USA

  • 2001 – 2021: l’Occidente nella tenaglia

     

     

    Nel 2001 due eventi scossero l’Occidente. A luglio, l’ondata di violenza selvaggia a Genova, in occasione della riunione dei capi di Stato del G8, perpetrata da gruppi anarchici “no global”, tra i quali i Black Block, che avevano già messo a ferro e fuoco diverse città europee e americane. A settembre, l’attentato terroristico alle Torri Gemelle di New York, che portò sullo scenario mondiale la jihad islamista. L’Occidente fu preso nella morsa di una tenaglia: mentre un nemico interno sgretolava le sue istituzioni, un nemico interno lo assaliva militarmente. Due movimenti convergenti con un identico scopo: distruggere ciò che resta della civiltà occidentale e cristiana.

    Vent’anni dopo, ecco che si ripresenta uno scenario non molto diverso. Da una parte la violenza di movimenti anarchici come Black Lives Matter, Woke e Cancel Culture, la cui idea base è quella di cancellare la cultura occidentale, distruggendone i simboli. Dall’altra parte, la ritirata americana dall’Afghanistan, con la ricostituzione di un Emirato islamico.

    Proponiamo in merito un articolo pubblicato sulla rivista Tradizione Famiglia Proprietà, novembre 2001. Mutatis mutandis, sembra scritto proprio per i nostri giorni.

     

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    Addio al buonismo

     

    di Julio Loredo

     

    Dicono che quando venne varato il Titanic, quel favoloso palazzo galleggiante che fu un po’ il paradigma del nascente secolo XX, qualcuno commentò: “Neppure Dio lo affonda!” Ma Dio non si sfida. Il mitico transatlantico andò a fondo proprio durante il suo viaggio inaugurale…

    Poco tempo dopo, la stessa frivola e rutilante Belle Époque naufragava nel gorgo della I Guerra mondiale. Si apriva cosà il secolo forse più sanguinoso della storia.

    Immemore di queste lezioni, allo scoccare del Capodanno 2000, un mondo in delirio salutava l’ingresso nel secolo XXI con sfarzosi festeggiamenti, quasi intendesse auspicare un futuro gaudioso all’insegna di una post-modernità secolarizzata e tecnologicamente avanzata. Invece…

    Il sogno del secolo XX è svanito nel 1914. Quello del secolo XXI è durato molto meno.

    A luglio, abbiamo assistito stupefatti all’inaudita violenza di orde neobarbariche, le quali, piombate sulla città di Genova, l’hanno messa a ferro e fuoco in nome di una non meglio precisata ideologia “no-global”. La devastante violenza dei rivoltosi, l’odio tenebroso dei Black Block, il delirio distruttivo dei manifestanti, ci hanno risvegliato a quella che è la dura ed inquietante realtà: la Rivoluzione è scesa nuovamente in piazza.

    Ancora sotto shock per i fatti di Genova, ecco che l’11 settembre i canali televisivi ci trasmettono in diretta una scena inverosimile, apocalittica, quasi surreale se non fosse tragicamente reale: due Boeing dirottati da terroristi musulmani fanatici si schiantano contro le Torri Gemelle del World Trade Center, nel cuore di Manhattan, abbattendoli come birilli assieme ad altri cinque grattacieli. Era scoppiata la prima guerra del nuovo millennio!

    Cogliendo il senso profondo dell’avvenimento, un importante uomo d’affari italiano sospirava: “Contemplando il crollo di quelle torri ho visto crollare il mio mondo!”.

    Oltre a distruggere le due torri, quegli aerei hanno infatti polverizzato più di un mito sui quali poggiava una certa mentalità ritenuta moderna. Una prima “vittima eccellente” dell’attentato dell’11 settembre è stato senz’altro il buonismo, ossia l’illusione di poter costruire un mondo di pace a prescindere dall’esistenza di quel “mistero di iniquità” frutto del peccato originale, e rinunciando quindi a combatterlo in ogni sua manifestazione. Frutto di questo buonismo sono stati l’irenismo, il pacifismo, il multiculturalismo, l’ecumenismo ed altri “ismi” che hanno minato l’Occidente cristiano, rendendolo vulnerabile.

    Possiamo considerare il laicismo un’altra di queste vittime. Quelle due torri non sono state abbattute da un’ideologia politica, ma da una religione. Piaccia o meno ai pontefici laici del “politiccally correct”, alle soglie del Terzo Millennio, secondo l’opinione di molti, ci troviamo davanti a quello che essi vorrebbero fosse appena una reminiscenza del medioevo: una guerra di religione. Prima o poi, l’Occidente si accorgerà che per vincerla dovrà ricordare le sue radici.

    A questo proposito vengono in mente le opportune parole del cardinale Giacomo Biffi, di Bologna: “L’Europa o ridiventerà cristiana o diventerà musulmana. (…) Questa cultura del niente non sarà in grado di reggere all’assalto ideologico dell’islam, che non mancherà. Solo la riscoperta dell’avvenimento cristiano come unica salvezza per l’uomo – e quindi una decisa risurrezione dell’antica anima dell’Europa – potrà offrire un esito diverso a questo inevitabile confronto”.

    A questo punto sorge la domanda di fondo: ci sono le avvisaglie di questa risurrezione? Chi vivrà vedrà!

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte.

  • A chi giova il no dei vescovi Usa al peccato pubblico

     

     

    di Luisella Scrosati

     

    «Promuovere l’insegnamento della Chiesa e proteggere l’integrità del Santissimo Sacramento»; in queste affermazioni di Mons. Salvatore J. Cordileone, arcivescovo di San Francisco, intervenuto giovedì scorso alla trasmissione The World Over di EWTN, si trova la ragione profonda che ha portato i vescovi statunitensi a richiedere, a larghissima maggioranza (circa il 75%), che venga prodotto all’interno di un documento sull’Eucaristia il tema della coerenza eucaristica (vedi qui). Certamente occorrerà attendere il reale contenuto dello scritto annunciato, ma di certo il segnale giunto dagli Stati Uniti è un richiamo forte e salutare per questi tempi nei quali l’Eucaristia è divenuta un mero mezzo per rivendicazioni di ogni genere.

  • Con la caduta dell’Afghanistan, entriamo in un pericoloso mondo nuovo

    di John Horvat

    Con la caduta dell'Afghanistan sotto i talebani, possiamo dire che l'era apertasi l’11 settembre 2001 è ufficialmente finita. La risposta americana all'attacco terroristico del 2001 è conclusa. Siamo entrati nell'era post-11 settembre che riflette tristemente il decadimento delle nostre istituzioni e della nostra determinazione.

    In effetti, in questi venti lunghi anni l'America è cambiata. L'edificante senso di unità e patriottismo che allora ci legavano si sono trasformati in discordia frammentata e polarizzata. La nostra robusta economia ha subito due grandi tracolli ed è ora impantanata nel debito, nella spesa pubblica e nei controlli socialisti.

    Il Covid si è preso centinaia di migliaia di vite, ha rimescolato le nostre certezze e ha mandato in frantumi la nazione. Soprattutto potremmo ricordare che se nel 2001 abbiamo potuto guardare brevemente a Dio dal profondo della nostra grande afflizione, questa volta invece, nella pandemia, con le persone lasciate fuori dalle chiese, Lo abbiamo dimenticato.

    Ora, la terribile e rapida spada della nostra potenza militare è stata umiliata dall'inetta leadership della nazione. Il vuoto lasciato dalla nostra sconfitta ci rivela i pericoli del mondo post-11 settembre che ci attende.

     

    L'obiettivo è l'America

    Il mondo all’indomani dell’11 settembre si concentrò sulla difesa dell'ordine del dopoguerra dalle minacce del terrorismo e della disintegrazione, richiedendo organizzazione, sacrificio e impegno. Dovendo giudicare gli atti irrazionali compiuti dai terroristi su persone innocenti, vennero riprese le nozioni di bene e di male. In gioco c'era la sopravvivenza dell'Occidente, nonostante tutti i suoi difetti.

    Ora entriamo in un pericoloso mondo nuovo che si propone come obiettivo anche la distruzione del modello americano e che presuppone uno stato di cose senza regole rigide, né giudizi morali né confini definiti. Questo stato di cose invita l'America ad abbandonare la sua posizione combattiva contro il disordine e ad adottare una posizione cinicamente isolazionista. In gioco ci sono le premesse fondamentali di chi siamo.

    Di sicuro, non saremo dimenticati in questa era post-11 settembre. Possiamo essere certi che i nostri nemici ci attaccheranno perché sosteniamo i sistemi unificati, razionali e universali che assicurano la prosperità occidentale. Anche nella nostra attuale debolezza, siamo ancora un ostacolo al nuovo mondo anarchico, verde ed egualitario immaginato dagli ideologi dell’Oriente e dell’Occidente.

     

    Il nemico alle nostre porte

    Affrontiamo due nemici in questa guerra. Il primo sono le minacce esterne che si accavallano alle nostre porte per minare, sostituire e riempire il vuoto creato dalla nostra inettitudine. L’avversario vede e sfrutta le nostre debolezze, stimolando la nostra mediocrità così priva di spina dorsale.

    La Cina comunista è una di queste minacce esterne. Il regime rosso cinese minaccia di inghiottire il mondo con il suo sistema ateo e comunista che ha ucciso decine di milioni di persone, perseguitato la Chiesa e ora cerca di dominare il mondo. Sulla scia della Cina si schierano Cuba, Venezuela, Corea del Nord e marxisti di tutto il mondo che cospirano per minare l'influenza americana. Di particolare preoccupazione è la crescente alleanza tra Russia e Cina.

    L'altro nemico è l'Islam radicale che ha dichiarato una jihad contro l'America e l'Occidente cristiano. Gli islamisti in Iran, Turchia, Libano, Siria, Pakistan e ora in Afghanistan fanno leva su questi stati-nazione contro di noi. Altri islamisti seminano il caos nel Grande Sahel. Il loro fondamentalismo rimanda a un passato lontano e selvaggio e risulta da un Islam congegnato su misura e mistificato per essere un potente rifiuto di tutto ciò che è occidentale.

    Tutti questi nemici continueranno ad attaccarci perché resistiamo ancora alla marcia verso le loro utopie sia marxiste sia islamiste. Questi nemici esterni possono avere metodi, orientamenti e obiettivi diversi, ma condividono la loro ostilità verso l'Occidente. Prendono di mira l'America in quanto manifestazione più visibile degli ideali occidentali e vagamente cristiani. Pensano a ragione che se l'America crolla, crollerà tutto ciò che, nel bene e nel male, è occidentale.

     

    Ma l’avversario più grande è il nemico interno

    Per quanto pericolosi siano i nemici esterni, il più grande nemico dell'America è quello interno. Anche questo è deciso a distruggere tutto ciò che rappresenta la civiltà cristiana occidentale. I suoi sostenitori cercano di sovvertire tutto quanto possa essere stato ispirato dal cristianesimo: il nostro stato di diritto, i diritti di proprietà e la libera impresa, la morale pubblica, la famiglia, l'istruzione, la religione, la cultura e la società civile. I sostenitori della “teoria critica della razza” (Critical Race Theory), per esempio, riscrivono la storia per annullare tutto ciò che è cristiano e occidentale.

    L'establishment liberale delle grandi corporation partecipa spensieratamente a questo andazzo suicida, incentivando il sentimento antiamericano. I suoi media si fanno eco delle proposte radicali della sinistra. Le figure che agiscono nelle strutture putrescenti del mondo accademico amplificano la “correttezza politica”, la “wokeness"[1] e la decostruzione dell'Occidente.

    L'America ha commesso errori nel corso della sua storia. Tuttavia, non sono questi l'obiettivo di coloro che all'interno dell'America lavorano per la nostra rovina. Il vero obiettivo è l'ordine cristiano, ovvero tutte quelle strutture, costumi e tradizioni che rispecchiano anche lontanamente la Cristianità e la società che essa ha forgiato. Qualsiasi dimostrazione di gerarchia, identità e persino prosperità è condannata e, al fine di spaccare la nazione, viene subito inquadrata nella logora narrativa della lotta di classe. Tutto è fatto per far sì che gli americani odino chi sono.

