restaurazionismo

  • Papa Francesco contribuisce alla nostalgia della Chiesa che fu

     

     

     

    di Federico Catani

    «Il problema attuale della Chiesa è la non accettazione del Concilio». Questa la sfida che secondo papa Francesco deve affrontare il mondo cattolico oggi. Lo ha detto incontrando i direttori delle riviste culturali europee dei Gesuiti lo scorso 19 maggio, in Vaticano. Il testo dell’udienza si può leggere sul sito internet de La Civiltà Cattolica, dove è stato pubblicato il 14 giugno. E se la stampa finora ha dato ampio risalto alle parole del Papa sul conflitto russo-ucraino – che peraltro non aggiungono molto a quanto già dichiarato in altre interviste – degne di nota sono le riflessioni sulla situazione della Chiesa.

    Francesco denuncia una tendenza al “restaurazionismo”, specialmente negli Stati Uniti. «Il Concilio che alcuni pastori ricordano meglio è quello di Trento. E non è un’assurdità quella che sto dicendo – ha affermato -. Il restaurazionismo è arrivato a imbavagliare il Concilio [Vaticano II ndr.]». Pertanto, «è molto difficile vedere un rinnovamento spirituale usando schemi molto antiquati». Nella Chiesa quindi c’è un problema. Ma non si tratta delle chiese sempre più vuote, specie dopo l’emergenza Covid; o dei seminari chiusi per mancanza di vocazioni; o del caos dottrinale, aumentato notevolmente nell’ultimo decennio; oppure degli scandali finanziari e sessuali. No. A preoccupare Francesco sono piuttosto «idee, comportamenti che nascono da un restaurazionismo che in fondo non ha accettato il Concilio. Il problema è proprio questo: che in alcuni contesti il Concilio non è stato ancora accettato». Eppure, dati alla mano, proprio quegli istituiti e quelle realtà più fedeli alla tradizione cattolica (e che non accettano solo certe derive post-conciliari) registrano una notevole fioritura di vocazioni e di fedeli, tra cui molti giovani.

    Come modello da seguire, il gesuita Bergoglio addita padre Pedro Arrupe, Preposito Generale della Compagnia di Gesù nei turbolenti anni del post-Concilio (dal 1965 al 1983), la cui voce profetica sarebbe stata contrastata da «una reazione conservatrice», la stessa che sta minacciando la Chiesa oggi, «soprattutto con i tradizionalisti».

    Padre Arrupe, di cui nel 2019 è stato aperto il processo di beatificazione, era un sostenitore della teologia della liberazione, sebbene nella sua versione più “moderata”, contraria ad esempio alla lotta armata. Tuttavia, su quei temi sono noti i contrasti con Giovanni Paolo II. Arrupe, celebre per le sue aperture, guidò i Gesuiti proprio nel periodo in cui la l’Ordine scelse di impegnarsi per le cause più progressiste, vedendo peraltro molti suoi membri lasciare l’abito.

    Per dimostrare la fedeltà al papato del suo vecchio superiore, Francesco ha fatto cenno al discorso tenuto da Paolo VI il 3 dicembre 1974 in occasione della XXXII Congregazione Generale dei Gesuiti. Ha però dimenticato di dire che il suo predecessore sulla cattedra di Pietro non aveva mancato di muovere alcuni rimproveri alla Compagnia, allora in piena crisi di identità e infatuata dalle mode del tempo, quali la simpatia per il marxismo, un certo umanesimo profano, il dubbio sistematico, l’amore alla novità per se stessa, il relativismo.

    Non solo. A ben vedere, Paolo VI sembra contraddire Francesco anche in un altro punto. Mentre Bergoglio, sempre nel discorso di cui sopra, afferma che «la realtà è superiore all’idea, e quindi bisogna dare idee e riflessioni che nascono dalla realtà», rivolgendosi ai Gesuiti degli anni Settanta papa Montini metteva in guardia dal «prevalere dell’agire sull’essere; dell’agitazione sulla contemplazione; dell’esistenza concreta sulla speculazione teorica». Perché, in realtà, custodire e difendere dogmi e principi, non è in contrasto con la carità e l’azione pastorale. Sono due aspetti complementari della fede cattolica.

    Infine, Francesco si è soffermato sul cammino sinodale tedesco, su cui molti vescovi hanno già sollevato le loro preoccupazioni a causa delle derive scismatiche verso una sostanziale protestantizzazione della Chiesa in Germania. In questo caso il Papa non ha usato quei toni duri cui è solito ricorrere con i cosiddetti “restauratori”. Si è mostrato cauto, invitando la Conferenza episcopale tedesca a procedere senza troppi strappi. «Il problema – ha detto – sorge quando la via sinodale nasce dalle élite intellettuali, teologiche, e viene molto influenzata dalle pressioni esterne». Tuttavia, quelle stesse élite e pressioni sembrano avere il loro peso anche nelle scelte di questo pontificato.

    Un pontificato che, eterogenesi dei fini, ha contribuito in maniera decisiva al crescere di quel movimento “restaurazionista” inviso a Francesco.    

     

    Fonte: L’Identità, 18 giugno 2022.