Russia

  • «I patriarchi diventavano molto spesso cappellani dell'imperatore o dello zar»

     

     

    (Kath.net/InfoCatholic) Secondo il portale di notizie della chiesa cecoslovacca "cirkev.cz", il fatto che il patriarca di Mosca abbia descritto l'invasione russa dell'Ucraina come una sorta di legittima rappresaglia per l'annientamento dei russi nel Donbass (Vedi testimonianza dei fedeli ortodossi nel Donbass) è "un fallimento, una tragedia", ha detto Duka in un'intervista con l'emittente pubblica CTV.

    Storicamente, bisogna dire che "i patriarchi bizantini e russi molto spesso diventavano cappellani dell'imperatore o dello zar e sostenevano la politica del loro paese", ha detto il cardinale ed ex presidente della Conferenza Episcopale Ceca. Al contrario, i sacerdoti che furono uccisi durante la Rivoluzione d’Ottobre e sotto la dittatura comunista dimostrarono coraggio. È "un peccato che il Signor Patriarca non viva di questo tesoro spirituale della Chiesa ortodossa russa", ha detto il cardinale.

    Il mondo di oggi dipende dal "potere, dalla finanza e dalla ricchezza", ma improvvisamente stiamo "assistendo al fatto che un paese relativamente povero con un esercito poco armato è stato in grado di sfidare una delle potenze mondialiper tre settimane", ha detto il primate boemo, il cui padre era un ufficiale.

    Il cardinale valuta ciò che sta accadendo come "la prova che famiglia, popolo, patria non sono parole vuote". Questo è "certamente un incoraggiamento per tutti noi", ha detto.

    Duka fu temporaneamente imprigionato nel suo paese natale nei primi anni '80 per il suo impegno per i diritti umani durante la dittatura del Partito Comunista e condivise la cella con lo scrittore, oppositore del regime e poi primo presidente cecoslovacco dopo la riunificazione Vaclav Havel (1936-2011).

    Il cardinale vede dei "parallelismi tra il pubblico russo sotto la pressione dello stato totalitario e la vita nella Cecoslovacchia totalitaria. Qualsiasi sostegno, discorsi, lettere e certe manifestazioni" sono uno "stimolo alla resistenza interna contro il presidente Putin", che deve ammettere "di aver perso la guerra".

     

    Attribuzione immagine: di David Sedlecký - Opera propria, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia.

    Fonte: Kath.net/InfoCatólica, 22 Marzo 2022. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia

     

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte.  

  • Atto di consacrazione al Cuore Immacolato di Maria

     

     

    O Maria, Madre di Dio e Madre nostra, noi, in quest’ora di tribolazione,ricorriamo a te. Tu sei Madre, ci ami e ci conosci: niente ti è nascosto di quanto abbiamo a cuore. Madre di misericordia, tante volte abbiamo sperimentato la tua provvidente tenerezza, la tua presenza che riporta la pace, perché tu sempre ci guidi a Gesù, Principe della pace.

    Ma noi abbiamo smarrito la via della pace. Abbiamo dimenticato la lezione delle tragedie del secolo scorso, il sacrificio di milioni di caduti nelle guerre mondiali. Abbiamo disatteso gli impegni presi come Comunità delle Nazioni e stiamo tradendo i sogni di pace dei popoli e le speranze dei giovani. Ci siamo ammalati di avidità, ci siamo rinchiusi in interessi nazionalisti, ci siamo lasciati inaridire dall’indifferenza e paralizzare dall’egoismo. Abbiamo preferito ignorare Dio, convivere con le nostre falsità, alimentare l’aggressività, sopprimere vite e accumulare armi, dimenticandoci che siamo custodi del nostro prossimo e della stessa casa comune. Abbiamo dilaniato con la guerra il giardino della Terra, abbiamo ferito con il peccato il cuore del Padre nostro, che ci vuole fratelli e sorelle. Siamo diventati indifferenti a tutti e a tutto, fuorché a noi stessi. E con vergogna diciamo: perdonaci, Signore!

    Nella miseria del peccato, nelle nostre fatiche e fragilità, nel mistero d’iniquità del male e della guerra, tu, Madre santa, ci ricordi che Dio non ci abbandona, ma continua a guardarci con amore, desideroso di perdonarci e rialzarci. È Lui che ci ha donato te e ha posto nel tuo Cuore immacolato un rifugio per la Chiesa e per l’umanità. Per bontà divina sei con noi e anche nei tornanti più angusti della storia ci conduci con tenerezza.

    Ricorriamo dunque a te, bussiamo alla porta del tuo Cuore noi, i tuoi cari figli che in ogni tempo non ti stanchi di visitare e invitare alla conversione. In quest’ora buia vieni a soccorrerci e consolarci. Ripeti a ciascuno di noi: “Non sono forse qui io, che sono tua Madre?” Tu sai come sciogliere i grovigli del nostro cuore e i nodi del nostro tempo. Riponiamo la nostra fiducia in te. Siamo certi che tu, specialmente nel momento della prova, non disprezzi le nostre suppliche e vieni in nostro aiuto.

    Così hai fatto a Cana di Galilea, quando hai affrettato l’ora dell’intervento di Gesù e hai introdotto il suo primo segno nel mondo. Quando la festa si era tramutata in tristezza gli hai detto: «Non hanno vino» (Gv 2,3). Ripetilo ancora a Dio, o Madre, perché oggi abbiamo esaurito il vino della speranza, si è dileguata la gioia, si è annacquata la fraternità. Abbiamo smarrito l’umanità, abbiamo sciupato la pace. Siamo diventati capaci di ogni violenza e distruzione. Abbiamo urgente bisogno del tuo intervento materno.

    Accogli dunque, o Madre, questa nostra supplica.
    Tu, stella del mare, non lasciarci naufragare nella tempesta della guerra.
    Tu, arca della nuova alleanza, ispira progetti e vie di riconciliazione.
    Tu, “terra del Cielo”, riporta la concordia di Dio nel mondo.
    Estingui l’odio, placa la vendetta, insegnaci il perdono.
    Liberaci dalla guerra, preserva il mondo dalla minaccia nucleare.
    Regina del Rosario, ridesta in noi il bisogno di pregare e di amare.
    Regina della famiglia umana, mostra ai popoli la via della fraternità.
    Regina della pace, ottieni al mondo la pace.

    Il tuo pianto, o Madre, smuova i nostri cuori induriti. Le lacrime che per noi hai versato facciano rifiorire questa valle che il nostro odio ha prosciugato. E mentre il rumore delle armi non tace, la tua preghiera ci disponga alla pace. Le tue mani materne accarezzino quanti soffrono e fuggono sotto il peso delle bombe. Il tuo abbraccio materno consoli quanti sono costretti a lasciare le loro case e il loro Paese. Il tuo Cuore addolorato ci muova a compassione e ci sospinga ad aprire le porte e a prenderci cura dell’umanità ferita e scartata.

    Santa Madre di Dio, mentre stavi sotto la croce, Gesù, vedendo il discepolo accanto a te, ti ha detto: «Ecco tuo figlio» (Gv 19,26): così ti ha affidato ciascuno di noi. Poi al discepolo, a ognuno di noi, ha detto: «Ecco tua madre» (v. 27). Madre, desideriamo adesso accoglierti nella nostra vita e nella nostra storia. In quest’ora l’umanità, sfinita e stravolta, sta sotto la croce con te. E ha bisogno di affidarsi a te, di consacrarsi a Cristo attraverso di te. Il popolo ucraino e il popolo russo, che ti venerano con amore, ricorrono a te, mentre il tuo Cuore palpita per loro e per tutti i popoli falcidiati dalla guerra, dalla fame, dall’ingiustizia e dalla miseria.

    Noi, dunque, Madre di Dio e nostra, solennemente affidiamo e consacriamo al tuo Cuore immacolato noi stessi, la Chiesa e l’umanità intera, in modo speciale la Russia e l’Ucraina. Accogli questo nostro atto che compiamo con fiducia e amore, fa’ che cessi la guerra, provvedi al mondo la pace. Il sì scaturito dal tuo Cuore aprì le porte della storia al Principe della pace; confidiamo che ancora, per mezzo del tuo Cuore, la pace verrà. A te dunque consacriamo l’avvenire dell’intera famiglia umana, le necessità e le attese dei popoli, le angosce e le speranze del mondo.

    Attraverso di te si riversi sulla Terra la divina Misericordia e il dolce battito della pace torni a scandire le nostre giornate. Donna del sì, su cui è disceso lo Spirito Santo, riporta tra noi l’armonia di Dio. Disseta l’aridità del nostro cuore, tu che “sei di speranza fontana vivace”. Hai tessuto l’umanità a Gesù, fa’ di noi degli artigiani di comunione. Hai camminato sulle nostre strade, guidaci sui sentieri della pace. Amen.

     

    Fonte: Santa Sede, 23 Marzo 2022.

  • Considerazioni sull’anima russa

     

     

    di Plinio Corrêa de Oliveira

    Se fosse esistito uno Zar contro-rivoluzionario, quale sarebbe stata la sua politica?

    Prima di tutto, è ovvio che si sarebbe convertito alla religione cattolica e l’avrebbe stabilita su tutto il territorio russo. Poi, dal punto di vista temporale, egli avrebbe dovuto trovare nella Chiesa alcuni teologi, molto avveduti e di grande caratura intellettuale, invitandoli a studiare e risolvere un punto fondamentale: qual è la vera anima russa?

    Parlo dell’anima russa di prima di Pietro il Grande, che terminò col Medioevo. Molto della vera anima russa continuò a vivere anche dopo Pietro il Grande, come un fiume sotterraneo e possente, perché la Russia non era Pietro. Pietro introdusse una nuova civiltà che galleggiava sulla vera anima russa un po’ come la panna sul latte. Si tratterrebbe, dunque, di individuare questa anima, seguendo le sue variazioni fino ai giorni nostri.

    In secondo luogo, tenendo tale anima in vista, sarebbe necessario sviluppare una confutazione in regola della Rivoluzione, come essa è stata introdotta in Russia con l’influenza della cultura occidentale. In terzo luogo, sarebbe necessario studiare non solo gli aspetti rivoluzionari dell’influenza occidentale, ma la cultura occidentale in sé, in quanto diversa da quella russa. Non c’è nessun motivo per occidentalizzare la Russia.

    A partire da questi presupposti, si dovrebbe lanciare una crociata per ripristinare la vera anima russa, affermando con vigore: la Russia è così! Uno Zar che avesse fatto ciò sarebbe stato in grado di salvare l’Impero.

    Purtroppo, successe esattamente il contrario. Mentre la nobiltà assumeva dall’Europa lo spirito liberale, laico e moderno, sorgeva un’intellighenzia liberale e massonica. Entrambi inocularono in Russia il cancro della modernità. In quel frangente, un vero russo sarebbe dovuto insorgere in favore della Russia tradizionale, cercando di ripristinarla prima che venisse spazzata via.

    La vera anima russa stava più nel popolo che nelle élite, era presente nel cerimoniale di Corte, ma non negli uomini della Corte.

    Pietro il Grande fu un po’ il Luigi XIV, un po’ il Napoleone e un po’ il Lenin della nuova Russia. Non sorprendono, dunque, gli elogi rivoltigli dagli ambienti massonici.

    Mosca sarebbe per l’Oriente ciò che Parigi è per l’Occidente? Evidentemente sì, ma con un elemento in più: Mosca ha un lato religioso e metafisico che manca a Parigi, almeno alla Parigi post-medievale. Perché io ritengo la Parigi moderna l’esatto opposto di quella medievale.

    (Brani di una conversazione informale del prof. Plinio Corrêa de Oliveira, probabilmente a metà degli anni Settanta. Senza revisione dell’Autore)

     

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte.

  • I russi sono sintonizzati con il messaggio di Fatima?

     

     

    di John Horvat  

    La guerra in Ucraina ha catapultato il Messaggio di Fatima al centro delle discussioni.

    I misteriosi riferimenti della Madre di Dio del 1917 alla Russia e ai suoi errori fanno da sfondo al bilancio di morte e distruzione in Ucraina: "Se si ascolteranno le mie richieste, la Russia si convertirà e si avrà pace; diversamente, diffonderà i suoi errori nel mondo, promuovendo guerre e persecuzioni alla Chiesa; i buoni saranno martirizzati, il Santo Padre dovrà soffrire molto, diverse nazioni saranno annientate".

    La Madonna ha anche parlato della conversione finale della Russia dopo la consacrazione della nazione al suo Cuore Immacolato. Molti hanno giustamente affermato che gli errori della Russia erano quelli del comunismo. La Russia li ha effettivamente diffusi in tutto il mondo dal 1917 in poi.

    Una conversione controversa

    A partire dal crollo dell'Unione Sovietica del 1991, tuttavia, tra i cattolici occidentali cominciò a circolare un'opinione errata, secondo cui questa era la conversione della Russia prevista dalla Madonna. La narrazione della conversione si è rafforzata sotto Vladimir Putin.

    La narrativa della conversione si riferisce alla caduta del comunismo e ai successivi tentativi di ristabilire una parvenza di ordine nella terra devastata da sette decenni di dominio ateo. Alcuni vedono nell'aumento post guerra fredda della professione religiosa (anche se non della pratica) una sorta di conversione in corso.

    Alcuni cattolici sono fin troppo pronti a inserire questi sviluppi nel messaggio di Fatima. Non importa quanto piccolo un gesto sia, essi lo interpretano immediatamente come parte di un processo di conversione.  Inoltre, sono ben soddisfatti di vedere l’Ortodossia russa, non la Chiesa Cattolica, come lo strumento di Dio in questa conversione. Come se questo non facesse nessuna differenza.

    Tutti questi punti sono oggetto di discussione tra coloro che in Occidente sostengono quella che si potrebbe chiamare la narrativa della conversione della Russia alla luce di Fatima. La discussione spesso include una contro-narrazione, che afferma che anche le nazioni occidentali decadenti e moralmente corrotte hanno bisogno di convertirsi, forse più della Russia.

    La narrativa si estende ancora

    Il problema con la narrativa della conversione della Russia è che deve avere luogo all'interno del Messaggio di Fatima. Gli eventi devono corrispondere alla realtà se si vuole credere alla detta narrativa. Non c'è spazio per variabili utilizzando fatti distorti.

    Qualsiasi situazione può essere adattata a una narrativa, purché assomigli alla trama generale. Tuttavia, una narrativa può essere allungata solo fino a un certo punto. Quando gli elementi chiave non si adattano più, l'intera struttura cade. Questo è il caso della narrativa della conversione della Russia. Allunga troppo le cose e i fatti non corrispondono più al copione.

    Questa Russia in via di conversione sembra in realtà incline alla decadenza come altri paesi europei. Un'indagine sulle nazioni dell'Europa orientale, per esempio, mostra che i cattolici sono molto più propensi degli ortodossi russi a partecipare alle funzioni settimanali (42% in Polonia contro il 7% della Russia), a digiunare durante i tempi sacri (72% in Croazia contro il 27% in Russia) o a impegnarsi nella preghiera quotidiana (44% in Croazia contro il 18% in Russia). I dati delle Nazioni Unite rivelano che la Russia ha il più alto tasso di aborto pro capite del mondo, quasi il triplo di quello americano. La Russia continua ad avere uno dei più alti livelli di consumo di alcol nel mondo. Anche altri indicatori sociali come i tassi di suicidio e i livelli di prostituzione sono estremamente alti.

    Una conversione indesiderata

    Tuttavia, il fatto che funziona maggiormente contro la narrativa della conversione è che la maggior parte dei russi si identifica con la Chiesa Ortodossa russa, non con la Chiesa Cattolica romana. Perciò rifiutano la narrativa di Fatima essendo questa cattolica. La storia della conversione russa inciampa sul fatto che i russi non vogliono essere convertiti da Fatima.

    Questo non significa che i russi non abbiano desiderato essere liberi dal giogo sovietico. Significa solo che i russi non vedono questa liberazione venire dalla Madonna di Fatima. Purtroppo, essi non inquadrano i cambiamenti che avvengono in Russia come parte di un trionfo universale del Cuore Immacolato di Maria.

    La narrativa della conversione della Russia incontra ulteriori difficoltà. I gerarchi ortodossi russi tendono a vedere le apparizioni di Fatima come una montatura cattolica finalizzata a invadere quello che essi sostengono essere esclusivamente “territorio canonico” ortodosso e area di influenza. Visto alla luce del Grande Scisma del 1054, quando la Chiesa orientale lasciò Roma, il messaggio di Fatima viene rifiutato. Gli ortodossi hanno a lungo perseguitato i cattolici in Russia e inibito la pratica della vera Fede.

    Invece di abbracciare il Messaggio di Fatima come un aiuto mandato dal cielo per incoraggiare i russi in questo momento di grande bisogno spirituale, la Chiesa Ortodossa russa lo guarda con risentimento. Essa sostiene che la Russia non ha bisogno di conversione, poiché è cristiana da più di mille anni. Non c'è bisogno di consacrazione perché il popolo russo ha già riconosciuto la Madonna come la Madre di Dio, la Theotokos.

    Insomma, la Chiesa Ortodossa russa si auto-esclude dal Messaggio di Fatima perché i suoi gerarchi non credono che venga dal cielo.

    Così viene rifiutato il più grande sostegno

    C'è quindi un grande e ombroso silenzio su Fatima nelle vaste distese della Russia. La Chiesa russa e i funzionari civili non fanno appello a questo potentissimo alleato soprannaturale che ha promesso loro la liberazione dai mali moderni. Di conseguenza, la Russia non si è convertita e langue nella corruzione morale e nel peccato che dominano il mondo.

    Nemmeno l'Occidente si è convertito, certo. Non ha nemmeno ascoltato il Messaggio di Fatima quando poteva trarne così tanto vantaggio. Se il Messaggio di Fatima non fosse stato respinto, l'appello universale della Madonna alla preghiera, alla penitenza e all'emendamento della vita avrebbe prodotto meraviglie tali che avrebbero trasformato il mondo.

    Una narrazione che non è finita

    Il Messaggio di Fatima è ancora attuale. Tuttavia, perché abbia senso, si deve assumere una posizione veramente equilibrata, ammettendo che sia l'Oriente che l'Occidente non hanno ascoltato il Messaggio di Fatima. Il mondo intero ha bisogno di conversione perché l'errore domina ancora ovunque. Sia l'Oriente che l'Occidente hanno adottato una posizione altra rispetto a quella richiesta dalla Madre di Dio a Fatima e, dunque, abbracciano un mondo peccaminoso e moderno. Poiché il Messaggio della Madonna non è stato ascoltato, sia l'Oriente che l'Occidente sono diretti verso un castigo senza precedenti nella storia del mondo.

    Non è il momento di puntare il dito l'uno contro l'altro, ma di battersi il petto in segno di pentimento. Ora più che mai il mondo ha bisogno di Fatima. Ha bisogno di pentimento. La sua unica speranza di sopravvivenza è la Madonna.

     

    Fonte: Tfp.org, 3 Marzo 2022. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte.  

  •  Importanza del fattore greco-cattolico nell’analisi del conflitto russo-ucraino

     

     

    La cattedrale di San Giorgio a Leopoli

     

    di Redazione

    Molti fedeli, anche lucidi e ben orientati riguardo alla crisi scatenata dal progressismo neo-modernista nella Chiesa Cattolica, tendono a dimenticare la presenza di un fattore di grande importanza nell’altra grande crisi a cui stiamo assistendo in questi giorni, quella del conflitto russo-ucraino. Si tratta dei nostri confratelli cattolici che hanno pagato a caro prezzo, con il proprio sangue e una immane sofferenza, la loro fedeltà alla sede di Roma e il loro rifiuto a rientrare nei ranghi di una chiesa asservita alla Stato. Essi sono stati un modello di amore alla autentica libertà della Chiesa e dovrebbero costituire per noi un faro per orientarci oggi, quando non di rado vediamo claudicare quel senso della libertà della Chiesa davanti ai poteri forti di questo mondo, sia in Occidente che in Oriente.

    In questo senso, la Chiesa greco-cattolica ucraina (ma anche le chiese rutene e latine) è stata veramente un paradigma in tempi ancora recenti e non possiamo dimenticarlo. Giovanni Paolo II lo ricordò nella cerimonia di beatificazione dei 25 martiri greco-cattolici ucraini il 27 giugno 2001: «“Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici" (Gv 15,13). Questa solenne affermazione di Cristo risuona fra noi, oggi, con particolare eloquenza, mentre proclamiamo Beati alcuni figli di questa gloriosa Chiesa di Leopoli degli Ucraini. La maggior parte di essi fu uccisa in odio alla fede cristiana. Alcuni subirono il martirio in tempi a noi vicini e, tra i presenti alla Divina Liturgia odierna, non pochi sono coloro che li conobbero personalmente. Questa terra di Halytchyna, che lungo la storia ha visto lo sviluppo della Chiesa ucraina greco-cattolica, è stata coperta, come diceva l'indimenticabile Metropolita Yosyf Slipyi, "da montagne di cadaveri e fiumi di sangue"».

    Lo stato russo, sia nell’epoca zarista che in quella sovietica, ha sovente perseguitato questa Chiesa cattolica unita a Roma, quando non l’ha cancellata formalmente, cercando d’integrarla a forza al Patriarcato ortodosso di Mosca, conosciuto anche come Chiesa Ortodossa Russa. Questa, da parte sua, rivendica come proprio “territorio canonico” tutto lo spazio ucraino e di altre nazioni vicine. Alcuni teologi cattolici ritengono questa tesi per niente ortodossa e sbagliata in radice, giacché il mandato di evangelizzare tutti i popoli fatto da Nostro Signore ai suoi discepoli è universale e non si può delimitare geograficamente né identificare con realtà politiche temporali.

    La Chiesa greco-cattolica emerge ufficialmente nel 1596, quando una parte dell’Ucraina attuale apparteneva al commonwealth lituano-polacco, ma diversi storici greco-cattolici hanno dimostrato che la loro chiesa non interruppe mai in tempi precedenti i rapporti con i vescovi di Roma.

    Nel 1945, il segretario generale del Partito Comunista dell’Ucraina, Nikita Krusciov (in seguito, capo di tutta l’Unione Sovietica), determinò l’arresto del clero greco-cattolico, con la falsa accusa di collaborazionismo con il nazismo. Nel 1946, il governo staliniano, dopo infinite angherie e persecuzioni, dichiarò la Chiesa greco-cattolica fuori legge (situazione in cui rimase fino al 1989), avvalendosi di una strategia diabolica. Una minoranza dei preti greco-cattolici non resistette alla persecuzione e alle offerte materiali bolsceviche, indicendo un falso Sinodo a Leopoli che decretò il passaggio di tutti i fedeli e persino di tutti gli immobili di questa Chiesa al Patriarcato di Mosca, cosa che il potere sovietico non tardò a mettere in atto in modo brutale. Molti furono gli ecclesiastici e i fedeli che resistettero e furono uccisi dalla repressione statale sovietica; altri finirono deportati nei campi di lavori forzati in Siberia come il metropolita Slipyi.