     

    Il mondo dopo l'11 settembre e quello di oggi

    Il mondo di oggi, pertanto, rappresenta un pericolo maggiore di quello di questi ultimi vent'anni. L'attacco dell'11 settembre ha mostrato chiaramente all’America il nemico, mentre la nostra situazione attuale è contrassegnata dall'incertezza. L’11 settembre ha unificato la nazione nella tragedia e nel dolore; oggi, siamo frantumati in mille cocci di caos e odio.

    Il primo passo per affrontare questa nuova minaccia è riconoscere l'obiettivo dei nostri nemici: distruggere l'America e rovesciare tutto ciò che è cristiano e occidentale. Pertanto, dobbiamo continuare a impegnarci nella lotta per la nostra cultura. Dobbiamo riorganizzarci, ricostruire e combattere più che mai, qui e altrove, ovunque l'Occidente cristiano sia minacciato.

    Tuttavia, dobbiamo anche ammettere umilmente e con spirito di preghiera che i problemi che abbiamo di fronte sono al di là delle soluzioni umane. Il nostro peccaminoso ordine liberale è esaurito e consumato e non può rigenerare l'Occidente. Se l'America e l'Occidente devono sopravvivere, dobbiamo ritornare all'ordine, a quella sorgente da cui siamo scaturiti per la prima volta. Dobbiamo riconnetterci con quel potente messaggio cristiano che un tempo cambiò la faccia della terra. Dobbiamo pentirci delle nostre iniquità e correggere le nostre vite come richiesto dalla Madre di Dio a Fatima. Allora e solo allora ci sarà speranza. Aiutati dalla grazia sublime di Dio, saremo proporzionati e pronti per il conflitto universale che si presenta davanti a noi.

     

    Note

    1. Secondo la definizione del Dizionario di Cambridge, wokeness, cioè una sorta di risveglio, è “uno stato di consapevolezza, in particolare dei problemi sociali come il razzismo e la disuguaglianza”. Nella pratica si tratta di un movimento di agitazione socio-politica della nuova sinistra occidentale a proposito dei suddetti temi e di ogni altro che venga percepito come materia di discriminazione o oppressione.

     

    Fonte: tfp.org, 31 agosto 2021. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà - Italia

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte.

  • Eucarestia e aborto, il ritorno dei princìpi non negoziabili

     

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    di Stefano Fontana

     

    La decisione dei vescovi americani circa la non ammissione alla Comunione eucaristica dei sostenitori pubblici dell’aborto (vedi qui  quii) ha delle conseguenze positive anche nel campo della Dottrina sociale della Chiesa e non solo in quello della dottrina e della vita sacramentale. Infatti la decisione presa dalla maggioranza dei vescovi americani, ossia di continuare a non ammettere alla comunione gli abortisti dichiarati e di iniziare il percorso verso la redazione di un documento magisteriale sull’argomento, rimette in campo la dottrina dei principi non negoziabili. Questa dottrina è stata completamente abbandonata e negata durante questo pontificato, in netto contrasto con il precedente. I loro sostenitori auspicavano che fosse ripresa a partire dai problemi della presenza dei cattolici nella società, invece viene ora imprevedibilmente ripresa dall’interno di una questione sacramentaria.

  • I "Patti della terra rubata", nuovo tentativo di minare alle radici la cultura occidentale dell’America

     

     

    diEdwin Benson

    Attualmente, in molti campus universitari americani, i più potenti ispettori sono quelli legati ai dipartimenti delle tre parole "Diversità, Equità e Inclusione" (DEI). Secondo uno studio della Heritage Foundation, "la promozione della diversità, dell'equità e dell'inclusione (DEI) nei campus universitari è diventata una preoccupazione centrale dell'istruzione superiore".

    Gli ispettori DEI non sono solo potenti, ma anche numerosi. L'Università del Michigan ne ha 163, dedicati a tempo pieno a questo lavoro. La storica rivale, l'Ohio State University, 94. Stanford ne ha 80 e Syracuse 65. La media dei college presi in esame dalla Heritage è stata di 45,1 persone per università. I fortunati membri della facoltà di Baylor devono vedersela solo con sette.

    Il compito principale dei dipartimenti DEI è inculcare il senso di colpa. Uno strumento importante a questo scopo sono i "Patti per la terra rubata", noti anche come "Riconoscimenti della terra" o "Protocolli per la terra rubata".

     

    “Patti per la terra rubata”

    Queste dichiarazioni obbligano i funzionari universitari ad ammettere che i loro college occupano terre "rubate" ai nativi americani (indiani). Molte università richiedono (o consigliano vivamente) agli insegnanti di includere questo riconoscimento nei loro programmi e all'inizio di ogni lezione o evento pubblico.

    A titolo di esempio, questa è la dichiarazione dell'Alma Mater dell’Università del Michigan-Flint:

    Vorremmo riconoscere che la terra in cui ci riuniamo oggi è la patria ancestrale, tradizionale e condivisa di molte nazioni indigene, più recentemente delle nazioni tribali Anishinabek (tra cui Potawatomi, Chippewa/Ojibwe e Odawa). Riconosciamo la dolorosa storia di genocidio, trasferimento forzato e rimozione di molti da questo territorio e onoriamo e rispettiamo i molti popoli indigeni, compresi quelli dell'Alleanza dei Tre Fuochi, che sono ancora legati a questa terra su cui ci riuniamo.

    Come la maggior parte dei college, l'Università di Stanford inserisce la dichiarazione in una sorta di liturgia secolare. "Questo riconoscimento può essere scritto o pronunciato all'inizio di un evento o di un programma. Se viene pronunciato, l'ordine dovrebbe essere: (1) Benvenuto e parole sull'evento; (2) Riconoscimento del territorio (rubato); (3) Passaggio al programma regolare”.

     

    Lacrime di coccodrillo a Chicago

    Questa pratica non si limita alle università. Altre organizzazioni culturali l'hanno già abbracciata. La dichiarazione dell’Università di Michigan-Flint è ben poca cosa rispetto a quella dell'Art Institute di Chicago, che inizia così: "L'Istituto d'Arte di Chicago si trova nelle terre tradizionali e mai concesse del Consiglio dei Tre Fuochi: le nazioni Ojibwe, Odawa e Potawatomi. Anche molte altre tribù come i Miami, gli Ho-Chunk, i Menominee, i Sac e i Fox hanno chiamato quest'area loro focolare".Il documento cita poi i contributi di questi gruppi alla storia di Chicago e si conclude con una sorta di promessa: "Il nostro impegno per i diritti degli indigeni, la giustizia razziale e l'equità culturale non si limita a questa dichiarazione, ma si concretizza anche nella raccolta e nella cura degli oggetti dei nativi americani, nelle nostre mostre e nei nostri programmi, nonché nei rapporti con le comunità indigene".

    Un altro esempio di tali “patti per la terra rubata” è stato il preambolo della piattaforma del Partito Democratico nel 2020, durante la sua National Convention a Milwaukee. Ad un certo punto, si legge: "Il Comitato nazionale democratico desidera riconoscere che ci riuniamo per affermare i nostri valori su terre che sono state gestite per molti secoli dagli antenati e dai discendenti delle nazioni tribali che sono qui da tempo immemorabile. Onoriamo le comunità native di questo continente e riconosciamo che il nostro Paese è stato costruito sulle terre indigene".

    Tali dichiarazioni sono abbastanza generiche da adattarsi a qualsiasi situazione. Non è necessario fornire prove di insediamenti indiani in proprietà specifiche. È sufficiente che certe tribù si aggirassero in vastissime aree per far scattare simili dichiarazioni. Non è nemmeno necessario ricordare i conflitti fra le tribù stesse che determinavano costanti mutamenti di confini.

     

    Costretti a fare il discorso?

    Come per molte altre tematiche del diluvio di colpevolezza scatenato dalla sinistrorsa “cultura della cancellazione”, la condivisione o meno di tali discorsi di solito non è facoltativa, perché in pratica a nessuno è consentito contestare queste dichiarazioni. Per questo motivo, molti conservatori ritengono che esse costituiscano possibili violazioni del Primo Emendamento, giacché il governo non ha il diritto di obbligare le persone a parlare contro le proprie convinzioni. Le istituzioni non possono costringere i professori e gli altri a sposare una particolare visione politica del mondo diversa dalla loro.

    Le proteste stanno avendo i loro effetti, poiché molti respingono o ignorano tali obblighi, affermando che le dichiarazioni sono indiscutibilmente politiche e che impongono un'interpretazione del passato e implicazioni per il presente. Infatti la maggior parte delle dichiarazioni non fornisce alcun contesto per valutarne il contenuto.

    Un contesto non è nemmeno voluto. In un articolo per Law and Liberty, George La Noue descrive l'esperienza di un professore dell'Università di Washington, che in una sua dichiarazione cita la teoria della proprietà di John Locke. Il direttore della scuola ha ritenuto Locke "offensivo" e "inappropriato", affermando inoltre che la teoria "disumanizza e sminuisce le popolazioni indigene ed è contraria al rapporto e al rispetto di lunga data che l'Università ha con... le tribù riconosciute a livello federale nello Stato di Washington". E come se volesse aggiungere un tocco di classe a questo deplorevole episodio, il direttore ha concluso che l'Università di Washington "si impegna a fornire un ambiente di apprendimento inclusivo ed equo". Certo, bisogna solo assicurarsi di non includere gli economisti inglesi del XVIII secolo.

     

    C'è uno scopo?

    È interessante notare che né il Michigan, né Stanford, né l'Art Institute di Chicago si offrono di restituire la terra ai loro precedenti abitanti. Come per altre iniziative della sinistra, anche questa cerca solo di rimuovere il senso di colpa e la vergogna senza attendersi una assoluzione.

    Si tratta quindi didichiarazioni che servono solo a minare la legittimità del sistema attuale e ad affermare la superiorità morale di chi lo contesta. In un recente articolo del Wall Street Journal, Melissa Korn lo definisce come un esercizio di "virtue signaling" (segnalazione di virtù). Con ben pochi sacrifici, la sinistra può impegnarsi nella flagellazione verbale delle fondamenta della società americana senza poi fare nulla di concreto.

    Sul Daily Kos, Jason Hill della DePaul University vede in tutto ciò una tendenza più ampia, rilevando un movimento che vuole screditare la cultura occidentale "con delle narrazioni morali emancipatrici e una filosofia politica evolutiva che scopre, riconosce e protegge i diritti inalienabili dell'uomo". L'analisi della signora Korn e del dottor Hill indicano ragioni più profonde alla base delle suddette dichiarazioni e rimandano a un contesto più ampio di processi storici.

     

    Un disegno più vasto

    Lo studioso brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira descrisse i moderni processi che agiscono per screditare la cultura e la civiltà occidentali ricorrendo ai movimenti rivoluzionari di sinistra che perseguono con irriducibile efficienza i loro obiettivi. Egli osservava che questo tipo di movimento "viola i diritti autentici e penetra in tutte le sfere della società al fine di distruggerla. Questa distruzione viene attuata spezzando la vita familiare, danneggiando le vere élite, sovvertendo la gerarchia sociale, fomentando idee utopiche e ambizioni disordinate nelle moltitudini, estinguendo la vita autentica dei gruppi sociali e sottomettendo infine tutto allo Stato".

    Le sinistre creano disordine e incertezza diffondendo passioni rivoluzionarie come nel caso dei citati “Patti per la terra rubata”, che sono solo una fra le tante tematiche che si alimentano a vicenda. Il prof. Corrêa de Oliveira aggiunge che "queste tendenze disordinate si sviluppano come pruriti e vizi; più vengono soddisfatte, più diventano intense. Così, le tendenze producono crisi morali, dottrine errate e poi rivoluzioni".

