San Michele Arcangelo

  • SAN MICHELE ARCANGELO

    Difensore della Chiesa contro le società segrete e le eresie moderne

     

     

    di Plinio Corrêa de Oliveira

    San Michele è uno dei sette spiriti assiso al trono dell’Altissimo, pertanto un principe della Corte Celeste, e uno dei ministri a cui il Creatore ha conferito i poteri più straordinari per assistere gli eletti nelle loro lotte.

    Il profeta Daniele lo chiama “uno dei primissimi principi”[1] e ‘Principe protettore dei Giudei’[2], cioè del popolo eletto in quanto depositario della vera fede, del popolo particolarmente amato da Dio, e oggetto delle sue cure più attente. La cura, dunque, di questo popolo, da cui doveva nascere il Salvatore, era stata data a quell'Angelo. Questo semplice fatto rivela la sua dignità e il suo potere.

    Non solo. Oggi, depositaria di tutte le tradizioni, di tutte le prerogative del popolo eletto, è la Chiesa. Ereditando tutti i suoi doni, certamente Ella riceve a maggior ragione questa grazia, perché l'antico popolo eletto non la meritava più.

    Nemico della menzogna e dell'orgoglio, San Michele sconfisse il diavolo quando questi, nonostante il suo altissimo spirito, si ribellò a Dio. Questa lotta si perpetuata costantemente, questa parte della sua missione è perciò sempre attuale. Poiché Lucifero non può più pretendere di essere uguale a Dio, e nemmeno di combattere direttamente contro di Lui, cerca vendetta sulle creature, che sono l'oggetto del suo Amore. Ma la coscienza dell'uomo è un luogo segreto, conosciuto solo da Dio stesso. Quindi, il diavolo normalmente non può percepire il nostro stato d'animo, se non attraverso le apparenze esteriori. Usa quindi i mezzi più astuti per sedurci, le mosse più subdole, più segrete, gli atteggiamenti apparentemente più dignitosi e rispettabili, nascondendo la sua malizia e presentandoci vantaggi nelle piccole capitolazioni, ecc... Questo è sempre stato il suo ruolo da quando vide ridotta la sua forza - incomparabilmente superiore a quella degli uomini - dal Creatore di tutte le cose. Incapace di vincerci nella lotta a viso aperto, perché difesi dall'Onnipotente, usa la sua astuzia malvagia per dominarci gradualmente.

    La missione di San Michele, dunque, di sorvegliare il demonio e di difenderci dai suoi inganni, appartiene a tutti i tempi. Prima che Cristo venisse sulla terra, il popolo ebraico fu scelto perché aveva conservato meglio le tradizioni monoteistiche ereditate dai nostri progenitori. Tutto questo tesoro custodito gelosamente nel seno di un popolo per tanti secoli, fu portato a compimento, e in maniera definitiva, con la venuta di Cristo sulla terra. Pertanto, questo nuovo ordine, stabilito dal Verbo Divino incarnato, è incomparabilmente superiore al precedente, ed esige, quindi, molte più cure dal suo celeste protettore. Ora, se un attacco alla Legge Antica era così grave che spesso Dio puniva immediatamente coloro che la trasgredivano, essendo questo l'unico modo per preservare la devozione di quel popolo, tanto più grave è qualsiasi attacco alla Nuova Legge, sebbene la punizione non sia così tempestiva e così violenta. E molto ha da fare ha oggi San Michele Arcangelo contro il paganesimo moderno, sia che si manifesti nella forma di un agnosticismo pedante e incoerente, sia nella forma di una mitologia inferiore, sia anche nella forma di uno statalismo che riduce il fine dell’uomo a essere un complemento dello Stato, abbassandolo a un ingranaggio sconosciuto del grande insieme e a dolce oggetto del suo orgoglio.

    Grande è il potere di questi spiriti celesti, specialmente dell'Arcangelo San Michele, la cui missione è così rilevante. La devozione per i Santi Angeli non è molto sviluppata tra noi, tuttavia è preziosa, perché oltre ad essere molto potenti, gli Angeli hanno la missione di proteggerci in modo speciale. Pertanto, in un momento in cui nessuno ha idea di come sarà il domani, sarebbe meraviglioso coltivare con più affetto una devozione così indicata.

     

    Note

    [1] Dn 10, 13

    [2] Cfr. Dn 12, 1

     

    Fonte: O Legionário, 24 settembre 1939, N. 367 pag. 4. Tratto dal sito www.pliniocorreadeoliveira.info. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte.

  • Quando la preghiera si rivelò potente contro la peste

     

     

    di Edwin Benson

    I funzionari pubblici che si occupano del coronavirus hanno dimenticato una misura: l'importanza della preghiera, che viene scartata da una società secolare la quale non crede che Dio possa agire sulla natura che ha creato. La preghiera sarebbe quindi inefficace.

