soli 24 mesi. Trasformò il treno imperiale nella capitale itinerante della Monarchia.

    Tuttavia, la dimensione più importante, che mostra l’opera della Provvidenza nella sua persona, fu il modo in cui l’imperatore Carlo si oppose all’anticlericalismo massonico e al secolarismo, allora l’aspetto più dinamico del processo rivoluzionario. Un decennio dopo che la Repubblica francese aveva spogliato la Chiesa di tutti i suoi privilegi, ponendo le basi dottrinali e legali per l’ipocrita laicità che ora regna in quasi tutti gli stati membri dell’Unione Europea, l’Imperatore Carlo scelse di perdere il trono prima che i possedimenti dell’Impero si trasformassero in territori apparentemente laici, in realtà atei.

    Come è noto, fin dal Settecento le logge massoniche europee sognavano una società transnazionale e transdenominazionale, all’interno di una federazione degli Stati Uniti d’Europa. L’ostacolo principale a questo progetto era lo Stato Pontificio e la Monarchia Duale, plasmata dalla pietas austriaca della famiglia imperiale e dalle belle espressioni di unità tra Chiesa e Stato, come la partecipazione dell’Imperatore, dell’intera Corte e delle istituzioni pubbliche alla processione del Corpus Domini per le strade di Vienna.

    Lo Stato Pontificio era stato liquidato con la breccia di Porta Pia; ora toccava alla monarchia austro-ungarica. Nel suo libro Requiem per un Impero Defunto, lo storico ebreo ungherese François Fejtö ammette che il progetto massonico degli Stati Uniti d’Europa prevedeva la distruzione della monarchia cattolica dell’Austria-Ungheria. Secondo lui, la massoneria ebbe un ruolo preponderante nella liquidazione dell’Impero.

    Non è indifferente che proprio a Vienna, dopo la caduta dell’impero tedesco, il conte Richard Nikolaus Coudenhove-Kalergi sia stato iniziato alla Massoneria e abbia fondato il movimento paneuropeo. In uno dei suoi scritti paragona addirittura lo “spirito d’Europa” allo spirito di Lucifero: “Nella mitologia ebraica, lo spirito europeo corrisponde a Lucifero - in greco Prometeo: il portatore di luce, che porta sulla terra la scintilla divina, [...] il Padre della tecnologia, dell’illuminazione e del progresso”.

    Sarebbe stato più vantaggioso per la Massoneria internazionale, invece di distruggere l’Austria, mettere il prestigio della Monarchia Duale al servizio dei suoi ideali, proprio come Stalin mise la Chiesa Ortodossa Russa al servizio dell’Unione Sovietica, con risultati notevolmente migliori rispetto alla persecuzione religiosa di Lenin.

    Fu questa sottomissione del trono austriaco ai piani massonici che l’imperatore Carlo rifiutò. Ciò gli costò il trono e lo portò eventualmente alla morte su un’isola perduta nell’Atlantico. Questa verità storica è documentata nei due volumi della Congregazione per le Cause dei Santi – la Positio super virtutibus – serviti come base per la sua beatificazione.

    Nella sua dichiarazione giurata durante il processo, l’Imperatrice Zita affermò che le attività dei massoni contro l’Imperatore Carlo si svilupparono in tre fasi consecutive:

             – il contrasto ai tentativi di pace e la rivoluzione del novembre 1918;

             – tre offerte nel 1919 per conquistare personalmente l’Imperatore deposto;

             – un ultimo tentativo nel 1922 quando era già in esilio.

    Secondo l’Imperatrice Zita, “la decisione finale della Massoneria di liquidare la monarchia austro-ungarica fu presa durante il Congresso eucaristico di Vienna del 1912”. L’allora arciduca Carlo ne venne a conoscenza pochi giorni dopo. Una risoluzione della Gran Loggia di Francia del 28 maggio 1915, allegata alla Positio, informava il governo britannico e francese che la Massoneria voleva la rovina della Casa d’Asburgo, come era successo ai Borbone in Francia.

    La Positio super virtutibus contiene anche dichiarazioni dell’arciduchessa Isabella Carlotta, figlia di Carlo e Zita, e del fratello dell’Imperatrice, il principe Xavier di Borbone-Parma. Entrambi confermano che l’Imperatore fu avvicinato diverse volte da agenti della Massoneria, in Svizzera e Madeira. Questi agenti promettevano di riportarlo sul trono se Carlo fosse entrato nella Massoneria. Secondo il principe Xavier, gli agenti proposero a Carlo il ritorno a Vienna e la restaurazione politica ed economica dell’Austria-Ungheria in cambio del riconoscimento della Massoneria, dell’instaurazione di un’educazione laica e dell’introduzione del divorzio. In seguito, ridussero le esigenze alla semplice tolleranza della Massoneria.

    L’Imperatore Carlo respinse tutti questi tentativi. Egli così si confidò col cognato: “Umanamente parlando avrei tutte le garanzie per riconquistare i miei stati. Sono state esercitate forti pressioni su di me da tutte le parti per non rifiutare quest’ultima opportunità. Ma davanti a Dio non posso giustificare il raggiungimento del bene con l’aiuto del male. Non ci sarebbe alcuna benedizione per questo”.

    Carlo era consapevole che uno Stato riceve la benedizione divina solo se riconosce Dio nella sua legislazione e rimane unito all’unica vera Chiesa. Egli preferiva subire una tragedia per la sua famiglia, e persino per la Monarchia Duale, piuttosto che lasciare che il prestigio della corona servisse da copertura per i più grandi crimini, come accade oggi nei paesi con regimi monarchici, dove esistono l’aborto, l’eutanasia, le unioni omosessuali e altre nefandezze.

    Lo stesso vale per il suo rifiuto di abdicare al trono, un gesto che mostra come, oltre le combinazioni politiche, egli aveva una speranza di matrice cattolica che sarebbe arrivato il giorno in cui il trono austro-ungarico (e, perché no, il trono di un Sacro Romano Impero risorto dalle sue ceneri?) sarebbe stato nuovamente occupato da uno dei suoi discendenti. Per gli atei questa prospettiva è una chimera, ma per le persone di fede tutto è possibile per coloro che confidano in Dio, come insegna san Paolo.

    Com’è noto, dopo le successive sconfitte militari, le rivoluzioni scoppiate nei territori dell’Impero, la defezione di molti capi militari e autorità civili, nel novembre 1918 Carlo non poté che prendere atto dello scioglimento della sua autorità. Egli tuttavia non firmò l’abdicazione, bensì una rinuncia alla “partecipazione al governo austriaco”. Due giorni dopo rinunciò anche a qualsiasi “partecipazione agli affari dello Stato ungherese”. Tuttavia, era così convinto della sua legittimità che, con l’appoggio di papa Benedetto XV, tentò due volte di riprendere il trono ungherese, fallendo in ambedue le occasioni.

    Un segno ancora più chiaro della sua speranza per una futura restaurazione del trono furono le due visite del console inglese a Madeira, chiedendo a Carlo di abdicare in cambio di grandi benefici materiali per sé e per la sua famiglia, cosa che egli rifiutò. La prima volta il Console informò Carlo, in nome della Conferenza degli Ambasciatori, che se avesse abdicato gli sarebbero state restituite tutte le sue proprietà e la sua famiglia avrebbe ricevuto sostegno materiale dall’Inghilterra. Se avesse invece rifiutato, non avrebbe ricevuto nulla e, anzi, sarebbe stato proibito qualsiasi invio di denaro per il suo mantenimento. Secondo le dichiarazioni dell’Imperatrice Zita nella Positio super virtutibus, Carlo rispose che la sua corona non era in vendita.

    La seconda volta, lo stesso console minacciò l’Imperatore Carlo, in nome delle potenze vittoriose della Grande Guerra, che se fosse stato sospettato di pianificare un nuovo tentativo di restaurare la monarchia, sarebbe stato trasferito in un altro luogo e separato dalla moglie e dai bambini. Anche in questa occasione rimase irremovibile. Egli disse all’Imperatrice: “Dobbiamo confidare in Dio; il Sacro Cuore di Gesù dirigerà tutto in modo che la volontà divina, qualunque essa sia, possa essere compiuta”.

    Con l’inizio della malattia che lo porterà tra le braccia del Creatore, l’Imperatore Carlo si convinse che Dio gli chiedeva il sacrificio della vita per la salvezza del suo popolo. Egli confidò questo pensiero a Zita, aggiungendo: “Io sono pronto al sacrificio!”, un’ultima indicazione che, oltre la tragedia, conservava nel suo cuore la luce della speranza che in futuro potesse avvenire una resurrezione spirituale dell’Austria-Ungheria.

    È quella speranza che ci unisce stasera attorno alla sua memoria.

    È una speranza che include non solo l’Austria e gli antichi possedimenti della Monarchia Duale, ma tutte le nazioni cristiane dell’Occidente. Posso immaginare la reazione degli scettici. A essi rispondo con le parole del prof. Plinio Corrêa de Oliveira sull’invincibilità della controrivoluzione:

    “Omnia possum in eo qui me confortat (Fil 4,3). Quando gli uomini decidono di collaborare con la grazia di Dio, allora nella storia accadono cose meravigliose: la conversione dell’Impero romano, la formazione del Medioevo, la riconquista della Spagna a partire da Covadonga, sono tutti avvenimenti di questo tipo, che accadono come frutto delle grandi risurrezioni dell’anima di cui anche i popoli sono suscettibili. Risurrezioni invincibili, perché non vi è nulla che possa sconfiggere un popolo virtuoso e che ami veramente Dio”.