    Il postmodernismo, la “Teoria critica della razza”[1] e l'egualitarismo estremo forniscono l'infrastruttura filosofica per politiche come i “Patti per la terra rubata”. Se non vengono contrastate, queste si incancreniscono e diffondono l'infezione nel flusso sanguigno della cultura, dando origine a forme di protesta sempre più radicali. L'unica soluzione è smascherare queste frodi progressiste che si danno una patina emotiva di "giustizia sociale". Come l'ormai screditata “Teoria critica della Razza”, i “Patti per la terra rubata” devono essere messi in discussione e sottoposti alla prova, che fallirà di fronte alla verità.

     

    Note

    [1] La Teoria critica della Razza è un movimento intellettuale che fornisce un quadro di analisi giuridica secondo il quale: 1) la razza è una categoria culturalmente inventata usata per opprimere le persone di colore e 2) la legge e le istituzioni giuridiche degli Stati Uniti sono intrinsecamente razziste nella misura in cui funzionano per creare e mantenere le disuguaglianze sociali, politiche ed economiche tra bianchi e non bianchi. 

     

    Fonte: Tfp.org, 8 aprile 2022. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia.

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte.  

  • Il giorno in cui l’Occidente morì

    di Julio Loredo

    Ci sono certi eventi che echeggiano nella storia e nell’eternità come solenni rintocchi di campane. Alcuni sono festosi, come la proclamazione del dogma dell’Assunzione di Maria, il 1° novembre 1950. Altri, invece, sono rintocchi a morto, come la caduta di Costantinopoli, il 29 maggio 1453, che segnò la fine dell’Impero bizantino e aprì le porte dell’Europa all’islam.

    Il 15 agosto 2021, giorno dell’ingresso dei talebani a Kabul, sarà ricordato nella storia come il giorno in cui l’Occidente morì. Non nel senso che abbia tout court smesso di esistere come entità politica, economica e culturale, ma nel senso che si è reso palese che non ha nessuna voglia di vivere. Sembra che il “declino americano” – in realtà occidentale – abbia toccato il fondo.

    L’Occidente già non aveva voglia di vivere quando, a Doha, l’amministrazione Trump patteggiava con i talebani il ritiro delle truppe americane. Anche se l’ex presidente Trump e il suo Segretario di Stato Pompeo dicono che quegli accordi prevedevano una ritirata in ordine, e non lo scempio che abbiamo visto, e che avrebbero salvato le vite umane che andavano salvate ed evitato di lasciare in mano ai terroristi un arsenale moderno e letale, rimane il fatto di essersi fidati delle promesse di estremisti islamisti disposti a tutto, pronti a praticare la taqiyya islamica che permette di ingannare la controparte senza nessun limite quando si tratta di favorire la propria causa, il che mostra quanto gli occidentali abbiamo perso l’avvedutezza che una volta li caratterizzava.

    Oggi l’Occidente si lamenta che il nuovo Emirato non abbia incluso alcuna donna al governo e, anzi, che stia restringendo sempre di più la loro libertà. “Non sembra la formazione inclusiva e rappresentativa in termini di ricca diversità etnica e religiosa dell’Afghanistan che speravamo di vedere e che i talebani avevano promesso nelle ultime settimane”, ha affermato Peter Stano, portavoce dell’ufficio per la politica estera dell’UE. Davvero? Una delle due: o sapevano che sarebbe andata così e, quindi, sono da ritenere degli ipocriti; oppure non lo sapevano, e quindi sono da ritenere degli sprovveduti che non meritano di avere in mano la politica estera europea.

    Ben diceva il deputato britannico Sir Iain Duncan: “Questo è una vergogna per gli Stati Uniti e per tutto l’Occidente”. Un Paese che non prova più vergogna è un Paese pronto a essere inghiottito dalla storia.

    La caduta dell’Afghanistan è un chiaro segnale al terrorismo islamista: avete le mani libere! Con la ricostituzione del “Califfato che minaccia l’Occidente” (Massimo Giannini, su La Stampa), si ripresenta in tutta la sua pericolosità la sfida islamista, precisamente vent’anni dopo quell’11 Settembre.

    La fuga dall’Afghanistan segna la ritirata dell’Occidente come potenza egemonica. Ne hanno approfittato Russia e Cina che, contrariamente a quanto fatto dai paesi occidentali, non hanno chiuso le proprie ambasciate. Anzi, la Russia era perfettamente preparata a questa eventualità. Nonostante i talebani siano ancora nella lista nera del Governo, prevedendo la ritirata americana, il Cremlino ha cominciato a trattare con loro. “Manteniamo contatti con i talebani da più di sette anni, abbiamo discusso molte questioni – ha dichiarato l’inviato speciale del Cremlino in Afghanistan Zamir Kabulov – Noi vediamo i talebani come una forza che giocherà un ruolo di primo piano”. Un mese prima della caduta di Kabul, una delegazione afghana di alto livello si è recata a Mosca per assicurare i russi che i loro interessi non correvano nessun rischio. “Abbiamo eccellenti rapporti con la Russia”, ha dichiarato Mohammad Sohail Shaheen, portavoce dei talebani.

    E anche la Cina alza i toni. A metà agosto, un portavoce del governo di Pechino ha avvertito: “La caduta dell’Afghanistan prepara quella di Taiwan. Siamo sicuri che l’Occidente non la difenderà”. Il portavoce del ministero degli Esteri Zhao Lijian ha più volte paragonato la ritirata dall’Afghanistan alla caduta di Saigon, che aprì le porte del Sudest asiatico al comunismo. Mentre il suo collega Hua Chunying ha definito gli Stati Uniti “distruttivi”, aggiungendo che “ovunque gli Stati Uniti mettono piede... vediamo turbolenze, divisioni, famiglie distrutte, morti e altre cicatrici”. Non sorprende, dunque, che i leader della regione siano molto preoccupati. “Tutti stiamo guardando agli Stati Uniti per vedere come si riposizionano”, ha dichiarato il Primo Ministro di Singapore, Lee Hsien.

    Taiwan, Corea del Sud e Giappone – i principali alleati USA nella regione – non sono certo l’Afghanistan. La ritirata di agosto, però, ha gettato un’alone di dubbio sull’affidabilità degli americani nel continuare a giocare un ruolo mondiale. E il viaggio in Oriente di Kamala Harris per rassicurare gli alleati non l’ha affatto dissipata.

    L’Occidente non sembra disposto a difendere l’Oriente come non sta difendendo l’America Latina. Dopo un periodo di relativa tranquillità, il comunismo – quello vero, stalinista e amico della guerriglia – si sta riprendendo il continente. Negli ultimi due anni, sei paesi della regione sono caduti nelle mani di regimi ispirati a forme di marxismo-leninismo, senza che l’Occidente se ne sia nemmeno accorto. L’ultimo è stato il Perù, dove è salita al potere un’alleanza di ex-terroristi guevaristi. È come se in Italia governassero le Brigate Rosse insieme a Lotta Continua. Questi regimi di estrema sinistra sono alleati geopolitici della Russia e della Cina, che così rafforzano enormemente la loro presenza nel continente.

    E mentre i nemici dell’Occidente attaccano, quest’ultimo si preoccupa di trovare forme sempre più efficaci per suicidarsi: aborto, eutanasia, omosessualismo… Si racconta che i teologi di Bisanzio discutessero sul sesso degli angeli mentre i turchi assalivano le mura della città. Che cosa dirà la posterità di un mondo che discute se un uomo è un uomo e una donna, una donna?

    Già indeboliti da una crisi d’identità, sin dal 2019 gli Stati Uniti sono scossi da una ribellione anarchico-comunista – che va sotto diversi nomi, come Black Lives Matter, Wokee Cancel Culture – la cui idea base è quella di cancellare la cultura occidentale, distruggendone i simboli. Questo movimento si è esteso ad altri Paesi, come lGran Bretagna, Cile e Colombia.

    Riflette Gennaro Malgieri: “Mi torna alla memoria un gran libro del 1964 sul quale, purtroppo, si è depositata la polvere:Il suicidio dell’Occidente. Un saggio sul significato e sul destino del liberalismo americano. L’autore è James Burnham, vecchio trotzkista divenuto guru del conservatorismo americano nel dopoguerra. Gridava ancora quel libro alla nostra ignavia e ci metteva in guardia dai barbari che premono alle frontiere. I barbari del pensiero e delle idee che si sarebbero trasformati in miserabili delinquenti appostati dietro le formulette ideologiche pronti a colpire brutalmente il loro e il nostro mondo. Il ‘suicidio’ da tempo si è manifestato in forme particolarmente crudeli. Ma soltanto oggi con l’attentato sistematico e violento alla nostra memoria ne prendiamo contezza davanti alla vile pretesa di abbattere i simboli stessi dell’Occidente, come se demolendo una statua si possa cancellare un’intera civiltà”.

    Black Lives Matter e Woke sono, infatti, solo la punta dell’iceberg di un profondo malessere che corrode l’Occidente e lo porta verso l’autodistruzione.

    Se tutto questo fosse vero, ma la Chiesa fosse salda, potremmo dire con tranquillità: Stat Crux dum volbitur orbis! Purtroppo, anche la Santa Chiesa di Dio ha raggiunto un grado di autodistruzione mai sognato prima. Col motu proprio Traditiones custodes Papa Francesco ha palesato ancor di più il proposito di distruggere quanto possa rimanere in piedi della società spirituale.

    Ma la Provvidenza ha le sue vie…

    Nel 1571 la Cristianità medievale non c’era più. Corrosa dallo spirito umanista e rinascimentale, spaccata dallo scisma luterano, indebolita dalle politiche machiavelliche, in balìa dei godimenti sensuali che la nascente modernità offriva, l’Europa sembrava un frutto marcio pronto a cadere nelle mani di un popolo guerriero e credente, anche se nell’errore: l’Impero Ottomano. Nessuno parlava più di crociata. Le stesse guerre di contenimento contro il nemico musulmano, per esempio nell’Adriatico, erano dettate più da motivi politici e strategici che religiosi. Le crociate erano ormai un ricordo scomodo del passato.

    Eppure, qualcosa risuonò nel più profondo dell’anima europea. Un vento di crociata soffiò impetuoso. Papa San Pio V lanciò un nuovo appello Deus vult! Se ne fecero eco alcuni principi cristiani, in primis Filippo II di Spagna, allora signore anche di parte dell’Italia. Il 7 ottobre 1571 si combatté la battaglia navale di Lepanto, “la più grande giornata che videro i secoli”, nelle parole dello scrittore Miguel de Cervantes, che vi prese parte, perdendo perfino una mano. Motivo per il quale è chiamato “il monco di Lepanto”. Alla fine della giornata, contro ogni previsione, i cristiani avevano riportato una vittoria così schiacciante da fermare definitivamente l’avanzata marittima dei turchi. Non mancò chi intravedesse una rinascita dell’antica cavalleria.

    La battaglia, piena di miracoli e di fatti prodigiosi, si combatté sotto la protezione di Maria Ausiliatrice. Papa San Pio V vide misticamente l’esito dello scontro mentre si trovava in Vaticano, e aggiunse l’invocazione “Auxilium Christianorum” alla Litania lauretana. Lepanto fu un trionfo di Maria. E questo fu riconosciuto da tutti. Nella Sala del Consiglio, nel Palazzo ducale di Venezia, si può ammirare un immenso dipinto della battaglia con sopra le parole: “Non virtus, non arma non duces sed Maria Rosarii victores nos fecit”- Non il valore, non le armi non i condottieri, bensì Maria del Rosario ci ha dato la vittoria.

    Nel commemorare i 450 anni della battaglia, preghiamo Maria Santissima che faccia soffiare un nuovo vento di crociata perché possiamo combattere i nemici odierni della Chiesa e della Civiltà cristiana, mille volte peggiori e più insidiosi dei musulmani turchi di allora.

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte.

  • La cosiddetta "Don't say gay bill"* rivela le paure della sinistra che teme possa diffondersi in altri Stati

     

     

     

    di Edwin Benson

    La legislatura della Florida ha approvato una nuova legge che protegge i diritti dei genitori degli studenti, nonostante i progressisti abbiano fatto di tutto per bocciarla.