    L’accusa ricorrente rivolta dal potere comunista ai greco-cattolici dell’epoca era quella di far parte di una chiesa filonazista (nonostante le forti denunce contro il regime hitleriano, soprattutto da parte di due degli esponenti principali della Chiesa Greco-Cattolica nel secolo XX, il metropolita Andrej Sheptytsk e suo fratello l’archimandrita e martire del comunismo, il beato Klementij Sheptytsk) o almeno di guardare troppo all’Occidente, specialmente all’epoca della monarchia asburgica, che di fatto li aveva protetti contro l’avidità cesaropapista di Mosca (va ricordato che la Galizia, ovvero la provincia occidentale dell’Ucraina, faceva parte dell’Impero Austro-Ungarico).

    In realtà, il Patriarcato di Mosca ha sempre temuto la capacità di evangelizzazione dei popoli slavi da parte di una Chiesa che, pur unita a Roma, usa la liturgia bizantina che, così amata da quelle genti, esprime ovviamente l’universalità e la ricchezza della Chiesa fondata da Nostro Signore. Il metropolita Hilarion, l’attuale incaricato degli affari esteri del Patriarcato, nel 2016 protestava contro "le azioni dei greco-cattolici in Ucraina e il proselitismo dei missionari cattolici sul territorio canonico del Patriarcato di Mosca", aggiungendo poi che “la questione degli uniati (termine spregiativo, usato per indicare questi cattolici di rito ortodosso (sic)ma in comunione col Papa) rimane una "ferita sanguinosa, che ostacola la piena normalizzazione tra le due Chiese" (cattolica e ortodossa di ubbidienza moscovita, ndr)1.

    Infatti, questa Chiesa greco-cattolica era già stata liquidata dallo zar Nicola I nel 1827. In genere, a causa anche della liturgia bizantina, l’impero zarista non fu tollerante verso i greco-cattolici contrariamente, almeno in certi frangenti temporali, per esempio sotto Caterina la Grande, a quanto fatto con i fedeli cattolici di rito latino. Anche se nel periodo sovietico entrambi i riti cattolici furono brutalmente perseguitati come dimostra il libro Il Martirio della Chiesa Cattolica in Ucrainadel sacerdote Paul Vyshkovskyy, OMI (Edizioni Luci sull’Est, 2006).

    La minaccia cesaropapista si è manifestata ancora una volta con forza lo scorso 21 febbraio quando Vladimir Putin ha dichiarato, a ulteriore sostegno del suo diritto all’intervento in Ucraina e senza dare prove concrete, che il governo ucraino attuale lavora per la “distruzione” del patriarcato di Mosca in Ucraina2. Probabilmente si riferiva soprattutto a quei cristiani ortodossi che stanno con quella parte della Chiesa ortodossa ucraina riconosciuta dal patriarca di Costantinopoli: come non potrebbe tornare alla mente dei greco-cattolici e dei latino-cattolici quella simbiosi stato-chiesa che tanto male ha loro arrecato? La supremazia dello stato sulla religione ha dominato la mentalità del mondo scismatico per molti secoli. Di questa mentalità, la realtà moscovita è stata nei secoli una forte espressione. L’avvocato Antonello de Oto, docente di Diritto Ecclesiastico dell’Università di Bologna, afferma che per Putin “lo ‘scalpo’ ucraino non rappresenta solo una vittoria militare e politica ma anche la definitiva sistemazione di un problema religioso e identitario”3.

    Da parte sua, il ben informato blog The Pillar ha riportato la pronta adesione del Patriarca di Mosca alle parole del presidente russo, una sorta di “giustificazione teologica dell’invasione”. Il patriarca ha infatti riaffermato la tesi di un territorio canonico che comprende “tutte le Russie, Ucraina inclusa”, lasciando chiaro che la sua solidarietà con i cristiani dell’Ucraina “significa l’accettazione dell’autorità di Mosca sulla Chiesa ucraina”. Il 27 febbraio, due giorni dopo lo scoppio della guerra, il Patriarca Kirill ha dichiarato: "Che il Signore protegga la terra russa! Quando dico ‘russo’, uso un'antica espressione del ‘Racconto degli anni passati’- ‘Da dove viene la terra russa?’, la terra che ora comprende la Russia, e l'Ucraina, e la Bielorussia, e altre tribù e popoli. Che il Signore allora preservi la terra russa dai nemici esterni, dalle discordie interne, affinché l'unità della nostra Chiesa sia rafforzata”4.

    Se infatti anche una parte considerevole della maggioranza ortodossa in Ucraina, guarda con grande timore la simbiosi del Cremlino con il Patriarcato moscovita, come possiamo ignorare noi cattolici l’angoscia che pervade in queste ore i nostri confratelli greco-cattolici di rito bizantino, memori di un così recente martirio?

    E questa angoscia non riecheggia forse quel 92.5% di ucraini che votarono per l’indipendenza del loro Paese dalla Russia nel 1991, anch’essi memori della tragica esperienza dei decenni sovietici?  

     

    Attribuzione foto: di Mykola Swarnyk - Opera propria, CC BY-SA 3.0,Wikimedia.

     

    Note

    1. https://www.agi.it/estero/patriarcato_mosca_chiesa_uniate_ferita_che_sanguina-492984/news/2016-02-05/
    2. Peter Smith, How is Russia-Ukraine war linked to Religion? AP, 27 febbraio 2022.
    3. Antonello de Oto, “Il fattore religioso nella lotta russo-ucraina”, Formiche, 28 febbraio 2022.
    4. https://www.pillarcatholic.com/p/moscow-patriarch-prays-for-unity?s=rhttps://www.pillarcatholic.com/p/moscow-patriarch-prays-for-unity?s=rhttps://www.pillarcatholic.com/p/moscow-patriarch-prays-for-unity?s=r

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte. 

  • Intervista a Juan Miguel Montes sulla situazione Russia-Ucraina e l’azione delle TFP in favore della Lituania

    Il sito portoghese Dies Iræ ha pubblicato un'intervista esclusiva a Juan Miguel Montes, direttore dell'ufficio di Roma delle TFP - Tradizione, Famiglia e Proprietà. Ne proponiamo la nostra traduzione all’italiano. Nell'intervista, Montes parla della sua partecipazione attiva alla campagna che la TFP organizzò per l'indipendenza della Lituania e fa considerazioni rilevanti sul conflitto armato tra la Federazione Russa e l'Ucraina.

     

     

    A cura di Dies Iræ

    1. Più di tre decenni fa, concretamente il 9 novembre 1989, cadeva il muro di Berlino, fatto che segnò decisamente la fine dell'"Impero sovietico". Un contributo importante al crollo del comunismo fu la dichiarazione d'indipendenza della Lituania l'11 marzo 1990. Fu in quel contesto che il professor Plinio Corrêa de Oliveira, fondatore della Società Brasiliana per la Difesa della Tradizione, della Famiglia e della Proprietà, promosse una grande raccolta di firme a sostegno della legittima rivendicazione lituana, che si diffuse nei cinque continenti, raggiungendo in poco più di tre mesi il numero record di 5.200.000 firme, facendone la più grande sottoscrizione di sempre. Lei partecipò a questa campagna e fece parte della delegazione che consegnò le firme in Russia e Lituania, Che ricordo ha di questa azione notevole?

    Il prof. Plinio Corrêa de Oliveira ricordava quella campagna come uno dei momenti più gloriosi della lotta delle TFP contro il comunismo. La Lituania, che è un paese baltico e non slavo, con una lunga storia anteriore alla dominazione russa, fu cancellata come nazione indipendente dal patto nazi-comunista del 1940 (patto Ribbentrop-Molotov). Nel marzo 1990, il paese baltico si alzò in piedi contro il moloch sovietico in un gesto di eroismo che commosse profondamente il mondo. Le TFP indissero una campagna internazionale di raccolta firme a sostegno di quella dichiarazione d’indipendenza, facendo una epica campagna per le strade delle Americhe e dell’Europa. Come lei ricorda, furono raccolte oltre 5 milioni di firme e all’epoca il Guiness Book of Records registrò trattarsi della più grande raccolta di sottoscrizioni mai avvenuta. Posteriormente il Parlamento della Lituania indipendente, in una seduta ufficiale, avrebbe reso omaggio ufficialmente alle Associazioni Tradizione Famiglia Proprietà per il loro apporto all’indipendenza nazionale. Questa iniziativa fu all’inizio di quel processo di smantellamento dell’Impero sovietico che Vladimir Putin ha definito “la più grande tragedia geopolitica del secolo XX”.

    1. Della sua visita a Vilnius, dove poté avere un contatto molto stretto con la realtà politica, sociale ed ecclesiastica, cosa le è rimasto in mente fino ad oggi?

    In realtà, la delegazione delle TFP, di cui feci parte insieme a una decina di altre persone, si recò prima a Mosca, poi a Vilnius e di seguito nuovamente a Mosca, in un memorabile viaggio che aveva come scopo quello di consegnare le firme al presidente lituano Landsbergis, ed una loro copia all’ufficio del segretario generale del PCUS Gorbaciov al Cremlino e anche all’arcivescovo primate lituano, il cardinale Sladkevičius. Tutto questo fu fatto.

    Il presidente lituano ci ricevette con grande cordialità, colpendoci per la determinazione eroica con cui voleva portare avanti il processo di indipendenza da Mosca anche se, come ci diceva chiaramente, non escludeva di finire in Siberia, o addirittura peggio. Infatti, un mese dopo la visita della nostra delegazione nel dicembre 1990, come purtroppo pochi ricordano, l’Armata Rossa entrò a Vilnius e represse brutalmente gli indipendentisti che stavano manifestando davanti alla televisione nazionale, schiacciandoli con i carri armati e prendendo a cannonate i civili. Ma erano gli ultimi colpi di coda del drago rosso. Poi, come oggi sappiamo, l’indipendenza si consolidò non solo in Lituania ma anche negli altri Paesi baltici.

    Comunque, il mio ricordo più profondo è la reazione del numeroso pubblico incontrato in chiese, teatri, camminando per le strade, visitando famiglie, che ci implorava di non tornare in Europa senza prima impegnarci seriamente a continuare la lotta per la loro libertà in ogni angolo del mondo. “Non abbandonateci più!” era la frase che più sentivamo in questi numerosi incontri sostenuti nell’arco dei nostri giorni di permanenza in Lituania. Solo sul posto potei misurare tutta la profondità della loro sofferenza e la ferma risoluzione a voler separare le loro strade definitivamente dal mondo sovietico, non per risentimento contro il popolo russo, che non avevano, ma contro il carattere tirannico della dirigenza del Cremlino, emersa non solo nella tenebrosa fase comunista ma anche in altri momenti della loro storia. Purtroppo, nella voragine di avvenimenti in cui siamo ogni giorno inghiottiti, molti hanno dimenticato questa realtà di sofferenza e di martirio.

    1. Le visite annuali della delegazione della TFP in Lituania hanno ancora luogo?

    Sì, anche durante la pandemia da Covid, le TFP europee e americane hanno inviato regolarmente una delegazione di membri al pellegrinaggio annuale che si svolge nella prima metà di settembre al santuario della Madonna di Ŝiluva, costruito nel luogo dove ci fu una apparizione mariana fortemente identificata con la storia nazionale della Lituania, chiamata anche Terra Mariana. Esiste anche un bureau di rappresentanza delle TFP che viene gestito dai nostri amici di Francoforte.

    1. Il 24 febbraio scorso, la Federazione Russa, guidata da Vladimir Putin, un ex membro del defunto regime sovietico, ha spudoratamente attaccato e invaso l'Ucraina. Quali similitudini trova tra l'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche del XX secolo e la Russia del XXI secolo?

    Bisognerebbe capire che, nonostante la Russia abbia abbandonato aspetti del regime socialista a economia pianificata (non per sostituirlo con una economia autenticamente libera e organica, bensì con una “cleptocrazia” a beneficio di vecchi esponenti del regime comunista), la dirigenza russa non ha rinunciato affatto ai metodi brutali della vecchia Armata Rossa, inviata a occupare territori stranieri e a sopprimere ogni moto di indipendenza dei popoli, come già aveva fatto durante i terribili decenni sovietici in Ungheria, in Cecoslovacchia e come stava sul punto di rifare anche in Polonia quando sopravvenne il collasso dell’URSS. E come fece anche, è stato già detto, in Lituania agli inizi del 1991. Il costrutto “morale” per giustificare tali azioni è di impronta autenticamente marxista e amorale, dove vale il principio di Lenin “buono è ciò che serve la causa, cattivo ciò che la osteggia”. E, pertanto, vale la guerra, l’aggressione fisica ai popoli, la carestia provocata per piegarli, l’avvelenamento degli avversari, la bugia, l’inganno, il diniego della parola data e firmata, etc. Tutto ciò rivela che la mentalità rivoluzionaria è ancora pienamente vigente nella dirigenza moscovita.

    1. Nella destra politica, si veda il caso dell’italiano Matteo Salvini e della francese Marine Le Pen, alcuni vedono Putin come un salvatore della nostra civiltà decrepita. Lo stesso è purtroppo vero anche a livello ecclesiastico. Cosa pensa di questo atteggiamento da parte di coloro che si troveranno dalla parte sbagliata della storia?

    Esiste una generazione di persone che si diceva scioccata dai crimini del comunismo nel non lontano 1990 e che oggi, appena 30 anni dopo, sembra avere dimenticato tutto: guerre, invasioni, sofferenza brutale inflitta a popolazioni inermi, carestie provocate, ecc. In genere giustificano l’ingiustificabile adducendo argomenti ben poco ragionevoli, per esempio che basta spiegare l’aggressione russa in Ucraina come risposta all’innegabile corruzione morale dell’Occidente, dove sono, senz’altro, approvate e attuate norme che contraddicono i più basilari principi cristiani e naturali. Ma queste persone che ragionano così approverebbero guerre di invasione e morte contro i propri Paesi, dove questi costumi e legislazioni già si sono imposti da parecchio o si stanno ancora imponendo? Farebbero soffrire i propri cari a causa dell’orientamento ideologico o morale dei loro censurabili dirigenti politici o religiosi? E poi, conoscono qualcosa sulla realtà russa in materia di ateismo, aborto, alcolismo, calo demografico, ecc.? Cioè, hanno una conoscenza che non si limiti a qualche frase ad effetto pronunciata dal Patriarca Kirill? Tra l’altro, conoscono la storia di collaborazione di quest’ultimo con il regime sovietico ai tempi della Guerra Fredda?

    Un’ultima considerazione. Nel 1991, oltre il 92,5% degli elettori ucraini votò per l’indipendenza completa da Mosca, memori di uno degli olocausti più orripilanti del XX secolo, l’Holodomor, cioè la carestia del 1931-32 provocata dalla requisizione di alimenti ordinata dal Cremlino di Stalin, che provocò diversi milioni di morti per fame. Dopo una tale esperienza, chi avrebbe potuto negare il diritto degli ucraini a separare le proprie strade dal potere moscovita? E infatti, all’epoca tutti si dicevano d’accordo nel riconoscerlo. Persino la Russia stessa riconobbe questo diritto nel 1994. O tempora, o mores!

    1. Tornando alla grande azione delle TFP a favore della Lituania, pensa che una nuova campagna sarebbe giustificata, questa volta per la salvaguardia del diritto all'indipendenza dell'Ucraina?

    L’Istituto Plinio Corrêa de Oliveira e le diverse TFP ed entità affini nel mondo hanno indetto una sottoscrizione indirizzata a Papa Francesco perché finalmente si compia la richiesta della Madonna a Fatima di consacrare la Russia al Cuore Immacolato di Maria nei termini precisi indicati dalla Madre di Dio nel 1917 e poi nel 1929. La Madonna aveva previsto che se non vi fosse stata tale consacrazione del Papa in unione con tutti i vescovi del mondo, la Russia avrebbe sparso i suoi errori, portando gravi persecuzioni alla Chiesa. Ma se la consacrazione fosse stata fatta, sarebbe stato garantito un periodo di pace al mondo. Esaudire questa richiesta dovrebbe essere una priorità per le anime veramente cattoliche e desiderose di quella vera pace che è “tranquillità nell’ordine” e non la falsa alternativa fra due disordini, quello della auto-cancellazione dell’Occidente e quello delle tirannie crudeli. Le parole di Maria Santissima sulla Russia non sono offensive per il popolo russo, come alcuni cattolici sembrano credere. Anzi, a ben vedere, rivelano un grande amore e predilezione per un popolo che ha visto fiorire in passato la devozione mariana. E il frutto del compimento di questa richiesta si ripercuoterebbe naturalmente nella garanzia di indipendenza dell’Ucraina, terra di eroici martiri. Se i lettori di Dies Irae vogliono firmare questa sottoscrizione possono farlo qui.

     

    Fonte: Dies Irae, 14 Marzo 2022. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte.

  • La conversione della Russia

     

     

    di Julio Loredo

    Gli anglosassoni lo chiamano “to frame the issue”, cioè dettare i termini del dibattito. Chi detta i termini di un dibattito, controllando quindi il campo di battaglia, sostanzialmente ha già vinto.

    Dillinger o Al Capone?

    Da secoli, ormai, la Rivoluzione[1] ha affinato questo stratagemma che mira non solo a presentare i propri argomenti in termini seducenti, ma – ed ecco il suo aspetto più insidioso – anche a costringere gli avversari a muoversi in un contesto ideologico e strategico fondamentalmente contraffatto. Il capolavoro di questa vera guerra psicologica rivoluzionaria consiste nel favorire, a volte perfino a fabbricare, delle false opzioni che, mentre raccolgono le reazioni contro la Rivoluzione le sviano e le svuotano. L’opinione pubblica è in questo modo costretta a scegliere fra alternative fondamentalmente viziate, dove non c’è spazio per una vera Contro-Rivoluzione.

    Tale situazione si presentò, per esempio, ai contro-rivoluzionari francesi a cavallo fra Ottocento e Novecento, costretti a scegliere fra Le Sillon (cattolico ma democratico) e l’Action Française (monarchica ma positivista). Si ripresentò agli italiani negli anni Venti, costretti a scegliere fra il Partito Popolare di Don Sturzo (cattolico) e il Partito Nazionale Fascista di Mussolini (anticomunista). E ancora ai tedeschi negli anni Trenta, costretti a scegliere fra Adolf Hitler, che si proponeva come restauratore della Civiltà cristiana e della grandezza tedesca, e la società liberale borghese che affondava nella decadenza e nel nihilismo.

    Plinio Corrêa de Oliveira denunciò questa tattica. Commentando nel 1945 un discorso di Hitler in cui il dittatore invitava il popolo tedesco ad aiutarlo nella lotta contro il bolscevismo, il pensatore brasiliano glossava: “Mi fa pensare a un’ipotetica lotta fra i due maggiori gangster di Chicago. È come se Dillinger, nemico pubblico numero 1, si appellasse ai cittadini per aiutarlo a lottare contro il nemico pubblico numero 2, Al Capone”[2]. E presentava l’unica posizione ragionevole: “I cattolici devono essere anticomunisti, antinazisti, antiliberali, antisocialisti, antimassoni… appunto perché cattolici”[3].

    Liberalismo e Occidente

    Una delle manovre meglio riuscite della guerra psicologica rivoluzionaria è stata quella di aver portato una certa destra su posizioni anti-occidentali, fino a farle proclamare che l’Occidente sarebbe il vero nemico da abbattere. Che la sinistra odi l’Occidente e voglia la sua distruzione, si capisce. È nella sua indole rivoluzionaria e anticristiana. Che una certa destra converga con essa si capisce molto meno. Da dove viene questa posizione?

    In due parole: dicono che la radice del male risiede nel liberalismo che porta alla negazione di ogni principio morale e, quindi, alla decomposizione della società. Nei giorni nostri, questo liberalismo si manifesta soprattutto nella rivoluzione culturale e morale che ormai da decenni devasta i paesi occidentali. Aggiungono che, pur con alcuni errori, in primis l’ateismo, il mondo a lungo dominato dal comunismo (Russia, Cina, Corea del Nord, Cuba e altri) è riuscito a preservarsi dalla peste del liberalismo. La Russia di Putin sarebbe, quindi, per qualcuno, paradossalmente un modello da seguire nella lotta contro i mali dei nostri tempi. Questa posizione si traduce poi non di rado in un radicale anti-americanismo, peraltro non nuovo nel panorama internazionale, e in un non meno radicale anti-capitalismo, nemmeno esso nuovo[4]. Infatti, entrambi facevano parte dell’arsenale psicologico dell’Unione Sovietica. Questo anti-americanismo si traduce poi in un anti-europeismo e, più ampliamente, in un anti-occidentalismo[5]

    È proprio delle reazioni contraffatte dalla propaganda psicologica rivoluzionaria l’avere un nucleo di verità, altrimenti non avrebbero nessuna presa sul pubblico che esse intendono attirare. In questo caso, il nucleo è il rigetto del liberalismo, effettivamente definito dal Magistero della Chiesa la sorgente di tutti i vizi morali e intellettuali, il pozzo avvelenato da dove provengono anche tutti gli errori in campo politico ed economico[6]. Per arrivare da questo nucleo fino a posizioni anti-occidentali, però, si devono stravolgere non pochi passaggi.

    Stando alla visione storica insegnata dal Magistero della Chiesa, e descritta dal prof. Plinio Corrêa de Oliveira in Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, il mondo oggi è vittima di un processo di decadenza – la Rivoluzione – che dalla caduta del Medioevo sta corrodendo la Civiltà cristiana fino alle fondamenta. Questo processo si è sviluppato per tappe che hanno portato quelle precedenti a un’auge. La Rivoluzione marcia di eccesso in eccesso:  (…) ogni tappa della Rivoluzione, se paragonata a quella precedente, ne è soltanto il compimento o l’esasperazione fino alle estreme conseguenze. L’umanesimo naturalista e il protestantesimo si sono compiuti e sono giunti alle loro estreme conseguenze nella Rivoluzione francese, e questa, a sua volta, si è compiuta ed è giunta alle sue estreme conseguenze nel grande processo rivoluzionario di bolscevizzazione nel mondo contemporaneo”[7].

    L’umanesimo ha generato il protestantesimo, questi il liberalismo, e quest’ultimo il comunismo. A sua volta, già dagli anni ’20 del XX secolo, il comunismo cominciò a tracciare la tappa successiva, poi chiamata genericamente rivoluzione culturale. Basti ricordare che l’idea di una “rivoluzione sessuale” come strumento per instaurare il socialismo fu lanciata dal freudo-marxista Wilhem Reich nel 1936[8]. Dobbiamo pure ad Antonio Gramsci la stessa idea di una rivoluzione culturale come vettore per impiantare il comunismo in Occidente[9].

    Tanto quanto un contro-rivoluzionario deve lottare contro il liberalismo, egli deve lottare con forza e attenzione raddoppiate contro i suoi epigoni radicalizzati, il comunismo e la rivoluzione culturale.

    L’Occidente cristiano

    Anche se è universale, la Rivoluzione si è sviluppata soprattutto in Occidente.  “Questa crisi tocca principalmente l’uomo occidentale e cristiano, cioè l’europeo e i suoi discendenti, l’americano e l’australiano – scrive Plinio Corrêa de Oliveira – Essa colpisce anche gli altri popoli, nella misura in cui il mondo occidentale si estende a essi e in essi ha affondato le sue radici”[10].