    Poniamo questa speranza di una risurrezione dell’anima cristiana dell’Occidente ai piedi della statua della Madonna di Fatima, certi che con una grazia immensa Ella non solo convertirà la Russia e riporterà la pace nel mondo, ma farà sì che la Monarchia Duale risorga in tutto il suo splendore.

     

    Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia.

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte. 

  • Il beato Imperatore Carlo e lo spirito cattolico: fonte di speranza in tempi tragici

    Duca Paul von Oldenburg

    Il giovane Imperatore Carlo dovette vivere in tempi tragici, come sono anche tragici i tempi che si stagliano davanti a noi. Alle nostre porte infuria una guerra che può sfociare in un conflitto mondiale.

    L’analogia non si ferma qui. Entrambe le guerre sono state precedute da lunghi decenni di euforia e di ottimismo: accumulazione di ricchezza, un turbine di feste e di viaggi, disinteresse per l’immediato futuro. Unica differenza: oggi non c’è più lo splendore, l’eleganza e il fascino della Belle Époque.  A confronto del maestoso protocollo delle Corti europee di allora, i festeggiamenti repubblicani odierni sembrano dei funerali...

    Anche dal punto di vista della vita religiosa c’è una certa analogia tra i primi anni del Novecento e i nostri giorni. Già allora l’eresia modernista – oggi dominante nei seminari, nelle facoltà teologiche, nei giornali cattolici e nelle file del clero – era oggetto di grandi polemiche. Già allora questa eresia aveva invaso molti ambienti cattolici, infestandoli con lo spirito del mondo.

    In campo religioso, la grande differenza tra i tempi dell’Imperatore Carlo e quelli nostri è che sul trono di S. Pietro sedeva san Pio X, che combatté il modernismo con estrema energia, mentre oggi l’autorità ecclesiastica non solo tollera la diffusione delle eresie ma, in alcuni casi, perfino le promuove. Alcuni autori parlano di un’eclissi del Magistero pontificio.

    Queste analogie ci permettono di cogliere i “segni dei tempi”, cioè il senso provvidenziale degli avvenimenti, e di ricordare l’abitudine della Divina Provvidenza di suscitare vocazioni simboliche, che riflettono cioè quelle virtù opposte ai vizi di una certa epoca.

    Il carattere provvidenziale dell’ascesa di Karl von Habsburg è innegabile. E non mi riferisco solo alla misteriosa profezia di san Pio X alla giovane coppia di arciduchi che sarebbero saliti al trono austro-ungarico. Senza una serie di circostanze, alcune delle quali tanto inaspettate quanto drammatiche, l’arciduca Carlo non sarebbe mai diventato l’erede del suo prozio Francesco Giuseppe.

    La breve ma ricca biografia di Carlo I d’Austria, IV d’Ungheria, III di Boemia, IV di Croazia - Slavonia, Re di Dalmazia, Galizia e Lodomiria, colpisce perché ci fa vedere il richiamo della grazia divina a praticare virtù in contrasto con i vizi e gli errori dei suoi contemporanei.

    Mentre suo padre - come tanti alla Corte viennese - conduceva una vita di scandali, Carlo beneficiava della vicinanza di due donne di grande virtù e di grande spirito cattolico: sua madre, la principessa Maria José di Sassonia, e la madre di costei, l’Infanta Maria Ana del Portogallo, che gli trasmise la serietà e la religiosità tipica di quella terra dove “il nero è un colore”, una religiosità che si intravede negli occhi scuri e profondi di Giacinta e Francisco, i due pastorelli di Fatima.

    Carlo era molto legato anche alla principessa Maria Teresa di Bragança, la terza moglie del nonno, che aveva solo dieci anni in più della madre. Era figlia di Miguel I, legittimo erede al trono portoghese, fedele cattolico e tradizionalista, che in esilio sposò Adelaide zu Löwenstein – Wertheim – Rosenberg, del ramo cattolico dei Löwenstein, e che, dopo aver avuto un figlio e sei figlie, terminò la sua vita nella comunità monastica di Solesmes. Suo fratello era il famoso principe zu Löwenstein che, dopo aver avuto molti figli ed essere rimasto vedovo, divenne domenicano.

    Con questi modelli, possiamo ben immaginare la profondità delle credenze cattoliche e l’esempio di pietà che la principessa Maria Teresa di Bragança instillò nel bambino Carlo. La vicinanza tra loro fu così grande che la principessa non esitò a seguire l’Imperatore nell’esilio a Madeira e a prendersene cura durante la sua ultima malattia, poiché aveva un diploma di infermiera.

    Quando Carlo fece la sua prima comunione a Vienna nel 1898, era così ben preparato che uno degli assistenti osservò: “Se non sapessi pregare, imparerei da questo giovane”. Più tardi, dopo la Messa di fidanzamento, Carlo disse alla futura moglie, Zita di Borbone – Parma: “Ora dobbiamo aiutarci a vicenda per conquistare il paradiso!”. Egli consacrò la propria famiglia al Sacro Cuore di Gesù. Come Imperatore, partecipava ogni giorno alla Santa Messa e riceveva la Santa Comunione. Pregava quotidianamente il Rosario, e visitava i santuari dedicati alla Beata Vergine. All’inizio della guerra nel 1914 fece incidere sulla sua sciabola Sub tuum praesidium confugimus, Sancta Dei genitrix.

    Questa profonda pietà, così come il suo carattere serio e riservato, ma allo stesso tempo aperto e caritatevole, erano agli antipodi del modello d’uomo positivista, irreligioso, frivolo e donnaiolo della Parigi o della Vienna del tempo, spesso massone e anti-clericale. Un modello ormai diffuso nei circoli aristocratici in tutta Europa.

    Sebbene Carlo fosse stato educato al Liceo benedettino scozzese, prevalse l’influenza iberica della madre e della prozia. Egli praticava in modo esimio il principio dell’agere contra insegnato da Sant’Ignazio di Loyola, non solo nel suo aspetto individuale, cioè fare l’opposto del primo impulso, ma anche nel suo aspetto collettivo, cioè fare l’opposto del “socialmente corretto” o “politicamente corretto”.

    Un esempio di questo agere contra è il fatto che, in soli dieci anni di matrimonio, diede alla moglie otto figli, contrastando in questo modo la pressione sociale a favore del controllo delle nascite, che già cominciava a soffiare come una tempesta nelle classi abbienti, e che spinse Papa Pio XI a pubblicare, nel 1930, l’enciclica Casti connubi, ricordando agli sposi il proprio dovere. Carlo aveva tanta simpatia per le famiglie numerose che, durante la guerra, decretò che ai soldati nelle cui famiglie ci fossero già due morti, e ai padri di famiglie con più di sei figli, non dovevano essere assegnati incarichi pericolosi.

    Un altro campo in cui si può chiaramente osservare l’intento della Provvidenza di contrastare, attraverso Carlo, i pregiudizi rivoluzionari del tempo, fu l’austerità con cui adempiva ai suoi obblighi dinastici.

    La mitologia rivoluzionaria aveva creato una caricatura della nobiltà e della regalità che servì da giustificazione psicologica per il rovesciamento delle monarchie. Secondo questa caricatura, i nobili, e ancor di più i re, erano un bell’ornamento della società, ma troppo costoso per il popolo, che doveva sostenerli con le tasse, in contrasto con la borghesia industriale e commerciale, che creava ricchezza con le sue aziende e contribuiva al Tesoro dello Stato. Secondo questa caricatura, i popolani erano gente seria, laboriosa e umile, mentre i nobili erano arroganti e beffardi della vita, perdevano il tempo in intrighi, erano seri nelle cose frivole e frivoli nelle cose serie.

    Questa caricatura era sbagliata, almeno per quanto riguardava il mondo germanico e austro-ungarico, dove la nobiltà formava la spina dorsale dell’esercito e della pubblica amministrazione, e le cui terre erano lavorate con le più avanzate tecnologie. Ma la propaganda rivoluzionaria aveva ottenuto questa vittoria nell’immaginario popolare.

    Al tramonto delle due grandi monarchie germaniche, la Provvidenza portò al trono più glorioso del mondo un giovane che aveva rifiutato radicalmente questa caricatura, assumendo la grave responsabilità con un alto senso del dovere. Quando indossò la Corona di Santo Stefano a Budapest, nel dicembre 1916, disse: “Essere re non significa soddisfare un’ambizione, ma sacrificarsi per il bene di tutto il popolo”.

    Mettendo in pratica questo motto, si stabilì nel castello di Laxenburg, restrinse lo stile di vita e si dotò di moderni mezzi di governo. Fece ampio uso del telefono e del telegrafo, e moltiplicò i viaggi in treno per stabilire i collegamenti con l’esercito e la popolazione. Intraprese non meno di ottantadue viaggi e percorse 80.000 chilometri in soli 24 mesi. Trasformò il treno imperiale nella capitale itinerante della Monarchia.

    Tuttavia, la dimensione più importante, che mostra l’opera della Provvidenza nella sua persona, fu il modo in cui l’imperatore Carlo si oppose all’anticlericalismo massonico e al secolarismo, allora l’aspetto più dinamico del processo rivoluzionario. Un decennio dopo che la Repubblica francese aveva spogliato la Chiesa di tutti i suoi privilegi, ponendo le basi dottrinali e legali per l’ipocrita laicità che ora regna in quasi tutti gli stati membri dell’Unione Europea, l’Imperatore Carlo scelse di perdere il trono prima che i possedimenti dell’Impero si trasformassero in territori apparentemente laici, in realtà atei.