    Le sinistre hanno caricaturizzato la legislazione denominandola "Don't Say Gay Bill", con cui vogliono alludere a un presunto divieto di qualsiasi discussione in classe sull'omosessualità, anche se tale divieto si applica esclusivamente ai bambini dalla scuola materna alla terza elementare.

    Cosa dice la legge?

    Il vero nome della legge è il Parental Rights in Education Act**e descrive molto accuratamente il suo scopo. Il successo travolgente della legge la rende un modello per altri Stati. Pertanto, è opportuno esaminarla nel dettaglio. Questo riassunto è una parafrasi. Il linguaggio proprio della legge è facilmente disponibile.

    La nuova legge richiede specificamente ai sistemi scolastici di:

    - informare i genitori se c'è un cambiamento nella salute mentale, emotiva o fisica dello studente, come conseguenza dei servizi della scuola.

    - rafforzare il diritto fondamentale dei genitori a prendere decisioni riguardanti i loro figli.

    - incoraggiare e facilitare le discussioni tra gli studenti e i loro genitori su problemi di salute mentale, emotiva o fisica.

    La legge prevede anche diversi divieti specifici. In base ad essa, le scuole non possono:

    - Vietare l'accesso dei genitori ai documenti educativi e sanitari.

    - Proibire al personale scolastico di informare i genitori sulla salute o il benessere dei loro figli.

    - Incoraggiare uno studente a nascondere informazioni ai genitori.

    - Scoraggiare o proibire il coinvolgimento dei genitori in decisioni critiche.

    - Permettere istruzioni inadeguate all'età sull'orientamento sessuale o sull'identità di genere.

    Come menzionato sopra, ci sono anche divieti specifici che proteggono i bambini dalla scuola materna alla terza elementare.

    Genitori contro "esperti

    Questa controversia è il capitolo più recente di un dibattito sull'educazione sessuale che ebbe origine negli anni sessanta del secolo scorso. Da una parte ci sono psichiatri, psicologi, assistenti sociali, consulenti e molti insegnanti. Essi sostengono che i bambini hanno bisogno di una guida professionale che i genitori non possono assolutamente fornire.

    Solo un gruppo si oppone a questa impressionante schiera di esperti: i genitori stessi.

    Purtroppo, è sempre stato difficile tradurre le preoccupazioni dei genitori in un'azione politica efficace. Molti genitori sono abbastanza disposti a lasciare che le scuole si occupino di questo argomento scomodo. Altri genitori, dimostrando mancanza di moralità, si associano alla rivoluzione sessuale e vanno d'accordo con le scuole. I genitori dalla mentalità tradizionale disposti ad impegnarsi per combattere il processo sono l'unica difesa rimasta. Gli esperti e i media di solito li deridono come "puritani" o "repressivi".

    Un nuovo campo di battaglia

    Tuttavia, recentemente, il baricentro si è spostato a favore dei genitori dalla mentalità tradizionale. Ci sono tre ragioni per questo cambiamento critico.

    In primo luogo, la crisi del Covid ha concentrato l'attenzione dei genitori sulle scuole. Questo fenomeno è stato ampiamente discusso altrove, quindi non richiede una spiegazione in questa sede. Basti dire che la cosiddetta educazione a distanza ha rivelato il lato oscuro dei programmi scolastici ai genitori, ai quali non è piaciuto quello che hanno visto.

    Secondo, i progressisti sono diventati più sfacciati e radicali nelle loro posizioni. Le rappresentazioni di attività sessuali illecite sono diventate più grafiche, come confermano le attuali controversie sui libri della biblioteca scolastica e questo ha giocato un ruolo. Nella sua svolta radicale, la sinistra è diventata sempre più sprezzante del ruolo dei genitori.

    Come tagliare fuori i genitori

    Un esempio è la Guida "Lesbian, Gay, Bisexual, Transgender, Gender Nonconforming and Questioning Support", usata nelle scuole di Leon County (Tallahassee, Florida) che contiene quanto segue:

    D: Uno studente ha mostrato un comportamento a scuola che ha portato gli amministratori o gli insegnanti a credere che lo studente sia LGBTQ+. I genitori o i tutori legali devono essere avvisati?

    R: No. Rivelare (to out) uno studente, specialmente ai genitori, può essere molto pericoloso per la salute e il benessere dello studente. Alcuni studenti non sono in grado di rivelarsi (fare outing) a casa perché i loro genitori non accettano che le persone LGBTQ+ escano allo scoperto. Ben il 40% dei giovani senzatetto sono LGBTQ+, molti dei quali sono stati rifiutati dalle loro famiglie per essere LGBTQ+. Far uscire gli studenti allo scoperto con i loro genitori può letteralmente renderli senzatetto.

    Il messaggio è che i genitori sono sia incompetenti che pericolosi.

    Scetticismo giustificato

    Infine, ed è il terzo elemento che spiega il cambiamento in atto, la società è diventata più scettica nei confronti di questi esperti liberal, soprattutto alla luce dei disordini dell'estate del 2020 e delle loro conseguenze. Inoltre, la burocrazia della salute pubblica si è contraddetta sul Covid, ma ha trattato coloro che hanno notato le contraddizioni come nemici pubblici. I sindaci e i procuratori di alcune delle più grandi città d'America si sono apertamente schierati dalla parte dei criminali (nelle rivolte del Black Lives Matter). Il generale Milley, Capo dello Stato Maggiore congiunto, ha condannato una presunta "rabbia bianca" nell'esercito mentre invece avrebbe dovuto dirigere un ritiro ordinato dall'Afghanistan.

    I media liberali hanno anche perso credibilità negli ultimi anni perché sono stati più espliciti nel far vedere i loro pregiudizi. Come risultato, molte meno persone guardano i principali network o leggono i quotidiani. E quelli che lo fanno sono più scettici delle generazioni precedenti. Ci sono anche molte più notizie oggi che presentano altre prospettive provenienti da un diverso insieme di esperti, le quali confutano i miti liberali.

    Armi e tattiche sempre meno efficaci

    In effetti, la sinistra ha fatto della battaglia su questa legge una battaglia mediatica, usando tutti i suoi strumenti tipici. Uno di essi è quello di trasformare i genitori, che sono vittime di questo abuso, in intolleranti aggressori. Questa tattica toglie ai genitori il diritto di educare i loro figli e conferisce a questi diritti da adulti.

    La portavoce della Casa Bianca Jen Psaki si è impegnata in questa tattica aggiungendovi un elemento di “character assasination”.

    "Un disegno di legge che discriminerebbe le famiglie, i bambini, mettendo questi ultimi nella posizione di non poter ricevere il sostegno di cui hanno bisogno proprio nel momento in cui ne hanno di bisogno, è discriminatorio, è una forma di bullismo, è orribile. Voglio dire, il presidente ha parlato di questo.

    “Penso che la domanda più importante sia: perché i leader della Florida decidono che hanno bisogno di discriminare i ragazzi che sono membri della comunità LGBTQUI? Cosa li spinge a farlo? È la cattiveria? È volere che i ragazzi abbiano un momento più difficile a scuola, nelle loro comunità?".

    Tuttavia, tali tattiche intimidatorie non influenzano più il grande pubblico. Le aggressioni verbali e le insinuazioni che una volta avevano la meglio non sono più efficaci. In risposta, la sinistra diventa sempre più stridula, con l'effetto che la sua credibilità danneggiata diventa sempre più sospetta.

    Una nuova opportunità

    Man mano che il grande pubblico diventa più consapevole dei metodi della sinistra, le tattiche di quest’ultima perdono potenza. Qui c’è una grande opportunità. Nel campo dell’educazione, dal 1900 circa, i progressisti hanno fatto affidamento sull'influenza dei cosiddetti esperti. Si suppone che essi sappiano cosa sia meglio per tutti gli altri. Quella pseudo-esperienza era basata su credenziali accademiche. La società sta cominciando a vedere quanta falsità ci sia dietro quella facciata. Gli obiettivi radicali degli esperti di sinistra stanno facendo scattare campanelli d'allarme.

    È tempo di rifiutare questa agenda radicale e cercare dei leader saggi. La legge della Florida è un buon inizio. Che altri Stati possano fare la stessa cosa a partire dal suo successo.

    *Legge “Non dite gay”

    ** Legge sui diritti parentali nell'educazione

     

    Fonte:Return to Order, Marzo 2022. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia.

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte.   

  • La guerra di Biden all'energia americana

     

     

    di John Horvat

    La guerra della Russia all’Ucraina sta cambiando la geopolitica del mondo. La delicata situazione richiede agilità e improvvisazione per adattarsi a una crisi che potrebbe rapidamente diventare brutta. L'amministrazione Biden e l'Europa occidentale hanno imposto sanzioni come parte di una strategia per porre fine alla guerra.

    Tuttavia, l'amministrazione sta simultaneamente applicando "sanzioni" all'industria energetica americana in ossequio all'ideologia sinistrorsa del cambiamento climatico. L'America non potrà vincere nessuna guerra se combatte contro sé stessa.

    Il presidente Biden sta facendo una guerra all'energia americana, e la sua amministrazione fa tutto il possibile per scoraggiare la produzione. Non può ignorare che cosa sta facendo.

    Una decisione devastante della SEC

    Una recente decisione della Securities and Exchange Commission (SEC) è un caso emblematico. L'organismo dominato dai democratici ha votato per portare avanti la proposta di una nuova regola che porterà scompiglio fra i produttori di energia, proprio quando hanno più bisogno di aumentare la produzione per compensare le forniture russe sanzionate.

    La nuova regola proposta dalla SEC espanderà il requisito che tutte le aziende pubbliche rivelino i rischi climatici che possono causare le loro operazioni. Questo requisito, un tempo assennato, è stato ora reso completamente irragionevole.

    La legge attuale copre i cosiddetti eventi e rischi "materiali", definiti come informazioni ritenute importanti per qualsiasi persona ragionevole. Tali comunicazioni sono di solito molto limitate a quelle cose che hanno un impatto sull'ambiente e che gli investitori avrebbero bisogno di sapere.  

    Tuttavia, il presidente della SEC, Gary Gensler, e i suoi colleghi democratici, hanno votato 3-1 per ridefinire il concetto di "materialità" al fine di farlo significare qualsiasi cosa si voglia. La nuova proposta di 510 pagine amplia le esigenze di divulgazione pubblica dei rischi a ogni aspetto collegato al carbonio e alla politica del cambiamento climatico e in qualsiasi fase della produzione.

    Aperta contradizione dello scopo della SEC

    Non c'è mai stata una proposta come questa nella storia della SEC. La regola scarica una montagna di procedure burocratiche su aziende già in difficoltà. Contraddice la legge sui titoli e la sana pratica normativa. Queste esigenze favoriscono gli investitori progressisti che cercano di strangolare il petrolio e gli investimenti energetici privandoli di credito e di capitale. La divulgazione di queste informazioni fornisce munizioni agli investitori “woke” che possono eliminare le aziende non in regola.

    La SEC esiste per assicurare che gli investitori abbiano informazioni rilevanti sulle imprese quotate in borsa e per nient’altro. Non è mai stata pensata per essere un'agenzia che fa politica e che impone un'ideologia. Il suo scopo è quello di assicurare l'equità nei mercati dei titoli, proteggendo gli investitori dalle frodi.

    La SEC fu fondata dopo il crollo del mercato azionario nel 1929 per cercare di ripristinare la fiducia degli investitori fermando le pratiche di vendita ingannevoli e le manipolazioni all’origine del crollo. La commissione stabilì delle regole, una supervisione e proibì l'uso sleale di informazioni non pubbliche sulle azioni durante il trading.

    Una regola con un'agenda ideologica

    La nuova regola usa questa esigenza di divulgazione completa per richiedere informazioni sulle emissioni di gas serra e altri dati riguardanti l'ideologia del clima. I nuovi requisiti sono pesantissimi. Lo zelo fanatico dei promotori del green-new-deal ignora ancora una volta la realtà per favorire la decrescita e l'eco-fantasia.