    Sbaglia, però, chi identifica l’Occidente con la Rivoluzione. Anzi. Lungi dall’essere un suo naturale sviluppo, questa costituisce un’escrescenza patologica, un cancro non solo diverso dal corpo ma in una lotta mortale contro di esso. Avversare l’Occidente per contrariare la Rivoluzione è come voler uccidere il paziente per liberarlo dal tumore.

    L’Occidente è ciò che resta di quella “dolce primavera della Fede” di cui parla Montalembert nel suo celebre Les moines d’Occident. De Saint Benoit jusqu’à Saint Bernard, che lo descrive come figlio del monachesimo cristiano. L’Occidente è il frutto più compiuto della civiltà cristiana, tanto che si parla normalmente di “civiltà occidentale e cristiana”. L’Occidente è il figlio primogenito della Chiesa, oggi sempre più sfigurato dalla Rivoluzione, ma pur sempre primogenito. L’Occidente è il risultato eminente dell’opera civilizzatrice della Chiesa. Le fondamenta che, ancor oggi, sostengono l’immenso peso di un mondo che va in frantumi, sono opera della Chiesa. Niente è davvero utile se non è stabile. Ciò che resta oggi di stabile e di utile — di civiltà, insomma — è stato edificato dalla Chiesa. Al contrario, i germi che minacciano la nostra esistenza sono nati precisamente dall’inosservanza delle leggi della Chiesa.

    Un europeo che rinnega l’Occidente è come un figlio che ripudia la propria madre. È una situazione patologica, come ebbe a denunciare l’allora cardinale Joseph Ratzinger nella lectio magistralis nella Sala Capitolare del Senato, nel 2004: “C’è qui un odio di sé dell’Occidente che è strano e che si può considerare solo come qualcosa di patologico; l’Occidente non ama più sé stesso; della sua storia vede oramai soltanto ciò che è deprecabile e distruttivo, mentre non è più in grado di percepire ciò che è grande e puro. L’Europa ha bisogno di una nuova – certamente critica e umile – accettazione di sé stessa, se vuole davvero sopravvivere”[11].

    Adesso siamo in una situazione ibrida, in cui quelli che potremmo quasi chiamare resti mortali della civiltà occidentale e cristiana coesistono con numerose istituzioni e costumi rivoluzionari. Di fronte a questa lotta tra una splendida tradizione cristiana in cui ancora palpita la vita, e un’azione rivoluzionaria, è naturale che il vero contro-rivoluzionario sia il difensore nato del tesoro delle buone tradizioni, perché esse sono i valori del passato cristiano ancora esistenti precisamente da salvare. In questo senso, il contro-rivoluzionario agisce come Nostro Signore, che non è venuto a spegnere il lucignolo che ancora fumiga, né a spezzare la canna incrinata.

    Invece di voler distruggere ciò che resta dell’Occidente cristiano, la nostra azione dovrebbe ispirarsi all’appello rivolto da Giovanni Paolo II all’Europa a Santiago di Compostela, nel 1982: “Io, successore di Pietro nella Sede di Roma, Sede che Cristo volle collocare in Europa e che l’Europa ama per il suo sforzo nella diffusione del Cristianesimo in tutto il mondo; io, Vescovo di Roma e Pastore della Chiesa universale, da Santiago, grido con amore a te, antica Europa: ‘Ritrova te stessa. Sii te stessa’. Riscopri le tue origini. Ravviva le tue radici. Torna a vivere dei valori autentici che hanno reso gloriosa la tua storia e benefica la tua presenza negli altri continenti. Ricostruisci la tua unità spirituale. Rendi a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio. Non inorgoglirti delle tue conquiste fino a dimenticare le loro possibili conseguenze negative; non deprimerti per la perdita quantitativa della tua grandezza nel mondo o per le crisi sociali e culturali che ti percorrono. Tu puoi essere ancora faro di civiltà e stimolo di progresso per il mondo. Gli altri continenti guardano a te e da te si attendono la risposta che san Giacomo diede a Cristo: ‘Lo posso’”[12].

    La conversione della Russia

    A volte, alla decadenza dell’Occidente si contrappone l’esempio della Russia. Con l’invasione dell’Ucraina, questo problema si presenta in tutto il suo peso. Il tema è troppo vasto e complesso per trattarlo in poche righe. È comunque incongruo voler contrastare la 4a Rivoluzione (quella culturale) mentre si esaltano stili e metodi della 3a Rivoluzione, quella stalinista. Vorrei, però, toccare un punto importante.

    Nel 2005 diedi una conferenza a Mosca dal titolo “Il mistero della Russia”, incentrata sul problema della sua conversione alla luce del messaggio della Madonna a Fatima, nel 1917. Come sappiamo, la Russia è menzionata ben due volte nel segreto di Fatima: una come flagello dell’umanità, e un’altra come il Paese la cui conversione segna invece l’inizio del trionfo del Cuore Immacolato di Maria. Nel trattare della Russia dobbiamo avere molto chiaro a quale delle due ci riferiamo: al flagello dell’umanità o alla Russia convertita. Ecco le parole della Madonna:

    «Avete visto l’inferno dove cadono le anime dei poveri peccatori. Per salvarle, Dio vuole stabilire nel mondo la devozione al Mio Cuore Immacolato. Se faranno quel che vi dirò, molte anime si salveranno e avranno pace. La guerra sta per finire; ma se non smetteranno di offendere Dio, durante il Pontificato di Pio XI ne comincerà un'altra ancora peggiore. Quando vedrete una notte illuminata da una luce sconosciuta, sappiate che è il grande segno che Dio vi dà che sta per castigare il mondo per i suoi crimini, per mezzo della guerra, della fame e delle persecuzioni alla Chiesa e al Santo Padre. Per impedirla, verrò a chiedere la consacrazione della Russia al Mio Cuore Immacolato e la Comunione riparatrice nei primi sabati. Se accetteranno le Mie richieste, la Russia si convertirà e avranno pace; se no, spargerà i suoi errori per il mondo, promovendo guerre e persecuzioni alla Chiesa. I buoni saranno martirizzati, il Santo Padre avrà molto da soffrire, varie nazioni saranno distrutte. Finalmente, il Mio Cuore Immacolato trionferà. Il Santo Padre Mi consacrerà la Russia, che si convertirà, e sarà concesso al mondo un periodo di pace»[13]

    È interessante notare che la Madonna si riferisce agli “errori della Russia”, facendo implicitamente una distinzione fra la Russia e l’Unione Sovietica, portabandiera dell’aspetto allora più avanzato del processo rivoluzionario: il comunismo, che era parte del castigo col quale la Provvidenza richiamava l’umanità alla conversione.

    La Madonna prevede la conversione della Russia dopo la sua consacrazione da parte del Santo Padre[14]. Conversione vuol dire una svolta a “U”. Essa implica una conversione religiosa, col ritorno della Russia all’unica vera fede in Cristo, cioè alla Santa Chiesa Cattolica Apostolica Romana; e una conversione temporale, col rigetto del passato comunista e l’affermazione del suo esatto contrario.

    Da stimatore della Russia, dove sono stato diverse volte, devo dire che non vedo nessuna delle due. Anzi, vedo un riaffermarsi dell’ortodossia, a scapito della Chiesa cattolica, sempre più messa all’angolo; e un riaffermarsi con orgoglio del passato stalinista, con la rivendicazione anche dei simboli dell’Unione Sovietica e l’affermazione che la fine di quest’ultima sarebbe stata “la più grave catastrofe geopolitica del XX secolo”[15].

    Possiamo applicare alla Russia di oggi le parole del gesuita Principe Ivan Sergeevič Gagarin, nato a Mosca nel 1814 da un’illustre casata discendente dai principi di Kiev:

    «L’unica vera lotta è quella che esiste tra il Cattolicesimo e la Rivoluzione. Quando nel 1848 il vulcano rivoluzionario terrorizzava il mondo con i suoi ululati e faceva tremare la società, estirpandone le fondamenta, il partito che si dedicò a difendere l’ordine sociale e a combattere la Rivoluzione non ha esitato a scrivere sulla sua bandiera: Religione, Proprietà, Famiglia, e non ha esitato ad inviare un esercito per riportare sul trono il Vicario di Cristo, costretto dalla Rivoluzione a prendere la via dell’esilio. Aveva perfettamente ragione; non ci sono che due princìpi uno di fronte all’altro: il principio rivoluzionario, che è essenzialmente anti-cattolico e il principio cattolico, che è essenzialmente anti-rivoluzionario. Nonostante tutte le apparenze contrarie, nel mondo non ci sono che due partiti e due bandiere. Da una parte la Chiesa cattolica innalza lo stendardo della Croce, che conduce al vero progresso, alla vera civiltà, e alla vera libertà; dall’altra si leva lo stendardo rivoluzionario, attorno a cui si raccoglie la coalizione di tutti i nemici della Chiesa. Ora, che fa la Russia? Da una parte essa combatte la Rivoluzione, dall’altra combatte la Chiesa cattolica. Sia all’esterno che all’interno, ritroverete la stessa contraddizione. Non esito a dire che ciò che fa il suo onore e la sua forza è di essere l’avversario incrollabile del principio rivoluzionario. Ciò che fa la sua debolezza è di essere, allo stesso tempo, l’avversario del Cattolicesimo. E se essa vuole essere coerente con sé stessa, se vuole veramente combattere la Rivoluzione, non ha che da prendere una decisione, schierarsi dietro lo stendardo cattolico e riconciliarsi con la Santa Sede»[16].

    Evitiamo, quindi, di cadere nella trappola di credere che l’Occidente abbia sempre torto. L’Occidente ha torto soltanto quando si comporta in modo anti-occidentale, ossia quando abbandona il cattolicesimo e abbraccia la Rivoluzione.

     
    Note

    1. Usiamo il termine nel senso spiegato da Plinio Corrêa de Oliveira, Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, Luci sull’Est, Roma 1998.

    2. “Nazismo versus comunismo?”, O Legionário, 4 febbraio 1945, n. 652. Dillinger era il capo della mafia anglosassone a Chicago, Al Capone di quella italiana.

    3. “Pela grandeza e liberdade da Ação Católica”, O Legionário, 13 gennaio 1939, n. 331.

    4. Cfr. Julio Loredo, “Alle radici dell’anti-americanismo”, Tradizione Famiglia Proprietà, marzo 2004.

    5. Su come la tattica del trasbordo ideologico inavvertito porti persone della destra a simpatizzare col socialismo, si veda Julio Loredo, Teologia della liberazione. Un salvagente di piombo per i poveri, Cantagalli, 2014, pp. 28-34.

    6. Leone XIII, enciclica Libertas praestantissimum, 20 giugno 1888.

    7. Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, p. 49.

    8. Wilhelm Reich, Die Sexualität im Kulturkampf.Zur sozialistischen Umstrukturierung des Menschen, Kopenhagen, Sexpol-Verlag, 1936.

    9. Antonio Gramsci, Quaderni del carcere (6 voll), a cura di Felice Platone, Collana Opere di Antonio Gramsci, Torino, Einaudi, 1948-1951.

    10. Plinio Corrêa de Oliveira, Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, p. 31.

    11. Joseph Ratzinger, “L’Occidente non si ama più”, Apulia, settembre 2005.

    12. Discorso di Giovanni Paolo II durante l’Atto europeistico a Santiago di Compostela, 9 novembre 1982. https://www.vatican.va/content/john-paul-ii/it/speeches/1982/november/documents/hf_jp-ii_spe_19821109_atto-europeistico.html

    13. Congregazione per la Dottrina della Fede, Il messaggio di Fatima, luglio 2000.

    14. Su questa consacrazione la polemica è ancora aperta. Si veda Antonio Augusto Borelli Machado, Fatima. Messaggio di tragedia o di speranza?, Luci sul’Est, Roma, 1995.

    15. Putin, nostalgie pericolose “Rimpiango l’Unione Sovietica”, La Stampa, 14/12/21. Parole che rivelano tutta la difficoltà del leader russo nel fare i conti con il passato.

    16. Ivan Gagarin, S.J., La Russie sera-t-elle catholique?, Charles Douniol, Paris 1856, pp. 63-65. Grassetti nostri. 

     

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte. 

  • La fine della storia è appena finita

     

     

    di John Horvat

    Nel 1992, il politologo americano Francis Fukuyama pubblicò il suo famoso libro, La fine della storia e l'ultimo uomo. L'autore affermava che la caduta della Cortina di ferro aveva segnato una pietra miliare di immensa importanza per l'Occidente.

    Sosteneva che la fine della Guerra Fredda non era solo "il passaggio di un periodo particolare della storia del dopoguerra, ma la fine della storia in quanto tale: cioè, il punto finale dell'evoluzione ideologica dell'umanità e l'universalizzazione della democrazia liberale occidentale come forma finale di governo umano".

    Prendendo in prestito da Hegel e Marx la teoria dell'evoluzione degli eventi, predisse che d'ora in poi la democrazia liberale sarebbe stata la forma finale di governo per tutte le nazioni. Non ci sarebbe stata alcuna progressione successiva verso un sistema alternativo.

    Una narrazione che finora ha zoppicato

    Gli eventi successivi hanno messo in crisi questo suo scenario da “fine della storia”. Il terrorismo, le guerre islamiche, la polarizzazione ideologica, tutto sembrava cospirare contro il Prof. Fukuyama, aggiungendo nuovi capitoli al suo libro di storia da lui chiusa. Tuttavia, per tutto il periodo successivo alla Guerra Fredda, il sistema liberale democratico è rimasto la forma ideale di governo. Il mondo globalizzato ha standardizzato le economie utilizzando la struttura e i protocolli sviluppati nella democrazia liberale. La narrazione di Fukuyama avanzava zoppicando perché nessuna alternativa credibile la contestava.

    Con l'invasione dell'Ucraina, tuttavia, la fine della storia è appena finita. La democrazia liberale appare debole, autodistruttiva, disorientata. Alternative forti non solo sono all'orizzonte, ma stanno avanzando nel panorama sotto forma di carri armati e movimenti di truppe.

    La crisi ucraina è un altro momento fondamentale in cui due visioni del mondo entrano in conflitto: democrazie liberali e regimi autocratici.

    Entrambe le parti sono in crisi

    Il momento che ora arriva ci mostra che entrambe le parti sono in crisi.

    Da un lato, la democrazia liberale è in stato di subbuglio. Le istituzioni di base come la famiglia, la comunità e la fede stanno andando in pezzi, distruggendo il tessuto sociale. L'ala radicale del liberalismo sinistrorso è impegnata in un comportamento suicida, mentre cerca di distruggere le strutture sociali ritenute troppo oppressive. I meccanismi dello stato di diritto che permettono al sistema di risolvere i problemi attraverso processi pacifici e legali si stanno rompendo. Di conseguenza, le cose stanno diventando violente e instabili all'interno dei regimi liberaldemocratici.

    D'altra parte, i regimi autocratici che si oppongono alla democrazia liberale sono ugualmente in crisi. Affrontano implosioni demografiche incombenti a causa di una morale erosa o politiche demografiche draconiane. Le loro strutture sociali sono anche in disordine a causa della corruzione diffusa. Tuttavia, i duri meccanismi del potere governativo sono messi in atto per dare una parvenza di direzione a una società irrimediabilmente in decadenza.

    Due sistemi nati dalla modernità

    Così, uno scontro tra due sistemi in decadenza si mette in moto - riavviando i processi di quella storia che si supponeva conclusa. Tuttavia, sarebbe sbagliato assumere che ambedue i sistemi siano diametralmente opposti. Entrambi sono prodotti della modernità e condividono le stesse filosofie. Possono differire nei metodi ma si trovano d'accordo sulla visione moderna dell'umanità e della storia.

    Entrambi i sistemi hanno camminato sulla strada della decadenza al punto che ora vogliono rovesciare le strutture oppressive che li trattengono. La democrazia liberale intende eliminare le strutture sociali che, come i radicali sostengono, promuovano un'oppressione sistemica. I regimi autocratici vogliono distruggere le strutture politiche internazionali (come la NATO) che sostengono l'ordine post-bellico.

    Così questo conflitto non rivela tanto un disaccordo politico quanto un cambiamento di paradigma verso un mondo antioccidentale.

    Il bersaglio è l'Occidente

    L'obiettivo della guerra ucraina è la distruzione dell'Occidente come concetto. Infatti, tutti i media parlano della distruzione dell'ordine post-Guerra Fredda e raccontano che è una sfida all'egemonia occidentale. Nessuno contesta che sia questo il bersaglio.

    Tuttavia, la maggior parte dei media non allude alle pericolose alternative che potrebbero sostituire l'Occidente. La Russia, la Cina e i loro stati clienti vedono l'Occidente come un sistema ingiusto che va soppiantato da un mondo decostruito, riciclando a questo scopo vecchi errori basati sul nazionalismo, sul marxismo, sullo gnosticismo, aggiungendovi persino certi elementi mistici. Che si tratti del sogno eurasiatico panslavo della Russia (di Aleksandr Dugin) o della "nuova era del socialismo con caratteristiche cinesi" di Xi Jinping, l’enfasi schiacciante è il loro anti-occidentalismo e pro-marxismo.

    Da parte loro, le società liberaldemocratiche stanno mettendo in discussione la loro occidentalità. Per esempio, la Teoria Critica della Razza1 e altre ideologie considerano l'Occidente come la radice di tutti i mali presenti nelle istituzioni.

    Così, l'Occidente affronta nemici interni ed esterni che cercano di abbattere le sue strutture geopolitiche e le alleanze militari che sostengono l'egemonia occidentale. Questi attacchi arrivano in un momento di grande decadenza occidentale, di leadership patetica e di disarmonia pandemica.

    Perché l'Occidente è preso di mira

    La ragione dietro questa attenzione laser sull'Occidente non è arbitraria. Non è una questione di regioni geografiche più o meno equivalenti che combattono tra loro. I regimi autocratici non stanno reagendo alla degenerazione della morale occidentale che merita ogni condanna. In effetti, condividono la stessa depravazione, anche se si manifesta in modo diverso.

    L’ostilità anti-occidentale si concentra sui piccoli resti dell'ordine cristiano che ha costruito l'Occidente. Le radici della civiltà occidentale sono basate sulle istituzioni, la morale e le verità cristiane che rendono possibile il vero ordine e il progresso. Così, l'attuale conflitto si rivolge contro questa struttura morale ora in rovina così come a quelle strutture ispirate dalla Chiesa: lo stato di diritto, la gerarchia, la logica classica e il pensiero sistematizzato che hanno elevato l'Occidente ed esercitano ancora influenza. Finché questa piccola piattaforma esiste, deve essere salvaguardata.

    L'Occidente va difeso. Questo non si fa con il conflitto di due ceppi decadenti della modernità. La loro lotta non risolve nulla. Il vero obiettivo dovrebbe essere quello di difendere i resti dell'ordine cristiano in Occidente come trampolino di lancio per un pieno ritorno all'ordine. L'Occidente deve opporsi, internamente ed esternamente, agli errori decostruzionisti che prendono di mira questi resti e minacciano di gettare il mondo nel caos.

    Tuttavia, la difesa dell'Occidente sarà efficace solo con una rigenerazione morale che deve includere l'azione divina, come previsto dalla Madonna a Fatima.

    La fine della storia è finita. La storia è di nuovo in movimento. L'Occidente tornerà all'ordine?

     

    Note

    1. La teoria critica della razza (CRT) è un movimento intellettuale e sociale interdisciplinare di studiosi e attivisti dei diritti civili che questionano l'intersezione di razza e legge negli Stati Uniti, sfidando i tradizionali approcci liberali alla giustizia razziale.

     

    Fonte: Tfp.org, 24 febbraio 2022.  Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte. 

  • La prima guerra mondiale post-moderna

     

     

    di Julio Loredo

    Diventa sempre più nitida la percezione che il conflitto che in questi giorni oppone la Russia all’Ucraina sia la prima guerra mondiale post-moderna. Mondiale non nel senso che impegna le forze armate di più Paesi (anche se questa non è un’eventualità da scartare), ma nel senso che colpisce tutto il mondo, scindendo l’opinione pubblica internazionale in due opposti schieramenti, con sempre meno spazio per rimanere “neutrali”. La guerra armata si combatte in Ucraina, ma quella psicologica si gioca a livello planetario.

     

    La guerra ibrida

    Da quando, nel secolo VI a.C., Sun Tzu rilevò i fattori psicologici coinvolti in una guerra, questi elementi sono stati sempre presenti, in maggiore o minore grado, in tutti i conflitti che hanno purtroppo insanguinato la storia dell’umanità. A lungo ritenuto un elemento accessorio della guerra, nel secolo XX l’aspetto psicologico ha acquisito un’importanza sempre crescente. Furono creati appositi ministeri per la propaganda, come il Minculpop in Italia, il Reichsministerium für Volksaufklärung und Propaganda in Germania, oppure il Dipartimento di Dezinformatsia del KGB sovietico. All’epoca si parlava ancora della propaganda come elemento coadiuvante in un conflitto.

    Man mano, però, gli esperti capirono che si trattava di una guerra a sé – intrecciata al conflitto armato e a quello politico – che poteva a volte vincere battaglie decisive anche da sola. Nacque così il concetto di guerra psicologica (Psychological Warfare), che mette in atto operazioni psicologiche (Psy-ops), spesso più efficaci di quelle belliche. La guerra psicologica, il suo nome lo dice, punta a provocare reazioni psicologiche nella propria opinione pubblica – per spronarla – e soprattutto in quella nemica – per deprimerla. Le vecchie tecniche di persuasione ideologica hanno man mano lasciato il campo a quelle psicologiche. Queste nuove tecniche, scrive Plinio Corrêa de Oliveira, “non sono inferiori [alla propaganda ideologica] e, sotto alcuni aspetti, perfino la superano, come tecniche di persuasione indiretta e implicita”.[1]

    Con l’avvento di internet, la guerra psicologica ha dato un salto qualitativo.

    L’internet ci ha abituato a vivere in due universi paralleli: l’uno reale e l’altro virtuale. E, sempre più, quello virtuale prende il sopravvento su quello reale. I giovani di oggi – e con essi un numero crescente di adulti – riescono sempre meno a distinguere fra la realtà e l’immaginazione alimentata dalla rete. La psicologa statunitense Jean Twenge, che per anni ha studiato i cambiamenti generazionali, segnala per esempio che i ragazzi oggi praticano meno una sessualità reale che una virtuale, e scambiano volentieri una festa in presenza per un chat in rete.[2] E oggi si affaccia l’inquietante mondo del metaverso, in cui possiamo vivere una vita del tutto virtuale, senza quasi contatti con quella reale. Poche settimane fa, per esempio, i giornali hanno dato notizia del primo “matrimonio” avvenuto nel metaverso.

    Questa capacità di creare universi virtuali paralleli ha permesso agli esperti in guerra psicologica di accedere a un livello superiore: la cosiddetta guerra ibrida (Hybrid Warfare). Il termine è stato proposto da Franck Hoffman e designa una teoria della strategia militare che mescola la guerra convenzionale, la guerra irregolare e la guerra informatica.[3] La NATO Review la definisce così: “La guerra ibrida implica un’interazione o una fusione di strumenti di potere convenzionali e non convenzionali e strumenti di sovversione. Questi strumenti sono combinati in modo sincronizzato per sfruttare le vulnerabilità di un antagonista e ottenere effetti sinergici[4].