    Come è noto, fin dal Settecento le logge massoniche europee sognavano una società transnazionale e transdenominazionale, all’interno di una federazione degli Stati Uniti d’Europa. L’ostacolo principale a questo progetto era lo Stato Pontificio e la Monarchia Duale, plasmata dalla pietas austriaca della famiglia imperiale e dalle belle espressioni di unità tra Chiesa e Stato, come la partecipazione dell’Imperatore, dell’intera Corte e delle istituzioni pubbliche alla processione del Corpus Domini per le strade di Vienna.

    Lo Stato Pontificio era stato liquidato con la breccia di Porta Pia; ora toccava alla monarchia austro-ungarica. Nel suo libro Requiem per un Impero Defunto, lo storico ebreo ungherese François Fejtö ammette che il progetto massonico degli Stati Uniti d’Europa prevedeva la distruzione della monarchia cattolica dell’Austria-Ungheria. Secondo lui, la massoneria ebbe un ruolo preponderante nella liquidazione dell’Impero.

    Non è indifferente che proprio a Vienna, dopo la caduta dell’impero tedesco, il conte Richard Nikolaus Coudenhove-Kalergi sia stato iniziato alla Massoneria e abbia fondato il movimento paneuropeo. In uno dei suoi scritti paragona addirittura lo “spirito d’Europa” allo spirito di Lucifero: “Nella mitologia ebraica, lo spirito europeo corrisponde a Lucifero - in greco Prometeo: il portatore di luce, che porta sulla terra la scintilla divina, [...] il Padre della tecnologia, dell’illuminazione e del progresso”.

    Sarebbe stato più vantaggioso per la Massoneria internazionale, invece di distruggere l’Austria, mettere il prestigio della Monarchia Duale al servizio dei suoi ideali, proprio come Stalin mise la Chiesa Ortodossa Russa al servizio dell’Unione Sovietica, con risultati notevolmente migliori rispetto alla persecuzione religiosa di Lenin.

    Fu questa sottomissione del trono austriaco ai piani massonici che l’imperatore Carlo rifiutò. Ciò gli costò il trono e lo portò eventualmente alla morte su un’isola perduta nell’Atlantico. Questa verità storica è documentata nei due volumi della Congregazione per le Cause dei Santi – la Positio super virtutibus – serviti come base per la sua beatificazione.

    Nella sua dichiarazione giurata durante il processo, l’Imperatrice Zita affermò che le attività dei massoni contro l’Imperatore Carlo si svilupparono in tre fasi consecutive:

             – il contrasto ai tentativi di pace e la rivoluzione del novembre 1918;

             – tre offerte nel 1919 per conquistare personalmente l’Imperatore deposto;

             – un ultimo tentativo nel 1922 quando era già in esilio.

    Secondo l’Imperatrice Zita, “la decisione finale della Massoneria di liquidare la monarchia austro-ungarica fu presa durante il Congresso eucaristico di Vienna del 1912”. L’allora arciduca Carlo ne venne a conoscenza pochi giorni dopo. Una risoluzione della Gran Loggia di Francia del 28 maggio 1915, allegata alla Positio, informava il governo britannico e francese che la Massoneria voleva la rovina della Casa d’Asburgo, come era successo ai Borbone in Francia.

    La Positio super virtutibus contiene anche dichiarazioni dell’arciduchessa Isabella Carlotta, figlia di Carlo e Zita, e del fratello dell’Imperatrice, il principe Xavier di Borbone-Parma. Entrambi confermano che l’Imperatore fu avvicinato diverse volte da agenti della Massoneria, in Svizzera e Madeira. Questi agenti promettevano di riportarlo sul trono se Carlo fosse entrato nella Massoneria. Secondo il principe Xavier, gli agenti proposero a Carlo il ritorno a Vienna e la restaurazione politica ed economica dell’Austria-Ungheria in cambio del riconoscimento della Massoneria, dell’instaurazione di un’educazione laica e dell’introduzione del divorzio. In seguito, ridussero le esigenze alla semplice tolleranza della Massoneria.

    L’Imperatore Carlo respinse tutti questi tentativi. Egli così si confidò col cognato: “Umanamente parlando avrei tutte le garanzie per riconquistare i miei stati. Sono state esercitate forti pressioni su di me da tutte le parti per non rifiutare quest’ultima opportunità. Ma davanti a Dio non posso giustificare il raggiungimento del bene con l’aiuto del male. Non ci sarebbe alcuna benedizione per questo”.

    Carlo era consapevole che uno Stato riceve la benedizione divina solo se riconosce Dio nella sua legislazione e rimane unito all’unica vera Chiesa. Egli preferiva subire una tragedia per la sua famiglia, e persino per la Monarchia Duale, piuttosto che lasciare che il prestigio della corona servisse da copertura per i più grandi crimini, come accade oggi nei paesi con regimi monarchici, dove esistono l’aborto, l’eutanasia, le unioni omosessuali e altre nefandezze.

    Lo stesso vale per il suo rifiuto di abdicare al trono, un gesto che mostra come, oltre le combinazioni politiche, egli aveva una speranza di matrice cattolica che sarebbe arrivato il giorno in cui il trono austro-ungarico (e, perché no, il trono di un Sacro Romano Impero risorto dalle sue ceneri?) sarebbe stato nuovamente occupato da uno dei suoi discendenti. Per gli atei questa prospettiva è una chimera, ma per le persone di fede tutto è possibile per coloro che confidano in Dio, come insegna san Paolo.

    Com’è noto, dopo le successive sconfitte militari, le rivoluzioni scoppiate nei territori dell’Impero, la defezione di molti capi militari e autorità civili, nel novembre 1918 Carlo non poté che prendere atto dello scioglimento della sua autorità. Egli tuttavia non firmò l’abdicazione, bensì una rinuncia alla “partecipazione al governo austriaco”. Due giorni dopo rinunciò anche a qualsiasi “partecipazione agli affari dello Stato ungherese”. Tuttavia, era così convinto della sua legittimità che, con l’appoggio di papa Benedetto XV, tentò due volte di riprendere il trono ungherese, fallendo in ambedue le occasioni.

    Un segno ancora più chiaro della sua speranza per una futura restaurazione del trono furono le due visite del console inglese a Madeira, chiedendo a Carlo di abdicare in cambio di grandi benefici materiali per sé e per la sua famiglia, cosa che egli rifiutò. La prima volta il Console informò Carlo, in nome della Conferenza degli Ambasciatori, che se avesse abdicato gli sarebbero state restituite tutte le sue proprietà e la sua famiglia avrebbe ricevuto sostegno materiale dall’Inghilterra. Se avesse invece rifiutato, non avrebbe ricevuto nulla e, anzi, sarebbe stato proibito qualsiasi invio di denaro per il suo mantenimento. Secondo le dichiarazioni dell’Imperatrice Zita nella Positio super virtutibus, Carlo rispose che la sua corona non era in vendita.

    La seconda volta, lo stesso console minacciò l’Imperatore Carlo, in nome delle potenze vittoriose della Grande Guerra, che se fosse stato sospettato di pianificare un nuovo tentativo di restaurare la monarchia, sarebbe stato trasferito in un altro luogo e separato dalla moglie e dai bambini. Anche in questa occasione rimase irremovibile. Egli disse all’Imperatrice: “Dobbiamo confidare in Dio; il Sacro Cuore di Gesù dirigerà tutto in modo che la volontà divina, qualunque essa sia, possa essere compiuta”.

    Con l’inizio della malattia che lo porterà tra le braccia del Creatore, l’Imperatore Carlo si convinse che Dio gli chiedeva il sacrificio della vita per la salvezza del suo popolo. Egli confidò questo pensiero a Zita, aggiungendo: “Io sono pronto al sacrificio!”, un’ultima indicazione che, oltre la tragedia, conservava nel suo cuore la luce della speranza che in futuro potesse avvenire una resurrezione spirituale dell’Austria-Ungheria.

    È quella speranza che ci unisce stasera attorno alla sua memoria.

    È una speranza che include non solo l’Austria e gli antichi possedimenti della Monarchia Duale, ma tutte le nazioni cristiane dell’Occidente. Posso immaginare la reazione degli scettici. A essi rispondo con le parole del prof. Plinio Corrêa de Oliveira sull’invincibilità della controrivoluzione:

    “Omnia possum in eo qui me confortat (Fil 4,3). Quando gli uomini decidono di collaborare con la grazia di Dio, allora nella storia accadono cose meravigliose: la conversione dell’Impero romano, la formazione del Medioevo, la riconquista della Spagna a partire da Covadonga, sono tutti avvenimenti di questo tipo, che accadono come frutto delle grandi risurrezioni dell’anima di cui anche i popoli sono suscettibili. Risurrezioni invincibili, perché non vi è nulla che possa sconfiggere un popolo virtuoso e che ami veramente Dio”.

    Poniamo questa speranza di una risurrezione dell’anima cristiana dell’Occidente ai piedi della statua della Madonna di Fatima, certi che con una grazia immensa Ella non solo convertirà la Russia e riporterà la pace nel mondo, ma farà sì che la Monarchia Duale risorga in tutto il suo splendore.

    Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia.

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte. 

  • Il mondo è in lutto per la Regina

     

     

    di John Horvat

    È finita un'epoca. La regina Elisabetta II è morta e il mondo è in lutto. Possiamo dire che il XX secolo si è ufficialmente concluso con la caduta dell'ultimo pilastro dell'ordine postbellico.