    Il nuovo rapporto richiesto deve includere tutte le fasi della produzione. Questo inizia con le emissioni di gas serra causate direttamente dalle operazioni degli impianti aziendali e dal loro consumo energetico. Le aziende dovranno anche riferire sulle emissioni Scope 3, cioè sui dati relativi alle catene di fornitura e all'utilizzo da parte dei clienti.

    Anche se tutti i produttori dovranno sentire la mano pesante dello stato normativo, questi requisiti draconiani prendono di mira soprattutto le compagnie petrolifere, che saranno tenute a stimare le emissioni delle piattaforme, delle petroliere e delle condotte che trasportano petrolio e gas. Sul lato dei prodotti, le emissioni emesse dal consumo dei motori a combustione, dalla plastica e da altri materiali a base di petrolio verranno monitorate.   

    La cosa peggiore delle emissioni Scope 3 è che la SEC ammette che non esiste una definizione precisa. La commissione "non ha proposto una soglia quantitativa chiara per la determinazione della materialità". Tutto dipende dai fatti e dalle circostanze che circondano ogni caso. Così, il potenziale di arbitrarietà nell'applicazione delle regole è enorme. Tutto quello che serve è che un regolatore molto zelante determini un eco-fattore rilevante all’ipotetico fine che un eventuale investitore lo venga sapere.

    Molestie su larga scala

    La nuova regola ha lo scopo di intimidire. La commissione ha l'autorità di rivelare solo quelle cose che sono "necessarie o appropriate nel pubblico interesse o per la protezione degli investitori". La decisione della SEC non ha fornito alcuna prova che le informazioni richieste dall'ideologia verde rendano necessaria la divulgazione pubblica. 

    La SEC sostiene che la nuova regola "promuoverà l'efficienza, la concorrenza e la formazione di capitale". In realtà, aggiungerà un altro strato di regolamentazione governativa al già eccessivo fardello portato dalle aziende. La minaccia di tali pubblicazioni esaustive scoraggerà le aziende dall'andare nel settore pubblico e incoraggerà il riacquisto di azioni per tornare nel settore privato.

    Inoltre, costringerà i partner privati della catena di approvvigionamento a rivelare informazioni sul clima che di solito non sarebbero tenuti a riferire. Tutte queste informazioni dovranno essere certificate e controllate e le aziende saranno responsabili per eventuali imprecisioni.

    Questo enorme sforzo sembra fatto per aiutare gli investitori “woke” ed ecologici, come BlackRock e i fondi pensione pubblici, a fiutare i "trasgressori" del clima, il cui unico "crimine" sarà quello di usare carbonio come ogni essere umano in America.

    La regola proposta sarà ora aperta a dibattito per 60 giorni prima di essere approvata. Molti Stati, come il West Virginia, si sono ripromessi di fare causa alla SEC per molestie alla loro industria energetica. Tuttavia, diversi analisti hanno notato giustamente che il danno è già stato fatto. Un colpo è stato sferrato sul settore energetico. Anche se i tribunali federali rifiuteranno il regolamento finale, il messaggio è stato inviato. La guerra all'energia è stata dichiarata. Investitori, fatte attenzione, perché siete un bersaglio dei Democratici e dei loro estremisti militanti verdi.

    Il messaggio equivale a sanzioni contro l'industria per aver fatto il suo lavoro. Il presidente Biden sta dichiarando guerra all'energia americana in un momento di crisi. L'amministrazione lo sa eppure continua a distruggere la nazione.

     

    Fonte: American Thinker, Marzo 2022. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia.

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte.  

  • Né pace né onore in Afghanistan

     

     

    di James Bascom

    Le drammatiche immagini della caduta di Kabul in mano ai talebani non possono fare a meno di evocare in maniera stupefacente le scene della sconfitta del Vietnam del Sud 46 anni fa. Folle di persone aggrappate fisicamente agli aeroplani; trionfanti combattenti talebani in posa nel palazzo presidenziale afghano ed elicotteri che strappano gli ultimi funzionari dell'ambasciata dai tetti, sono immagini del tutto analoghe a quello che è successo a Saigon nell'aprile del 1975.

    Due anni prima, il presidente Richard Nixon aveva cercato di assicurare gli americani che gli accordi di pace di Parigi con il Vietnam del Nord comunista avrebbero ottenuto una "pace con onore". Una affermazione che suonò vuota quando essi videro inorriditi cosa stava accadendo il 30 aprile 1975, mentre le truppe nordvietnamite invadevano il palazzo presidenziale a Saigon. Il presidente Gerald Ford, che non voleva e non era in grado di mantenere le promesse americane di sostenere il Vietnam del Sud, volò a Palm Springs, in California, per giocare a golf.

    Se c'è una cosa che il sudest asiatico non ottenne dopo la caduta di Saigon fu la pace. Migliaia di persone morirono nell'unificazione forzata del Vietnam del Sud nei campi di prigionia comunisti vietnamiti dopo la guerra, e milioni nei campi di sterminio della Cambogia (come risultato diretto del ritiro degli Stati Uniti). Altri milioni divennero dei rifugiati. Anche l’onore venne messo in fuga, giacché l'America è ancora alle prese con la vergogna e il trauma sociale di aver perso una guerra che costò 58.000 vite americane.

    Il presidente Biden potrà non essere Gerald Ford, ma recita bene la sua parte in TV. Proprio mentre Kabul cadeva in mano ai talebani, Biden ha deciso di prendersi una vacanza a Camp David. Il 16 agosto è andato a Washington per leggere una dichiarazione preparata in cui ha ribadito la sua decisione di abbandonare l'Afghanistan e, subito dopo, se ne è tornato in quel di Camp David senza rispondere a una sola domanda dei giornalisti. Anche il suo addetto stampa Jen Psaki ha deciso di andare in vacanza. La storia si ripete...

    Violente quasi quanto i talebani sono state le recriminazioni negli Stati Uniti e in tutto l'Occidente. Come all'indomani del Vietnam, un paese emotivamente carico e amaramente diviso sta riversando simili quantità di colpa sulla guerra stessa, sul modo in cui è stata combattuta, sui politici che l'hanno guidata e sul Paese che l'ha combattuta. Lo spettacolo degli Stati Uniti virtualmente senza leadership mentre guardano la propria sconfitta in Afghanistan, sta versando ulteriore benzina sul dibattito interno già acceso e sulla legittimità della stessa democrazia liberale. E qualunque sia la propria posizione personale sulla guerra, l'umiliazione del paese più potente del mondo per mano di barbari con i fucili avrà una grave ripercussione negativa a livello mondiale.

    Proprio come la maggior parte degli americani sostenne la guerra in Vietnam per buone e nobili ragioni (cioè per combattere il comunismo), così ha fatto per l’Afghanistan. Dal commando nel suo santuario afghano, l'11 settembre 2001, Al Qaeda uccise 3.000 americani, ferito altri 25.000 e causato danni per 100 miliardi di dollari. La maggior parte dei paesi occidentali si sarebbe arresa o non avrebbe fatto nulla dopo un simile attacco. È stato un bene che si sia reagito distruggendo il regime talebano ed eliminando Osama bin Laden.

    Dagli ufficiali di medio livello fino agli arruolati, la stragrande maggioranza dei soldati americani ha svolto brillantemente il proprio lavoro. Ancora una volta, gli Stati Uniti hanno mostrato al mondo di avere l'esercito meglio addestrato, meglio equipaggiato e più potente mai visto nella storia. Nessun’altra nazione potrebbe recarsi dall'altra parte del pianeta, conquistare un Paese delle dimensioni del Texas, senza sbocco sul mare, ed eliminare i suoi nemici con la stessa rapidità ed efficienza come fecero gli Stati Uniti nell'ottobre 2001. I 2.420 americani morti in Afghanistan non sono morti invano. Il loro sacrificio ha pagato l’immunità dal terrorismo islamico di cui godiamo ancora oggi. Dato da non dimenticare, gli Stati Uniti non hanno subito un grave attacco terroristico dall'11 settembre.

    La maggior parte della colpa per il fallimento degli Stati Uniti va attribuita a coloro che hanno cercato di trasformare l'Afghanistan in una democrazia liberale di stile occidentale. Gli afghani sono uno dei popoli più primitivi e incivili del mondo. Il paese è diviso in parecchi gruppi etnici, a loro volta divisi in tribù e clan su base familiare. La lealtà di un afghano è verso la propria famiglia e il capo tribù. Come molti soldati americani hanno ben appreso, gli afghani sono anche notoriamente inaffidabili. La meritocrazia è praticamente sconosciuta in Afghanistan e il sostegno proviene dai legami familiari, dalla canna di una pistola o dalla brutta e vecchia corruzione.

    Se il Medio Oriente ci insegna qualcosa, la religione islamica rende quasi impossibile avere un governo in stile occidentale. Le politiche statunitensi in Afghanistan contrarie all'Islam sono servite solo a rafforzare la posizione dei talebani. Sebbene ufficialmente illegale, la politica dell'esercito americano era di chiudere un occhio sulla pratica perversa del "Bacha bazi" (in cui uomini adulti abusano sessualmente di ragazzini) e sull'omosessualità in generale. I comandanti militari hanno persino punito alcuni soldati americani per aver picchiato afghani che hanno cercato di sedurli. Il "Bacha bazi" è rifiutato da molti musulmani come non islamico. L'opposizione dei talebani ad esso fu uno dei fattori nella loro ascesa al potere negli anni '90. Questi problemi hanno solo legittimato la pretesa dei talebani a essere i difensori dell'Islam. Cercare poi di imporre il femminismo e il consumismo in stile occidentale ha solo peggiorato le cose.

    Quei leader che hanno ignorato questi ostacoli e hanno scambiato gli obiettivi della guerra con la costruzione di una “democrazia” afghana – vale a dire le amministrazioni Bush e Obama – sono i veri colpevoli della sconfitta. La concezione wilsoniana di rendere il “mondo sicuro attraverso la democrazia" è profondamente radicata nella psiche americana. Il progetto del governo degli Stati Uniti di combattere il terrorismo trasformando l'Afghanistan in una democrazia modello era destinato al fallimento non meno del tentativo di Woodrow Wilson di evitare il ripetersi della Prima Guerra Mondiale smembrando e democratizzando l'Europa. Ancora più ironico è stato il fatto che il governo USA di solito si è rifiutato di ammettere che il nemico fosse un Islam radicalizzato, preferendo il termine "Guerra al terrore".

    Nessuna soluzione priva di legittimità ha alcuna possibilità di successo nel duro Afghanistan. Le amministrazioni statunitensi avrebbero dovuto aiutare a ripristinare la monarchia costituzionale che governò l'Afghanistan dal 1926 al 1973 e rafforzare le leadership dei clan patriarcali. Il leale appoggio americano a queste leadership indigene le avrebbe aiutate a diventare filo-americane e filo-occidentali.

    Nonostante gli errori commessi dal 2001, il fallimento del governo americano non era inevitabile. Come ha sottolineato il senatore James Inhofe (R-OK) sul Wall Street Journal, al popolo americano è stato presentato un falso dilemma tra ritiro totale e "guerra senza fine". Nessuno voleva che gli Stati Uniti restassero in Afghanistan per sempre. Ma solo la presenza di un piccolo numero di truppe in un ruolo non combattente sarebbe stata sufficiente a scoraggiare i talebani1. Quando il presidente Obama rimosse le forze statunitensi dall'Iraq nel 2011, il conseguente vuoto di potere contribuì all'ascesa dello Stato islamico. Il mese scorso, il presidente Biden ha annunciato che le 2.500 truppe statunitensi di stanza in Iraq concluderanno la loro "missione di combattimento" entro la fine del 2021, ma in realtà rimarranno nel Paese con un ruolo solo consultivo. Con un costo minimo, avrebbe potuto fare lo stesso per l'Afghanistan. Forse sarebbe stata la ripetizione del successo della strategia americana in Germania dopo la Seconda Guerra Mondiale e in Corea del Sud.