    Un elemento della guerra ibrida, che punta a influenzare la psicologia dei potenziali avversari, consiste nell’impiantare nella loro mente una narrativa che faccia comodo ai propri interessi. Per “narrativa” si intende una spiegazione globale di una certa situazione, che, anche se virtuale, ha una sua logica interna e un suo dinamismo proprio. In altre parole, sembra proprio vera. Ogni narrativa ha, poi, una macchina propagandistica – questa molto reale! – a suo servizio.

    Per esempio, una centrale operativa lancia un tweet. Poi, un supercomputer lo riprende e lo ritwitta automaticamente attraverso milioni di account fasulli, fino a farlo diventare un trend, quindi qualcosa di attendibile. L’attendibilità è accresciuta dal fatto che commentatori e propagandisti – il più delle volte troll – lo riprendono nei propri social, fino a trasformarlo in verità stabilita. Elemento essenziale della falsa narrativa è il contenere un nucleo di realtà, altrimenti nessuno ci crederebbe. Attorno a questo nucleo, con tecniche raffinate, si costruisce una narrativa che ha una sua logica interna, ma ormai quasi tutta legata al mondo virtuale.

    In questo modo, gli avversari iniziano a operare secondo i parametri di una narrativa creata ad arte dal nemico, senza rendersene nemmeno conto. Sempre più incapaci di distinguere fra la realtà e la narrativa virtuale, si lasciano sedurre da quest’ultima.

    Elemento importante nella guerra ibrida – come anzi in ogni operazione di guerra psicologica – è la creazione di una carica di agitazione che, agendo a livello temperamentale, ostacola la fredda e oggettiva percezione della realtà. Le rivoluzioni, lo sappiamo, si fanno sempre nel baccano, mai nella serenità.

    La prima volta che si parlò di “guerra ibrida” in un conflitto reale fu durante l’invasione russa della Crimea, nel 2014. Secondo un esperto, “[La Russia] ha raggiunto i suoi obiettivi in virtù della fusione di forze speciali ‘negabili’, attori armati locali, potere economico, disinformazione e sfruttamento della polarizzazione socio-politica in Ucraina”.[5]

     

    La pandemia di COVID 19: una prova generale?

    Più di un analista ha sollevato l’ipotesi che la surreale polemica che ha accompagnato la pandemia di COVID 19 sia stata una sorta di prova generale di guerra ibrida, almeno nelle sue componenti psicologiche.

    Lungo la storia, l’umanità ha conosciuto centinaia di epidemie, dalle piaghe dell’antico Egitto fino alla “spagnola” del secolo scorso. Mai, però, si era visto che un’emergenza sanitaria diventasse anche un confronto ideologico e perfino religioso. A proposito della pandemia di COVID 19, si sono formati due opposti schieramenti. Oltre agli aspetti prettamente scientifici del dibattito, si è trattato dello scontro fra due opposte narrative, ognuna con la sua logica interna, largamente irreducibile a un ragionamento sereno e oggettivo, ognuna con la sua macchina propagandistica. Il dibattito sanitario si è talmente ideologizzato da suggerire che vaccinarsi implicava ipso facto schierarsi col mondialismo libertario e massonico, implicava tradire la vera Chiesa e la Civiltà cristiana; non vaccinarsi equivaleva a proclamare la propria illibatezza cattolica e contro-rivoluzionaria. Gli animi si sono surriscaldati, un clima di frenesia si è impadronito di molti, acuito dalla pressione psicologica provocata dalle assurde imposizioni sanitarie e dalla crisi economica incombente.

    Nelle Regole del discernimento, Sant’Ignazio di Loyola insegna che possiamo intuire l’origine di un’azione spirituale dai suoi risultati: buoni o cattivi. Nel primo caso, c’è da pensare che l’azione venga da Dio, nel secondo caso che venga dal demonio. Qual è stato il lascito della polemica sopra menzionata? Il triste spettacolo del mondo cattolico, conservatore e tradizionalista, dilaniato da cima a fondo fra due campi, amicizie spezzate, famiglie divise, movimenti sfasciati… Qui prodest? A chi ha giovato tutta questa polemica?

     

    Il conflitto Russia-Ucraina

    Il clima di frenesia e di divisione provocato dalla pandemia non si era ancora placato, quand’ecco che scoppia un conflitto armato sul confine orientale dell’Europa. E, senza soluzione di continuità, i due opposti schieramenti sorti nel corso della polemica sanitaria, diventano – grosso modo – i due opposti schieramenti riguardo alle parti in conflitto. Il che fa sorgere il sospetto che, dal punto di vista della guerra psicologica, fra i due eventi ci possa essere una relazione non del tutto aleatoria.

    Lungi da me disprezzare le ragioni che hanno portato tante persone benintenzionate verso il campo putiniano. Le capisco. Discepolo del prof. Plinio Corrêa de Oliveira, che negli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso dovette affrontare una simile situazione riguardo al nazismo,[6] mi sia permesso però di suggerire un po’ di prudenza. 

    I russi sono diventati maestri nell’arte della guerra ibrida. La chiamano Guerra di Nuova Generazione, una teoria della guerra non convenzionale che privilegia gli aspetti psicologici, centrati sulle persone. Qualcuno dirà: ma anche l’Occidente utilizza la guerra ibrida. Infatti, si tratta di una tecnica ormai diffusa. Non si tratta di opporre una narrativa a un’altra, ma di fare un appello alla serenità e all’oggettività. Altrimenti corriamo il rischio di prendere l’ennesima bidonata. Di fronte a due posizioni, nessuna delle quali consone alla dottrina e allo spirito di Santa Romana Chiesa, dobbiamo conservare la nostra indipendenza intellettuale, proclamando con Plinio Corrêa de Oliveira: “I cattolici devono essere anticomunisti, antinazisti, antiliberali, antisocialisti, antimassoni… appunto perché cattolici”.[7]

     

    La prospettiva di Fatima

    Non esiste oggettività più perfetta che il giudizio di Colui che è il Padrone della storia, e che nel 1917 parlò all’umanità per bocca della Sua Madre Santissima, la Madonna, a Fatima.

    Alla luce del messaggio di Fatima, il quadro dei nostri giorni è chiarissimo. Ci troviamo alle mosse finali di una lotta tra la Chiesa e la Rivoluzione, che potremmo chiamare di lotta mortale, se uno dei contendenti non fosse immortale. L’aspetto più dinamico della Rivoluzione erano allora gli “errori della Russia”, cioè il comunismo. Oggi siamo di fronte a una Rivoluzione molto peggiore: quella morale e culturale, continuatrice del comunismo. L’unica risposta efficace è la Contro-Rivoluzione. Diceva Plinio Corrêa de Oliveira: “Il nostro leit-motiv dev’essere la Civiltà cattolica, apostolica, romana nella sua integrità, nella sua assolutezza e minuziosità. Ecco quello che dobbiamo desiderare!”.

    Non dobbiamo mai perderci d’animo, né prendere delle facili scorciatoie (soprattutto quando suggerite dalla propaganda). Dobbiamo mantenere il nostro spirito fisso sulla considerazione delle prospettive ultime del messaggio della Madonna di Fatima. Oltre la tristezza e le punizioni sommamente probabili, verso le quali avanziamo, abbiamo davanti a noi le luci sacrali dell’alba del Regno di Maria: “Infine, il mio Cuore Immacolato Trionferà”. È una prospettiva grandiosa di universale vittoria del Cuore regale e materno della santissima Vergine. È una promessa pacificante, attraente e soprattutto maestosa ed entusiasmante.

     

    Note

    [1] Plinio Corrêa de Oliveira, Trasbordo ideologico inavvertito e Dialogo, Edizioni Il Giglio, Napoli 2012, pp. 15-16.

    [2] Jean M. Twenge, Iperconnessi. Perché i ragazzi oggi crescono meno ribelli, più tolleranti, meno felici e del tutto impreparati a diventare adulti, Einaudi, 2017.

    [3] Franck Hoffman, Conflict in the 21st Century: The Rise of Hybrid Wars, Arlington, Virginia: Potomac Institute for Policy Studies, 2007.

    [4] Arsalan Bilal, “Hybrid Warfare – New Threats, Complexity, and ‘Trust’ as the Antidote”, NATO Review, 30 novembre 2021.

    [5] Ibid.

    [6] Cfr. Roberto de Mattei, Il crociato del secolo XX.Plinio Corrêa de Oliveira, Piemme 1996, pp. 75ss.

    [7] Plinio Corrêa de Oliveira, “Pela grandeza e liberdade da Ação Católica”, O Legionário, n. 331, 13 gennaio 1939.

     

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte.  

  • Le radici dell’Europa cristiana e la minaccia ai Paesi Baltici

     

     

    di Roberto de Mattei

    Nei piani di Vladimir Putin esiste un’operazione per separare le tre Repubbliche baltiche (Lituania, Lettonia ed Estonia) dall’Unione Europea? Ciò potrebbe avvenire se la Russia occupasse il corridoio di Suwalki, una striscia di terra di 90 km che connette la Polonia alla Lituania e separa la Bielorussia da Kaliningrad, dove ha sede la flotta della marina russa che opera nel Baltico. Se il conflitto ucraino si espandesse e la Russia riuscisse a collegare la Bielorussia all’enclave di Kaliningrad, i Paesi Baltici verrebbero isolati da ogni possibile soccorso delle forze terrestri Nato. Non si tratterebbe solo di un isolamento militare, ma del tentativo de-europeizzare questi popoli, per i quali i confini politici dell’Unione Europea sono, come quelli della Nato, una barriera difensiva contro la Russia che è il loro secolare nemico. 

    Nel grande golfo di Riga si specchiano Lettonia ed Estonia. La lingua dei lettoni, come quella dei lituani è indoeuropea, mentre quella degli estoni appartiene al ceppo ugro-finnico. Tuttavia, al di là delle differenze etniche e linguistiche, il legame storico di questi due paesi è più stretto di quello che essi hanno con la Lituania. Quest’ultima fu un grande Stato, mentre Lettonia ed Estonia, pur conservando una loro fisionomia nazionale, furono sottomesse alle potenze straniere fino al XX secolo. Tallinn e Riga, le due capitali, appartennero alla Lega anseatica, l’alleanza di città che tra il tardo medioevo e l’inizio dell’epoca moderna manteneva il monopolio dei commerci su gran parte dell’Europa Settentrionale. Nelle Città Vecchie di Riga e di Tallinn, si respira l’atmosfera medioevale tipica delle città tedesche di un tempo. Così immaginiamo che fossero anche Lubecca e Danzica, prima di essere distrutte dalla guerra. 

    Lettonia ed Estonia, nel Medioevo, facevano parte della “Livonia”, una terra che si estendeva dalla bassa valle del fiume Daugava, o Dvina occidentale, al Golfo di Riga. Furono le “Crociate baltiche”, organizzate all’inizio del XIII secolo a provocare l’ingresso nella storia dell’Occidente di questi popoli. I Germani, che erano stati piegati con la forza da Carlomagno, soggiogarono a loro volta con le armi i popoli baltici e slavi. Riga fu fondata, nel 1201, da Alberto di Buxtehudem che ne fece la sede dell’ordine religioso-cavalleresco dei Cavalieri Portaspada, poi incorporato nell’Ordine Teutonico. Tallinn fu fondata dal re danese Valdemar II e dall’arcivescovo di Lund Anders Sunesen nel 1219. Anch’essa fu fortificata con possenti mura e torri di guardia e ospitò i crociati del Baltico.  Il primo vescovo di Livonia fu il monaco tedesco san Meinardo (1134-1196) di cui Giovanni Paolo II, nel suo viaggio in quella terra del 1993, ha ripristinato il culto.  

    Le città anseatiche facevano parte del Sacro Romano Impero ed avevano nell’Ordine Teutonico il loro “protettore”. Esso ebbe la sua sede, dal 1466, nella città di Koenigsberg, ribattezzata nel 1946 Kaliningrad. L’ondata protestante che si propagò dalla Germania nel Cinquecento investì presto anche i Paesi Baltici. Gotthard Kettler, il capo dell’Ordine di Livonia, succeduto a quello teutonico, si convertì al luteranesimo e divenne duca di Curlandia. Nei secoli successivi Polonia, Danimarca e Svezia combatterono per il Dominium Maris Baltici che finì però nella sfera d’influenza della Russia. Gli eredi dei cavalieri teutonici, i “baroni baltici”, proprietari di larga parte dei territori, costituirono una sorta di “enclave” tedesca nell’immenso Impero russo. Le roccaforti baltiche, disseminate tra boschi e laghi dai colori cupi e scintillanti, vigilavano un tempo le frontiere della Cristianità.

    Scoppiò la Prima guerra mondiale e il trattato di Brest-Litovsk, stipulato tra la Russia e gli Imperi centrali il 3 marzo 1918, avviò il processo di liberazione dei Paesi Baltici. Prima che la loro indipendenza fosse ufficialmente riconosciuta dal Trattato di Versailles, si scontrarono violentemente in queste plaghe i russi dell’armata rossa e quelli dell’esercito bianco, i nazionalisti lettoni ed estoni e le milizie arruolate dai baroni baltici.  

    Se il trattato di Brest-Litovsk, nel 1917, aveva sancito l’indipendenza dei Paesi Baltici, il patto Molotov-Ribbentropp del 23 agosto 1939 li cancellò dalla storia. Estonia, Lettonia e Lituania vennero occupate dai sovietici e divennero teatro di scontro tra la Wehrmacht e l’Armata Rossa. Stalin ordinò le deportazioni in Siberia di esponenti politici, ufficiali, sacerdoti, ma anche di chiunque avesse una semplice proprietà. Tra questi fu l’arcivescovo gesuita Eduard Profittlich (1890-1942), nominato da Pio XI nel 1931 amministratore apostolico dell’Estonia, il primo vescovo cattolico a operare in Estonia dopo l’epoca medioevale. Fu condannato ad essere fucilato e morì il 22 febbraio 1942 nel gulag di Kirov, prima dell’esecuzione della sentenza. Il suo processo di beatificazione è stato introdotto.

    Nacquero allora le prime organizzazioni di resistenza all’invasore. I partigiani lettoni ed estoni, che presero il nome di Fratelli della Foresta e l’esercito lituano della libertà furono i protagonisti, dopo il 1945, di una epica resistenza armata all’invasore sovietico. Contro i guerriglieri anti-comunisti, i sovietici schierarono intere unità dell’esercito rosso, della milizia e della polizia segreta NKVD. La resistenza proseguì dopo la fine della guerra. Gli americani cercarono nei primi anni di sostenere la lotta armata, paracadutando aiuti e volontari, ma le infiltrazioni sovietiche all’interno della CIA, portarono presto alla liquidazione del loro sostegno. La sanguinosa repressione della rivolta ungherese, nel 1956, segnò la fine delle ultime speranze di aiuto da parte dell’Occidente. Migliaia furono i caduti partigiani in quella che fu la più lunga storia di guerriglia del Baltico, portata alla luce soprattutto dagli storici Heinrihs Strods in Lettonia (Latvian National Partisan War 1944-1956, Latvijas, Riga 2003) e Mart Laar in Estonia (War in the Woods: Estonia’s Struggle for Survival, 1944-1956, Whalesback Books, Washington D.C. 1992) e ricordata in Italia da Alberto Rosselli (La resistenza antisovietica e anticomunista in Europa orientale, 1944-1956, Settimo Sigillo, Roma 2004). 

    Nel dicembre 1990, le associazioni di Tradizione, Famiglia e Proprietà, guidate da Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995) avevano portato a Vilnius, minacciata da Gorbaciov, 5.212.580 di firme, in difesa dell’indipendenza e della libertà della Lituania. Il 2 gennaio 1991 il Capo del Cremlino ordinò ai suoi carri armati di invadere la Lituania. Il governo si trincerò nel Parlamento, protetto da masse di giovani col Rosario in mano che cantavano inni alla Madonna. Nove di loro morirono eroicamente, ma il presidente russo fu costretto a indietreggiare. L’esempio si diffuse a macchia d’olio e le repubbliche sovietiche, a cominciare da quelle baltiche, si staccarono da Mosca, segnando l’inizio del crollo definitivo dell’URSS.

    Dall’aprile 2004, lo spazio aereo dei Baltici è stato messo sotto il controllo degli aerei Nato, sotto richiesta di quei popoli su cui pesa una tragica memoria storica. Incontrando a Riga i leader delle tre repubbliche baltiche, il 9 maggio 2005, il presidente americano George W. Bush disse che l’occupazione sovietica dell’Europa dell’Est dopo la Seconda guerra mondiale sarà ricordata come “una delle più grandi ingiustizie della storia”, aggiungendo che una buona parte della responsabilità va attribuita anche agli Stati Uniti. Infatti la conferenza di Yalta del 1945, affermò il presidente americano, si inserì sulla scia della tradizione ingiusta dell’accordo di Monaco e del patto Molotov-Ribbentrop.

    Oggi il popolo ucraino, ma anche gli abitanti delle Repubbliche baltiche minacciati da Vladimir Putin, guardano con apprensione all’evoluzione drammatica della guerra che si è aperta nel cuore dell’Europa. Dalle musiche di desolante bellezza dell’estone Arvo Pärt, uno dei più grandi compositori contemporanei, sembra sorgere dalle profondità del Medioevo e trovare nuove forme espressive il grido di amore di queste terre alle radici antiche dell’Occidente cristiano.

     

    Fonte: Corrispondenza Romana, 9 Marzo 2022. 

  • Memorial chiusa, colpo di spugna sul comunismo

     

     

    di Stefano Magni

    Memorial è stata ed è tuttora la principale istituzione di studio dei crimini del comunismo. La Corte Suprema russa ha decretato la chiusura della sua branca principale, Memorial Internazionale, il 28 dicembre. Il giorno successivo, ieri per chi legge, il tribunale di Mosca ha sentenziato la chiusura di Memorial Centro per i Diritti, la principale branca dell’associazione attiva all’interno della Russia.

    Le sentenze erano ampiamente attese, ma il loro sincronismo e la loro lettura ne rivelano una natura palesemente ideologica. Memorial Internazionale, così come la sezione moscovita sono state chiuse sulla base della legge sugli “agenti stranieri”. La norma, introdotta nel 2012, prescrive che tutte le associazioni, le Ong e le testate giornalistiche che ricevono donazioni anche dall’estero, siano classificate come “agenti stranieri”. Oltre ad altre limitazioni, anche finanziarie e fiscali, le associazioni colpite dalla legge devono anche inserire l’etichetta di “agente straniero” su tutte le loro pubblicazioni e trasmissioni. Anche Memorial è stata condannata per questo motivo, perché risulta che su non tutte le pubblicazioni vi sia la dicitura prescritta. Ma la motivazione della sentenza della Corte Suprema potrebbe essere un’altra: l’associazione avrebbe diffuso “una falsa immagine dell’Urss, quale Stato terrorista e ha denigrato la memoria della Seconda Guerra Mondiale”, come ha dichiarato la pubblica accusa. Sul piano formale, dunque, la chiusura è motivata dalla violazione della legge sugli “agenti stranieri”, ma ideologicamente dava fastidio perché ricordava quel che non deve essere ricordato.

    Memorial è nata nel 1988, dopo una manifestazione di dissidenti nel parco Druzhba, presso Mosca, in cui si chiedeva di erigere un monumento alle vittime del terrore staliniano. Il fisico Andrej Sacharov fu uno dei fondatori dell’associazione, che prese il via proprio nel primo anno di glasnost, dunque di relativa libertà di espressione. Sergej Kovalijov, uno degli organizzatori della manifestazione divenne anche uno dei primi presidenti dell’associazione. Nei primi anni dopo il collasso dell’Urss, Memorial prese piede in tutta l’ex Unione Sovietica e soprattutto in Russia. Il suo scopo era quello di far riemergere un passato che fino a quel momento era stato cancellato dal regime comunista, ricordare e riabilitare le vittime del terrore sovietico, molte delle quali sono tuttora senza nome e senza sepoltura. Quando la Russia pareva aver dato un taglio definitivo al passato sovietico, Kovalijov diede anche un aiuto nella scrittura della nuova Costituzione, scrivendo l’articolo 2 che garantisce la libertà dell’uomo e fu anche autore della nuova legge sulla riabilitazione delle vittime della repressione politica.

    “Tutti provano compassione per le vittime del terrore – scriveva lo storico Arsenij Roginskij, direttore di Memorial dal 1998 al 2017, anno della sua morte – Alcuni sindaci e governatori provano compassione per le vittime. Il presidente Putin prova compassione per le vittime innocenti. La gente comune prova compassione per le vittime innocenti. E’ come quando tutti accendono una candela in chiesa. Ma da chi fu scatenato il terrore? Chi lo ha commesso? Se non lo comprendiamo, nulla potrà andare oltre un normale fiocco del lutto per esprimere solidarietà”. Memorial è sempre stata un’associazione scomoda, perché fa emergere i nomi dei carnefici, non solo quelli delle vittime. Uno dei suoi fondatori, Nikita Petrov, è biografo dei direttori dell’Nkvd, antenato del Kgb che commise le peggiori atrocità negli anni delle grandi purghe di Stalin. Non è mai riuscito ad accedere agli archivi dell’Fsb, attuale servizio segreto russo, dove sono custoditi i documenti con gli ordini degli arresti di massa. “Senza questi documenti, non possiamo scrivere una storia completa sulla repressione e sulla violazione massiccia dei diritti umani. Ci sono fatti e documenti isolati, ma non abbiamo il quadro completo”, dichiarava Petrov in un’intervista del 2016.

    Memorial conduceva anche ricerche sul campo, come il ritrovamento di gulag e fosse comuni. Già si capiva quanta pressione vi fosse sull’associazione nel momento in cui era stato arrestato, processato, condannato, assolto e poi condannato di nuovo Jurij Dmitrijev, operaio che si era aggregato all’associazione Memorial della Carelia Sovietica, appena fondata da un investigatore di polizia, Ivan Chukhin. Dmitrijev aveva trovato quasi per caso una delle fosse comuni di Sandarmokh. Vi erano sepolti 6241 corpi, tutti con un colpo alla nuca. Erano anche stati riscoperti i loro effetti personali, abiti e altre tracce di quella che era stata una delle più atroci esecuzioni di massa del 1937, nel pieno delle grandi purghe di Stalin. Dmitrijev è tuttora in carcere, dal 2016, con l’accusa infamante di possesso di materiale pedo-pornografico. Il processo si è svolto a porte chiuse, il suo avvocato ritiene che l’accusa sia totalmente priva di fondamento.

    Altri ricercatori di Memorial hanno fatto una fine ancora più tragica. Soprattutto perché investigavano non solo sui crimini del passato, ma anche su quelli del presente, soprattutto nella guerra in Cecenia. Un esempio su tutti: Natalia Estemirova, rapita a Grozny e ritrovata uccisa nella vicina repubblica di Inguscezia, nel 2009, mentre investigava sui crimini di Ramzan Kadyrov, il leader filo-russo (ex indipendentista) che tuttora governa la Cecenia con pugno di ferro.