    La Regina aveva i suoi difetti. Nel ricordarla, alcuni hanno criticato molte delle sue decisioni politiche. Altri hanno sottolineato le cose deplorevoli accadute sotto il suo regno o il comportamento scandaloso dei membri della famiglia reale.

    Tuttavia, dobbiamo guardare oltre la persona e la politica per comprendere il suo ruolo simbolico in un mondo caotico. Elisabetta II non era solo una figura politica. Rappresentava per il mondo il Regno Unito ideale. Quando appariva sul balcone di Buckingham Palace, folle di ogni genere si estendevano a perdita d'occhio e la acclamavano entusiasticamente. In effetti, quali capi di stato o di governo eletti democraticamente potrebbero contare con una tale devozione e popolarità da parte del popolo? In qualche modo, la Regina proiettava l'immagine di un monarca da favola che catturava l'immaginazione. E questo era il suo ruolo più importante.

    Una rappresentazione brillante

    In quei sublimi momenti di contatto con il pubblico, si intravedeva un fulgore che trascendeva la sua persona. Gli inglesi vedevano in lei il simbolo della loro gloria.  

    Questa splendente rappresentazione simbolica era uno dei motivi per cui era così amata e stimata. Lei non era nota per formulare programmi politici o di governo. Vedendola, però, il popolo vedeva riflesso in lei qualcosa di sé. Sapeva come prendere le qualità, le virtù e le convinzioni necessarie al popolo britannico e dar loro espressione. La sua presenza serviva a riunire la nazione, essendo come un distillato di ciò che significava essere britannici.

    Abbiamo bisogno di questi simboli e ideali perché ci permettono di immaginare il mondo come dovrebbe essere. Ci danno un obiettivo a cui aspirare, anche se ci rendiamo conto che non riusciremo mai a raggiungerlo a causa della nostra natura decaduta e dei limiti della realtà.

    Così, vivendo all'altezza del suo ruolo di simbolo, la Regina ha dato un tono alla società, ha influenzato la moda e ha definito standard di eccellenza. Sua Maestà rifletteva secoli di buon gusto, raffinatezza, buone maniere e civiltà. Ha fatto il sacrificio di apparire sempre dignitosa e corretta in pubblico, anche quando il resto del mondo abbandonava questo sforzo molto necessario. Per questo motivo, viene ricordata più come la regina ideale delle fiabe che tutti immaginavano che fosse, che come la persona che era in realtà.

    Simbolo di Maestà

    Questa capacità di essere una figura rappresentativa le permetteva di esercitare un altro ruolo che è proprio della sua carica. La Regina era amata e stimata anche perché sapeva rappresentare bene la maestà cristiana.

    Il fine dello Stato è l'ordinamento del bene comune, e quindi chi è investito dell'autorità deve esercitare una missione suprema con dignità e maestà intrinseche. Poiché ogni autorità viene da Dio, essa dovrebbe essere circondata da cerimonie e splendori per rispecchiare meglio la maestà divina.

    La Regina esercitava la sua autorità con calma e benevola maestà. In effetti, il suo regno rappresentava i resti dello sfarzo medievale che dava al suo ufficio autenticità, brillantezza, vigore e dignità. Ricordava al mondo una splendida civiltà cristiana che oggi è respinta dalla volgarità e dall'egualitarismo moderni.

    Questo splendore contrasta con la demagogia di alcuni clowneschi leader moderni che rappresentano caricature della vera autorità. La maggior parte dei politici segue modelli rousseauiani che immaginano che il potere non venga da Dio ma dai capricci della volontà popolare.

    La Regina si è sacrificata per essere all'altezza della dignità e della maestosità della sua carica. Ciò ha riempito il suo regno di bellezza e stabilità. Fino agli ultimi giorni della sua vita, ha svolto i suoi compiti con toccante abnegazione, sollecitudine e affetto. Il suo amato regno è durato oltre settant'anni, durante i quali ha visto in carica 15 primi ministri, 14 presidenti e sette papi.

    Una regina oltre il Regno Unito

    Viviamo in un contesto postmoderno ed egualitario che detesta tutto ciò che la Regina rappresentava. I leader politici di oggi non vogliono più l'arduo compito di essere anche un simbolo. Non sono più in grado di rappresentare le sublimi aspirazioni dei loro rispettivi popoli, né vogliono esibire la maestà e la dignità delle loro cariche. Neppure i reali superstiti sono all'altezza dello standard di dedizione ed eccellenza della regina Elisabetta.

    La Regina si è distinta perché oggi pochi leader pensano al di là dei propri interessi personali. Siamo rimasti orfani all'interno di un ordine politico mondiale che non ci rappresenta e non ci presenta ideali sublimi.

    Ovunque, molti desiderano quei simboli e quegli ideali che danno significato e scopo alla vita politica e sociale. Così, la Regina è stata amata e stimata ben oltre il Regno Unito e le 2,3 miliardi di persone del Commonwealth. Tutti quegli orfani che anelavano agli ideali che lei rappresentava potevano trovare in lei una regina che potevano dire propria. In un mondo pieno di volgarità e narcisismo, potevano sempre guardare a lei e chiedere che Dio salvi la Regina, quella Regina ideale che rappresenta un mondo splendido e dignitoso. Questi orfani guardavano a lei semplicemente come alla Regina.

    Così, l'8 settembre non è morta solo la Regina del Regno Unito, ma anche la Regina di tutti coloro che la vedevano come simbolo di ordine, anche se imperfetto, in un mondo nel caos e nel disordine.

    Siamo in lutto perché un grande pilastro di devozione al dovere, grazia e maestà è caduto e non c'è nessuno che possa prendere il suo posto.

     

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  • Perché i cattolici britannici e del Commonwealth venerano il loro monarca protestante

     

     

    diJoseph Shaw, PhD*

    Lo spettacolo è innegabilmente impressionante, anche se prevedibile e in parte pianificato da tempo. Anche coloro i cui valori non sono in linea con il messaggio di fondo, non possono che rimanere stupiti di fronte alla portata dell'evento e alla profondità dei sentimenti che evoca.

    Mi riferisco, ovviamente, alla reazione dei media americani di sinistra alla morte della Regina Elisabetta. Mentre la stampa di altri Paesi, come le loro leadership politiche, ha reagito in modo dignitoso e rispettoso a questo sconvolgente e triste evento nazionale, i media americani di sinistra, guidati dal New York Times, ci hanno dato una dimostrazione di rabbia e di odio un tanto sguaiata. Le ragioni sono molteplici e non intendo approfondirle. Per i non americani, più preoccupante delle farneticazioni della sinistra è il fatto che, come ho scoperto nel corso degli anni, un certo grado di incomprensione e persino di ostilità verso l'istituzione della monarchia non è limitato, in America, a una sola parte della divisione politica. Si estende persino ad alcuni cattolici tradizionali.

    In questo articolo voglio quindi cogliere l'occasione per cercare di dare una spiegazione e una difesa della monarchia britannica, almeno ai cattolici di mentalità tradizionale, che dovrebbero essere più aperti al riguardo rispetto alla "grigia signora" di New York. Lo farò in tre fasi. In primo luogo, dirò qualcosa sul ruolo e sull'importanza delle tradizioni umane; poi sulla monarchia come istituzione; infine, specificamente sulla monarchia britannica e sulla regina Elisabetta.

    Tradizioni umane

    Inizio con le tradizioni umane, cioè quelle non divine, perché l'atteggiamento antitradizionale è così forte nella cultura secolare che persino alcuni cattolici che accettano l'importanza della Tradizione divina con la "T" maiuscola, come fonte di Rivelazione nella teologia cattolica, possono disconoscere qualsiasi altro tipo di tradizione. Una cosa (potrebbero eventualmente dire) è riconoscere che Gesù Cristo ha rivelato agli Apostoli cose che non sono state scritte nelle Scritture, e che quindi ci sono giunte per mezzo della Tradizione; un'altra è sentirsi obbligati a fare (o a credere) delle cose solo perché alcuni esseri umani fallibili nel passato hanno scelto di farle (o di crederle). Ed è questo che sono le tradizioni umane, no?

    Beh, non proprio. Definirei le tradizioni come quelle pratiche che sono state eseguite dai nostri predecessori (antenati, predecessori nella fede, precedenti incaricati nei ruoli che ricopriamo, ecc.), che (a) sono state continuate nel tempo dalle generazioni successive (non necessariamente senza interruzioni), e (b) sono state considerate significative, e quindi (c) sono considerate in qualche misura vincolanti per la generazione attuale.

    È quindi probabile che sentiamo di dover continuare, in un certo senso, varie pratiche culturali ereditate, come le cene del Ringraziamento, gli alberi di Natale, la partecipazione alle opere di Shakespeare e così via. Ci possono essere ragioni per cui non è possibile in una particolare occasione, e può essere che non siamo stati indotti alla tradizione nelle nostre famiglie, ma se ci vediamo come membri di un gruppo culturale storicamente caratterizzato da una certa pratica, possiamo adottarla o farla rivivere.

    Queste cose hanno valore perché le pratiche caratteristiche di un gruppo culturale sono segni di identità. Danno ai membri del gruppo esperienze condivise e un senso di appartenenza, sia sincronicamente, con gli altri membri viventi del gruppo, sia diacronicamente, con le generazioni precedenti. Le discussioni sulle origini delle pratiche sono di solito fuori tema. Se i membri di un gruppo le identificano come cose che devono fare, perché sono membri del gruppo, funzioneranno come segni di identità.Per definizione, un gruppo culturale deve avere delle tradizioni che lo distinguano da altri gruppi.