    Inoltre, il termine "guerra senza fine" è gravemente impreciso. Gli Stati Uniti avevano cessato di svolgere qualsiasi ruolo di combattimento da quasi due anni. L'ultima morte di un militare in combattimento risale al febbraio 2020, diciotto mesi fa. L'anno scorso sono morti per incidenti più soldati negli Stati Uniti che per combattimenti in Afghanistan.

    Il modo in cui l'amministrazione Biden si è ritirata è vergognoso. A quanto pare, l'amministrazione Biden non solo ha voltato le spalle al governo afghano, ma lo ha pure minato. Il governo degli Stati Uniti si è ritirato dalle basi senza nemmeno dirlo all'esercito afghano, ha fornito poco o nessun supporto aereo e ha fatto dichiarazioni pubbliche pessimistiche e ostili che hanno ucciso il morale afghano. Anche quando era chiaro che l'Afghanistan stava per sperimentare un collasso simile al Vietnam, Biden ha cinicamente insistito nel lasciare il Paese. Se un singolo uomo è responsabile del fallimento in Afghanistan, questo è il presidente.

    Molti americani sperano che, anche se brutta, almeno la caduta dell'Afghanistan sotto i talebani porterà la pace. Una tale posizione è ingenua. La reputazione dell'America subirà conseguenze di lunga durata, forse permanenti, in tutto il mondo. Il ritiro dall’Afghanistan manda il messaggio che non ci si può fidare che il governo degli Stati Uniti mantenga le sue promesse. Gli Stati Uniti verranno davvero in aiuto dell'Estonia, della Corea del Sud o di Taiwan se attaccati?

    I nostri nemici come Cina, Iran e Russia esultano nel vedere il fallimento degli Stati Uniti. Questi Paesi sono sempre più propensi ad agire in base alle minacce che rivolgono ai loro vicini. Non è improbabile che stabiliscano un punto d'appoggio economico e politico nel nuovo Afghanistan. I talebani torneranno ad essere un rifugio per i gruppi terroristici. Insomma, la caduta dell'Afghanistan porterà più guerra, terrorismo e morti americane.

    È anche un duro colpo per l'immagine che hanno di sé gli americani. Gli americani si sono sempre considerati persone ottimiste, capaci di fare le cose nel modo giusto. In Afghanistan, gli Stati Uniti hanno trascorso 20 anni e speso 2 trilioni di dollari, il che equivale a più di 250 milioni di dollari al giorno. L'Afghanistan potrebbe diventare il fallimento più costoso della storia mondiale. Per il solo governo afghano, gli Stati Uniti hanno speso oltre 83 miliardi di dollari in armamenti e attrezzature. Gran parte di quelle armi, compresi droni e veicoli sofisticati, sono state catturate dai talebani. Inoltre, il tanto decantato esercito afghano - che sulla carta era ben più numeroso dei talebani - si è semplicemente sciolto a causa del morale basso e della mancanza di sostegno. Un fallimento umiliante dal quale ci vorranno molti anni per riprendersi.

    Ben peggiori delle perdite materiali sono quelle umane. Le vittime della coalizione sono state 3.562 e 22.773 i feriti. Inoltre, quasi 50.000 civili afghani sono stati uccisi nella guerra. Sebbene piccolo rispetto ad altri conflitti, è comunque un numero consistente. Molti degli 800.000 soldati americani che hanno prestato servizio in Afghanistan provano angoscia, rabbia e risentimento verso una leadership politica e militare che, come in Vietnam, non è riuscita a concludere la guerra in modo onorevole. Amici e familiari di coloro che hanno perso la vita si chiedono se i loro sacrifici siano stati vani.

    La sinistra globale esulta vedendo gli Stati Uniti umiliati ancora una volta. Hanno sempre simpatizzato con il terrorismo islamico e vedono gli Stati Uniti come il più grande male del mondo. La destra in America, da sempre favorevole a una forte difesa nazionale e a guerre giuste contro i nemici dell'America, è demoralizzata, incerta o addirittura indifferente allo sfascio in corso. Molti preferirebbero non pensare affatto all'Afghanistan, sperando che il ritiro faccia sparire tutto. Alcuni nella destra isolazionista sono persino contenti del risultato, vedendo il fallimento americano in Afghanistan come una rivendicazione di una politica nazionalista "America First".

    In definitiva, la conseguenza più profonda del fallimento in Afghanistan è la discussione sullo stesso modello democratico americano. Il crollo della fiducia nelle istituzioni, l'aumento della violenza politica e della frode, il crescente totalitarismo di un governo apparentemente "democratico" e la polarizzazione estrema hanno eroso la fiducia un tempo intoccabile dell'America nel suo modello. Lo sbalorditivo crollo della democrazia rappresentativa in Afghanistan è, secondo molti, solo una conferma che la democrazia già non funzioni. Così vengono proposti nuovi modelli, sia a destra che a sinistra. La sinistra ammira la Cina comunista, così come, erroneamente, anche alcuni a destra. Molti altri a destra guardano altrettanto erroneamente a Vladimir Putin come esempio per l'Occidente da imitare. La maggior parte di questi nuovi modelli elimina le tradizionali libertà costituzionali e ripone a torto la speranza in un leader politico che risolverà da solo la crisi della civiltà occidentale.

    La soluzione a questa crisi, di cui la caduta dell'Afghanistan è solo un sintomo, è un ritorno alla società cristiana organica come descritto nel libro Return to Order di John Horvat. Questo ritorno richiede un serio esame di coscienza e il riconoscimento che, come il figliol prodigo, abbiamo peccato e dobbiamo tornare alla casa del Padre. La democrazia liberale ci ha condotto sulla via dell’abisso. Solo tornando alla Chiesa cattolica in campo religioso e alla società cristiana organica in campo socio-politico si può sperare di evitare il baratro che si sta chiaramente avvicinando.

     

    Nota

    1. https://www.wsj.com/articles/an-alternative-to-the-afghan-pullout-11623615905

     

    Fonte: Returnto Order, Agosto 2021. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà - Italia

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte.

  • Papa Francesco contribuisce alla nostalgia della Chiesa che fu

     

     

     

    di Federico Catani

    «Il problema attuale della Chiesa è la non accettazione del Concilio». Questa la sfida che secondo papa Francesco deve affrontare il mondo cattolico oggi. Lo ha detto incontrando i direttori delle riviste culturali europee dei Gesuiti lo scorso 19 maggio, in Vaticano. Il testo dell’udienza si può leggere sul sito internet de La Civiltà Cattolica, dove è stato pubblicato il 14 giugno. E se la stampa finora ha dato ampio risalto alle parole del Papa sul conflitto russo-ucraino – che peraltro non aggiungono molto a quanto già dichiarato in altre interviste – degne di nota sono le riflessioni sulla situazione della Chiesa.

    Francesco denuncia una tendenza al “restaurazionismo”, specialmente negli Stati Uniti. «Il Concilio che alcuni pastori ricordano meglio è quello di Trento. E non è un’assurdità quella che sto dicendo – ha affermato -. Il restaurazionismo è arrivato a imbavagliare il Concilio [Vaticano II ndr.]». Pertanto, «è molto difficile vedere un rinnovamento spirituale usando schemi molto antiquati». Nella Chiesa quindi c’è un problema. Ma non si tratta delle chiese sempre più vuote, specie dopo l’emergenza Covid; o dei seminari chiusi per mancanza di vocazioni; o del caos dottrinale, aumentato notevolmente nell’ultimo decennio; oppure degli scandali finanziari e sessuali. No. A preoccupare Francesco sono piuttosto «idee, comportamenti che nascono da un restaurazionismo che in fondo non ha accettato il Concilio. Il problema è proprio questo: che in alcuni contesti il Concilio non è stato ancora accettato». Eppure, dati alla mano, proprio quegli istituiti e quelle realtà più fedeli alla tradizione cattolica (e che non accettano solo certe derive post-conciliari) registrano una notevole fioritura di vocazioni e di fedeli, tra cui molti giovani.

    Come modello da seguire, il gesuita Bergoglio addita padre Pedro Arrupe, Preposito Generale della Compagnia di Gesù nei turbolenti anni del post-Concilio (dal 1965 al 1983), la cui voce profetica sarebbe stata contrastata da «una reazione conservatrice», la stessa che sta minacciando la Chiesa oggi, «soprattutto con i tradizionalisti».

    Padre Arrupe, di cui nel 2019 è stato aperto il processo di beatificazione, era un sostenitore della teologia della liberazione, sebbene nella sua versione più “moderata”, contraria ad esempio alla lotta armata. Tuttavia, su quei temi sono noti i contrasti con Giovanni Paolo II. Arrupe, celebre per le sue aperture, guidò i Gesuiti proprio nel periodo in cui la l’Ordine scelse di impegnarsi per le cause più progressiste, vedendo peraltro molti suoi membri lasciare l’abito.

    Per dimostrare la fedeltà al papato del suo vecchio superiore, Francesco ha fatto cenno al discorso tenuto da Paolo VI il 3 dicembre 1974 in occasione della XXXII Congregazione Generale dei Gesuiti. Ha però dimenticato di dire che il suo predecessore sulla cattedra di Pietro non aveva mancato di muovere alcuni rimproveri alla Compagnia, allora in piena crisi di identità e infatuata dalle mode del tempo, quali la simpatia per il marxismo, un certo umanesimo profano, il dubbio sistematico, l’amore alla novità per se stessa, il relativismo.

    Non solo. A ben vedere, Paolo VI sembra contraddire Francesco anche in un altro punto. Mentre Bergoglio, sempre nel discorso di cui sopra, afferma che «la realtà è superiore all’idea, e quindi bisogna dare idee e riflessioni che nascono dalla realtà», rivolgendosi ai Gesuiti degli anni Settanta papa Montini metteva in guardia dal «prevalere dell’agire sull’essere; dell’agitazione sulla contemplazione; dell’esistenza concreta sulla speculazione teorica». Perché, in realtà, custodire e difendere dogmi e principi, non è in contrasto con la carità e l’azione pastorale. Sono due aspetti complementari della fede cattolica.

    Infine, Francesco si è soffermato sul cammino sinodale tedesco, su cui molti vescovi hanno già sollevato le loro preoccupazioni a causa delle derive scismatiche verso una sostanziale protestantizzazione della Chiesa in Germania. In questo caso il Papa non ha usato quei toni duri cui è solito ricorrere con i cosiddetti “restauratori”. Si è mostrato cauto, invitando la Conferenza episcopale tedesca a procedere senza troppi strappi. «Il problema – ha detto – sorge quando la via sinodale nasce dalle élite intellettuali, teologiche, e viene molto influenzata dalle pressioni esterne». Tuttavia, quelle stesse élite e pressioni sembrano avere il loro peso anche nelle scelte di questo pontificato.

    Un pontificato che, eterogenesi dei fini, ha contribuito in maniera decisiva al crescere di quel movimento “restaurazionista” inviso a Francesco.    

     

    Fonte: L’Identità, 18 giugno 2022. 

  • Perché la sinistra americana liberal teme le avvisaglie di un Dio geloso

     

     

    di John Horvat 

     

    Il crollo del nostro ordine liberal è alle porte. Come si poteva prevedere, molti nella sinistra attribuiscono la colpa ai conservatori cristiani. Siamo noi a condurre “sempiterne” guerre culturali che impediscono alla società di progredire, diversificarsi e diventare più inclusiva. Siamo noi quelli che usano la cultura come segno di identità per imporre la nostra agenda "illiberale" all'America.

    Queste accuse assurde dimostrano che c'è una reazione alla decadenza morale della nazione. C'è un'opposizione di principio all'aborto procurato, al male intrinseco degli stili di vita LGBTQ e alla “teoria critica della razza” di impronta marxista. I sinistrorsi (in America chiamati liberal, ndt) etichettano ingiustamente questa opposizione di principio come rigida. Poi, per quanto legittima sia questa fedele resistenza, cercano di associarla a folli ideologie legate al razzismo, al nazionalismo e all'identitarismo. Il loro prossimo passo sarà tessere fantastiche teorie cospirative per alimentare la propria rabbia contro coloro che osano opporsi alla decadenza morale.