    Memorial annuncia che farà ricorso e che continuerà a lavorare. Ma comunque si concluda questa vicenda, il segnale è stato lanciato: non si deve parlare del passato comunista. Su questo aspetto, la Russia dimostra di non voler voltare pagina, soprattutto in un periodo in cui il revanscismo è forte e Stalin viene visto ancora, dall’opinione pubblica, come un grande leader del passato.

    Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 30 Dicembre 2021

  • Nota dell’Istituto Plinio Corrêa de Oliveira sull’invasione dell’Ucraina

     

     

    L'Istituto Plinio Corrêa de Oliveira (IPCO) esprime la sua indignazione per la grave e ingiusta aggressione della Russia contro la nobile nazione ucraina, che coraggiosamente è riuscita a liberarsi dal giogo sovietico, ispirata dalle figure eroiche dell'Esarca Leonid Feodorov, del Metropolita Andrej Sheptytsky e del Cardinale Josyf Slipyi.

    L'IPCO invita i cattolici del Brasile a pregare la Madonna affinché protegga il popolo ucraino e specialmente la numerosa, eroica e crescente comunità cattolica. In particolare affinché Ella compia quanto annunciato nelle sue apparizioni al villaggio di Hrushev nel 1914 e nel 1987, cioè che l'Ucraina avrebbe sofferto terribilmente come nazione, ma che alla fine sarebbe diventata "uno stato indipendente".

    Questa nuova aggressione contro una nazione indipendente, violando tutti i trattati internazionali firmati dal Cremlino, che mette in serio pericolo la pace in Europa e nel resto del mondo, dimostra che la Russia è ancora lontana dall'essersi convertita dai suoi errori. Questa constatazione rende indispensabile che la richiesta fatta dalla Madonna a Suor Lucia sia finalmente realizzata. Cioè, che il Papa e i vescovi di tutto il mondo consacrino la Russia al Cuore Immacolato di Maria, perché solo una tale consacrazione renderà possibile la conversione della Russia e, di conseguenza, il ritorno della pace nel mondo.

    Altrimenti, i castighi annunciati dalla Madonna a Fatima - e in particolare il flagello di guerre ancora più devastanti - saranno prolungati indefinitamente dalla nostra negligenza nell'ascoltare le sue richieste di conversione e penitenza.

     

    San Paolo, 24 febbraio 2022.

    Istituto Plinio Corrêa de Oliveira

     

    Fonte:Agência Boa Imprensa, 25 Febbraio 2022. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte. 

  • Perché la Russia ha invaso l'Ucraina

     

     

    di John Horvat

    Proprio quando tutto sembrava tornare alla nuova normalità, l'anormalità ha colpito ancora. La guerra in Ucraina infuria e sta cambiando il volto del mondo globalizzato.

    La situazione è confusa mentre la gente lotta per capire le ragioni dietro all'invasione. Le teorie del complotto abbondano da entrambe le parti. Come le scene di battaglia in Ucraina, il caos regna nella mente di molti. Sembra che non ci sia una logica o una ragione negli attacchi.

    Tuttavia, quattro punti possono aiutare le persone a capire meglio ciò che sta accadendo. C'è del metodo nella follia.

     

    La Russia era già parte dell'ordine mondiale

    Il primo punto è che le sanzioni provano che la Russia era ben integrata nel mondo globalizzato. Vasti settori dell'economia russa erano intrecciati alle reti mondiali e ai mercati delle materie prime. Non era facile sganciarsi da essi.

    Questa conclusione contraddice la tesi di coloro che affermano che la Russia è una potenza che si oppone all'attuale ordine mondiale. Questo non è vero.

    Il denaro e gli investimenti occidentali hanno aiutato a ricostruire il paese nei decenni successivi la guerra fredda. La maggior parte delle grandi compagnie petrolifere, per esempio, erano coinvolte nell'estrazione del petrolio in Russia. Le multinazionali erano ovunque. Le banche e le società di contabilità occidentali hanno aiutato a integrare la Russia nel sistema finanziario. Persino il franchising McDonald's operava in centinaia di sedi russe. Le sanzioni hanno dimostrato tutta l'estensione della partecipazione russa all'economia mondiale.

    Purtroppo, la Russia ha assorbito completamente la decadente cultura globalizzata contenuta nei film, nei concerti e nelle cattive mode. Tutte queste cose hanno danneggiato la nazione (così come l’Occidente). Anche sotto questo aspetto, le sanzioni dimostrano che, prima della guerra, la Russia era pienamente integrata nell'ordine mondiale.

     

    Da un momento all’altro, la Russia decide di sganciarsi da questo ordine mondiale

    Il secondo punto è che la Russia sta perseguendo un rapido disimpegno dal suo importante ma secondario posto nell'attuale ordine mondiale. Il presidente Putin ha usato l'unica cosa che avrebbe potuto motivare rapidamente le sanzioni economiche occidentali: una guerra ingiusta che, per la sua brutalità, avrebbe galvanizzato l'opinione pubblica mondiale.

    Egli sa bene che l'Occidente è terrorizzato dalla prospettiva della guerra e che userà ogni sanzione economica possibile per evitare il conflitto. Così, mentre la guerra diventa sempre più intensa, le sanzioni economiche imposte contro la Russia crescono di portata. Il presidente russo facilita le sanzioni economiche immediate e permette che l'Occidente le implementi.

    In poche settimane, è riuscito a distruggere un lavoro di decenni. Per lui, le sanzioni hanno il vantaggio che le imprese occidentali saranno costrette a lasciare la Russia di propria iniziativa con l'approvazione e la pressione dei propri governi. Si lasciano alle spalle beni invenduti o a prezzi stracciati. Tutto cadrà nelle mani dei russi o rischierà la nazionalizzazione.

     

    Un riallineamento geopolitico voluto e forzato

    In terzo luogo, la Russia non ha nascosto il suo allineamento con la Cina nel periodo precedente la guerra. Alle Olimpiadi invernali, il presidente Putin e il leader cinese Xi Jinping hanno firmato una dichiarazione congiunta che segnala il loro desiderio di costruire un nuovo ordine mondiale "multipolare". Hanno concordato di cooperare "senza limiti" per raggiungere l’obiettivo di inaugurare "relazioni internazionali di un nuovo tipo". Il presidente russo ha a lungo idealizzato un'unione eurasiatica per formare un unico blocco commerciale e culturale indipendente dall'Occidente.

    La guerra in Ucraina mette in atto questo piano che non è segreto e che costringe la Russia a unirsi alla Cina, unica potenza abbastanza grande da resistere alla pressione delle sanzioni occidentali. L'aver bruciato i ponti economici con l'Occidente rende la Cina l'unica nazione che può assorbire le massicce quantità di materie prime e cereali che la Russia produce. I due paesi insieme possono stravolgere l'ordine economico e politico post guerra fredda e creare nuove tensioni e carenze. Alcuni ipotizzano che il matrimonio forzato tra Cina e Russia porterà a un sistema finanziario parallelo con lo yuan come valuta di riserva.

    Questo auspicato riallineamento metterà l'Occidente decadente contro l'Oriente post-comunista. Si stanno formando due blocchi politici distinti, che presenteranno al mondo due false alternative: una democrazia liberale fatiscente o un socialismo nazionale autocratico.

     

    L'obiettivo è un Occidente vulnerabile

    Infine, questa mossa arriva in un momento di estrema vulnerabilità dell'Occidente. Due anni di pandemia hanno già disfatto molte relazioni complesse e catene di rifornimento che tenevano insieme il mondo. Restrizioni e ordini brutali hanno polarizzato le popolazioni e ostacolato le capacità dei governi di unire gli sforzi e affrontare i problemi. Decisioni governative irresponsabili e problemi di lavoro e di approvvigionamento stanno alimentando alti livelli di inflazione.

    La guerra porterà scompiglio in Occidente, strapazzando ulteriormente i sistemi produttivi ormai sotto stress. I milioni di rifugiati che si stanno riversando in Europa aumenteranno gli oneri già sostenuti dai paesi ospitanti, assorbendo risorse che potrebbero essere utilizzate per rafforzare le capacità di difesa in Occidente.

    In questo scenario, l'Oriente ha dei vantaggi. L'Est e l'Ovest sono così integrati che non sarà facile per l'Occidente diventare rapidamente libero dai prodotti orientali (soprattutto quelli cinesi). Le merci cinesi dominano talmente il mercato che ci sono poche alternative. I gasdotti sono come un cappio al collo dei paesi occidentali troppo dipendenti dal combustibile russo. La guerra in Ucraina e le sanzioni economiche mettono l'Occidente in una posizione precaria.

    I regimi autocratici (leggi totalitari) dell'Est soffrono molto meno di questi problemi rispetto alle frammentate società occidentali. L'Oriente ha molto da guadagnare e l'Occidente molto da perdere da questa scissione.

    C'è un metodo in questa follia. Un risultato finale della guerra in Ucraina sarà questa divisione permanente tra Est e Ovest, che segnerà il fallimento dell'esperimento post guerra fredda, il quale, si supponeva, avrebbe dovuto determinate la fine della storia. Ci sarà un grande riallineamento geopolitico che potrebbe avere conseguenze drammatiche e portare alla guerra mondiale.

     

    Fonte: American Thinker, 16 Marzo 2022. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte.

  • Quale conversione per la Russia?

     

     

    di Federico Catani

    Papa Francesco consacrerà la Russia e l’Ucraina al Cuore Immacolato di Maria il prossimo 25 marzo. Lo stesso farà, in contemporanea, il cardinale Krajewski a Fatima.

    Da diversi anni nel mondo cattolico c’è chi ritiene che la Russia sia già stata consacrata nel 1984 da papa Giovanni Paolo II e si sia convertita, perché l’URSS è collassata e oggi la Federazione Russa è guidata dal presidente Vladimir Putin, che sarebbe difensore dei valori della cristianità. Dietro questo modo di pensare v’è l’idea che la conversione preannunciata dalla Madonna a Fatima riguardasse solo il crollo del sistema sovietico.

     

    Già consacrata?

    Eppure, ci sono valide ragioni per credere che quella del 1984 non fu la consacrazione compiuta nei termini e modi chiesti dalla Madonna. Tralasciamo in questa sede le opinioni di suor Lucia, che, sebbene in un primo momento abbia negato che si fosse adempiuto quanto esattamente chiesto dalla Madre di Dio, solo a partire dal 1989, con la caduta del Muro di Berlino e per via di pressioni vaticane, cambiò idea e dichiarò che la consacrazione della Russia era avvenuta.

    Basiamoci solo sui fatti. La Madonna a Fatima spiegò che a seguito della consacrazione della Russia, questa si sarebbe convertita e sarebbe stato concesso al mondo un periodo di pace: “Alla fine il mio Cuore Immacolato trionferà”.

    Ebbene, è vero che uno è il tempo della semina e altro quello del raccolto. Ed è altrettanto vero che l’atto compiuto da Giovanni Paolo II ha probabilmente avuto, assieme ad altri fattori, i suoi benefici effetti, ovvero l’implosione, senza grande spargimento di sangue, del mostro sovietico. Del resto, anche la consacrazione del mondo fatta da Pio XII nel 1942 era servita, secondo suor Lucia, ad abbreviare la durata della guerra mondiale in corso.

    Però guardiamoci intorno. Questi ultimi decenni sono stati forse decenni di pace? Gli errori del comunismo sono scomparsi? Dov’è il trionfo del Cuore Immacolato promesso dalla Madonna? E soprattutto, si può affermare che la Russia si sia convertita?

    Prima di tutto occorre riflettere sul fatto che il comunismo non è affatto morto né ha smesso di diffondere i suoi errori: si dimentica infatti che l’ideologia marxista ha una natura evoluzionistico-trasformista e il suo nucleo centrale non riguarda solo un certo tipo di economia, ma l’ideologia ateo-materialistica. E oggi gli errori del comunismo si manifestano con altri tipi di lotte di classe: femmine contro maschi, figli contro genitori, omosessuali contro eterosessuali, animali e ambiente contro genere umano, neri contro bianchi, tribalismo indigeno contro civilizzazione cristiana e così via.

     

    Il ritorno alla Chiesa cattolica

    E poi è necessario tenere a mente quanto scritto da Padre Joaquín María Alonso, che intervistò molte volte l’ultima veggente di Fatima: «Potremmo affermare che Lucia ha sempre pensato che la “conversione” della Russia non va intesa soltanto come un ritorno del popolo russo alla religione cristiano-ortodossa, rigettando l’ateismo marxista dei Soviet, ma piuttosto si riferisce semplicemente e chiaramente alla conversione totale e integrale del ritorno all’unica e vera Chiesa, la cattolica romana»[1].

    Come si può pensare infatti che la Madonna accetti che il popolo russo resti nell’errore dello scisma ortodosso? La Beata Vergine Maria, debellatrice di tutte le eresie, approverebbe quindi la separazione da Roma e dal Romano Pontefice? E perché avrebbe chiesto proprio al Papa e a tutti vescovi del mondo in comunione con lui la consacrazione? Non è forse questo un riconoscimento fatto dalla Madonna del potere immenso del Papato? Non è forse un’implicita apologia del primato pontificio?

    La Madonna non ha promesso una conversione alla liberaldemocrazia o ai diritti dell’uomo. La Madre di Dio infatti non è antropocentrica né tantomeno ecumenica, ma vuole la conversione ai diritti di Dio: solo così anche la dignità umana sarà realmente rispettata e difesa.

    Ecco allora che l’effetto primario della consacrazione della Russia al Cuore Immacolato di Maria è il suo ritorno alla fede cattolica. Sì, perché è la Chiesa cattolica, nonostante la sua crisi spaventosa, a possedere la verità tutta intera. Rifugiarsi nell’ortodossia per scappare dal modernismo cattolico non è la soluzione, ma un tradimento. Piuttosto bisognerebbe lottare per restaurare e valorizzare la dottrina e la liturgia tradizionali della Chiesa di Roma, anziché illudersi di trovare nell’ortodossia russa un baluardo contro la deriva morale dell’Occidente.

     

    La Russia deve ancora convertirsi

    Ora, dopo quasi quarant’anni dall’atto di Giovanni Paolo II, non si vede neanche l’ombra della fine dello scisma di Mosca. Anzi. Le conversioni al cattolicesimo in Russia sono pochissime e la legislazione ammette come religioni tradizionali del paese - e quindi protette - ovviamente l’Ortodossia, e poi il Buddismo, il Giudaismo e l’Islam. Per la religione cattolica «vi è un regime non di libertà, bensì di tolleranza, i cui confini con l’intolleranza sono sempre aleatori. Si consideri, in proposito, la normativa sui veti amministrativi posti nei confronti dei ministri del culto stranieri e quella sui visti di ingresso in Russia al fine di evitare l’espansione spirituale e di garantire la sicurezza spirituale del paese»[2].

    Non è ad esempio un caso che nessun Papa finora sia mai riuscito a mettere piede sul territorio della Federazione. Quanto alla società russa, inoltre, non vi è molta differenza con quella dei Paesi occidentali. La pratica religiosa è molto bassa, mentre il degrado morale dilaga. Il tasso di aborti e divorzi è altissimo, la pratica dell’utero in affitto è permessa e gli omosessuali, benché non possano manifestare pubblicamente il loro “orgoglio”, hanno comunque i propri locali dove trovarsi, almeno nei grandi centri urbani.

    Tutto ciò permette di comprendere meglio quanto sia necessaria una consacrazione della Russia al Cuore Immacolato di Maria oggi, anno del Signore 2022. Ma per produrre i suoi frutti, è necessario che si uniscano al Papa tutti i vescovi cattolici del mondo, ciascuno nella propria diocesi, così come espressamente richiesto dalla Madonna.

    Data la gravità del momento, con il mondo sull’orlo di una possibile terza guerra mondiale a seguito del conflitto russo-ucraino, l’auspicio è che il Santo Padre esorti tutti i suoi fratelli nell’episcopato a recitare insieme a lui la consacrazione il prossimo 25 marzo.

     

    Note

    [1]ALONSO J.M., La verdad sobre el secreto de Fátima, Ejército Azul, Ediciones Sol de Fátima 1988², p. 81.

    [2] CODEVILLA G., La laicità dello Stato nella revisione costituzionale della Federazione di Russia

     

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte.  

  • Russia-Nato: i fatti

     

     

    di Julio Loredo

    Secondo una certa versione, il fattore scatenante dell’attuale guerra tra la Russia e l’Ucraina sarebbe stata l’espansione della Nato verso Est, fino a rappresentare una minaccia diretta alla Federazione Russa che, di conseguenza, avrebbe reagito per legittima difesa. I fatti, però, raccontano una storia diversa.

    Tralasciando che, per mezzo secolo, le forze Nato si siano già “toccate” con quelle del Patto di Varsavia, divise da frontiere che a volte erano un semplice fiume, o un muro, resta il fatto che fino al 2014 la stessa Federazione Russa era avviata a integrarsi nel sistema difensivo euro-atlantico.

     

    Le due visioni diplomatiche

    All’epoca del crollo della Cortina di Ferro, nel 1989, in Occidente si confrontavano due opposte visioni diplomatiche riguardo al futuro dell’Unione delle Repubbliche Sovietiche Socialiste. L’una, chiamata a volte dagli specialisti “Congresso di Vienna”, proponeva un nuovo partenariato con la Russia post-sovietica, attirandola verso l’ambito occidentale, come si era fatto con la Francia post-napoleonica nel 1815. L’altra, battezzata “Trattato di Versailles”, proponeva l’esatto opposto: la Russia doveva essere punita duramente, come lo fu la Germania dopo la I Guerra Mondiale.

    Per diversi motivi, tra cui il rischio di fomentare una mentalità revanscista foriera di futuri guai, prevalse largamente la prima visione, e l’Occidente tese una mano conciliatrice alla morente URSS. Iniziarono così una serie di contatti che man mano approssimarono l’URSS (poi, dal gennaio 1992, la Federazione Russa) all’Occidente: viaggio del Segretario di Stato James Baker a Mosca nel febbraio 1990; viaggio di Michail Gorbaciov negli Stati Uniti nel maggio 1990; partecipazione dell’Unione Sovietica al vertice del G7 a Houston a luglio 1990; viaggio del presidente George H. Bush in Russia nel luglio 1991; ammissione della Russia al G8 e poi al WTO, e via di seguito. La Russia sembrava aver definitivamente voltato pagina.

     

    Il cammino verso la NATO

    Faceva parte dell’accelerato disgelo fra la Russia e l’Occidente un riavvicinamento con l’Europa e, in concreto, con la Nato. L’analista Francesco Randazzo parla di “un moltiplicarsi di iniziative bilaterali per la conciliazione e la normalizzazione dei rapporti [fra la Nato e la Russia]”.[1]

    Nel vertice Nato tenutosi a Londra nel 1990, i Paesi membri approvarono la London Declaration on a Transformed North Atlantic Alliance. Prendendo atto che “l’Unione Sovietica ha iniziato la sua trasformazione verso una società libera”, e che, quindi,“la Nato non vede più i paesi del Patto di Varsavia come nemici”, la Dichiarazione apriva canali di comunicazione e di collaborazione con gli ex stati del blocco orientale, ai quali tendeva “una mano amichevole”.[2]

    Sulla scia della London Declaration, il 20 dicembre 1991 fu creato il North Atlantic Cooperation Council, un forum di dialogo e di cooperazione fra la Nato e gli ex membri del Patto di Varsavia. Tale era il ritmo del cambiamento in Europa che la riunione inaugurale della stessa NACC fu testimone di un evento storico: mentre si discuteva sul comunicato finale, l’ambasciatore sovietico annunciò che l’Unione Sovietica si era sciolta durante la riunione e che egli ora rappresentava solo la Federazione Russa.

    Nel novembre 1993, i presidenti della Federazione Russa, del Consiglio d’Europa e della Commissione Europea firmarono a Bruxelles un Accordo d’intesa politica ed economica. Nel 1996, la Federazione Russa fu ammessa nel Consiglio d’Europa, con rappresentanza anche nel Comitato dei Ministri e nell’Assemblea Parlamentare.

    Possiamo desumere il clima allora regnante da un articolo del generale Sergei V. Stepashin, capo del Comitato di Difesa e Sicurezza del Soviet Supremo della Federazione Russa, pubblicato nel 1993. Il generale proponeva uno “stretto coordinamento” con la Nato e la trasformazione della Russia in un ponte geopolitico tra il sistema di sicurezza euro-atlantico e quello asiatico-pacifico. L’articolo culminava con l’appello per “un nuovo Piano Marshall per la rinascita post-comunista, con la conversione della Russia in una società democratica”.[3]

    Nel giugno 1992, fu firmato a Washington il Russian Federation-United States Charter for Partnership and Friendship. Affermando il comune intento di rafforzare la democrazia e la libertà, il Trattato prevedeva “il rafforzamento della Comunità Euro-Atlantica” e la “creazione di una capacità euro-atlantica di mantenimento della pace che includa NACC, NATO e WEU”. [4] L’espressione “Euro-Atlantic peacekeeping capability” rifletteva il desiderio di integrare le Forze Armate dell’ex Patto di Varsavia nel sistema di difesa euro-atlantico.

    Nel 1994, la Russia aderì formalmente al Partnership for Peace della Nato, un Patto per stabilire forti legami tra la Nato i suoi nuovi partner democratici dell’ex blocco sovietico e alcuni paesi europei tradizionalmente neutrali, per rafforzare la sicurezza europea.[5] In seguito, quattordici Paesi membri del Patto aderirono alla Nato. A dicembre fu firmato il Budapest Memorandum sulla riduzione delle armi nucleari tra gli Stati Uniti, Gran Bretagna e la Federazione Russa.

    I rapporti Russia-Nato erano così stretti che, nel 1996 un contingente russo prese parte alla missione militare NATO-SFOR in Bosnia ed Erzegovina.

    Via di questo passo, si arrivò al grande Summit di Parigi, nel maggio 1997, a conclusione del quale la Russia firmò un solenne accordo con la Nato: il Founding Act on Mutual Relations, Cooperation and Security between NATO and the Russian Federation. Dopo la firma di questo Atto, l’appartenenza della Russia alla Nato era data per scontata. Henri Kissinger arrivò a dichiarare: “[Dopo Parigi] la Russia ha ottenuto uno status preponderante nella Nato rispetto a qualsiasi candidato all’ammissione”.[6] Per favorire tale ammissione, fu creato il NATO-Russia Permanent Joint Council.

    Tra l’altro, l’Atto stabiliva: “Gli Stati membri della Nato ribadiscono di non avere alcuna intenzione, nessun piano e nessun motivo per schierare armi nucleari sul territorio dei nuovi membri”. Da queste parole si desume in modo apodittico l’assenso della Russia all’ammissione di “nuovi membri”, purché la Nato non vi avesse schierato armi nucleari.

    L’Atto di Parigi fu perfezionato dalla Dichiarazione di Roma, sottoscritta a Pratica di Mare nel maggio 2002 dai Paesi membri della Nato e la Federazione Russa.[7] Questa Dichiarazione mise ufficialmente fine alla Guerra Fredda.