    Vogliamo essere membri di gruppi culturali perché questo ci dà un senso di appartenenza. Potremmo soddisfare i nostri bisogni fisici in un albergo insipido e impersonale, ma quello che vogliamo è vivere in una casa. La casa è il luogo in cui possiamo rilassarci ed essere noi stessi; è caratterizzata da elementi che la distinguono dalle case degli altri. Alcuni di questi segni di identità saranno specifici della propria famiglia nucleare, altri di gruppi più ampi di cui si fa parte.

    Questi ci collocano in un gruppo che può essere di aiuto pratico (ad esempio, in caso di calamità), in termini di chi ci sentiamo di essere e di dove siamo collocati nella storia. Ci impediscono di essere, secondo l'efficace espressione di Papa Giovanni Paolo II, "prigionieri del presente" (Orientale lumen 8 -1995).

    Le istituzioni ecclesiali e politiche includono una serie di gruppi culturali, ma hanno anche una propria manifestazione culturale. Le identità culturali possono essere combinate: si può essere irlandesi, cittadini americani e cattolici allo stesso tempo. Se la Chiesa o le istituzioni politiche si indebolissero come identità culturali, si indebolirebbe il senso di unità dei membri, la loro solidarietà.

    Le tradizioni insegnano e manifestano i valori, e l'inserimento nelle tradizioni è allo stesso tempo un inserimento nei valori del gruppo a cui appartengono le tradizioni. Un gruppo con tradizioni condivise, di conseguenza, è un gruppo con valori condivisi. Gli esseri umani non assorbono i valori come astrazioni, ma come incorporati in ciò che fanno.

    Per questo motivo, non tutte le tradizioni sono buone. Le tradizioni sono soggette a rivalutazione, rinegoziazione e sviluppo. Questo può avvenire in modo naturale e spontaneo o in modo consapevole, ma se tutte le tradizioni di un gruppo fossero permanentemente in discussione, perderebbero il loro valore come segni di identità e il gruppo culturale si dissolverebbe.

    Tutto questo per dire che, se nel Regno Unito si nota un alto grado di attenzione per le tradizioni legate alla comunità politica, ciò è indice di uno Stato con un corrispondente alto grado di solidarietà. Non è nonostante, ma grazie al potere dei segni di identità appartenenti allo Stato, che quest'ultimo può incorporare con successo in sé diversi gruppi culturali, senza distruggere né loro né sé stesso.

    La monarchia come istituzione costituzionale

    Secondo la mia definizione, le istituzioni politiche sono esse stesse tradizioni. A meno che non siano nuove di zecca, ci sono state trasmesse dai nostri predecessori e coloro che sono sotto la loro autorità sentono di dover continuare le pratiche ad esse associate: elezioni, assemblee e così via. Se sono molto astratte, senza l’aggiunta di cerimonie o eventi culturalmente risonanti, avranno più difficoltà a fungere da perni di solidarietà.

    Le monarchie sono particolarmente adatte a svolgere questa funzione, perché sono circondate da tradizioni che fungono da segni di identità e trasmettono valori condivisi. Non possono essere create dal nulla; il loro radicamento storico è parte del loro valore. Ma quando esistono, possono svolgere la funzione di istituzioni politiche in modo eccezionale. Per questo motivo le numerose monarchie costituzionali del mondo moderno, come quelle del Giappone, della Thailandia e del Belgio, fungono da elementi stabilizzanti delle loro società. Stati che hanno subito un periodo di trauma nazionale hanno restaurato le loro monarchie, come la Spagna e la Cambogia. Le monarchie si sono dimostrate resistenti in tempi di crisi costituzionale: esempi evidenti sono la Spagna nel fallito colpo di Stato del 1981, la crisi costituzionale in Australia nel 1975 e, dietro le quinte, nel Regno Unito nel 1968.

    I valori incarnati nel simbolismo cristiano della monarchia dovrebbero avere un fascino particolare per i cattolici, per lo stesso motivo per cui hanno suscitato l'ostilità dei politici rivoluzionari radicali. Le monarchie cristiane d'Europa hanno trovato un modello nell'Antico Testamento, in cui si sottolinea che il re è in un certo senso nominato da Dio e governa come sostituto di Dio: il suo "vicegerente".

    Ciò potrebbe sembrare una ricetta per governare in modo arbitrario, ma, se compreso correttamente, è l'opposto. I re dell'Antico Testamento erano soggetti alla legge di Dio e venivano tenuti sotto controllo da sacerdoti e profeti. Un leader che sostiene di essere il delegato del popolo, invece, può commettere ogni tipo di crimine in suo nome: sia perché, come egli sostiene, esso lo desidera, oppure perchè in beneficio suo.

    Ciò che impedisce a qualsiasi leader costituzionale di governare in modo tirannico è il senso che esiste una legge superiore, qualcosa che limita le sue azioni, che assicura sia il fair play in politica sia la giustizia per la gente comune. Questo obbligo, in ultima analisi, è nei confronti di Dio ed è espresso più chiaramente da un capo di Stato che è nominato da Dio, come viene generalmente espresso, piuttosto che da uno nominato dal "popolo".

    Il simbolismo religioso della monarchia, quindi, non deve essere visto come la cooptazione della Chiesa al servizio dello Stato, ma come la subordinazione dello Stato a principi di giustizia che sono interpretati in ultima analisi dalla Chiesa. Stalin e i rivoluzionari francesi erano perfettamente soddisfatti di cooptare la Chiesa; ciò che non volevano assolutamente fare era obbedire alla Chiesa.

    Resta vero che un'ampia gamma di disposizioni costituzionali sono compatibili con la fede e sono state storicamente benedette dalla Chiesa. Il punto non è che la monarchia sia l'unica forma di governo legittima, ma solo che essa incarna in modo univocamente chiaro la comprensione cattolica dell'autorità politica.

    La Monarchia Britannica

    Con questo non voglio dire che la monarchia britannica, o i suoi recenti rappresentanti, siano perfetti. Ovviamente, dal 1558, con una breve pausa dal 1685 al 1688, i nostri monarchi sono stati protestanti. Alcuni sono stati responsabili di grandi sofferenze per i cattolici. Tuttavia, nel suo trattamento dell'Irlanda, l'esperienza del Commonwealth di Cromwell (1649-1660), non ci dà motivo di pensare che altre forme di governo sarebbero state migliori. Il problema non era che le isole britanniche fossero governate da monarchi ereditari, ma che lo Stato fosse stato a lungo dominato da un élite protestante intollerante. Quando questa élite si confrontò con un monarca più favorevole ai cattolici negli anni '40 del XVI secolo e con un monarca effettivamente cattolico negli anni '80 del XVI secolo, fu l'élite a trionfare, non il monarca.

    La regina Elisabetta II era una devota protestante, che preferiva uno stile di chiesa piuttosto “low Church” (ndt, “corrente dell'anglicanesimo i cui membri propugnano una Chiesa più semplice”). Lo sfarzo della monarchia, integrato da alcuni membri della famiglia reale col cerimoniale della massoneria, sembra aver preso il posto di ciò che l'arcivescovo Laud, anglicano originario della “high Church”, chiamava la "bellezza della santità" (ndt, la high Church, o Chiesa alta, mette un’enfasi nel rituale).

    Echeggiando il martire San Roberto Southwell, quando gli fu chiesto se voleva un'invasione spagnola, io vorrei che la famiglia reale e l'intera élite politica si convertissero al cattolicesimo di loro spontanea volontà. È una cosa per cui i cattolici del Regno Unito pregano e fanno penitenza. Nel frattempo, dobbiamo convivere con la realtà attuale.

    In primo luogo, è chiaro a tutti, tranne che a una frangia di pazzoidi, che il nuovo re di Gran Bretagna, Carlo III, è il legittimo capo di Stato del nostro Paese. Egli merita la lealtà dei cittadini come qualsiasi altro capo di Stato. Molti cattolici francesi tradizionali si arruolano nell'esercito francese, perché credono nella Francia, anche se non sono particolarmente entusiasti della Rivoluzione che ha creato la Repubblica. Allo stesso modo, i cattolici britannici, anche sotto persecuzione, hanno voluto smentire l'accusa che la loro fede implicasse slealtà, servendo la Corona. Dobbiamo pregare per il Re? Certo che sì. Durante la Messa tradizionale, in Inghilterra, abbiamo recitato preghiere speciali per il monarca fin dall'inizio del lungo processo di "emancipazione cattolica" nel 1778. Va notato che dal XVIII secolo la Santa Sede ha riconosciuto la monarchia britannica come legittima, ribaltando la politica più rigida di San Pio V. Soprattutto dall'emancipazione, i cattolici hanno lavorato per convertire la loro società e il loro sovrano dall'interno.

    In secondo luogo, sebbene il monarca e la famiglia reale siano coinvolti in cause politicamente alla moda e il loro ruolo implichi invece che evitino accuratamente la partigianeria politica, essi rimangono un'importante forza culturale. Re Carlo, ad esempio, ha prestato il suo peso significativo alla lotta contro la bruttezza dell'architettura ed è patrocinatore della Prayer Book Society, che difende il culto anglicano tradizionale. Se la monarchia britannica scomparisse, sarebbe una battuta d'arresto catastrofica per i conservatori culturali di ogni tipo, con ripercussioni in tutto il mondo.