     

    La religione tradizionale come strumento di tirannia

    Ciò che fa infuriare di più la sinistra è l'ingresso nel dibattito pubblico della religione tradizionale, in particolare del cristianesimo. Questo costituisce una forza potente, perché implica un ordine morale che si oppone al disordine immorale dei liberale presuppone un Dio amorevole che ha creato questo ordine per garantire la nostra felicità. L'"arretratezza" della religione si oppone alla sbagliata idea liberaldell'evoluzione della storia verso un progresso sempre maggiore.

    Così, la sinistra liberal fa tutto il possibile per evitare il dibattito morale, dipingendo la religione come uno strumento autoritario per dittatori, per il terrorismo islamico e per i regimi totalitari. Lo scrittore "moderato" del New York Times, David Brooks, arriva al punto di classificare la Cina comunista come un regime "religioso" perché adatta alcune idee confuciane per attaccare la decadenza occidentale e i suoi manierismi da "femminuccie".

    Così, il dibattito torna alla politica delle minoranze discriminate, alla metafisica hegeliana e al ritornello che la sinistra liberalama usare per inquadrare il dibattito. Loro non discuteranno mai della necessità del cristianesimo o di un ordine morale oggettivo.

     

    Il luogo che i liberaldi sinistra danno alla religione

    La sinistra liberal tollera solo quella religione che segue le regole del gioco da lei stabilite. L'ascesa di un cristianesimo tradizionale la fa infuriare perché infrange quelle regole. In un ordine liberal, la religione dovrebbe essere limitata alla sola esperienza personale, rimanendo fuori dalla politica e dalla cultura.

    In effetti, la modernità ha trattato le religioni non meglio degli antichi romani. Questi gestivano le diversità dei popoli conquistati ammettendo i loro dèi nel Pantheon, dove gli si poteva rendere culto. Allo stesso tempo, la sua società si dissolveva definitivamente nel marciume morale dei baccanali. Nella nostra attuale società liberale, anche la religione è messa da parte. Ogni religione è come un idolo nascosto in un Pantheon costituzionale dove non può fare "danno" al pubblico in generale. Finché la religione segue queste regole liberal, la festa può andare avanti.

    Ciò non significa che il cristianesimo, anche nella sua forma “pantheonizzata”, non abbia influito positivamente sulla società. L'ordinamento liberal ha a lungo approfittato del vasto capitale sociale accumulato da un codice morale vagamente cristiano. Questa influenza cristiana ha assicurato le condizioni per l'ordine e il progresso materiale durante tutta la nostra modernità. Tuttavia, quel capitale sociale è ormai esaurito e non c'è nessuna forza rigeneratrice che il liberalismo possa invocare per riportare l'ordine.

    I liberalrisolvono il problema chiedendo più liberalismo. Incolpano i conservatori cristiani di infrangere le regole e rovinare la festa. Esigono forme di depravazione sempre maggiori e ignorano il caos di una società che sta cadendo a pezzi.

     

    Il problema dei Pantheon

    C'è un problema con i pantheon. L'unico Dio, Creatore del Cielo e della Terra, si rifiuta di abitare lì. Quindi c'è sempre la possibilità che una voce paolina emerga per gridare nel nostro deserto postmoderno che è tempo di rovesciare gli idoli moderni e proclamare l'unico vero Dio.

    Potremmo benissimo trovarci di fronte al “Dio Ignoto” di cui parla San Paolo: “Passando infatti e osservando i monumenti del vostro culto, ho trovato anche un'ara con l'iscrizione: Al Dio ignoto. Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio. Il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene, che è signore del cielo e della terra, non dimora in templi costruiti dalle mani dell'uomo” (Atti 17, 23-24).

    Dal vero Dio che non dimorava né nel Pantheon né nel Areopago venne la Chiesa Cattolica. Dalla Chiesa è scaturita una meravigliosa civiltà cristiana che ha trasformato il mondo. Da questo stesso Dio possiamo aspettarci un futuro splendido.

     

    Paura del Dio ignoto

    Tuttavia, questo Dio non si comporta come gli idoli del Pantheon. Non segue le regole liberal. È un Dio geloso che non avrà falsi dèi davanti a Lui. In effetti, ecco perché i liberal temono questo Dio sconosciuto che non si adatta al loro pantheon. Sentono che il crollo dell'ordine liberal e rivoluzionario implica molto di più della frantumazione di un sistema politico o economico. Percepiscono l'esaurimento del nostro materialismo ateo e la sua incapacità di soddisfare l'anelito esistenziale di innumerevoli anime che cercano qualcosa di più ma, soprattutto, qualcosa di più alto.

    Allo stesso modo, i conservatori percepiscono la loro reazione come molto più di una semplice opposizione alla nostra decadenza. Sono sensibili alla voce della Grazia che li invita ad amare e adorare il Dio ignoto. Il movimento che oggi sfida la cultura dominante riflette una crescente sete di sublimità e di ritorno all'unico vero Dio da parte di una considerevole minoranza che lo cerca come il figliol prodigo pentito.

    Così, il crollo polarizzante dell'ordine rivoluzionario rappresenta dei movimenti all'interno della società che vanno oltre la cultura o la politica. Si tratta di qualcosa di così estraneo al nostro modo di pensare moderno che non osiamo parlarne apertamente. Entrambe le parti avvertono le avvisaglie di un geloso Dio ignoto che desidera farsi conoscere.

     

    Fonte:Tfp.org, 23 settembre 2021. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte.

  • Perché la sinistra continua a sostenere il regime comunista di Cuba

     

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    di John Horvat

     

    Il modo in cui il mondo tratta Cuba è un mistero, non c'è altro modo per descriverlo.

    Qualsiasi spietata dittatura militare dovrebbe essere denunciata e ostracizzata. Nel caso di Cuba, non ci sono scuse per non condannare le sue violazioni dei diritti umani e/o per non denunciare la sua povertà di matrice socialista. La sua rabbiosa persecuzione della Fede è indicibile. Tutto dovrebbe essere fatto per affrettare il giorno felice in cui il paese potrebbe di nuovo vivere nella "libertà della gloria dei figli di Dio" (Rm 8, 21).

  • Sbarazzarsi della Roe v. Wade è solo metà della battaglia. Il clamoroso caso del Michigan

     

     

    di Edwin Benson

    La stampa è piena di previsioni terribili per l'intera umanità se la Corte Suprema degli Stati Uniti dovesse annullare la sentenza Roe v. Wade. Se la bozza di parere trapelata predice l'eventuale decisione della Corte, i brutti giorni della Roe saranno presto alle nostre spalle.

    Contrariamente a coloro che prevedono il caos legale, la situazione post-Roe è relativamente semplice. Prima della Roe, ogni Stato aveva le proprie leggi che regolavano gli aborti. Se la Corte Suprema annullerà la catastrofica decisione del 1973, quelle leggi torneranno a essere in vigore, a meno che il legislatore statale non le cambi.

     

    Assumere poteri che vanno al di là della legge

    I pro-vita devono quindi rivedere le leggi dei loro Stati, soprattutto se questi hanno governatori che si oppongono all'aborto procurato. Quelli che si definiscono "pro-choice" (cioè, favorevoli all’aborto procurato) cercheranno invece di imporre le loro opinioni erronee ai propri Stati, indipendentemente da ciò che dice la legge. Ma è nostro dovere non permettere che la facciano franca.

    Lo Stato del Michigan offre un ottimo esempio delle possibilità e dei conflitti che si prospettano. Il 9 maggio 2022, il giornale The Hill ha pubblicato un articolo dal titolo molto eloquente: "Whitman: ‘Non aspetterò che il Congresso agisca sull'aborto’". L'articolo cita un editoriale del governatore del Michigan pubblicato sul New York Times. Il tema è l'aborto procurato e la governatrice Whitman si esprime con schiettezza a favore della morte dei nascituri. Le sue parole vanno ben oltre i suoi poteri legali.

    "Non me ne starò con le mani in mano ad aspettare che il Congresso faccia qualcosa", ha scritto la governatrice del Michigan. "Che sia attraverso la legislazione, l'azione esecutiva, l'iniziativa elettorale o l'impegno civico, la nostra risposta alla sentenza apertamente politica di un organo presumibilmente apolitico e non eletto sarà quella di impegnarsi in ogni modo ed a ogni livello". Senza percepire l'incoerenza delle sue parole, aggiunge: "Se non usiamo ogni leva di potere che abbiamo in questo momento, o se cediamo all'autocompiacimento, gli americani soffriranno e potrebbero morire".

    Inoltre ha invitato la Corte Suprema del Michigan a intervenire qualora la Corte Suprema degli Stati Uniti dovesse avere un'opinione diversa. Le sue parole fanno eco a quelle di molti governatori liberal che promettono contromisure rapide e decisive.

     

    Il popolo ha già parlato

    La legislazione e i cittadini del Michigan si sono già espressi chiaramente su questa pratica malvagia. Per quanto riguarda la legge sull'aborto del Michigan, la data cruciale è stata il 7 novembre 1972. Era il giorno delle elezioni generali. La maggior parte dei media nazionali si concentrava sulla corsa presidenziale tra il presidente Richard Nixon e il senatore George McGovern. Il Presidente fu eletto con una vittoria schiacciante, ottenendo il 60,7% dei voti contro il 37,5% del senatore McGovern. La vittoria del Presidente Nixon fu così convincente che la NBC dichiarò l'elezione prima delle 20:00 ora orientale, quattro ore prima della chiusura dei seggi in alcuni Stati occidentali.

    Nel Michigan anche l'aborto era stato messo ai voti, sotto forma di "Proposta B".

    Fin dal 1846, l'aborto era già illegale in quasi tutti i casi, l'unica eccezione era rappresentata dalla minaccia alla vita della madre. Nel 1931 la legge venne riscritta per renderla più semplice e modificata ulteriormente nel 1948. "Chiunque somministri intenzionalmente a una donna incinta qualsiasi medicina, farmaco, sostanza o cosa analoga, o utilizzi qualsiasi strumento o altro mezzo, con l'intento di procurare l'aborto a tale donna, a meno che ciò non sia necessario per preservare la vita di tale donna, sarà colpevole di un crimine, e nel caso in cui la morte di tale donna incinta sia prodotta nei detti modi, il reato sarà considerato omicidio colposo".

     

    Tutto pronto per il successo dell’aborto

    Tuttavia, nel 1972 c'era un notevole fermento per "riformare" le leggi nazionali sull'aborto. La rivoluzione sessuale era iniziata e il nuovo termine "femministe" descriveva quanti volevano che le donne avessero maggiori "opportunità" davanti alla legge e nel mondo del lavoro. Secondo costoro, i bambini rappresentavano un ostacolo che avrebbe impedito alle donne di esercitare la loro nuova "liberazione".

    I due Stati più grandi della nazione avevano già preso provvedimenti per rendere legale l'aborto procurato: la California nel 1969 e New York nel 1970.

    Così, i sostenitori dei cosiddetti "diritti all'aborto" del Michigan formarono il "Michigan Abortion Referendum Committee". Il comitato raccolse 229.044 firme per sottoporre la loro proposta agli elettori dello Stato.

    Sotto il titolo di "Proposta di legge per consentire l'aborto a determinate condizioni", la legge avrebbe permesso a un medico o a un osteopata autorizzato di praticare un aborto su richiesta della paziente se (1) il periodo di gestazione non superava le 20 settimane e (2) se la procedura veniva eseguita in un ospedale autorizzato o in un'altra struttura approvata dal Dipartimento di Sanità Pubblica.

     

    Una vittoria a sorpresa...

    Molti pensavano che la misura sarebbe passata facilmente. All'inizio dell'anno, la legislatura statale aveva approvato a stragrande maggioranza la legge preferita dalle femministe, il cosiddetto emendamento per la parità dei diritti (ERA). Il governatore William Milliken, un repubblicano liberal, era favorevole sia all'ERA che alla nuova proposta sull'aborto.