    Nel documento si legge: “Come firmatari del Founding Act on Mutual Relations, Cooperation and Security, riaffermiamo gli obiettivi, i principi e gli impegni assunti allora: in particolare la determinazione a costruire insieme una pace duratura e inclusiva nell’area euro-atlantica in base ai principi di democrazia, sicurezza cooperativa e all’asserto che la sicurezza di tutta la comunità euro-atlantica sia indivisibile. Siamo convinti che la qualità della nuova relazione fra NATO e Russia fornirà un contributo essenziale al raggiungimento di questo obiettivo”. L’accordo prevedeva la nascita del NATO-Russia Council. Questo documento situava, quindi, la Russia al cuore del sistema euro-atlantico.

    Nel 2002 le Forze Armate russe affiancarono quelle della Nato nella missione pacificatrice nel Kosovo. Nel 2004, e poi nel 2008, la Marina di guerra russa partecipò alle manovre navali NATO Active Endeavour. Nel 2011 la Russia partecipò alle manovre militari Nato Vigilant Skies. Nello stesso anno, la Russia permise che equipaggiamento militare della NATO transitasse attraverso il suo territorio verso l’Afghanistan. Tutto questi erano passi verso l’integrazione delle Forze armate russe nel sistema di difesa euro-atlantico.

     

    L’idillio si incrina

    I rapporti tra la Russia e l’Occidente cominciarono a incrinarsi per causa di due fattori: l’uno superabile, l’altro invece dirimente.

    Il primo fattore fu l’intervento della Nato nel Kosovo nel 1998, ai danni della Serbia di Milosevic, l’unico alleato russo a Ovest. Questo intervento costituì, nelle parole di Eltsin, “un tragico errore della leadership americana”.[8] Anche se con copertura ONU e OCSE, e all’interno di una situazione alquanto caotica (le guerre jugoslave), l’intervento servì per alimentare la retorica anti-occidentale del nazionalismo russo. Si trattava, comunque, di un ostacolo superabile come i fatti successivi dimostrarono. La partecipazione congiunta Nato-Russia alla missione di mantenimento della pace in Kosovo (KFOR) servì a ristabilire un minimo di cooperazione e fiducia reciproca tra le due parti.

    L’altro fattore, invece, si dimostrò molto più decisivo: l’ascesa di Vladimir Putin nel panorama politico russo, fino ad assumere le fattezze di “Zar”, soprattutto dopo il 2014.

    Tutti gli analisti sono concordi nel dire che c’è un Putin 1 e un Putin 2. Il primo è quello sorridente e dialogante, immortalato con Bush e Berlusconi mentre firma la Dichiarazione di Pratica di Mare nel 2002. A quel tempo si dimostrava amichevole nei confronti dell’Occidente, col quale auspicava una stretta alleanza. Si arrivò a dire che, di fronte all’assalto del crescente nazionalismo, egli era “l’ultima alternativa pro-occidentale della Russia”.[9] Poi c’è il Putin 2, quello dell’invasione della Crimea e dell’Ucraina, che se la prende con “la feccia dei traditori pro-occidentali”.[10] Che cosa l’ha fatto cambiare così radicalmente? Che cosa lo fece allontanare dall’atteggiamento pro-occidentale, approssimandolo invece al panslavismo di Dugin e di Ilyin? Si tratta di un cambiamento sincero, oppure stava bleffando per guadagnare tempo mentre ricostituiva il potere bellico dell’URSS? È impossibile giudicare le intenzioni, e chiaramente non è il caso di fare dietrologie. Il dubbio, comunque, resta.

    Il fatto è che, sotto l’egida di questo Putin, il nazionalismo russo avanzò, con tutta la sua carica pan-slavista e anti-occidentale, alimentato anche dalla nostalgia del periodo sovietico. Crebbe la convinzione che la Nato fosse “uno strumento di guerra, uccisione e aggressione”.[11] Spiega Francesco Randazzo: “Con Yevgeniy Primakov ora alla guida del nuovo ministero degli Esteri, l’ondeggiante partenariato Est-Ovest gradualmente lasciò il posto a una nuova dottrina multipolare, volta a far rivivere vecchie relazioni - o stabilirne di nuove - con nazioni non europee relativamente ostili agli Stati Uniti: Cina, Iran, Iraq e Siria”.[12]

    La nuova leadership russa iniziò così ad abbandonare lo spirito dell’era di Gorbaciov e di Eltsin (che, tra l’altro, aveva esplicitamente accennato a un’eventuale adesione della Russia alla Nato) per chiudersi in un nazionalismo sempre più aggressivo. Crebbe in questo modo il partito “pan-slavista” che esigeva la rimilitarizzazione della Federazione Russa. Gli interventi militari russi cominciarono a essere visti, dai nazionalisti, non come una collaborazione con l’Occidente, bensì come un riappropriarsi del ruolo “imperiale” di sovietica memoria.[13] Cioè, il campo nazionalista russo iniziò paradossalmente a rivendicare l’internazionalismo come all’epoca dell’URSS. Si iniziò perfino a parlare di “sovranità limitata” per i paesi limitrofi, in una sorta di re-edizione della Dottrina Breshnev.

    A questo nazionalismo non mancava un tocco di machiavellismo. Lo studioso A. Arbatov ha fatto notare l’iniziale posizione implicitamente compiacente dei nazionalisti russi nei confronti della Nato, nella speranza che il suo allargamento portasse a una nuova escalation con l’Occidente, creando le condizioni ideali per la soppressione della democrazia in Russia e la restaurazione dell’impero nello spazio ex sovietico.[14]

     

    Pacta sunt servanda

    Fra settembre 1990 e marzo 1991 l’URSS partecipò a diverse conferenze internazionali, firmando con gli Stati Uniti e con la Comunità Europea una serie di trattati di amicizia e di cooperazione. Nel corso di questi colloqui, si parlò anche dei rapporti URSS-Nato. Dai verbali delle riunioni, oggi declassificati, risultano diverse esternazioni – del segretario James Baker, del cancelliere Helmut Kohl e di altri – che sembrano indicare promesse orali fatte a Gorbaciov che la Nato non si sarebbe espansa a Est.

    Come ben osserva Stefano Magni, queste esternazioni – sempre orali e mai formalizzate – furono fatte in un preciso contesto geopolitico che in seguito cambiò: “C’era il Patto di Varsavia, c’era l’Urss, le tre repubbliche baltiche erano ancora parte integrante del territorio sovietico, c’erano ancora le basi dell’armata rossa nei Paesi dell’Europa centrale e orientale di cui si parlava. Un ritiro era appena iniziato, ma non erano neppure nella mente di Dio gli eventi che si sarebbero susseguiti di lì alla fine dell’anno”.[15] Infatti, poco dopo il Patto di Varsavia si sciolse, seguito dalla stessa URSS.

    La Federazione Russa non è l’URSS. Ha ereditato il suo seggio all’Onu e, dal 1994, ha mantenuto il monopolio sull’arsenale nucleare dell’ex impero rosso. Ma non ha ereditato né i debiti con l’estero, né gli accordi con altre potenze. Dal Partnership for Peace nel 1994, al Nato-Russia Founding Act nel 1997, alla Dichiarazione di Roma nel 2002, tutti i nuovi accordi furono firmati dalla Federazione Russa, soggetto internazionale, che così se ne assumeva la responsabilità.

    Al momento dello scioglimento dell’URSS, l’Ucraina era la terza potenza nucleare del mondo. Dopo due durissimi scontri con la Russia, nel maggio 1992 e nel settembre 1993, che rischiarono di degenerare in un conflitto atomico, la tensione scemò grazie alla mediazione degli Stati Uniti che convinsero l’Ucraina a cedere il suo arsenale nucleare alla Russia, in cambio della promessa russa di rispettare la sua integrità, ottenuta dopo il plebiscito del 1991, in cui il 92,5% scelse l’indipendenza. Scrive Magni: “In cambio di questa cessione, che ridiede alla Russia lo status di superpotenza nucleare, l’Ucraina chiese garanzie per la sua indipendenza. Vennero stabilite a Budapest, con un memorandum sottoscritto il 5 dicembre 1994 da Russia, Ucraina, Usa e Regno Unito: la Russia, in cambio del disarmo nucleare di Kiev, si impegnava a non invadere l’Ucraina e a rispettarne i confini (per i distratti: Crimea inclusa) e l’integrità territoriale”.[16]

    Gli accordi furono violati una prima volta nel 2014, con l’annessione russa della Crimea. E sono stati violati definitivamente il 24 febbraio scorso, con l’invasione dell’Ucraina. Inutile rispolverare verbali di vecchie riunioni con un soggetto politico che non esiste più e, invece, tacere su trattati ufficialmente firmati e quindi violati.

     

    Note

    [1] Francesco Randazzo, Russia-NATO-US: From detente to impossible cooperation. In M. de Leonardis (ed.), NATO in the Post-Cold War Era: Continuity and Transformation, Palgrave Macmillan, London 2022 (in corso di pubblicazione).

    [2] Declaration on a Transformed North Atlantic Alliance, North Atlantic Treaty Organization, 5 luglio 1990. Si veda anche United States Security Strategy for Europe and Nato, United States Department of Defense, 18 settembre 2014.

    [3] Stepashin S., Russia and NATO: A vital partnership for European security, in “The RUSI Journal”, 138:4 (1993), pp. 11-17.

    [4] Dal testo ufficiale, U.S. Department of State.

    [5] Questi i Paesi membri: Albania, Armenia, Austria, Azerbaigian, Bielorussia, Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Finlandia, Macedonia, Georgia, Ungheria, Kazakistan, Kirghizistan, Lettonia, Lituania, Moldavia, Polonia, Romania, Russia, Slovacchia, Slovenia, Svezia, Svizzera, Turkmenistan, Ucraina e Uzbekistan. Fonte: U.S. Department of State.

    [6] Cfr. Piontkovsky A. & Tsygichko V., Russia and NATO after Paris and Madrid: A perspective from Moscow, in “Contemporary Security Policy”, 19:2 (1998), pp. 121-125.

    [7] NATO-Russia Relations: A New Quality, NATO Rome Summit, 28 maggio 2002.

    [8] Cit. Francesco Randazzo, Russia-NATO-US: From detente to impossible cooperation.

    [9] Glenn Diesen, Putin: Russia’s last ‘pro-Western’ alternative, The Lowy Institute, 7 giugno 2016.

    [10] Putin warns Russia against pro-Western ‘traitors’ and ‘scum’, Swissinfo, 16 marzo 2022.

    [11] Antonenko O., Russia, NATO and European Security After Kosovo, in “Survival”, 41:4 (1999-2000), pp. 124-144.

    [12] Francesco Randazzo, Russia-NATO-US: From detente to impossible cooperation.

    [13] Va ricordato che anche la Russia intervenne a gamba tesa, in modo non dissimile alla Nato, in Moldavia e in Georgia, fra il 1992 e il 1994.

    [14] Arbatov A., NATO and Russia, in “Security Dialogue”, 26:2 (1995), pp. 135-146. Cit. Francesco Randazzo, Russia-NATO-US: From detente to impossible cooperation.

    [15] Stefano Magni, Il falso storico delle promesse Nato alla Russia. Putin, invece, ha violato trattati, “Atlantico”, 27 marzo 2022.

    [16] Stefano Magni, Il falso storico delle promesse Nato alla Russia. Putin, invece, ha violato trattati.

     

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte.  

  • Russia, isola della salvezza?

     

     

    di Samuele Maniscalco

    Le molte crisi che scuotono il mondo odierno costituiscono soltanto molteplici aspetti di un'unica crisi fondamentale che ha come specifico campo d'azione l'uomo stesso. In altri termini, “queste crisi hanno la loro radice nei problemi più profondi dell'anima, e da qui si estendono a tutti gli aspetti della personalità dell'uomo contemporaneo e a tutte le sue attività”[1].

    Se non si parte da questa chiave di lettura, qualsiasi analisi dei fatti odierni tenderà a trasformarsi in uno scontro tra tifoserie disposte a chiudere gli occhi sui difetti dei propri beniamini ma a vederne di ogni sorta in chi viene percepito come avversario.

    Questa crisi tocca, sì, principalmente l'uomo occidentale e cristiano, ma anche gli altri popoli, “nella misura in cui il mondo occidentale si estende a essi e in essi ha affondato le sue radici. Presso questi popoli tale crisi si aggrava sommandosi ai problemi propri delle rispettive culture e civiltà e si complica per l'urto tra queste e gli elementi positivi e negativi della cultura e della civiltà occidentali”[2].

    Detta in soldoni, niente e nessuno sfugge alla furia distruttrice di questa crisi plurisecolare. Non esistono isole felici. Al massimo, possono esistere paesi/popoli fermi a una tappa antecedente di tale processo ma comunque in cammino verso la sua piena realizzazione.

    Per quanto profondi siano i fattori di diversificazione di questa crisi nei vari paesi del mondo odierno, essa conserva, sempre, cinque caratteri essenziali:

    1. È universale. Oggi non vi è popolo che non ne sia colpito, in misura maggiore o minore.

    2. È una. Non si tratta cioè di un insieme di crisi che si sviluppano in modo parallelo e autonomo in ogni paese.

    3. È totale. Considerata in un dato paese, essa si estende a tutti i domini dell'azione dell'uomo.

    4. È dominante. È come una regina a cui tutte le forze del caos servono come strumenti efficaci e docili.

    5. È un processo. Non è un fatto straordinario e isolato. Costituisce, anzi, un lungo sistema di cause ed effetti che vanno producendo successive convulsioni.

    Influenzata e condizionata in sensi diversi, da fattori esterni di ogni tipo e seguendo a volte vie molto sinuose, essa tuttavia continua a procedere incessantemente verso il suo tragico fine[3].

     

    Perché questa premessa?

    Se tutto quello che abbiamo scritto sinora ha un qualche senso per il lettore, allora questo stesso converrà che, così come l’Europa – o gli Stati Uniti se preferisce – anche la Russia è stata investita e tutt’ora lo è da questa crisi globale di valori.

    “Il fenomeno della secolarizzazione in Russia ha delle peculiarità che lo differenziano da quello occidentale”, scrive mons. Paolo Pezzi, arcivescovo dell’Arcidiocesi della Madre di Dio a Mosca, nel libro La piccola Chiesa nella Grande Russia(Edizioni Ares). “A cominciare dalla tendenza a mettere in risalto l’apparenza rispetto alla sostanza, con il rischio di nascondere i problemi che nascono. Nella società secolarizzata russa l’elemento religioso mantiene una certa forza e attrazione, ma è molto distaccato dalla vita. Non è necessariamente combattuto. Si tende piuttosto a considerarlo inutile, ininfluente, o perlomeno a ridurne il più possibile l’influenza sull’esistenza quotidiana”[4].

    Partire da questa consapevolezza è fondamentale. Oggi si sentono infatti molti voci interne al mondo cattolico che dipingono la Russia come una roccaforte dei valori cristiani, o che almeno lo stia diventando sempre di più sotto una leadership che governa con fermezza da oltre due decadi.

    Ma quali valori, di preciso? Intervistata a tal proposito[5], la dott.ssa Marta Carletti dell’Asta[6] ha parlato di una concezione “paganeggiante” della religione da parte del potere politico:

    "Facciamo un esempio recente, il 4 febbraio si è concluso l’iter di un decreto presidenziale, che attende ancora la firma definitiva, sui “valori tradizionali a fondamento dello Stato russo”. Questo documento è molto indicativo. Elenca una serie di valori su cui si fonderebbe la Russia, come “patriottismo”, “lavoro costruttivo”, dando l’immagine di uno Stato etico, in cui è prescritto a norma di legge che il cittadino debba essere onesto, generoso e patriottico. In questo elenco figurano gli “alti valori spirituali” ma senza mai nominare Dio, né alcuna confessione religiosa. Si tratta dunque di un uso strumentale di questi valori, definiti “tradizionali” ma che non hanno più un legame specifico col cristianesimo. In questo modo la religione viene usata all’occorrenza, come mero braccio spirituale del potere politico".

    Del resto, tra i valori tradizionali della Federazione Russia potrebbero essere inseriti anche quelli afferenti il mondo della stregoneria per i quali, secondo dati del Ministero della Salute russo citati dal Moscow Times, più di 800.000 russi avrebbero fornito servizi come guaritori, medium, veggenti, tra le altre attività del genere, nel 2017[7].

    Un opinionista di sinistra come Antonio Polito ha colto a suo modo uno dei motivi per cui frange delle nostre società occidentali simpatizzano per l’attuale Russia: sono “stanche di sentirsi ingranaggi nel «meccanismo» della modernità (…) fatta di tecnica, scienza, finanza e democrazia; e hanno invece nostalgia di un mondo fondato sulla comunità, sulla sua unità spirituale e mistica”[8].

    C’è nostalgia, in fondo, della casa del Padre. Ma come nella parabola del figliol prodigo, le masse di oggi sono tutt’ora intente a cibarsi delle carrube dei porci non avendo il coraggio e l’umiltà di riconoscersi in errore e debitori di un Dio che li ha creati.

    Fintanto che l’uomo contemporaneo continuerà a contendersi il cibo con i maiali, sarà sempre attratto dalle sirene di false alternative.

    Se ai tempi dell’Unione Sovietica la Russia era dipinta dalla sinistra di tutto il mondo come il paradiso dei lavoratori, il famoso “socialismo reale”, cioè l’ideologia socialista realizzata concretamente e storicamente, oggi, una parte del mondo conservatore in Occidente, stanca della modernità secolarizzata, tende a vedere la “cristianità reale” - ossia la vita vissuta intorno ai valori della tradizione cristiana - in una Federazione Russa che invoca il suo passato religioso.

     

    Ma è così?

    A causa dell’elevato numeri di aborti, la Russia è oggi un paese in preda a un grave calo di popolazione. Nonostante il loro numero sia decresciuto nel tempo, anche per via del calo demografico della fascia in età fertile, le cifre sono rimaste alte: nel 1994 3 milioni, nel 2000 2,11 milioni, nel 2010 1,18 milioni e nel 2020 poco più di 553.000[9].

    In rapporto al numero della popolazione totale il trend attuale sembrerebbe più o meno lo stesso di quello dei paesi dell’Europa occidentale. Non è esattamente così, perché le cifre officiali non tengono conto degli aborti praticati nei centri privati o di quelli chimici ma, se anche lo fosse, allora dovremmo porci una prima questione: in tema di aborto, né a livello delle leggi permissive né della pratica sociale, si vede una presunta superiorità morale della società russa.

    Di più. Putin governa praticamente da oltre un ventennio con poteri inesistenti nelle democrazie liberali. La statistica dice che non si è fatto granché in tutto questo lasso di tempo per debellare questo mostruoso male che colpisce, certo, non solo la Russia, ma tutto il mondo secolarizzato.

    Ma c’è di più. In realtà, a differenza di quanto per esempio vige in Polonia da qualche anno e più recentemente in alcuni stati americani, dove l’aborto è chiaramente ostacolato, la Russia ha ulteriormente regolamentato la pratica, confermandola nei fatti.

    Il 1 novembre del 2011, il Parlamento russo, controllato dal partito del presidente, Russia Unita, che nelle elezioni del 2008 aveva conseguito il 71,25% dei voti, approvò la cosiddetta Legge Federale del 21 novembre del 2011 N 323-FZ “Sui fondamenti della protezione della salute dei cittadini nella Federazione Russa”[10].

    Questa legge non parla mai di "aborto" ma di "interruzione artificiale della gravidanza", un crudo eufemismo in linea con la lobby abortista del mondo occidentale, che così cerca di mascherare questo crimine. L'articolo 56 recita al punto 1: “Ogni donna decide autonomamente sulla questione della maternità. L'interruzione artificiale della gravidanza viene eseguita su richiesta della donna con il consenso informato volontario”.

    Il punto 2 del sopramenzionato articolo stabilisce il termine generale per uccidere legalmente il nascituro: "L'interruzione artificiale della gravidanza su richiesta della donna si realizza ad un'età gestazionale fino a dodici settimane».

    Ma c'è un trucco: il punto 4 di quest’articolo introduce una scappatoia legale che consente l'aborto fino a 22 settimane o anche fino alla fine della gravidanza: «L'interruzione artificiale della gravidanza per motivi sociali si compie a un'età gestazionale fino alle ventidue settimane, e in presenza di indicazioni mediche, indipendentemente dall'età gestazionale”.

    In altre parole, basta che una madre affermi qualcosa di vago come presunte "ragioni sociali" per poter abortire fino al 5° mese di gravidanza, e se un medico lo consente, anche fino al momento prima del parto.

    Qualsiasi partito abortista della più liberale delle democrazie sottoscriverebbe una simile legge senza battere ciglio. Basterebbe questo a dimostrare che non esiste in Russia un serio sforzo politico per eliminare questa piaga.

    Andiamo comunque avanti parlando di un'altra mostruosità di cui in questi giorni si è giustamente detto come l’Ucraina ne sia una delle fucine: la pratica dell’utero in affitto.

    In Russia, la materia venne regolamentata ancora prima che in Ucraina (1° gennaio 2013) da una legge entrata in vigore il 1° gennaio 2012, cioè quando Presidente della Federazione era Medvedev, mentre Putin rivestiva la carica di Premier. Ma a nessuno sfugge che, nei fatti, il mandato del primo era ampiamente condizionato dal secondo, vero uomo forte del Paese. 

    Sotto il titolo «Basi della protezione della salute dei cittadini della Federazione Russa», la legge al punto 10, articolo 55, spiega che «madre surrogata può essere una donna dai 20 ai 35 anni che abbia almeno un figlio sano proprio, che dimostri con una documentazione medica il buono stato della sua salute. Una donna sposata può essere madre surrogata solo col consenso scritto del marito».

    La legge federale stabilisce che a servirsi di madri in affitto possono essere coppie sposate, madri sole e anche uomini soli che possono "affittare" il grembo di una donna, mentre vige formalmente il divieto per le coppie omosessuali[11].

    A questo punto, qualcuno potrebbe dire: “almeno loro vietano alle coppie omosessuali di servirsi di questa pratica ignominiosa!”. Vero – almeno sulla carta – ma questo singolo punto non può certo bastare ad innalzare un governo a difensore della Cristianità, altrimenti oggi dovremmo pensare lo stesso dell’hitlerismo e dello stalinismo per avere varato misure contro l’aborto…

     

    Dugin: “la Russia non è l’isola della salvezza”

    Chi legge l’attuale momento storico come uno scontro tra Liberalismo e Tradizione, difficilmente potrà negare le parole di uno degli intellettuali russi più citati in Italia – molto più qui che in Russia, per la verità – e ritenuto uno degli ideologi di riferimento di Putin.

    Parliamo di Aleksandr Dugin, secondo cui “non si può sostenere che la Russia moderna di Putin sia rappresentante di una tradizione. No, ahimè, non lo è”[12].

    Lo stesso, in una lunga intervista ad ampio spettro, ha del resto descritto molto bene la decadenza morale del suo Paese:

    “[…] dal punto di vista occidentale, può sembrare che Putin sia un conservatore integrale e che la Russia sia conservatrice, ma se si guarda la cosa più da vicino vediamo che non è certamente così. La nostra élite intellettuale va verso i valori occidentali: la teoria gender, il femminismo, l’influenza nel cinema, nel teatro, etc. […] i valori occidentali liberali purtroppo prevalgono tra i giovani. […] È uno dei problemi più grandi della Russia di oggi: siamo poco lontani dagli esempi più disgustosi della cultura occidentale, cioè di quello che è diventata”.