    In terzo luogo, il cerimoniale della monarchia britannica ha conservato il suo antico carattere cattolico in un modo che nemmeno le monarchie cattoliche d'Europa hanno fatto. Ad esempio, I re di Spagna e Belgio non hanno nemmeno cerimonie di incoronazione. Vedremo quanto sarà mutilata la nostra prossima incoronazione, ma il contenuto storico cattolico sarà maggiore di zero. In molti altri modi, anche per il semplice fatto di esistere, la monarchia incarna e preserva la nostra eredità cattolica. Ricordiamo appena un fatto, il monarca fa personalmente l'elemosina ai poveri il Giovedì Santo, in una cerimonia che conserva una tradizione cattolica abbandonata nella liturgia della Chiesa nel 1955, quando l'elemosina fu eliminata dal Mandatum.

    Un cattolico può essere repubblicano? Questa è una domanda sbagliata. L'impostazione predefinita dovrebbe essere quella di sostenere la costituzione esistente del proprio Paese, se funziona ragionevolmente bene. La monarchia britannica ha ricordi e risonanze in Irlanda che non ha altrove, ma anche lì l'amarezza del passato è, sempre più, ormai del passato.

    La Latin Mass Society of England and Wales sta organizzando una Messa di Requiem per la defunta Regina Elisabetta, come la disciplina della Chiesa consente, e spero che avremo una Messa di ringraziamento per l'incoronazione. Come britannici onoriamo il nostro capo di Stato; come cattolici lo facciamo, in parte, attraverso la liturgia.

     

    *Il prof.Joseph Shaw ha ottenuto il dottorato in Filosofia presso l'Università di Oxford, dove ha ottenuto anche una prima laurea in Politica e Filosofia e un diploma in Teologia. Ha pubblicato su Etica e Filosofia della religione e ha curato The Case for Liturgical Restoration: Una Voce Position Papers on the Extraordinary Form (Angelico Press). È presidente della Latin Mass Society dell’Inghilterra e del Galles e presidente di Una Voce International. Insegna filosofia all'Università di Oxford e vive nelle vicinanze con la moglie e i nove figli.

     

    Attribuzione imagineBy Photograph taken by Julian Calder for Governor-General of New Zealand - Commonwealth Day Message from Her Majesty the Queen Elizabeth II Official portrait, CC BY 4.0, Wikimedia.

     

    Fonte: Onepeterfive, 12 settembre 2022. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia.

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte. 

  • Perché il nostro mondo povero e ugualitario si è entusiasmato per il fasto e la maestosità della incoronazione?

     

     

     

    di Plinio Corrêa de Oliveira

    In occasione dell'insediamento del generale Eisenhower alla carica di presidente della repubblica degli Stati Uniti, abbiamo scritto alcune considerazioni, che hanno suscitato interesse tra i lettori di Catolicismo. In quella occasione abbiamo promesso di analizzare anche le cerimonie della incoronazione della regina d'Inghilterra, Elisabetta II. E di questo impegno ci veniamo a sdebitare.

     

    Monografia sociale di palpitante interesse

    La splendida cerimonia ha offerto una visione di insieme — soltanto su un piano simbolico, ma che, precisamente per il fatto di essere simbolico, traduce meglio di qualsiasi altro alcuni aspetti della realtà — dell'Inghilterra con tutto quanto essa è, possiede e può al giorno d'oggi. Le istituzioni inglesi, il loro significato profondo, il loro passato, le loro presenti condizioni di esistenza, le tendenze con cui avanzano verso il futuro, la situazione attuale della Gran Bretagna nel Commonwealth e nel mondo, le prospettive favorevoli e anche le spesse nebbie che si delineano per essa sugli orizzonti diplomatici, tutto, insomma, si è riflesso in qualche modo nella incoronazione, e nelle cerimonie che l'hanno preceduta e che a essa hanno fatto seguito. Inoltre, in tutte queste cerimonie vi è una tale ricchezza di aspetti, che rende ciascuna di esse capace di suscitare tante considerazioni, che non sarebbe troppo se una équipe di specialisti, in questa epoca di indagini sociologiche, dedicasse alle cerimonie, alle manifestazioni e alle solennità di cui la incoronazione è stata il punto centrale, una ricerca accurata, che andrebbe a formare certamente alcuni grossi volumi.

    Le nostre aspirazioni, evidentemente, devono essere più limitate. Non vogliamo trattare di tutti gli aspetti delle feste della incoronazione, e non tentiamo neppure di elencarli. Vogliamo prendere in considerazione solamente un lato di questo vasto argomento.

     

    La uguaglianza, idolo del nostro secolo

    In tutti i campi della vita odierna si manifesta la influenza schiacciante dello spirito di uguaglianza. In altri tempi, la virtù, la culla, il sesso, la educazione, la cultura, l'età, il genere di professione, i poteri, altre circostanze ancora, modellavano e sfumavano la società umana con la varietà e la ricchezza di mille distinzioni e colori, influivano in tutti i modi nei rapporti tra gli uomini, segnavano a fondo le leggi, le istituzioni, le attività intellettuali, i costumi, la economia, e comunicavano a tutta l'atmosfera della vita pubblica e privata una nota di gerarchia, di rispetto, di gravità. In questo consisteva uno dei tratti spirituali più profondi e tipici della società cristiana. Si esagererebbe se si affermasse che oggi tutte queste distinzioni e sfumature sono state abolite. Sarebbe tuttavia impossibile non riconoscere che molte sono scomparse completamente, e che le poche che restano vanno riducendosi e scolorendo giorno dopo giorno.

    Indubbiamente, la vita è una costante trasformazione di tutto quanto non è perenne. Sarebbe normale che molte delle sfumature di altri tempi scomparissero, e che se ne formassero altre. Ma attualmente non si dà, per così dire, una sola trasformazione che non abbia come effetto un livellamento, che non favorisca direttamente o indirettamente la marcia della società umana verso uno stato di cose assolutamente ugualitario. E quando quelli di sotto rallentano la poussée ugualitaria, sono quelli di sopra che si incaricano di portarla avanti. Questo fenomeno non è circoscritto a una nazione, e neppure a un continente, e sembra spinto da un vento che soffia sul mondo intero. Il tifone livellatore rettifica qui e là — in Asia, per esempio, e in certe zone ipercapitalistiche dell'Occidente — abusi intollerabili, imponendo in altri luoghi mutamenti ammissibili, distruggendo in altri, infine, diritti incontestabili, e colpendo a fondo lo stesso ordine naturale delle cose. In tutti questi casi, però, importa notare che questo tifone ugualitario, di ampiezza cosmica, non cessa di soffiare. Fatta una riforma giusta, tende a continuare la sua opera livellatrice e a passare a quanto è dubbiosamente giusto, e una volta raggiunto questo punto, entra con impeto crescente nel terreno di quanto è chiaramente ingiusto. Questa sete di uguaglianza si sazia solamente con il livellamento completo, totale, assoluto. La uguaglianza è la meta verso la quale tendono le aspirazioni delle masse, la mistica che governa l'azione di quasi tutti gli uomini, l'idolo sotto la cui egida l'umanità spera di trovare l'età dell'oro. 

     

    Un fatto sconcertante: la popolarità della incoronazione

    Ora, mentre questo tifone soffia con una forza senza precedenti, nel pieno svolgimento di questo enorme processo mondiale, una regina è incoronata secondo riti ispirati da una mentalità assolutamente anti-ugualitaria. Questo fatto non irrita, non provoca proteste, e, al contrario, è accolto da una enorme ondata di simpatia popolare. Il mondo intero ha festeggiato la incoronazione della giovane sovrana inglese, quasi come se le tradizioni che ella rappresenta fossero un valore comune a tutti i popoli. Da ogni parte sono affluite a Londra persone desiderose di estasiarsi di fronte a uno spettacolo tanto anti-moderno. Davanti a tutti gli apparecchi televisivi si sono raccolti avidi, assetati di vedere la cerimonia, uomini, donne, bambini di tutte le nazioni, di tutte le lingue, delle più diverse professioni, e, il che è assolutamente straordinario, delle più diverse opinioni. In questo immenso movimento spirituale della umanità contemporanea vi è qualcosa di sorprendente, di contraddittorio, di sconcertante forse, che esige una analisi accurata. Ed è questo l'oggetto del nostro studio. 

     

    Alcune spiegazioni

    Questo fatto ha attirato l'attenzione di diversi commentatori, che hanno proposto alcune spiegazioni. Gli uni hanno ricordato che, nella misura in cui la ugualitarizzazione si diffonde e i re si vanno facendo rari, anche una incoronazione diventa più eccezionale, più straordinaria, più interessante. Altri, insoddisfatti da queste ragioni, hanno cercato un motivo diverso. La bellezza delle cerimonie, considerate nel loro aspetto puramente estetico, avrebbe attirata l'attenzione degli amanti del genere. La debolezza di queste spiegazioni è ovvia. Tutto, nelle informazioni relative alla incoronazione, ha dimostrato che le masse si sono commosse per essa, non per un semplice impulso di curiosità, per vedere la ricostruzione di una cerimonia storica o lo svolgimento di uno spettacolo artistico, ma per un immenso movimento di ammirazione quasi religiosa, di simpatia, anche di tenerezza, che ha circondato non solo la giovane regina, ma tutto ciò che ella e la istituzione monarchica dell'Inghilterra simboleggiano. Se la incoronazione fosse stata, per quanti l'hanno vista, un semplice spettacolo storico, una pura curiosità artistica, che avrebbe potuto essere rappresentata ugualmente bene o meglio da attori professionisti, come spiegare il fremito di gioia, il rinnovarsi di speranze in un futuro migliore, le manifestazioni di apoteosi, le acclamazioni senza fine, dei giorni della incoronazione?