    La storia dimostra il contrario. La Chiesa ha registrato innumerevoli casi di individui e società che sono stati salvati dal potere della preghiera. La modernità ha preferito adorare la Scienza come un nuovo dio che tutto può. Le recenti dichiarazioni di due personaggi pubblici americani molto noti riflettono questo atteggiamento laico.

    La prima è arrivata dal Governatore di New York Andrew Cuomo che si stava indirettamente congratulando con sé stesso per i suoi sforzi nel rallentare il virus. Il giorno dopo Pasqua ha detto: “Il numero è diminuito perché noi l’abbiamo diminuito. Non è stato Dio a farlo. Non è stata la sorte a farlo. Non è stato il destino a farlo. Questo è stato fatto con tanto dolore e sofferenza”.

    La seconda dichiarazione è pervenuta dal cardinale Blaise Cupich di Chicago. In un'intervista con una stazione televisiva locale, il cardinale Cupich ha detto: "Dio non ci permette di inserire una religione in una formula magica in cui diciamo una preghiera e pensiamo che le cose spariranno... dobbiamo assicurarci di mantenere ognuno di noi sano e salvo.” Ha espresso la sua opinione sul modo migliore per affrontare la crisi: "La solidarietà umana è qualcosa su cui dobbiamo fare affidamento in questo momento".

    Queste dichiarazioni sono preoccupanti, soprattutto durante questa crisi, perché scoraggiano il ruolo di Dio e della preghiera quando essi sono più necessari. Mostrano anche fino a che punto è caduta la società moderna. I personaggi pubblici farebbero bene a guardare alla saggezza del passato e a riprendere la forza dell'umiltà, della penitenza e della preghiera. La Santa Madre Chiesa offre cure che vanno ben oltre la “solidarietà umana” del cardinale Cupich.

     

    Papa San Gregorio Magno e San Michele Arcangelo

    La storia della Chiesa è piena di avvenimenti in cui la preghiera si è dimostrata potente contro la peste. Tre esempi serviranno a illustrare cosa può accadere quando un popolo fervente si appella a Dio.

    Nell'anno 590, Roma appariva come un guscio svuotato della sua grandezza a causa dell’epidemia. L'autorità civile era quasi inesistente e un terremoto aveva reso la vita ancora più precaria. La popolazione era spaccata tra cattolici, seguaci dell'eresia ariana e pagani. Il 7 febbraio 590 moriva papa Pelagio II ed è eletto come suo successore san Gregorio Magno.

    Il 25 aprile il nuovo papa organizzò una processione per le strade della città. Piccoli gruppi processionali partirono da varie parti della città avviandosi verso la chiesa di Santa Maria Maggiore, dove li attendeva Papa Gregorio, con in mano un'immagine miracolosa della Madonna attribuita a San Luca (ndt, la celeberrima Salus Populi Romani, ancora esposta nella cappella Paolina della basilica romana). Mentre la processione passava davanti al mausoleo dell'imperatore Adriano, i partecipanti videro l'Arcangelo Michele in cima alla massiccia tomba nell’atto di rinfoderare una spada fiammeggiante.

    La folla irruppe in preghiera:

    “Regina Coeli laetare, Alleluia! (Regina del Cielo, rallegrati, Alleluia!)

    Quia quem meruisti portare, Alleluia! (Per il Figlio che hai meritato di partorire, Alleluia!)

    Resurrexit sicut dixit, Alleluia! (È risorto come ha detto, Alleluia!)

    L'aria si schiarì e la peste finì. La tomba, simile a una fortezza, venne ribattezzata Castel Sant'Angelo. Sulla sommità dell'edificio venne posta una statua di San Michele che lì è rimasta come ricordo per la città della sua liberazione.

     

    San Rocco

    San Rocco fu un nobile francese nato intorno all'anno 1340. Rimasto orfano da bambino, Rocco cedette i suoi averi e si recò in pellegrinaggio a Roma. Arrivato quasi alla Città Eterna dovette attraversare la città di Acquapendente, che era infestata dalla peste. Trascorse le settimane successive a prendersi cura dei morenti finché anche lui non contrasse la malattia. Si ritirò in una grotta, dissetato da una fonte miracolosa e nutrito dal pane portatogli da un cane. Dopo essersi ripreso, continuò a viaggiare per l'Italia e morì poco dopo essere tornato in Francia. In seguito alla morte, si guadagnò rapidamente la reputazione di guarigioni miracolose.

    Poco tempo dopo la sua morte, l'Italia fu devastata da una serie di epidemie di colera e furono molti coloro che trovarono la guarigione appellandosi a San Rocco. Nel 1414 il Concilio di Costanza fu minacciato dall'arrivo della peste in città. Il vescovo locale ordinò processioni in onore di San Rocco, e l'epidemia cessò. Da quel momento in poi la fama di San Rocco aumentò notevolmente e per secoli fu venerato in una vasta area affinché intercedesse in tempo di pestilenza.