    Parole inconfutabili alle quali si aggiungono quelle sulla situazione dell’educazione scolastica. Sembra di leggere di qualche paese dell’Unione Europea:

    “[…] la maggior parte degli insegnanti ha avuto una formazione sovietica e dunque anche se non sono più marxisti, sono comunque dei materialisti che non hanno mai dato molto peso ai valori spirituali. Questo materialismo che già dava troppa poca importanza ai valori spirituali, è stato poi peggiorato molto dal liberalismo degli anni ‘90 che ha annientato qualsiasi valore spirituale residuo: quasi tutti i nostri professori e insegnanti è come se fossero diventati dei mostri. […] Proprio per questo, Putin non ha nemmeno toccato il campo dell’educazione: perché queste sono le posizioni di quasi tutti i professori. […] Inoltre, nel nostro sistema educativo è arrivato il pensiero occidentale LGBTQI+, di genere, Transgender etc”.

    Si potrebbe arguire che Putin non sia responsabile della situazione della pedagogia in Russia ereditata dal passato. Il fatto è che, pur essendo un uomo potentissimo che ha operato con estrema energia in Cecenia, in Georgia, in Siria e ora in Ucraina, non si capisce perché “non ha nemmeno toccato il campo dell’educazione”, che porta gli studenti russi a quei tanto denunciati modelli decadenti e che mette a rischio molto di più il futuro del Paese che una qualsiasi potenza straniera.

    Dunque, secondo Dugin, i giovani sono purtroppo allo sfascio. Forse si salvano gli adulti:

    “[…] Quando i giovani di oggi guardano i loro genitori vedono spesso dei manager o dei banditi, e tanti divorziati: valori in decomposizione. Persone depravate, degenerate, corrotte e pervertite. E loro non possono essere un esempio positivo per i giovani. Per questo, la nostra società attraversa così tanti problemi. Mancano figure che possano essere d’esempio, sia nella vita privata che in quella pubblica, così come nella cultura.  

    […] i giovani tendono ad abbandonare la loro individualità per divenire parte di una rete neurale globale basata sulla tecnologia. Si omologano alla tecnologia, perdendo così la loro capacità di essere individui. […] Ecco che scompare l’idea della crescita personale positiva: tutti rimangono dei banditi e dei depravati e si preparano a far parte di una società post umanistica e virtuale.

    […] In Russia abbiamo ancora dei valori, ma non è l’isola della salvezza. Non siamo ancora al nulla dell’Europa e degli Stati Uniti ma ci stiamo muovendo in questa direzione. Non siamo su una strada diversa dall’Occidente, è soltanto una questione di velocità: noi andiamo più lenti. Nessuno si occupa dei nostri giovani. Nemmeno Putin, che è l’unico ad avere l’ultima parola”[13].

    Come si vede, Dugin responsabilizza personalmente Putin, l’uomo che ha “l’ultima parola”, di non preoccuparsi di questi malanni così seri che colpiscono una società russa che egli governa senza reale opposizione. Orbene, insistiamo, non sarebbe il caso di rivolgere l’attenzione a queste problematiche anziché di muovere guerre contro i vicini?  

    Insomma, come abbiamo cercato di dire sin dall’inizio dell’articolo, e lo stesso Dugin lo conferma, la Russia non è su una strada diversa dall’Occidente, si tratta appena di una questione di diverse velocità nello stesso percorso di secolarizzazione rivoluzionaria. Allo stato attuale, non ha senso proporla come alternativa valida all’auto-cancellazione dell’Occidente.

    E poi c’è un problema non da poco: da parte di questa grande nazione, a livello ufficiale, non sono state riconosciute le conseguenze disastrose di sette decadi di bolscevismo, sia sul piano nazionale che mondiale. Un giudizio approfondito di quel periodo estremamente cupo della propria storia continua a latitare, anzi, è ostacolato e addirittura proibito, come ha recentemente dimostrato la chiusura definitiva dell’associazione Memorial Internazionale da parte della Corte Suprema russa il 28 febbraio scorso, pochi giorni dopo l’inizio della guerra.  

     

    Note

    [1] Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, Parte I, Capitolo I.

    [2] Idem ibidem, Parte I, Capitolo II.

    [3] Cfr. Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, Parte I, Capitolo III.

    [4] Matteo Matzuzzi, La piccola Chiesa di Russia, Il Foglio – 9 aprile 2022

    [5] Intervista a cura di Stefano Magni, Ecco perché Putin vuole conquistare l'Ucraina. E la religione è un pretesto, La Nuova Bussola Quotidiana, 24 febbraio 2022.

    [6] Ricercatrice presso la Fondazione Russia Cristiana e specializzata sulle tematiche del dissenso e della politica religiosa dello Stato sovietico e direttore responsabile della rivista La Nuova Europa.

    [7] Vedi CNN News – Brasil, 10 febbraio 2019.

    [8] Antonio Polito, Le idee Contro, Corriere della Sera – 18 marzo 2022.

    [9] Vedi Number of abortions in Russia from 2000 to 2020.

    [10] Vedi Федеральный закон от 21 ноября 2011 г. N 323-ФЗ "Об основах охраны здоровья граждан в Российской Федерации".

    [11] Cfr. Giovanni Bensi, IL MERCATO DEI FIGLI. Utero in affitto il traffico russo, Avvenire 7 agosto 2013.

    [12] Intervista a cura di Francesco Borgonovo, «È una guerra alle oligarchie mondiali», La Verità – 21 Marzo 2022.

    [13] Intervista a cura di Jacopo Brogi e Alessandro Fanetti, ALEKSANDR DUGIN: “IL GRANDE RESET È FALLITO. È L’ORA DEL GRANDE RISVEGLIO”, Come Don Chisciotte – 27 gennaio 2022.

     

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte.

  • Russia: crocevia fra Oriente e Occidente

     

     

    di Plinio Corrêa de Oliveira

    Nelle cose russe sono presenti elementi orientali e occidentali. Se mettiamo a confronto certi aspetti orientali – per esempio l’abito tradizionale dei cosacchi – con gli aspetti occidentali, vediamo che i primi danno un po’ l’impressione di qualcosa di barbaro. D’altra parte, però, mostrano una tale densità di misticismo, una tale densità di immaginazione, una tale capacità di creare mondi meravigliosi e trascendenti, che non possiamo non ammirare la superiorità dell’Oriente sull’Occidente in questo campo.

    Questo lo osserviamo, per esempio, nel paesaggio della foto, che mostra la chiesa del Sangue Versato, a San Pietroburgo. Vi sono bei palazzi in stile francese, ben costruiti, logici, ragionevoli, ordinati. All’improvviso, però, sorge una chiesa che rammenta piuttosto Mosca. Questa chiesa dice delle cose che i palazzi francesi sono incapaci di esprimere. È tutta circondata da un’atmosfera da favola, che si impone sulla piattezza occidentale. Questo aspetto fastoso dell’Oriente supera di gran lunga l’Occidente.

     

    Attribuzione foto: MassimilianogalardiCC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons.

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte.

  • Tutto potrà cambiare se il dollaro è usato come arma

     

     

    di John Horvat*

    I titoli dei giornali si concentrano sulle azioni militari della guerra in Ucraina. Tutto è visto in termini di resistenza ostinata, devastazione orribile e forniture militari che si riversano oltre il confine per frustrare l'ambizione della Russia di conquistare l'Ucraina.

    Tuttavia, sullo sfondo infuria un'altra lotta che potrebbe avere più impatto sulla scena mondiale. Il campo di battaglia è economico ed è in gioco l'ordine finanziario mondiale.

    Ma anche su questo fronte monetario, l'Occidente sembrerebbe avere ottenuto delle vittorie. I pacchetti di sanzioni tagliano fuori la Russia dal mondo globalizzato. Le multinazionali fuggono insieme ai loro fondi di investimento. L'economia russa è penalizzata dall’inflazione e dalla scarsità.   

    Alla fine di marzo, il presidente Biden si è vantato su Twitter che con le "sanzioni senza precedenti", "il rublo è stato quasi immediatamente ridotto in macerie".

     

    Un evento che riguarda il futuro del dollaro  

    Ma le sanzioni non hanno avuto l'effetto desiderato. L'economia russa non è crollata. Il rublo aveva perso inizialmente il 25% del suo valore, ma da allora lo ha recuperato. La moneta russa è legata ai prezzi del petrolio e del gas che la guerra hanno fatto salire vertiginosamente. Così, il mondo continua a pompare più denaro solido in Russia comprando petrolio e gas, mentre le sanzioni impediscono a questo denaro di uscire. 

    Tuttavia, va sottolineata una conseguenza importante della guerra economica poiché coinvolge il futuro del dollaro - l'unità di scambio stabile che serve come valuta di riserva del mondo.    

    L'evento nuovo è il congelamento delle riserve valutarie russe. Il 26 febbraio 2022, una dichiarazione congiunta di Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Francia, Germania, Italia e Commissione Europea ha annunciato che le parti avrebbero congelato le attività in valuta estera della Banca Centrale della Russia depositate nei loro rispettivi forzieri. Circa 300 miliardi di dollari del forziere di guerra della Russia sono stati resi inutili proprio quando erano più necessari.

    Prima di quest'annuncio, nonostante avesse molti problemi, il dollaro regnava ancora sovrano. Nessun'altra moneta si approssimava a sfidare il volume delle transazioni in dollari giacché nessun'altra nazione ha la stabilità e la forza per mantenere una valuta di riserva, per quanto siano forti i tentativi di paesi come la Cina.

    Tuttavia, il congelamento dei beni apre un fianco vulnerabile e potrebbe cambiare il modo in cui la gente pensa al dollaro. 

     

    Che succede se si usa il dollaro come arma

    La forza del dollaro non sta nel volume delle transazioni ma nella fiducia che gli viene riconosciuto come riserva di valore stabile in qualsiasi momento e luogo. Se questa fiducia viene meno, le nazioni e le industrie non lo vedranno più come un rifugio sicuro per parcheggiare le loro riserve.

    Così, il congelamento dei beni ha minato il dollaro nel suo punto più vulnerabile: la fiducia. Il congelamento delle riserve di dollari della Banca Centrale della Russia manda al mondo il messaggio che il dollaro non è più sicuro.

    L'America e i suoi alleati avevano sperato che la traumatizzante perdita di accesso dei russi alle loro riserve sarebbe stata una forte e rapida scossa per costringerli a porre fine l’invasione dell'Ucraina. Invece, sta causando una crisi di fiducia nella valuta americana che, una volta rotta, sarà difficile da ristabilire.

    I leader politici americani hanno usato il dollaro come arma. Niente del genere è mai stato fatto su una tale scala. I depositi in dollari possono ora scomparire in qualsiasi momento e per qualsiasi motivo. Le altre monete occidentali, pur non essendo valute di riserva, affrontano anch'esse simili crisi di fiducia.  

    "Congelando le riserve estere della Russia", scrive Philip Pilkington in American Affairs, "gli Stati Uniti, il Regno Unito e l'Unione Europea hanno segnalato al mondo che l'accesso di altri paesi alle loro riserve in dollari, sterline ed euro è subordinato al loro approccio alla politica estera".

     

    Ovunque si diffonde la sfiducia nel dollaro

    L'uso del dollaro come arma arriva in un momento in cui l'economia globale si sta dividendo in due blocchi. Uno è guidato dalla Cina e dalla Russia, e l'altro dagli Stati Uniti e dall’Europa. La guerra ucraina e le sanzioni occidentali sono servite come pretesto per accelerare un drammatico processo di disaggregazione. Tuttavia, il congelamento dei beni estende questa separazione a livello mondiale a nazioni come India, Sudafrica e Brasile, che ora guarderanno con sospetto un dollaro legato alla politica estera. Altri blocchi commerciali potrebbero formarsi con lo sviluppo di un mondo multipolare. 

    Il dollaro non verrà abbandonato immediatamente. Infatti, lo yuan cinese o altre alternative sono ora difficilmente affidabili. Tuttavia, la mossa svilirà il dollaro, le nazioni si spaventeranno e tenderanno a diversificare i loro assets,frammentando il sistema monetario globale.  

    Prima della crisi ucraina, l'economia globale rendeva tutto inestricabilmente interconnesso. I prodotti scorrevano senza soluzione di continuità da una parte all'altra del globo. In quanto valuta di riserva in cui la maggior parte delle materie prime sono denominate, il dollaro serviva da lubrificante per far girare le cose senza intoppi attraverso il sistema, fornendo all'America beni a buon mercato, credito abbondante e benefici commerciali. 

    Questa solida unione globale si è sfaldata con la guerra e con la sfiducia. Tempi duri ci attendono. 

     

    Si potrà balcanizzare il ruolo della valuta di riserva

    In queste circostanze, l'impensabile diventa possibile. E le cose possono accadere rapidamente, quando meno ci si aspetta.

    Detronizzare il dollaro, per esempio, non significa che il mondo adotterà un'altra valuta di riserva globale. In un mondo disaggregato, l'idea non è quella di sostituire il sistema attuale, ma di trascenderlo con un guazzabuglio di sistemi in cui il gas russo è venduto in rubli e il petrolio saudita in yuan.

    Può portare a ciò che lo stratega della Bank of America Michael Hartnett chiama la "balcanizzazione dei sistemi finanziari globali" che distribuirebbe il ruolo di valuta di riserva a diverse valute contemporaneamente.

    Nessuna di esse avrà il potere e l'efficienza che il dollaro ha dimostrato nei suoi ottant'anni di regno. Tuttavia, ciò non importa in un'economia multipolare. Così, il dollaro usato come arma potrebbe significare la fine della globalizzazione, inaugurando un mondo in cui tutto il commercio sarà anch’esso, in qualche misura, usato come arma secondo le sfere d'influenza.

     

    Qual è l’impatto di questo cambiamento 

    Nessuno sa cosa succederà in questo mondo post-dollaro e multipolare. Non esistono modelli per fare previsioni. Lo scenario non era nemmeno nei radar.

    Tuttavia, è evidente che si deva supporre che avrà un grande impatto sull'America. Tutti i vantaggi di uno status di valuta di riserva saranno cancellati. Il cambiamento aumenterà i prezzi interni, eroderà gli standard di vita, aumenterà il debito e il suo servizio, e renderà molto più costosi i beni importati. Il resto del mondo sperimenterà effetti simili.

    Eppure, molto più importanti delle conseguenze economiche saranno quelle culturali. Il dollaro usato come arma contribuisce alla fine dell'ordine liberale nato dall'Illuminismo. A causa di questo ordine liberale, sia l'Oriente che l'Occidente sono in uno stato di decadenza morale. Entrambi i mondi non possono più sopportare le superstiti restrizioni morali di alcune vecchie strutture liberali che, provvisoriamente, ostacolavano la strada a un'ulteriore decadenza.

     

    Fine dell'egemonia occidentale 

    Quindi, l'Est vuole porre fine all'egemonia occidentale con la forza, mentre l'Ovest insegue l’autocancellazione “woke” del suo proprio dominio. A entrambe le strategie serve la distruzione dell'ordine monetario mondiale stabilito a Breton Woods dopo la Seconda guerra mondiale.

    L'obiettivo di questa nuova situazione non è l'integrazione ma la disintegrazione.

    L'obiettivo dichiarato di Vladimir Putin è quello di sostituire l'attuale mondo unipolare globalizzato con un caotico "sistema multipolare" dove ogni potenza è libera di conquistare e governare la propria sfera di influenza senza avere restrizioni ingombranti o considerazione per lo stato di diritto. Un tale sistema sarà particolarmente vantaggioso per la Cina, che si può permettere di aspettare ai margini qualsiasi conflitto al fine di raccoglierne i pezzi.

    Da parte dell'establishment liberale, il dibattito viene inquadrato nei termini di una falsa narrativa che oppone democrazia liberale ad autocrazia autoritaria. La sua versione della democrazia liberale rappresenta poi le manifestazioni più radicali di una società “woke”, LGBTQ+ e secolarizzata, che porta alla divisione e all'autodemolizione.

    La caduta del dollaro è un modo per facilitare questo processo di autodemolizione. Per il signor Putin, se la sua guerra in Ucraina potrà aiutare a raggiungere questo scopo, ne sarà valsa la pena, anche se ciò significherà dover sacrificare rubli per ridurre l'Ucraina in macerie.

    L'unica cosa che sia l'Est che l'Ovest evitano a tutti i costi è una conversione morale, vera soluzione a tutti i problemi.

    *John Horvat II è uno studioso, ricercatore, educatore, conferenziere internazionale e autore del libro "Ritorno all'ordine: Da un'economia frenetica a una società cristiana organica”. È vicepresidente della Società americana per la Difesa della Tradizione, Famiglia e Proprietà.

     

    Fonte: CNS Nesw,14 Aprile 2022. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia.

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte. 

  • Ucraina: guerra oltre le linee, oltre ogni limite

     

     

    di Renato Cristin

    Che in Ucraina si trattasse di guerra vera, lo avevamo capito dagli oltre centomila soldati russi schierati e dal dispiegamento di mezzi, e che fosse unilaterale lo si vedeva dal pretesto addotto (la Russia ha attaccato l’Ucraina perché si sentiva minacciata nella sua esistenza: tesi tanto assurda da sconfinare nel grottesco); che fosse una guerra di invasione, lo si è intuito dopo un paio di giorni dallo scoppio con l’attacco da tutti i lati (tranne ovviamente quello occidentale), e che fosse di conquista era implicito nelle premesse politiche; che fosse una guerra sporca lo abbiamo visto solo da poco, da quando cioè abbiamo saputo che numerosi agenti russi si erano infiltrati da tempo in tutte le zone nevralgiche del Paese, facendo da punto di riferimento per le azioni e per i bombardamenti; ma che fosse tanto sporca da essere paragonabile a quella nella ex-Jugoslavia o in Libano, lo abbiamo visto solo quando un soldato russo ha potuto farsi largo tra la folla ucraina stringendo due granate nelle mani e minacciando di farle esplodere. Ecco, ora all’azione militare può affiancarsi quella terroristica.

    Questa, infatti, è una guerra senza fronti o dalle linee molto sfrangiate, in cui i soldati invasori si mischiano alla popolazione civile, dietro le linee; e che sta diventando senza quartiere e senza regole, come mostra il bombardamento della centrale nucleare di Zaporizhzhya, che è un fatto di gravità assoluta e prelude ad altri eventi che – meno gravi sul piano della distruzione di massa ma non meno funesti sul piano delle atrocità – in questa situazione di caos possono facilmente accadere, come devastazioni e violenze personali su civili inermi: oltre ogni linea, oltre ogni limite. E poiché gli ultimi proclami di Vladimir Putin vanno in questa direzione, parlando di distruzione del presunto nemico “nazi-occidentale” (falsa immagine contraddetta non solo dalla realtà occidentale, Ucraina inclusa, ma anche dal bombardamento russo del Memoriale di Babyn Yar), è possibile che la guerra sporca si trasformi in guerra di annientamento, che unisca la conquista del territorio con lo sterminio di chi vi si oppone, militari o civili che siano.

    Tutto ciò potrebbe culminare in una distruzione generalizzata (Kiev come Varsavia nel 1939 e nel 1944), oppure rimanere sul piano di distruzione localizzata sulle infrastrutture militari, oppure arrestarsi in qualsiasi momento e trasformarsi in una tregua che porti alla pace. Pregare e operare per quest’ultimo esito è ciò che tutta l’Europa sta facendo, ma al tempo stesso è necessario essere preparati anche ad altre ipotesi. Tregua e pace, dunque, ma sapendo che pace non è pacificazione. Le tossine che una certa Russia nostalgica dell’Unione Sovietica ha così pesantemente e diffusamente sparso, ben oltre i confini ucraini, non potranno essere smaltite così facilmente; e il risentimento che i governanti russi provano e mostrano verso l’Occidente non potrà essere rapidamente cancellato. Nelle province separatiste ci sono state azioni di gruppi paramilitari ucraini anche nei confronti dei civili filorussi, che vanno condannate come esecrabili, ma ciò che qui balza agli occhi è la sproporzione della risposta russa: non si può replicare con un intervento su larga scala e con mezzi da guerra globale ad attacchi localizzati e oltretutto non estendibili perché erano causati da una spinta secessionistica filorussa non presente in altre zone dell’Ucraina.

    La sproporzione bellica, in questo caso, è il segno di una volontà di potenza che precede qualsiasi atteggiamento o atto militare dell’Occidente e dell’Ucraina verso la Russia, e in ogni caso a un atteggiamento ostile non si può rispondere mettendo a ferro e fuoco le città, uccidendo civili, disarticolando il tessuto sociale e familiare di un intero popolo che, oltretutto, gli aggressori definiscono come popolo fratello (il massimo della contraddizione e del cinismo). La Russia ha oltrepassato un limite; sarebbe sacrosanto tornare indietro, ma il rischio è che proceda oltre. E poiché questo oltre è l’Occidente stesso, è al proprio interno che l’Occidente deve non solo pensare a come organizzarsi per agire, ma anche a come recuperare la propria identità.

    Quest’ultima esigenza sembra pura astrazione, staccata dalla realtà operativa che la guerra impone, e invece è la massima concretezza, perché riguarda i fondamenti su cui qualsiasi azione deve basarsi, che precedono la strategia militare o economica, perché riguardano l’identità stessa di chi agisce, senza la quale ogni atto diventa casuale, occasionale, incoerente, isolato dal contesto spirituale e morale, e in questo senso può essere anche un atto arbitrario. Se, dunque, questo fondamento è assente o molto labile, ogni interlocutore si sente in grado di sfidarci o, nel caso di un nemico, di aggredirci. Il medesimo schema che più volte abbiamo evidenziato nello scontro con il radicalismo islamico vale oggi anche nel confronto con la Russia, o in altri termini, per fortuna, con la Cina: senza identità precisa, forte ed esplicita, non si va da nessuna parte e tanto meno si vincono le sfide con gli avversari.

    La Russia aggredisce l’Occidente per due cause, una efficiente e una finale: perché le istituzioni occidentali hanno mostrato tutta la debolezza che deriva dall’aver smarrito i propri valori fondanti (e ciò permette l’attacco), e perché essa sostiene di sentirsi minacciata e, soprattutto – ecco la finalità – perché con il pretesto del Lebensraum cerca di rafforzarsi su tutti gli scenari possibili, dal Medio Oriente all’America Latina e, oggi, all’Europa. L’erosione dei valori e la loro trasfigurazione nei simulacri valoriali propagandati dal politicamente corretto forniscono indirettamente agli avversari, nel caso odierno alla Russia, strumenti per aggredirci, ora in forma bellica, ieri in quella teorica o politica. Il nihilismo dell’Occidente attuale conduce a una doppia perdita: di identità e di potenza, di spirito e di spazio. E a entrambe queste sottrazioni si accompagna una perdita di libertà, come possiamo intravedere dagli sviluppi del confronto militare con la Russia e come abbiamo già amaramente constatato con la illiberale gestione politico-sanitaria della pandemia in molti Paesi occidentali, Italia in testa (orribile primato la cui gravità non potrà essere cancellata come se nulla fosse accaduto).