    Qualcuno ha azzardato un'altra spiegazione. L'uomo ha mostrato in tutti i tempi, in tutti i luoghi, una debolezza: il gusto per i titoli onorifici, per le distinzioni, per la pompa. Ora, l'ugualitarismo razionale e austero dei nostri giorni non alimenta assolutamente questa debolezza. E, così, quando una occasione come la incoronazione dà a ciò pretesto, l'uomo sente tutto il diletto che suole dargli il soddisfacimento delle sue debolezze.

    A nostro modo di vedere, vi è molta ganga in questa opinione, ma vi è anche un filone d'oro. Il filone consiste nel riconoscere che nella natura umana vi è una tendenza profonda, permanente, forte, verso ciò che è pompa, titolo onorifico, distinzione, e che l'ugualitarismo odierno comprime questa tendenza, generando una nostalgia profonda, che esplode tutte le volte che ne trova una occasione. La ganga consiste nel considerare questa tendenza una debolezza. Che il gusto per le onorificenze, e per le distinzioni dia origine a molte manifestazioni della piccineria umana, non vi è chi lo neghi. L'errore sta nel dedurne che questo gusto sia in sé stesso una debolezza! Come se la fame, la sete, il desiderio di riposo, e tante altre tendenze naturali nell'uomo, e in sé assolutamente legittime, dovessero essere considerate cattive, erronee, ridicole, per il semplice fatto che sono occasioni di eccessi e anche di crimini senza numero! Perfino i sentimenti più nobili dell'uomo possono portarlo a debolezze. Non vi è sentimento più rispettabile dell'amore materno. Tuttavia, a quanti errori può portare, a quanti ha già portato, a quanti ancora porterà in futuro... 

     

    Una virtù essenziale: l'amor proprio

    Il gusto dell’uomo per le onorificenze, per le distinzioni, per la solennità, non è altro che la manifestazione del saggio istinto di sociabilità, tanto inerente alla nostra natura, tanto giusto in sé stesso, tanto saggio quanto qualsiasi altro istinto di cui Dio ci ha dotati.

    La nostra natura ci porta a vivere in società con altri uomini. Ma non si accontenta di una qualsiasi convivenza. Per le persone con una struttura spirituale retta, e perciò fatta eccezione degli eccentrici, degli atrabiliari, dei nevropatici, la convivenza umana realizza perfettamente i loro obiettivi naturali soltanto quando è fondata sulla conoscenza e sulla comprensione reciproche, e quando da questa conoscenza e da questa comprensione nasce la stima, l'amicizia. In altri termini, l'istinto di sociabilità richiede non una convivenza umana fondata su equivoci, irta di incomprensioni e di attriti, ma un contesto di rapporti pacifici, armoniosi e piacevoli.

    Anzitutto, vogliamo essere conosciuti per ciò che effettivamente siamo. Un uomo che abbia qualità tende naturalmente a manifestarle, e desidera che queste qualità gli acquistino la stima e la considerazione dell'ambiente in cui vive. Un cantante, per esempio, tende a farsi ascoltare, e a suscitare nell'uditorio il gusto che le qualità della sua voce meritano. Per la stessa ragione, un pittore tende a esporre le sue tele, uno scrittore a pubblicare i suoi lavori, un uomo colto a comunicare quanto sa, ecc. E per una ragione analoga, infine, l'uomo virtuoso si onora di essere tenuto come tale. La indifferenza totale rispetto al concetto che ha di noi il prossimo, non è virtù ma mancanza di amor proprio.

    È chiaro che il retto e discreto desiderio di una buona reputazione può facilmente corrompersi come tutto quanto è inerente all'uomo. È una conseguenza del peccato originale. Così, anche l'istinto di conservazione può facilmente degenerare in paura, il ragionevole desiderio di alimentarsi in gola, ecc. Nel caso concreto della sociabilità, è molto facile che giungiamo all'eccesso di considerare il plauso dei nostri simili un autentico idolo, l'obiettivo di tutti i nostri atti, la ragione del nostro comportamento virtuoso; che per ottenere questo plauso fingiamo qualità che non abbiamo, oppure rinneghiamo i nostri princìpi più sacri (chi saprà mai quante anime il rispetto umano trascina all'inferno!); che portati da questa sete commettiamo crimini per salire a posti e a condizioni elevate; che affascinati da questo obiettivo diamo una importanza risibile ai più piccoli fattori capaci di metterci in mostra; che proviamo odi violenti, esercitiamo vendette atroci contro chi non ha riconosciuti in tutta la loro pretesa ampiezza i meriti che immaginiamo di avere. La storia pullula letteralmente di tristi esempi di tutto questo. Ma, insistiamo, se con questo argomento dovessimo concludere che è intrinsecamente cattivo il desiderio dell'uomo di essere conosciuto e stimato dai suoi simili per quello che veramente è, dovremmo condannare tutti gli istinti, la nostra stessa natura.

    È certo, anche, che Dio esige che rispetto al nostro buon concetto presso il prossimo, siamo distaccati interiormente, come rispetto a tutti gli altri beni della terra, l'intelligenza, la cultura, la carriera, la bellezza, la ricchezza, la salute, la vita stessa. Ad alcuni Dio chiede un distacco non soltanto interiore, ma esteriore, dalla considerazione sociale, come ad altri chiede non soltanto la povertà in spirito ma la povertà materiale effettiva. È allora necessario ubbidire. E da ciò il fatto che le agiografie rigurgitano di esempi di santi che fuggono dalle più lecite manifestazioni di apprezzamento da parte dei loro simili.

    Nonostante tutto questo, è lecito in sé stesso che l'uomo desideri essere stimato da quelli con cui convive. 

     

    Una condizione di esistenza della società: la giustizia

    Questa tendenza naturale è per altro consonante con uno dei princìpi più essenziali della vita sociale, che è la giustizia, secondo la quale si deve dare a ciascuno quello a cui ha diritto non soltanto in beni materiali, ma anche in onore, distinzione, stima, affetto. Una società basata sul disconoscimento totale di questo principio sarebbe assolutamente ingiusta. «Date a tutti ciò che è dovuto, a chi il tributo il tributo, a chi il dazio il dazio, a chi il timore il timore, a chi l'onore l'onore», ci dice san Paolo (1).

    Aggiungiamo che queste manifestazioni sono dovute di rigore non solamente ai meriti personali, ma anche alla funzione, alla carica o alla posizione che una persona detiene. Così, il figlio deve rispettare suo padre anche se cattivo, il fedele deve riverire il sacerdote anche se indegno, il suddito deve rispettare il suo sovrano anche se corrotto. San Pietro comanda agli schiavi che onorino i loro signori anche se di carattere intrattabile (2).

    E d'altro canto è necessario anche saper onorare in un uomo la stirpe illustre dalla quale discende.

    Questo punto è particolarmente doloroso per l'uomo ugualitario di oggi. Tuttavia è così che pensa la Chiesa. Leggiamo l'insegnamento profondo e splendido di Pio XII: «Le ineguaglianze sociali, anche quelle legate alla nascita, sono inevitabili: la natura benigna e la benedizione di Dio all'umanità illuminano e proteggono le culle, le baciano, ma non le pareggiano. Guardate pure le società più inesorabilmente livellate. Nessun'arte ha mai potuto operare tanto che il figlio di un gran Capo, di un gran conduttore di folle, restasse in tutto nel medesimo stato di un oscuro cittadino perduto fra il popolo. Ma se tali ineluttabili disparità possono paganamente apparire un'inflessibile conseguenza del conflitto delle forze sociali e della potenza acquisita dagli uni sugli altri, per le leggi cieche che si stimano reggere l'attività umana e metter capo al trionfo degli uni, come al sacrificio degli altri; da una mente invece cristianamente istruita ed educata esse non possono considerarsi se non quale disposizione voluta da Dio con il medesimo consiglio delle ineguaglianze nell'interno della famiglia, e quindi destinate a unire maggiormente gli uomini tra loro nel viaggio della vita presente verso la patria del cielo, gli uni aiutando gli altri, a quel modo che il padre aiuta la madre e i figli» (3)

     

    L'amor proprio e la giustizia impongono la formazione del protocollo

    Abbiamo visto, fino a questo punto, che la stessa natura esige che nella convivenza sociale siano tenuti nella dovuta considerazione tutti i valori umani, che differiscono gli uni dagli altri quasi all'infinito.

    Come applicare, in pratica, questo principio? Come ottenere che un valore sia visto e riconosciuto da tutti gli uomini, e che ciascuno senta esattamente in che misura questo valore deve essere riverito? Più concretamente, come insegnare a tutti che la virtù, l'età, il talento, la stirpe illustre, la carica, la funzione, devono essere onorate? Come indicare la misura esatta di rispetto e di amore che si deve a ciascuno? In tutti i tempi, in tutti i luoghi, lo stesso ordine naturale delle cose è venuto risolvendo il problema con l'aiuto dell'unico mezzo pienamente efficace: il costume. 

     

    Saggezza profonda del protocollo della incoronazione

    Così, usando gli stessi modi di trattare con le persone di identica condizione, il buon senso, l'equilibrio, il tatto delle società umane è venuto creando punto per punto, in ogni paese o in ogni area culturale, le regole di cortesia, le formule, i gesti, diremmo quasi i riti adeguati a definire, insegnare, simboleggiare ed esprimere quanto si deve a ogni persona, secondo la sua condizione, in materia di venerazione e di stima.