    Questa preghiera che invoca il suo aiuto è particolarmente appropriata in questo tempo di coronavirus. “O grande San Rocco, liberaci, ti supplichiamo, dalle malattie contagiose e dal contagio del peccato. Ottienici una purezza di cuore che ci aiuti a fare buon uso della salute e a sopportare con pazienza le sofferenze. Insegnaci a seguire il tuo esempio nella pratica della penitenza e della carità, affinché possiamo un giorno godere della felicità di stare con Cristo, nostro Salvatore, in Cielo. Amen."

     

    Il vescovo Belsunce consacra Marsiglia al Sacro Cuore di Gesù

    Alcuni secoli dopo, il 25 maggio 1720, la nave Grand Sainte-Antoine attraccò a Marsiglia, in Francia, con un carico di tessuti e seta dalla città asiatica di Sidone e con otto membri dell'equipaggio ormai morti. All'epoca Marsiglia era impoverita e si decise di consentire l'attracco della nave a causa del valore del suo carico. La peste che aveva ucciso gli otto uomini si diffuse nella città e nel corso dell'anno successivo il bilancio delle vittime fu enorme. La peste non accennava a passare. 

    Nel giugno 1721, il vescovo di Marsiglia, Henri Francois-Xavier de Belsunce de Castelmoron, decise di consacrare la città al Sacro Cuore di Gesù. Un grande altare all'aperto fu costruito sulla costa vicino al porto. A luglio, il Vescovo persuase il magistrato locale, Jean Pierre Moustier, a leggere la consacrazione. A luglio, i funzionari indossarono i loro abiti da cerimonia per guidare una processione pubblica dalla Basilica di Notre Dame de la Garde al suddetto altare. Le campane della chiesa suonarono, i cannoni della guarnigione locale rimbombarono, mentre la processione si dirigeva verso l'altare appena costruito. Il Vescovo Belsunce le venne incontro, con in mano uno scintillante ostensorio contenente il Santissimo Sacramento. La consacrazione fu officiata. Immediatamente, la peste iniziò a diminuire. A settembre, la città era libera dal morbo.

    Tali esempi sono solo alcune delle tante meraviglie nella storia della Chiesa. Immaginate che risultati ci sarebbero se la Chiesa moderna rileggesse queste grandi storie di liberazione e le prendesse a cuore. Tuttavia, è solo attraverso la preghiera, la penitenza e il perdono che tali scene si ripeteranno.

    Sfortunatamente, la maggior parte delle persone ricorre a Dio solo quando è ridotta in grande sofferenza. Quando il dio della scienza fallisce, si può sperare che molti ritornino all'unico vero Dio e implorino il suo aiuto e la sua protezione. E Dio libererà ancora una volta le nazioni.

     

    Fonte: Return to Order, Maggio 2021. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà - Italia

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  • Riflessione sui tre Arcangeli:

    San Michele, San Gabriele, San Raffaele

     

     

     di Julio Loredo

     

    Una sorta di trinità

    Delle miriadi di angeli, Dio volle che solo tre fossero conosciuti col loro nome: S. Michele, S. Gabriele e S. Raffaele, su cui abbondano le testimonianze nelle Sacre Scritture e nella Tradizione della Chiesa[1]. Per Plinio Corrêa de Oliveira, la cosa non è fortuita. Questi tre arcangeli rappresentano tre modi di essere, tre famiglie spirituali che esistono negli angeli e negli uomini. Scrive il pensatore brasiliano:

    “San Michele è la grandezza piena di fierezza. San Gabriele è la forza. San Raffaele è la soluzione alle situazioni ingarbugliate. Essi sono gli archetipi delle tre attività principali nella vita: contemplazione, azione e lotta. Io mi chiedo se non rappresentino – in assoluto – tre modi di essere, tre famiglie spirituali esistenti non solo nel mondo angelico, ma anche in quello umano. Ci sarebbero uomini alla S. Michele, alla S. Gabriele e alla S. Raffaele. Nella stessa vita degli uomini ci sarebbero azioni ‘gabrieliche’, ‘raffaeliche’ e ‘micaeliche’.
    “Di più. Io mi domando se non possiamo studiare la vita di Nostro Signore sotto questo profilo. Possiamo chiederci, per esempio, in quali episodi traspare di più l’aspetto ‘gabrielico’, quello ‘raffaelico’ oppure ‘micaelico’. Sarebbe uno studio del Vangelo molto interessante. Per esempio, Nostro Signore sul monte Tabor fu eminentemente ‘gabrielico’. Espellendo i commercianti dal Tempio Egli fu eminentemente ‘micaelico’, come anche nella Sua Passione. Non per niente ‘agonia’ in greco vuol dire proprio ‘lotta’. Credo pure che si possa indicare in Nostro Signore una cronologia: trent’anni di vita ‘gabrielica’; tre anni di vita ‘raffaelica’; e tre giorni di vita ‘micaelica’.
    “Come ho detto, questi tre arcangeli sono l’archetipo delle tre attività principali nella vita: contemplazione, azione e lotta. Insieme, formano un unum. Esiste fra loro una complementarità, in altre parole, presiedono aspetti diversi ma complementari della vita degli angeli e degli uomini. Gli angeli e gli uomini hanno una partecipazione ora con l’uno ora con l’altro. S. Gabriele illumina, S. Raffaele guida nei lavori, S. Michele guida nella lotta”.