    Non bastano le armi, siano pure testate nucleari, per vincere una guerra e, da quanto si è visto, nemmeno più per evitarla; occorrono motivazioni autentiche e soprattutto un’identità forte. Anche la Russia non è in buona salute da questo punto di vista, perché la struttura economico-finanziaria su cui si regge non solo il gruppo degli oligarchi ma l’intero sistema sociale è l’antitesi della spiritualità che contraddistingue la tradizione russa più nobile e genuina. Il nihilismo post-sovietico è diverso da quello dell’Occidente odierno, ma produce una medesima debolezza dello spirito, che permette in entrambe le parti l’ascesa di gruppi di dominio che, per entrambe le parti, sono dannosi come il veleno e da rifuggire come la peste. Gruppi animati non solo dalla brama di profitto (cosa in sé assolutamente lecita e, anzi, produttiva se rispettosa della persona, della sua dignità e della sua vita), ma dalla volontà positivistica di controllo e di limitazione della libertà personale, da un positivismo burocratico che in Russia si presenta come frutto ideologico dell’eredità sovietica e che in Occidente assume le sembianze del funzionalismo totalitario di cui la sciagura pandemica ha svelato motivazioni e scopi. È questo nihilismo la peste dell’Occidente e dell’Oriente, e chi riuscirà a sconfiggerlo sarà in grado di imporre la pace o, nel non auspicabile caso peggiore, di vincere lo scontro. Noi ovviamente facciamo il possibile affinché sia l’Occidente a debellare per primo il virus nihilistico.

     

    Fonte: L’opinione degli Altri, 5 Marzo 2022.

  •  

    © 2022 EWTN News, Inc. Reprinted with permission from the National Catholic Register

    Una Chiesa risorta dalle ceneri in Ucraina

     

     

    di Don Benedict Kiely*

    Qualche settimana fa, mentre attraversavo a piedi il confine dall'Ucraina alla Polonia, ha iniziato a piovere a dirotto. Pur non essendo rifugiati, io e il mio compagno di viaggio, un giornalista di un quotidiano nazionale britannico, eravamo piuttosto malridotti e bisognosi di un riparo. Subito dopo il loro ingresso in Polonia, molte ONG e altri enti caritatevoli avevano inviato tende con cibo, bevande calde e assistenza medica per aiutare le migliaia di donne e bambini ucraini che stavano arrivando.

    Sentendo parlare inglese in una delle tende, siamo stati accolti gentilmente e ci è stato offerto caffè e pizza. Dopo qualche minuto di conversazione, uno dei giovani volontari mi ha chiesto se fossi un sacerdote cattolico. Dopo aver risposto di sì, mi ha chiesto se avevo sentito parlare della sua scuola cattolica in Inghilterra, che in effetti è una delle più famose. Chiedendogli l'età, gli ho chiesto se conosceva la mia figlioccia, che era stata anche lei allieva. Come disse san Giovanni Paolo II, nella provvidenza di Dio "non esistono coincidenze": lui la conosceva bene.

    Il nostro viaggio era iniziato quattro giorni prima. Sempre sotto la pioggerellina, il Giovedì Santo ortodosso e cattolico orientale, abbiamo attraversato la frontiera assieme ad un piccolo numero di donne e bambini ucraini che tornavano per la Pasqua. Nella fila al controllo di frontiera, una madre ci ha detto che stava tornando per vedere il marito, che stava combattendo, e per celebrare con lui i giorni di festa, ma che poi sarebbe tornata in Polonia perché era troppo pericoloso rimanere in Ucraina.

    Eravamo diretti a Leopoli, nell'Ucraina occidentale, relativamente sicura, anche se colpita più volte da missili russi, persino pochi giorni prima del nostro arrivo, con sette morti. Il mio collega stava scrivendo un articolo per il suo giornale sulla "Pasqua in Ucraina", tuttavia il mio interesse era rivolto non solo alle celebrazioni liturgiche, ma anche a mostrare solidarietà e sostegno alla Chiesa greco-cattolica ucraina.

    Ero già stato a Leopoli nel 2017, in un periodo di relativa pace, ed ero rimasto affascinato dalla città. Nel centro storico predominano gli incantevoli edifici di epoca asburgica, fortunatamente sopravvissuti alla Seconda Guerra Mondiale. Governata di volta in volta da polacchi, lituani, russi e, naturalmente, dall'impero austro-ungarico, Leopoli aveva subito non solo l'occupazione nazista ma, come tutta l'Ucraina, decenni di repressione sotto il comunismo ateo dei sovietici.

    La brutale repressione da parte dei comunisti della Chiesa cattolica ucraina, una Chiesa di rito orientale in comunione con Roma dal XVI secolo, non è abbastanza conosciuta dalla maggior parte dei cattolici occidentali, e certamente non lo è dai media. Purtroppo, il mio amico mi ha detto che non poteva scrivere molto su di essa perché i suoi redattori sapevano poco della sua storia e pensavano che il pubblico dei lettori non sarebbe stato particolarmente interessato a saperne di più.

    Essendo la più grande delle Chiese Cattoliche di rito orientale, la storia di questa chiesa è una componente molto importante per comprendere l'attuale guerra di aggressione da parte della Russia e ciò che potrebbe accadere ai nostri fratelli cattolici orientali.

    Costretta da Stalin nel 1946 all'unione con la Chiesa ortodossa russa, la Chiesa greco-cattolica ucraina può davvero essere definita una Chiesa di martiri, sia nel senso che molti vescovi, sacerdoti, religiosi e laici sono stati effettivamente uccisi per la loro fedeltà, ma anche solo nel senso della loro incredibile testimonianza nel corso di oltre quattro decenni di intense persecuzioni.

    Uno dei sacerdoti dell'Università Cattolica Ucraina di Leopoli mi ha descritto la Chiesa sotto il comunismo come una "Chiesa catacombale". I seminari erano sotterranei, le Messe venivano celebrate nei boschi e nelle foreste e non era permesso aprire una sola chiesa. Nel 1989, con la caduta dell'"impero del male", come Ronald Reagan accuratamente descrisse il regime sovietico, la Chiesa emerse dalle ceneri, come Cristo risorto che esce dalla tomba.

    Fu una resurrezione straordinaria, aiutata in modo considerevole dalla diaspora cattolica ucraina, in particolare dal Canada e dagli Stati Uniti. L'università stessa è una testimonianza di questo straordinario rinnovamento, essendo stata costruita ex novo dal 1989.

    Le bellissime liturgie erano piene di gente. Il Venerdì Santo, la fila per venerare la Santa Icona del Cristo morto, simile alla venerazione occidentale della Croce, usciva dalla chiesa e arrivava in strada. Sacerdoti e laici mi hanno detto che si discuteva su cosa fare se la Chiesa fosse dovuta tornare nelle catacombe. Già nell'est dell'Ucraina, nella regione del Donbas e in altre aree conquistate dai russi nel 2014, la Chiesa cattolica ucraina stava sperimentando una nuova forma di repressione e soppressione, un fatto a malapena riportato dai media occidentali.

    Molti temono che, con un ingenuo ottimismo o con una deliberata ignoranza, le autorità di Roma si siano concentrate troppo a lungo sull'ecumenismo con gli ortodossi russi a scapito di un sostegno forte e visibile alla Chiesa greco-cattolica dell’Ucraina. C’è fra loro un vero e proprio shock per il fatto che il Papa non abbia ancora nominato la Russia come aggressore e anche la speranza che presto nomini cardinale il leader della loro Chiesa, l'arcivescovo maggiore Sviatoslav Shevchuk, cosa che è avvenuta con i quattro predecessori.

    Come qualcuno che ha dedicato il suo intero ministero sacerdotale all'aiuto e alla difesa dei cristiani perseguitati, è stato particolarmente scioccante vedere le somiglianze tra ciò che sta accadendo in Ucraina e ciò che ho visto in Iraq e in Siria durante le mie molteplici visite dal 2015. Ancora una volta, una grande maggioranza della popolazione è diventata "IDP" (Internally Displaced Persons, cioè sfollati, ndt). Non si può essere rifugiati nel proprio Paese! La tragedia e lo scandalo di questa guerra è che a causarla non sono gli estremisti islamici, ma i fratelli cristiani.

    Tuttavia, mentre la Chiesa cattolica ucraina è emersa dalle ceneri del comunismo, la Messa della domenica di Pasqua a Lviv, nonostante le sirene dei raid aerei che hanno punteggiato la nostra visita, mi ha dimostrato con il suo canto gioioso e la navata piena, che il male non avrà l'ultima parola. Visitando la scuola di iconografia dell'Università di Leopoli, ho comprato una bellissima icona della Resurrezione. Mi ha colpito, in qualche modo, in quanto vero simbolo della vita della Chiesa cattolica ucraina. Cristo tende le mani ad Adamo ed Eva, pronto a tirarli fuori dalle tenebre dell'inferno verso la luce della sua gloria. Dobbiamo pregare che questo sia vero per tutto il popolo ucraino.

    *Padre Benedict Kiely è un sacerdote dell'Ordinariato personale di Nostra Signora di Walsingham. Nel 2014 ha fondato Nasarean.org, un'associazione benefica con sede a Stowe, nel Vermont, che cerca di servire i cristiani perseguitati in tutto il mondo.

     

    Attribuzione foto: By Jerzy Strzelecki - Own work, CC BY-SA 3.0, Wikimedia.

     

    Fonte: National Catholic Register, 9 maggio 2022. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia.

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte.

  • Una guerra culturale globale che l'Occidente deve vincere

     

     

    di John Horvat

    Falso e vero Occidente

    La guerra in Ucraina è più di un'ingiusta guerra di aggressione da parte della Russia. Ha come obiettivo anche l'Occidente come concetto e come blocco geopolitico. Una guerra culturale globale si profila all'orizzonte, minacciando di distruggere ogni cosa.

    Due nozioni di ciò che si intende per "Occidente", una vera e l'altra falsa, sono al centro di questa battaglia culturale. Questi due modelli uniscono i liberale mettono i conservatori l'uno contro l'altro. L'opinione pubblica si trova confusa, incapace di determinare quale versione debba essere difesa o quale contrastata.

    La nozione di Cristianità

    L’autentica nozione potrebbe essere chiamata Occidente "veramente cristiano" e corrisponde a quel blocco di nazioni che hanno guidato il mondo grazie al loro legame con il passato europeo e in modo particolare, con la sua ricca cultura cristiana. Quell’Occidente coincide con la Cristianità e si applica a tutte quelle aree – anche nel Nuovo Mondo - che hanno condiviso una visione metafisica e religiosa della vita.

    Questo Occidente ha sviluppato sistemi di legge, educazione, di logica e di morale che favoriscono il progresso e la prosperità umana. La sua metafisica si basa sulla natura delle cose e su una verità oggettiva conoscibile. Il centro di questa civiltà è Dio, la sua legge e la Chiesa.

    La società moderna beneficia dei resti sopravvissuti di questa Cristianità, anche se ripudia le sue lontane radici. Se oggi c'è un resto di ordine nella società occidentale è perché le tracce di essa si trovano ancora nelle sue strutture, leggi e istituzioni.

    Ma la società secolare postmoderna di oggi rifiuta questo modello. Anzi, l'establishment "occidentale" e la sua corrispondente cultura scristianizzata e decadente, lo disprezzano.

    L'Occidente guidato da Davos

    Il secondo concetto di "Occidente" è qualcosa di completamente diverso dal concetto di Cristianità. Sia la sinistra che la destra usano questa definizione per attaccare il vero Occidente cristiano. Questo "Occidente" è associato a quelle stesse nazioni legate in un modo o nell’altro all'Europa, e si esprime in vaste reti economiche e politiche che incarnano un ordine basato su regole che sostengono il liberalismo come sistema politico della modernità. Tale “Occidente” potrebbe essere definito come l'Occidente guidato da Davos.

    Questo "Occidente" prende in prestito enormemente dal capitale sociale e dall'infrastruttura razionale dell'Occidente cristiano, anche se mai riconosce questo debito. Esso è vittima della paradossale tenebrosità dei pensatori cosiddetti illuministi che hanno rotto l'unità sociale e morale del vero Occidente cristiano promuovendo un mondo individualista e materialista. Tuttavia, questo “Occidente” diffonde anche la propria decadenza secolare accelerando la sua caduta.

    Se il vero Occidente cristiano è il bambino, la versione guidata da Davos è l'acqua della vasca1. La seconda viene usata contro la prima. I liberal odiano i valori del vero Occidente cristiano, pur godendo di tutte le comodità e i progressi che ne derivano. I conservatori ripudiano l'Occidente guidato da Davos mentre devono lottare per sopravvivere in mezzo alla sua depravazione morale e al suo secolarismo senza Dio.

    Questo Occidente guidato da Davos sembrava aver trionfato ovunque nel periodo successivo alla Guerra Fredda. Tutto pareva andare diritto verso un unico villaggio globale che inseguiva piaceri e passioni in un festival di frenetica sregolatezza, senza alcun riconoscimento di Dio. La sua tecnologia avanzata ha permesso poi di unire tutte le cose in modo istantaneo e senza sforzo.

    La frantumazione dell’Occidente guidato da Davos

    Questo trionfo è parso sicuro fino a quando il COVID e poi l'Ucraina hanno destabilizzato ulteriormente le cose. Il conflitto in Ucraina prende di mira l'Occidente guidato da Davos e le sue vaste reti. Le reti globali che mantenevano l'egemonia occidentale sono ora lacerate. In pochi mesi, la guerra in Ucraina ha spazzato via il lavoro di globalizzazione di una intera generazione.

    Entrambe le parti sono impegnate in un lavoro di disaccoppiamento. Ogni nuova sanzione imposta alla Russia rende più difficile la ricostituzione di un mondo globalizzato. Ogni nuovo passo della Russia dentro il territorio dell'Ucraina rappresenta la frantumazione del mondo in nuove egemonie, blocchi commerciali, correnti ideologiche e partnership scomode. Il risultato finale sarà l'irreparabile separazione dell'Est dall'Ovest.

    Questo Occidente come unità geopolitica si sta frantumando, aprendo la strada a un mondo multipolare sconosciuto. Molti a destra accolgono questo sviluppo come una liberazione da quella 'acqua sporca’ che occupa la vasca culturale. Allo stesso tempo, gli esponenti della sinistra celebrano la scomparsa dell'influenza del ‘bambino’, cioè di quell’Occidente cristiano che ancora mantiene un certo ordine morale nella società.

    L'annientamento del vero Occidente cristiano

    Tuttavia, l'obiettivo più importante della guerra in Ucraina è il vero Occidente cristiano. La Russia non si è mai del tutto unita a questo vero Occidente cristiano. È una nazione dell'Europa orientale che l'Ortodossia di stampo orientale ha dominato per quasi un millennio. Partendo da questo passato, il movimento eurasiatico di Vladimir Putin cerca di creare una rete anti-occidentale di Paesi orientati da strane ideologie e rigide autocrazie. La Russia, la Cina e i loro Stati clienti cercano di soppiantare il vero Occidente cristiano con un quadro che ricicla vecchi errori (molti dei quali paradossalmente occidentali) basati su un misto di nazionalismo, marxismo, gnosticismo e persino elementi mistici. In effetti, ciò che unisce l'euroasiatismo pan-slavo della Russia odierna (e di Alexander Dugin) con la "nuova era del socialismo con caratteristiche cinesi" di Xi Jinping è il loro comune carattere militante anti-occidentale e filo-marxista.

    Gli ideologi russi euroasiatisti odiano le tracce del vero Occidente cristiano che ancora sopravvivono nelle istituzioni, nelle regole e nei sistemi di oggi. Da molto, prendono di mira soprattutto la Chiesa cattolica e le sue dottrine che mettono in crisi la stagnante ortodossia. Questi pensatori rifiutano l'ordine razionale dell'Occidente e immaginano una Russia primitiva, mistica, comunitaria e tribale.

    Molti filosofi occidentali, alcuni dei quali si auto-definiscono pagani o occultisti, si uniscono alla loro controparte euroasiatica nell'ammirare questo ideale russo primitivo. L'autore Matthew Rose nel suo libro del 2022, Un mondo dopo il liberalismo: Filosofi della Destra Radicale2[qui una recensione], esplora il pensiero di cinque figure chiave che hanno influenzato l'attuale dibattito contro l'Occidente: Oswald Spengler, Julius Evola, Alain de Benoist, Francis Parker Yockey e Samuel Francis. La loro posizione filorussa include critiche severe al cristianesimo occidentale che, secondo loro, devitalizza gli impulsi naturali e deforma le relazioni sociali.

    E poi c’è la sinistra mondiale che odia tutte le manifestazioni del vero Occidente cristiano perché insinua una forma di superiorità in un mondo che deve essere egualitario. L'odio è così intenso che l'establishment woke3 ora è impegnato in quella che si potrebbe definire una "guerra civile contro tutto e tutti", nel tentativo di annientare qualsiasi valore cristiano nella società occidentale.

    Il bersaglio è sempre l'Occidente

    La Russia odierna rifiuta quindi entrambi gli Occidenti, quello vero e quello falso. Cerca di distruggere le vaste reti del falso Occidente guidato da Davos, credendo erroneamente che, togliendogli la prosperità, anche il vero Occidente verrà rovinato. Russia e Cina sfidano le reti di Davos contrapponendole un Oriente anti-Davos, che creerà il caos economico e distruggerà la preminenza americana. Inoltre, la Russia odierna propone false ideologie che sostituirebbero ogni traccia di civiltà cristiana occidentale.

    D’altra parte, la guerra sta spezzando l'unità delle vaste reti e catene di approvvigionamento, già compromesse da decenni di fiducia dagli accordi commerciali con i comunisti.

    Più tragico ancora, le nazioni occidentali se la prendono in ogni modo contro la loro origine cristiana. La guerra culturale all'interno del vero Occidente cristiano sta trascinando quest’ultimo verso un mondo simile a quello pagano, panteista e selvaggio, che distruggerà la civiltà moderna, buttando sia il bambino che l'acqua sporca.

    È quindi iniziata una guerra culturale globale e la posta in gioco è il futuro dell'Occidente.

    Per combattere in questa guerra, l'Occidente non deve rifiutare l'ordine razionale, lo Stato di diritto e la metafisica oggettiva che gli conferiscono struttura e ordine. Deve resistere alla distruzione postmoderna della logica e alle narrazioni strambe. Soprattutto, l'Occidente deve tornare alle sue origini che si trovano in Dio, nella sua legge e nella sua santa Chiesa.

    Queste soluzioni ricordano quei messaggi inascoltati che furono rivelati dalla Madonna a Fatima nel 1917, quando il pericolo russo esplose sulla scena mondiale, validi oggi come allora.

     

    Note

    1. L’immagine impiegata si riferisce al detto popolare “non buttare il bambino con l’acqua sporca”.
    2. A World After Liberalism: Philosophers of the Radical Right.
    3. Denominazione che viene data alla nuova sinistra occidentale decostruzionista.

     

    Fonte: Tfp.org, 20 giugno 2022.  Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia.

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte.  

  • Videomessaggio di Sua Beatitudine Sviatoslav Shevchuk, capo e padre della chiesa greco-cattolica ucraina, dalla città di Kyiv nella quinta giornata della guerra in Ucraina

    (Chiesa greco-cattolica ucraina, Segretariato dell’Arcivescovo Maggiore, Roma)

     

     

    Comunicato stampa, 28 febbraio 2022

    Cristo sia lodato!

    Cari fratelli e sorelle in Cristo!

    Oggi è lunedì, 28 febbraio, e vi mando le parole di benedizione dalla capitale dell’Ucraina, la nostra amata Kyiv! Siamo al quinto giorno della guerra sanguinosa, disumana e crudele.

    In questi giorni abbiamo visto l’eroismo dei nostri soldati, abbiamo visto il coraggio del nostro popolo, abbiamo visto come perfino persone anziane si mettono sotto i carri armati affinché non entrino nei loro villaggi e nelle città, abbiamo visto come interi paesi escono insieme per bloccare a mani vuote la strada ai carri che invadono l’Ucraina.

    Ma abbiamo anche visto le atrocità e il volto disumano di coloro che ci uccidono. Quelli che mettono bambini e donne sui carri armati per farne lo scudo umano, per portare morte e distruzione nel cuore, all’interno dell’Ucraina [ndr. riferimento alle azioni dell'esercito russo].

    Ma noi resistiamo. Resistiamo in preghiera. Per il nostro esercito. Per la nostra Patria. Per il nostro paziente, ma sofferente popolo ucraino di cui, secondo l'ONU, oggi abbiamo quasi quattrocentomila profughi. In meno di cinque giorni.

    Ma noi resistiamo. Resistiamo in preghiera.

    Oggi è il primo giorno di Quaresima in molte delle nostre comunità che seguono il calendario gregoriano. Vi prometto che questa Quaresima sarà per voi molto speciale, perché insieme siamo in cammino verso la Pasqua. E la Pasqua ci sarà, perché la nostra Pasqua è il nostro Signore Risorto Gesù Cristo.

    Sono grato al Santo Padre, che ieri, dal Palazzo Apostolico, ha nuovamente e con fermezza condannato la guerra in Ucraina. Ha condannato fermamente coloro che, iniziando una guerra contro altre nazioni, stanno combattendo contro il proprio popolo. Sono grato al Santo Padre per il suo sostegno, la sua preghiera per noi e per il suo desiderio di fare il possibile per fermare questa guerra.

    Inoltre, vorrei ringraziare tutti coloro che hanno espresso il desiderio di aiutare l’Ucraina e che organizzano aiuti di ogni genere. Oggi, in particolare, mi appello a voi: facciamo di tutto per fermare questa aggressione, per fermare la guerra.

    Anche quando questo sembra impossibile, anche quando i diplomatici, i giuristi e i capi di Stato dicono che questo è molto difficile, preghiamo affinché Dio della pace ci dia la saggezza per fermare l'aggressione con il dialogo. Perché sappiamo che la diplomazia e il dialogo sono l'alternativa alla guerra. E che sempre, alla fine della guerra, bisogna sedersi al tavolo delle trattative. Che il dialogo e la diplomazia vincano sulla guerra!

    Desidero sostenere l'iniziativa che i nostri volontari hanno lanciato con il nome "Torna vivo dall'Ucraina". Questa è una linea verde ucraina per i parenti dei militari russi entrati nella nostra terra come nostri nemici. Se qualcuno in Russia ha perso i contatti con i propri figli o mariti, mandati a uccidere in Ucraina, chiami questo numero. Vogliamo aiutarvi a trovare i corpi dei vostri figli caduti, o quelli che potrebbero essere ancora in vita. E riportarli in Russia.

    Possa il Signore Dio mandare la pace nel cuore delle nazioni! Possa fermare la guerra! Dio ci aiuti a vedere la pace in Ucraina.

     

    Attribuzione foto: The Chancellery of the Senate of the Republic of PolandCC BY-SA 3.0 PL, via Wikimedia Commons.

     

    Fonte: Il Sismografo, 28 Febbraio 2022.