    Sotto l'influsso della Chiesa, la civiltà cristiana ha portato all'apogeo questa bella arte dei costumi e dei simboli sociali. Ne è derivata la meravigliosa cortesia e affabilità di modi dell'europeo, e, per estensione, dei popoli americani nati dall'Europa; i princìpi della Rivoluzione francese del 1789 si sono incaricati di colpirla profondamente.

    I titoli di nobiltà, i simboli dell'araldica, le decorazioni, le regole del protocollo, non sono stati altro che mezzi mirabili, pieni di tatto, di precisione e di significato, per definire, graduare e modellare i rapporti umani all'interno dei quadri politici e sociali allora esistenti. A nessuno potrebbe accadere di vedervi una pura vanità. La stessa Chiesa, che è maestra di tutte le virtù e combatte tutti i vizi, ha istituito titoli di nobiltà, ha distribuito e distribuisce decorazioni, ha elaborato per sé tutto un cerimoniale di una mirabile precisione nel definire tutte le differenze gerarchiche che la legge divina e la saggezza dei Papi sono venute creando nel suo seno nel corso dei secoli. Sulle decorazioni il beato Pio X ha detto: «Le ricompense concesse al valore contribuiscono potentemente a suscitare nei cuori il desiderio di azioni rilevanti, perché se glorificano uomini distinti che hanno ben meritato dalla Chiesa oppure dalla società, trascinano gli altri con l'esempio a percorrere la stessa carriera di gloria e di onore. Con questa saggia intenzione, i Pontefici Romani, Nostri Predecessori, hanno circondato di un amore speciale gli Ordini Cavallereschi, quasi come stimoli di gloria […]» (4).

    Che vi sia poi una insegna per la carica suprema dello Stato, insegne proprie per le persone di stirpi più illustri, vesti di gala per i dignitari incaricati delle funzioni di maggiore importanza politica, che tutto l'apparato di questi simboli sia utilizzato nella cerimonia di insediamento del capo dello Stato, in tutto questo non vi è una mascherata, né concessioni a debolezze. Vi è soltanto la osservanza di regole di comportamento assolutamente conformi con l'ordine naturale delle cose. 

     

    Modernizzazione sconsiderata

    Ma, dirà qualcuno, non sarebbe conveniente modernizzare tutti questi simboli, aggiornare tutte queste cerimonie? Perché conservare riti, formule, abiti del più remoto passato?

    La domanda è di un semplicismo rozzo. I riti, le formule, gli abiti, per il fatto di esprimere situazioni, stati d'animo, circostanze realmente esistenti, non possono essere creati oppure riformati bruscamente e per decreto, bensì gradualmente, lentamente, in generale impercettibilmente, attraverso l'azione del costume. Ora, questo processo di trasformazione è stato reso impossibile dalla Rivoluzione francese con tutta la sua sequela di avvenimenti. Infatti, l'umanità si è lasciata trascinare dal miraggio di un egualitarismo assoluto, ha votato al disprezzo e all'odio tutto quanto, nel campo dei costumi, esprime disuguaglianze, e ha istituito un ordine di cose nuovo, basato sulla tendenza al livellamento completo, all'abolizione di tutte le etichette e di tutte le regole di comportamento. Imbevuta di questo spirito, ha perso la capacità di mettere mano nelle cose del passato per un fine diverso da quello di distruggerle. Se l'uomo contemporaneo dovesse riformare riti e istituire simboli, siccome la Rivoluzione francese ha creato in lui l'adorazione della legge e il disprezzo del costume, cercherebbe, per di più, di farlo per decreto. E, ancora una volta, niente è più irreale, più artificiale, in molti casi più pericoloso, delle realtà sociali che si immagina di poter creare per legge. La corte da operetta, rutilante, sfarfalleggiante, e profondamente volgare, di Napoleone lo ha mostrato bene. 

     

    Distruggere per distruggere

    Per altro, è necessario aggiungere che il semplice fatto che un rito, oppure un simbolo, sia molto antico, non è ragione sufficiente per abolirlo, ma piuttosto per conservarlo. L'autentico spirito tradizionale non distrugge per distruggere. Al contrario, conserva tutto, e distrugge solamente quanto ha motivi reali e seri per essere distrutto. Infatti, l'autentica tradizione, se non è una sclerotizzazione, una rigida fissazione nel passato, è ancora meno una negazione costante di esso.

    A questo proposito, ci si permetta di citare un'altra pagina magistrale di Pio XII. Rivolgendosi alla nobiltà e al patriziato romano, e facendo riferimento alla tradizione che l'aristocrazia della Città Eterna vi rappresentava, il Pontefice ha detto: «Molti animi, anche sinceri, s'immaginano e credono che la tradizione non sia altro che il ricordo, il pallido vestigio di un passato che non è più, che non può più tornare, che tutt'al più viene con venerazione, con riconoscenza se vi piace, relegato e conservato in un museo che pochi amatori o amici visitano. Se in ciò consistesse e a ciò si riducesse la tradizione, e se importasse il rifiuto o il disprezzo del cammino verso l'avvenire, si avrebbe ragione di negarle rispetto e onore, e sarebbero da riguardare con compassione i sognatori del passato, ritardatari in faccia al presente e al futuro, e con maggior severità coloro, che, mossi da intenzione meno rispettabile e pura, altro non sono che i disertori dei doveri dell'ora che volge così luttuosa.

    «Ma la tradizione è cosa molto diversa dal semplice attaccamento ad un passato scomparso; è tutto l'opposto di una reazione che diffida di ogni sano progresso. Il suo stesso vocabolo etimologicamente è sinonimo di cammino e di avanzamento. Sinonimia, non identità. Mentre infatti il progresso indica soltanto il fatto del cammino in avanti, passo innanzi passo, cercando con lo sguardo un incerto avvenire; la tradizione dice pure un cammino in avanti, ma un cammino continuo, che si svolge in pari tempo tranquillo e vivace, secondo le leggi della vita, sfuggendo alla angosciosa alternativa: "Si jeunesse savait, si vieillesse pouvait!"; simile a quel Signore di Turenne, di cui fu detto: "Il a eu dans sa jeunesse toute la prudence d'un âge avancé, et dans un âge avancé toute la vigueur de la jeunesse" (Fléchier, Oraison funèbre, 1676). In forza della tradizione, la gioventù, illuminata e guidata dall'esperienza degli anziani, si avanza di un passo più sicuro, e la vecchiaia trasmette e consegna fiduciosa l'aratro a mani più vigorose che proseguono il solco cominciato. Come indica col suo nome la tradizione è il dono che passa di generazione in generazione, la fiaccola che il corridore ad ogni cambio pone in mano e affida all'altro corridore, senza che la corsa si arresti o si rallenti. Tradizione e progresso s'integrano a vicenda con tanta armonia, che, come la tradizione senza il progresso contraddirebbe a sé stessa, così il progresso senza la tradizione sarebbe una impresa temeraria, un salto nel buio.

    «No, non si tratta di risalire la corrente, di indietreggiare verso forme di vita e di azioni di età tramontate, bensì, prendendo e seguendo il meglio del passato, di avanzare incontro all'avvenire con vigore di immutata giovinezza» (5)

     

    Nostalgia di un sano ordine naturale

    Ora, proprio con questa tradizione il mondo contemporaneo ha rotto, per adottare un progresso nato non dallo sviluppo armonioso del passato, ma dai tumulti e dagli abissi della Rivoluzione francese. In un mondo livellato, poverissimo di simboli, regole, modi, compostezza, di tutto quanto significa ordine e distinzione nella convivenza umana, e che in ogni momento continua a distruggere il pochissimo di ciò che a esso resta, mentre la sete di uguaglianza si va saziando, la natura umana, nelle sue fibre profonde, va sentendo sempre di più la mancanza di ciò con cui così follemente ha rotto. Qualcosa di molto intimo e forte in essa le fa sentire uno squilibrio, una incertezza, una insipidità, una paurosa volgarità di vita, che tanto più si accentua quanto più l'uomo si riempie dei tossici della uguaglianza.

    La natura ha reazioni improvvise. L'uomo contemporaneo, ferito e trattato male nella sua natura da tutto un tenore di vita costruito su astrazioni, chimere, teorie vane, nei giorni della incoronazione si è rivolto, affascinato immediatamente ringiovanito e riposato, verso il miraggio di questo passato così diverso dal terribile giorno d'oggi. Non tanto per nostalgia del passato, quanto di certi princìpi dell'ordine naturale che il passato rispettava, e che il presente viola in ogni momento.

    Ecco, a nostro modo di vedere, la spiegazione più profonda e più reale dell'entusiasmo che ha preso il mondo durante le feste della incoronazione.

     

    Note:

    (1) Rom. 13, 7.

    (2) Cfr. 1Pt. 2, 18.

    (3) Pio XII, Discorso al Patriziato e alla Nobiltà Romana, del 5-1-1942, in Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, vol. III, p. 347.

    (4) BEATO Pio X, Breve sugli Ordini Equestri Pontifici, del 7-2-1905, in Actes de Pie X, Editions des Questions Actuelles, Parigi s.d., vol. II, p. 6.

    (5) Pio XII, Discorso al Patriziato e alla Nobiltà Romana, del 19-1-1944, in Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, vol. V, pp. 179-180.   

     

    Fonte: Catolicismo, n. 31, giugno 1953. Traduzione italiana apparsa su Cristianità, anno III, n. 31, luglio 1953.