    Per Plinio Corrêa de Oliveira, questi tre arcangeli costituiscono una sorta di trinità:

    “Esiste un motivo sapienziale per cui questi tre arcangeli si dintinguono dalla miriade di angeli nel Cielo. Mi è simpatica l’idea che essi costituiscano un apogeo trinitario nell’ordine angelico. Fra gli stessi Serafini, essi costituiscono una sorta di triade speciale. Rappresentino tre modi fondamentali di essere, che si intrecciano a vicenda. È evidente che c’è amore nel lavoro e nella lotta, come c’è lotta nel lavoro e nell’amore, e via dicendo. Vi è una sorta di reversibilità, una pericoresis trinitaria che costituisce un plenum a mo’ di una trinità.
    “A prescindere dalla loro natura, ovviamente disuguale, e quindi gerarchica, ognuno ha una supremazia a un certo titolo. S. Michele fu esimio nella prova e meritò di comandare le milizie celesti. S. Gabriele conosce meglio Dio, e comunica meglio questa conoscenza. S. Raffaele risolve meglio le difficoltà. Ognuno ha una missione propria.
    “Mentre S. Michele è profeta nella lotta, S. Raffaele è colui che ispira i capi e traccia i piani, mentre S. Gabriele illumina con la metafisica. S. Gabriele è l’angelo della metafisica, S. Raffaele l’angelo della metapolitica, S. Michele l’angelo della metalotta.
    “Riguardo alla Contro-Rivoluzione, qual è il ruolo dei tre arcangeli? S. Gabriele infonde lo spirito veramente contro-rivoluzionario, intriso di ideale carolingio, con una concezione altissima delle cose come devono essere, dando i lineamenti generali di come deve essere l’Ordine. S. Raffaele, invece, traccia la metapolitica, cioè: quali sono i passi concreti per implementare un tale Ordine? Quali i modi per organizzarlo? Poi viene S. Michele, che lotta contro gli avversari che vi si oppongono.
    “Questo carattere trinitario si ripete in altri campi. Per esempio, il triplo munus della Chiesa: insegnare, governare e santificare. A queste tre missioni corrisponde un arcangelo. Possiamo dire che S. Gabriele insegna, S. Raffaele governa, e S. Michele santifica perché lotta contro i fattori che vogliono perdere le anime, dando loro coraggio e forza”.

     

    S. Michele

    Fondamentalmente un combattente, l’entusiasmo di Plinio Corrêa de Oliveira si accendeva nel considerare S. Michele Arcangelo:

    “San Michele è la lotta. Egli è il guerriero tout bardé de fer, che sconfisse nel Cielo la prima Rivoluzione, matrice e modello di tutte le altre. Profeta vigilantissimo, fu il primo a dare il grido  contro-rivoluzionario d’indignazione, che suscitò e radunò sotto il suo comando le legioni dalla fedeltà sacrale. Guerriero pieno d’impeto, di forza schiacciante, di santa tenacia. Egli fu il primo nell’attacco, il più forte nello scontro, decisivo nel piegare l’avversario, supremamente tenace nel resistere a tutte le sue seduzioni e furbizie. Esorcista irresistibile, fu rivestito dall’Altissimo di un potere invincibile che annienta gli assalti e le furbizie del demonio, facendolo diventare tanto impotente quanto egli è infame e odioso. S. Michele è il contro-rivoluzionario, splendente di sacralità e di forza.
    “Purtroppo, non ho ancora trovato un’immagine che raffiguri pienamente l’idea che ho di S. Michele. Molte immagini lo presentano come un soldato romano, con quella gonnellina. Da lontano, la statua in cima a Mont Saint Michel è molto bella. Da vicino, però, sembra più un ballerino che un guerriero. Non so perché, ma io immagino S. Michele con qualcosa più di nordico che di meridionale, superbo, angelico, diafano, con una nota fondamentale di forza ma, allo stesso tempo, con un’enorme bontà per chi è come lui.
    “La pietà tradizionale, modellata nei secoli dallo Spirito Santo, ha sempre rappresentato S. Michele, nobile e sereno, mentre calpesta il demonio, abietto e ripugnante. Qualcuno, forse morso dallo spirito romantico, potrebbe obiettare che l’azione più elevata di S. Michele non è quella di schiacciare il demonio, bensì di contemplare Dio nella visione beatifica. Perché non vi è nessuna raffigurazione di S. Michele che contempla Dio? La risposta è semplice. Ricordate l’episodio dei discepoli di Emmaus? Nella frazione del pane essi riconobbero il Signore: In fractione panis cognoverunt Eum. Ci sono episodi della vita di un santo che, con un solo gesto, mostrano l’aspetto più magnifico della loro anima. È un gesto che, come in un flash, ci permette di conoscere la loro anima.
    “Così io potrei dire: In victoria super diabolum, cognoverunt eum. Nella vittoria di S. Michele contro il demonio, conosciamo tutta la sua anima amorevole, elevata e infuocata. Egli vuol essere conosciuto nell’atto di calpestare il nemico. Il suo atto di adorazione a Dio non si capisce senza questo atto di guerra. In questo atto di vittoria, di ira e di collera santa, assolutamente implacabile ed eterna, noi conosciamo l’anima dell’arcangelo S. Michele. In questo atto comprendiamo tutto il suo amore per Nostro Signore e per la Madonna. Egli è il calcagno della Madonna, che schiaccia eternamente il capo del serpente. Ed è nel fatto di essere calcagno che egli mostra il meglio di sé”. 

    Commentando brani di Cornelio a Lapide sull’arcangelo S. Michele, Plinio Corrêa de Oliveira dice:

    “S. Michele è il grande guerriero che espulse i demoni dal Cielo. La missione militare di S. Michele si fonda su due sentimenti simmetrici e opposti: un amore acceso per Dio, che si traduce in un odio implacabile verso i Suoi nemici. S. Michele odia con un odio perfetto[2]. Niente di più logico, inflessibile, inesorabile, eterno e perfetto dell’odio di S. Michele. Esso non ha niente di molle, di relativo, di esitante. Il suo odio è totale, fisso, completo. S. Michele è l’amore armato in stato di lotta.
    “Gli angeli custodi dipendono da S. Michele. Essi formano un’immensa milizia organizzata contro il male sulla terra, sono l’avanguardia dell’esercito di Nostro Signore sulla terra.
    “S. Michele è l’angelo protettore della Chiesa per due motivi: egli sconfisse il demonio ed è, quindi, il patrono naturale della Chiesa militante, la cui missione è di sconfiggere il male. D’altra parte, essendo un angelo altissimo, era logico che avesse sotto la sua tutela la più alta istituzione della terra, appunto la Chiesa. Io mi domando quale sia la relazione fra questi due aspetti. In realtà si collegano intimamente. Dio volle servirsi di S. Michele come scudo contro il demonio. Egli vuole pure che sia lo scudo degli uomini contro il demonio e lo scudo della Chiesa contro il demonio. Non è solo scudo ma anche spada. Egli non si limita a difendere, ma attacca e sconfigge il demonio precipitandolo nell’inferno”.

    Secondo Plinio Corrêa de Oliveira, l’amore eccelso di S. Michele per Dio si riverbera poi nell’amore per l’Ordine da Lui creato. Il suo “Quis ut Deus!” non fu soltanto un grido in difesa di Dio, ma anche dell’ordine dell’universo:

    “S. Michele conosceva in modo privilegiato l’Ordine dell’universo e come esso rifletta perfettamente la gloria di Dio. Conoscendo l’Ordine con una lucidità unica, egli lo amava con un amore infuocato. Egli conosceva e amava, nel suo insieme e fino ai minimi dettagli, quest’Ordine. Di conseguenza, esecrava con un odio perfetto qualsiasi disordine, cioè qualsiasi fattore che contestasse quest’Ordine, anche nel minimo dettaglio, perché capiva quanto questa contestazione offendesse la gloria di Dio. Ecco perché si levò contro Satana e i suoi angeli ribelli, trasmettendo alla reazione il suo fuoco vittorioso che lo portò alla vittoria”.

    Chi è S. Michele? A quale coro appartiene? Fondato su S. Gregorio, S. Tommaso d’Aquino afferma che S. Michele è un Principato che ha priorità sugli altri. I Principati conducono gli altri angeli in battaglia. Siccome S. Michele condusse tutti nella battaglia nel Cielo, egli sarebbe il primo dei Principati. Commenta Plinio Corrêa de Oliveira:

    “Ciò che la mia devozione vorrebbe è che S. Michele fosse uno dei sette angeli che assistono al trono di Dio. Come si compone questo con l’affermazione di S. Tommaso? Queste cose hanno delle composizioni misteriose. Comunque, credo che, per l’impeto, per l’importanza e la nobiltà delle missioni conferitegli, e per l’ardore con cui le esegue, S. Michele possa essere solo un Serafino. Poi, non credo che, senza essere un Serafino, egli avrebbe potuto dimostrare una tale intransigenza in Cielo da portare con sé due terzi degli angeli. Ho sempre sentito che, secondo la Tradizione della Chiesa, egli sarebbe un Serafino. Cornelio a Lapide, poi, dice che, dopo Cristo, egli è il giudice supremo. Di nuovo, un compito attinente a un Serafino”.

    Questo è un punto ancora dibattuto. Vi è una divergenza di opinioni fra i teologi sulla posizione di S. Michele nella gerarchia angelica. Mentre alcuni affermano che è l’angelo supremo – la liturgia lo chiama “Principe delle milizie celesti” – altri affermano che ci sono due S. Michele: uno sarebbe l’angelo supremo, l’altro il capo della Chiesa militante. Cosa ne pensa Plinio Corrêa de Oliveira?

    “Com’è possibile che vi siano due angeli con lo stesso nome? Soprattutto se prendiamo in considerazione che il nome è dato in funzione dell’essenza? Io credo che questo sia possibile se li consideriamo l’uno discepolo perfetto dell’altro, una sorta di complementarità angelica. Per esempio, di S. Giovanni Battista Nostro Signore disse: ‘È Elia’. Cioè, è stato assunto dallo spirito di Elia. In un certo modo egli è diventato Elia. Si potrebbe pensare a un rapporto di questo tipo fra i due ipotetici S. Michele?”.

    La liturgia bizantina chiama S. Michele Archistrategos, cioè Generalissimo. Commenta il dott. Plinio:

    “È bellissimo! Nelle necessità strategiche della Contro-Rivoluzione, dovremmo invocarlo: ‘Archistrategos, prega per noi!’ 
    “In termini francesi, egli sarebbe il connétable. S. Michele dà l’impressione di una persona nella prima linea della battaglia, ma allo stesso tempo il generalissimo che tutto comanda. Egli attacca su tutti i fronti, si espone a tutti i pericoli, prende in faccia tutti i venti, e porta l’esercito alla vittoria fulminante e decisiva. Ecco cos’è un connestabile. Ecco cos’è S. Michele. Egli ha qualcosa di eroe, di prode, di cavaliere che, cavalcando un cavallo bianco, guida intere legioni alla vittoria.
    “S. Michele sta nei confronti di Dio come l’Imperatore del Sacro Impero stava nei confronti del Papa. L’Imperatore era il braccio destro del Papa per gli affari temporali, per i casi in cui era necessario il ricorso alla forza. S. Michele è l’esecutore dei disegni di Dio in ciò che implica l’uso della forza. Era compito di S. Michele cacciare via gli eretici dal Cielo, così come era compito dell’Imperatore cacciare via gli eretici della terra. L’uno è immagine dell’altro.
    “S. Michele è l’archetipo degli ultramontani di tutti i tempi. Egli è lo spirito di S. Mattatia, di S. Elia, di tutti coloro che hanno combattuto il male in ogni tempo. Nel Medioevo, egli era il primo dei cavalieri, il cavaliere perfetto che poneva tutta la sua fiducia in Dio e nella Madonna. Egli è il supremo crociato.
    “S. Michele è pure l’archetipo dello spirito di sofferenza. Di tutte le forme di sofferenza, quella più profonda è reggere il peso della lotta contro il male. Non è solo reggere, ma avere l’animo intrepido, pieno di iniziativa contro il male. S. Michele, che vibra una spada, pronto a tutte le battaglie, solerte nel perseguitare i nemici di Dio, è il massimo dello spirito di sofferenza”.

     

    S. Gabriele

    S. Gabriele è noto soprattutto per l’Annunciazione. Etimologicamente, Gabriele vuol dire “messaggero di Dio”. Egli è l’angelo delle ambasciate, come appunto quando annunziò alla Madonna che Ella sarebbe diventata Sposa dello Spirito Santo e Madre del Verbo Incarnato. Nelle Sacre Scritture egli appare anche come distruttore. Secondo Cornelio a Lapide, egli è l’angelo della costanza, la “forza viva di Dio” o il “forte di Dio”. Sentiamo Plinio Corrêa de Oliveira: 

    “La costanza è un segno di fortezza. L’Incarnazione è stata la suprema opera del potere di Dio. Nessun uomo ha un’intelligenza tale da poter escogitare un’unione ipostatica fra Dio e l’uomo. L’uomo non oserebbe fare questo passo con la mente”. 

    Cornelio a Lapide spiega che, dopo aver compiuto la sua ambasciata, rapito d'ammirazione, S. Gabriele non volle più staccarsi dalla Madonna, e rimase lì, genuflesso. Glossa Plinio Corrêa de Oliveira: 

    “Possiamo immaginare l’attenzione della Madonna, tutta rivolta verso il Verbo che si era appena incarnato in Lei. Tutta la sua anima volava in quella direzione. Dopo la prima sorpresa con l’annunzio, rimase estasiata. Tutto in Lei era ordinatissimo, santissimo. La sua anima toccava tutte le realtà. E S. Gabriele, sapendo che Nostro Signore era lì nel grembo di Maria, Lo adorava e contemplava tutti i movimenti della Madonna, in quei primi istanti di rapporto col Verbo Incarnato”.

    Per le missioni presso gli uomini, Dio normalmente invia gli angeli inferiori. Con l’Annunciazione Egli fece un’eccezione, visto l’elevatezza del destinatario:

    “Possiamo farci un’idea di chi sia S. Gabriele dalla natura della missione affidatagli. Nel mondo angelico, i compiti sono a seconda della natura. Molto diverso da quanto succede con gli uomini. Noi non possiamo dire che qualcuno sia segretario per natura, oppure ambasciatore per natura. Nel mondo angelico, invece, l’azione dipende dalla natura. Nella mente divina c’era, dunque, una ragione di convenienza perché quella missione, l’Annunciazione, fosse eseguita da S. Gabriele. Da tale missione, noi possiamo dedurre idee sulle sue virtù e sul suo splendore. 
    “Cosa possiamo dire della missione? Anzitutto che era elevatissima, anzi, era la missione chiave di tutta la storia dell’umanità. Quell’angelo fu inviato per dire che la pienezza dei tempi era arrivata. Che il regno del demonio stava per finire. Era incaricato di chiedere il consenso della Madonna per l’Incarnazione del Verbo divino. È una cosa enorme! Pensiamo quanto debba essere eccelso l’angelo che ha per missione quella di movimentare la Via Lattea. Ora, muovere la Via Lattea è come un granello di sabbia in paragone col muovere l’anima della Madonna. Così possiamo farci un’idea di chi sia S. Gabriele”.

    Dall’episodio dell’Annunciazione, il dott. Plinio deduce anche alcuni aspetti della psicologia di S. Gabriele:

    “Dall’episodio dell’Annunciazione possiamo dedurre alcune note caratteristiche della psicologia di S. Gabriele, a cominciare dal suo senso della gerarchia. Prima di pronunciare il sì che l’avrebbe resa Madre di Dio, la Madonna era inferiore, sia per natura che per situazione, a S. Gabriele. Eppure costui già La trattava come Regina, tanto è il suo senso della gerarchia. Dall’altra parte, anche Lei si mise in situazione di ascolto rispettoso, poiché stava ricevendo, tramite l’arcangelo, un messaggio di Dio. Sono due superiorità reciproche che si ammirano a vicenda. Il tutto in opposizione al non serviam ugualitario di Satana. È un senso della gerarchia profondamente contro-rivoluzionario. 
    “Un secondo aspetto: rivolgendosi alla Vergine delle Vergini per annunciarLe che sarebbe diventata Madre pur continuando a essere vergine, S. Gabriele compie un capolavoro di glorificazione della verginità e della purezza. Egli annuncia che Nostro Signore aveva deciso di rompere tutte le leggi della natura pur di preservare la perfetta verginità di Sua Madre. È la maggiore glorificazione della castità che io conosca. Potete quindi capire il rapporto profondissimo di questo angelo con la purezza. 
    “E anche questo è profondamente contro-rivoluzionario. I pilastri della Rivoluzione sono l’orgoglio e la sensualità[3]. I pilastri della Contro-Rivoluzione sono, invece, l’umiltà e l’amore alla purezza. In questo senso, S. Gabriele ha calpestato il capo del serpente tanto quanto S. Michele. Un pittore che raffigurasse S. Gabriele annunciando a Maria Santissima l’Incarnazione del Verbo e, contemporaneamente, nell’atto di calpestare il serpente, affermerebbe una cosa molto vera”.

    Sempre sensibile alla bellezza che, per noi uomini, è percepita prima dai sensi, Plinio Corrêa de Oliveira si dilettava anche nell’immaginare il tono di voce di S. Gabriele:

    “Vi è un’eccellenza speciale quando una cosa molto alta e magnifica si presenta avvolta nella dolcezza. È il caso della Chiesa, che è la somma serietà, elevazione e nobiltà, accompagnata da una dolcezza e da una bontà tutta speciale. Io non conosco episodio in cui questa sintesi si sia mostrata meglio che nell’Annunciazione. Nell’annunciare che la Madonna sarebbe diventata Madre del Verbo, vi è una dolcezza che non riesco nemmeno a descrivere e, allo stesso tempo, una dignità, una maestà incalcolabile. Mai nessuno ha annunciato l’elezione di un Papa o l’incoronazione di un Imperatore con tale tono di voce! Questo era il tono di S. Gabriele, la sintesi perfetta della maestà e della dolcezza".

    San Gabriele è anche il protettore dell’Ordine Carmelitano. S. Elia profeta, fondatore ideale dell’Ordine, è ritenuto dai teologi il primo devoto della Madonna. I commentatori coincidono nel dire che la nuvoletta che egli vide sorgere dal mare (1 Re 18, 42-45) raffigurava Maria Santissima, che avrebbe portato una pioggia di grazie (Gesù Cristo) sul mondo. In altre parole, Elia è stato il primo devoto della Madonna che, proprio sul Monte Carmelo, diede inizio al culto mariano che dovrà poi durare fino alla fine dei tempi.

     

    S. Raffaele

    Su S. Raffaele, Plinio Corrêa de Oliveira scrive:

    “Se S. Michele è la grandezza e S. Gabriele la forza, S. Raffaele è la soluzione per le situazioni complicate. Egli è come un unguento, e ha un rapporto stretto con la devozione alla Madonna delle Grazie. Di lui parla il Libro di Tobia.
    “Considerando la storia di Tobia, che va a riscuotere un debito da un parente del padre, e torna a casa non solo ricco ma sposato con la bella figlia del parente, vediamo anzitutto che non è una situazione di lotta, ma la risoluzione di difficoltà nel corso di una certa azione. S. Raffaele, apparso a Tobia in forma umana, è il diplomatico perfetto, che risolve mille situazioni di pericolo e finisce per sistemare tutto, perfino la vita coniugale di Tobia”. 

    S. Raffaele sarebbe l’angelo dell’astuzia:

    “Raffaele vuol dire ‘medicina di Dio’, non solo nel senso clinico della parola, ma soprattutto nel senso di qualcuno che pone rimedio a situazioni imbarazzanti o apparentemente senza via di uscita. S. Raffaele trasse Tobia da ogni sorta di situazione difficile, e lo aiutò a riscuotere il debito dal parente. Egli è medico nel senso che aiuta la persona con l’astuzia, col savoir faire. Egli ottiene con l’astuzia ciò che altri ottengono con altri mezzi. Per esempio, un arcipolitico come Luigi XI di Francia rendeva quasi inutile la cavalleria, tanta era la sua astuzia nel tessere alleanze. Con la sua politica, egli rendeva quasi superflua la lotta armata, che appariva semmai come un corollario. Ciò non vuol dire che la super astuzia sia il contrario della cavalleria. Semmai lo è di una cavalleria ingenua, stupida, senza astuzia né senso politico. 
    “Prendiamo la Chanson de Roland. Si vede che l’autore conosce tutte le furbizie di Ganelone[4]. Ora, qual è il rimedio contro Ganelone? Non è la forza, bensì l’astuzia alla S. Raffaele. 
    “Ciò pone una domanda: possiamo sconfiggere l’astuzia della Rivoluzione senza l’aiuto di S. Raffaele? L’astuzia del figlio delle tenebre consiste nel vedere le cose nella loro complessità e saper muoversi nel dedalo di tali complessità, conoscendone bene ogni angolo e ogni dettaglio. Non vedo come un figlio della luce possa avere questa forma mentis. Per il figlio della luce l’astuzia consiste nel percepire la semplicità della situazione, cioè conoscere bene tutte le complessità, salvo poi trarne un unum che permetta di risolverle. Per questo, il patrono è ovviamente S. Raffaele”.

    Continua il dott. Plinio:

    “S. Raffaele mostra una superiore sapienza attiva, egli sa discernere in ogni circostanza il miglior corso d’azione. Mi ricorda quella frase del maresciallo Foch: ‘Ma droite est pressée, ma gauche est menacée, mon arrière est coupée. Que fais-je? J’attaque!’.[5] È un’azione ‘raffaelica’, nel senso di applicare a una situazione concreta molto difficile un pensiero strategico assolutamente superiore. L’arte di governare, di dirigere profeticamente l’opinione pubblica, ecco la missione specifica di S. Raffaele”.

    (Tratto dal libro: Plinio Corrêa de Oliveira, «L'angelica milizia. Gli angeli nel panorama attuale della Chiesa e del mondo», Cantagalli, 2021.
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    Note:

    [1] La Chiesa sconsiglia la pratica di assegnare nomi agli altri arcangeli, anche se questa pratica – basata su testi ebraici apocrifi – è oggi assai diffusa. Nel «Direttorio su pietà popolare e Liturgia. Principi e orientamenti» della Santa Sede, al n° 217, paragrafo 2, è chiaramente stabilito che: “È da riprovare anche l’uso di dare agli Angeli nomi particolari, eccetto Michele, Gabriele e Raffaele che sono contenuti nella Scrittura”. Questa prudenza ha radici storiche. In un sinodo tenutosi a Roma nell’anno 745, san Zaccaria Papa proibì l’uso di nomi che non appaiono nella Sacra Scrittura. Nel 1992 un decreto della Congregazione per la Dottrina della Fede proibì l’invocazione o l’uso di nomi degli angeli, fuori da quelli già menzionati.

    [2] Commento fatto alla luce del Salmo 138: “Perfecto odio oderam illos inimici facti sunt mihi -Li detesto con odio implacabile come se fossero miei nemici”.

    [3] Cfr. Plinio Corrêa de Oliveira, «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione», pp. 63ss.

    [4] Ganelone, personaggio losco del poema epico «La Chanson de Roland», scritto nel secolo XI. Con abili manovre, egli tradisce l’imperatore Carlo Magno, inducendolo a lasciare scoperta la retroguardia comandata da Roland, che viene completamente sterminata nella battaglia di Roncisvalle (15 agosto 778) dai baschi, poi reinterpretati nel poema come saraceni.

    [5] Ferdinand Foch (1851-1929), maresciallo di Francia, comandante dell’esercito francese nella I Guerra mondiale. La frase, ricordata a memoria dal dott. Plinio e pronunciata durante la battaglia della Marna, in realtà è: «Pressé fortement sur ma droite, mon centre cède, impossible de me mouvoir, situation excellente, j’attaque!».