    E, cosa forse più importante, non c'era quasi nessuna resistenza organizzata. Poi, solo pochi mesi prima del voto, i sostenitori pro-vita formarono la "Voice of the Unborn Coalition". Non avendo un grande conto in banca, la Coalizione si concentrò sulla stampa di volantini. I volontari lasciarono i volantini sulle auto nei parcheggi dei supermercati e dei centri commerciali durante i fine settimana precedenti le elezioni. Molte persone (tra cui la madre del sottoscritto) ricevettero due o tre volantini. Praticamente tutti i media ignorarono questo immane sforzo.

    Il risultato elettorale sorprese quasi tutti, anche molti volontari. Poco più del 60% degli elettori del Michigan si opposero all'aborto. Non si trattava nemmeno del caso di elettori urbani a favore della liberalizzazione e di elettori rurali contrari. La contea più urbana del Michigan, Wayne (dove si trova Detroit), votò in modo schiacciante per il NO (513.972 a 346.566). Solo una delle 83 contee del Michigan si espresse a favore del cambiamento, quella di Washtenaw, sede dell'Università del Michigan e della Eastern Michigan University.

     

    …trasformata in sconfitta

    Come da copione, tre mesi dopo la vittoria pro-vita in Michigan, la Corte Suprema si accaparrò tutto il potere in materia di aborto emettendo la disastrosa decisione Roe v. Wade.

    La sentenza sconvolse la nazione. Secondo la sua ex assistente, Monica Crowley, nemmeno il Presidente Nixon se l'aspettava. Non solo la Corte Suprema aveva riscritto le leggi sull'aborto di ogni Stato, ma la sentenza era così estrema che non consentiva praticamente alcuna regolamentazione da parte degli Stati. Diciannove anni dopo, la Planned Parenthood v. Casey permise alcune restrizioni statali, ma molto poche. Ancora oggi, gli Stati Uniti hanno leggi sull'aborto, ispirate a quella pronuncia, che sono molto più liberali di quelle delle nazioni europee più di sinistra.

    In tal modo, sferrando un solo colpo, la Corte Suprema consegnò alla fazione "pro-choice" un successo che andò oltre i loro sogni più ottimisti. Tuttavia, la maggior parte degli Stati lasciò semplicemente in vigore le vecchie leggi, ormai inapplicabili.

     

    Le sfide legali sono già iniziate

    Pertanto, queste vecchie leggi precedenti alla sentenza Roe v. Wade rimangono, pronte a riprendere il loro funzionamento se Roe dovesse essere annullata. Ma la sinistra sta già istruendo i suoi avvocati per far annullare le vecchie leggi.

    La governatrice del Michigan Whitmer contesta la legge del 1931. La Corte Suprema dello Stato non ha accantonato la legge, ma ha accettato di ascoltare argomenti in tempi accelerati. La Corte potrebbe assecondare i desideri della governatrice, trovando (o inventando) un diritto all'aborto nella Costituzione dello Stato. Ma potrebbe anche decidere che la legge del 1931 e il referendum del 1972 sono di nuovo in vigore.

    Una cosa è chiara. Se la Roe v. Wade verrà cancellata, ogni Stato dovrà decidere quali saranno le sue leggi sull'aborto. Alcuni Stati, come New York e la Virginia, si sono già schierati a favore dell'aborto. Altri, come la Florida e l'Oklahoma, proteggono la vita innocente. Stati come il Michigan sono in un limbo giuridico e potrebbero andare in entrambe le direzioni.

    È più che mai importante che i pro-vita scoprano la posizione dei loro Stati su questo tema cruciale.

    Attribuzione immagine: By Julia Pickett - Own work, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia.

     

    Fonte: Tfp.org, 26 maggio 2022. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia.

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte.   

  • Secessione in America? Oggi se ne torna a parlare

    Ecco 7 ragioni per cui la secessione non è la soluzione per gli Stati Uniti

     

     

    di James Bascom

    È dai tempi della Guerra Civile che gli Stati Uniti non sono così divisi. Ciò è evidente soprattutto in politica, ma si vede anche nella cultura, nella religione, nell'economia, nella morale, nella mentalità e nei modi di vivere. La divisione esplode nelle riunioni dei consigli scolastici del Midwest non meno che nel Congresso. A volte sfocia nella violenza, come durante le rivolte di Black Lives Matter (BLM) e Antifa del 2020.

    Spaventati da minacce altamente reali provenienti sia da folle inferocite che dall'amministrazione Biden, molti americani stanno letteralmente cercando una via d'uscita. Un numero crescente pensa che la soluzione alle nostre differenze politiche sia quella di diventare meno uniti.

    Conservatori di rilievo stanno accarezzando l’idea. Nella polemica sui brogli elettorali successiva alle elezioni del 2020, il defunto Rush Limbaugh ha detto ai suoi 20 milioni di ascoltatori che il Paese stava "andando verso la secessione".

    "Non si può andare avanti così", ha continuato. "Non può esserci una coesistenza pacifica tra due concezioni di vita, di governo, di gestione dei nostri affari completamente diverse. Non possiamo trovarci in un conflitto così grave senza che qualcosa collassi da qualche parte lungo la strada"1. Dopo aver incassato un'intensa protesta, Limbaugh ha fatto un passo indietro e ha ripetuto più volte che "non ha mai" sostenuto la secessione e che la sinistra ha travisato le sue parole.2

    Il deputato dello Stato del Mississippi Price Wallace ha twittato "[dobbiamo] uscire (sic) dall'Unione e formare il nostro proprio Paese", anche se ha subito cancellato il tweet e si è scusato. Il deputato del Kentucky Thomas Massie ha postato su Twitter la domanda: "La secessione ha mai avuto successo?" e ha poi fatto l'esempio della West Virginia.3

    Rispondendo a una domanda sul movimento di secessione del Texas all’Università Texas A&M, il senatore Ted Cruz ha risposto: "Se i Democratici eliminano l'ostruzionismo, se distruggono fondamentalmente il Paese, se riempiono la  Corte Suprema (ndt, aumentando i suoi membri con nomine di parte), se trasformano in uno Stato il Distretto Federale (Washington D.C.), se rendono federali le elezioni, se espandono in modo massiccio i brogli elettorali, potrebbe arrivare un momento in cui non ci sarà più speranza". Tuttavia, ha aggiunto che il Paese non è ancora a questo punto. "Penso che il Texas abbia una responsabilità nei confronti del Paese e non sono pronto a rinunciare all'America. Io amo questo Paese".4

    Dopo che la Corte Suprema si è rifiutata di accogliere la causa intentata dal Texas e da altri diciassette Stati, per presunti brogli elettorali durante le elezioni del 2020, l'allora presidente del GOP (Partito Repubblicano) texano, Allen West, ha protestato affermando che "forse gli Stati rispettosi della legge dovrebbero unirsi e formare una Unione di Stati che rispettano la Costituzione".5

    Il sostegno alla secessione nell'opinione pubblica è più alto che mai. Pochi mesi prima delle elezioni presidenziali del 2020, un sondaggio della Hofstra University ha rivelato che il 40% degli americani sarebbe favorevole alla secessione a seconda dei risultati delle elezioni. Un sondaggio di YouGov del giugno 2021 ha mostrato che il 37% degli americani, e il 66% dei repubblicani degli Stati del Sud, era favorevole alla secessione.6 Lo scorso settembre, un sondaggio dell'Università della Virginia ha mostrato che il 51% degli elettori di Trump e il 41% degli elettori di Biden erano favorevoli alla secessione dall’Unione degli Stati blu (democratici) e rossi (repubblicani) per formare i propri Paesi.7 

    Anche se i repubblicani sono più propensi a favorire la secessione, si tratta di un movimento bipartisan. Soprattutto quando Donald Trump era in carica, una grande percentuale di elettori democratici si è espressa a favore della divisione.

    Certo, una cosa è rispondere a un sondaggio e un'altra è compiere un atto di secessione. Per ora, è improbabile che la secessione raccolga la maggioranza dei consensi anche negli Stati più rossi o più blu. Tuttavia, il fatto che quasi la metà degli americani si dica almeno favorevole alla secessione del proprio Stato dall'Unione è profondamente preoccupante.

    Sette motivi per cui dividere gli Stati Uniti NON è una soluzione

    La secessione può sembrare una soluzione facile per uscire dalla crisi. Con le loro enormi popolazioni ed economie, sembra che Stati repubblicani come il Texas o la Florida dovrebbero solo tagliare i ponti con il governo federale e andare per la loro strada.

    Una tale idea è pericolosamente ingenua. La secessione, se realizzata, sarebbe il più grande disastro nella storia degli Stati Uniti e una vittoria per la causa del movimento progressista "woke(ndt, il marxismo culturale che oggi pervade il mondo occidentale in genere e americano in specie). Sarebbe un duro colpo per i resti della civiltà cristiana occidentale nel mondo. Ecco di seguito sette motivi per cui la secessione non è la soluzione.

    - 1) Sono pochissimi i grandi Paesi che si sono disgregati senza immani spargimenti di sangue

    Il XX secolo ha visto molti imperi e grandi Paesi disgregarsi a causa di guerre e rivoluzioni. In quasi tutti i casi, alla disgregazione sono seguite terribili guerre civili e ingenti perdite di vite umane.

    Dopo la sconfitta nella Prima Guerra Mondiale, l'Impero Austro-Ungarico, l'Impero Russo e l'Impero Ottomano si sono disgregati lungo linee etniche e politiche. Gli Stati emersi dalla loro dissoluzione, sia in Europa sia in Medio Oriente, hanno subito guerre civili, pulizie etniche e rivoluzioni comuniste. Nel libro The Vanquished: Why the First World War Failed to End  (ndt, I Vinti, perché la Prima Guerra Mondiale non riusciva a finire) lo storico Robert Gerwarth calcola che tra il 1918 e il 1924 questi conflitti causarono più di 4 milioni di vittime oltre ai 9 milioni di morti della Grande Guerra.8Le conseguenze di questi conflitti continuano a ripercuotersi sul mondo di oggi.

    Nel 1947, il governo britannico, allora in procinto di sciogliere il suo Impero, divise l’India secondo linee religiose nei moderni Paesi di India, Pakistan e Pakistan orientale (l’attuale Bangladesh). Ne seguirono violenze settarie di massa, che causarono la morte di circa 2 milioni di persone e originarono 20 milioni di rifugiati. In Africa, la dissoluzione degli imperi coloniali europei negli anni Cinquanta e Sessanta fu all’origine di guerre tribali con decine di milioni di africani uccisi. In Europa, la disgregazione della Jugoslavia fra il 1991 e il 2001 ha portato a tremendi conflitti etnici e atrocità con circa 140.000 morti.

    - 2) Abbiamo già provato a dividere gli Stati Uniti, e non è andata bene

    La disgregazione di un Paese non è un concetto estraneo agli Stati Uniti. Lo abbiamo fatto nel 1861, quando gli Stati del Sud si separarono dall'Unione. Non è andata bene. I quattro anni di guerra civile hanno lasciato 750.000 morti e divisioni sociali irrisolte che perdurano ancora oggi.

    Ciò che colpisce dei secessionisti del Sud del 1860 è la loro certezza che la secessione sarebbe riuscita con un conflitto minimo o con nessun conflitto. I sudisti ottimisti credevano che "Re Cotone" avesse reso gli Stati del Nord e l'Europa così dipendenti dal Sud da rendere impossibile una guerra. "Senza sparare un colpo, senza sguainare una spada, se ci facessero guerra, potremmo portare il mondo intero in ginocchio", disse il senatore della Carolina del Sud James Henry Hammond in un discorso del 1858, aggiungendo "no, non osate fare la guerra al cotone. Nessuna potenza sulla terra osa fargli guerra. Il cotone è il re". Secondo questa tesi, le potenze europee sarebbero certamente intervenute a favore della Confederazione. Il disprezzo sudista per la presunta mancanza di abilità di combattimento degli uomini del Nord li portò a credere che, anche se la guerra fosse arrivata, non sarebbe durata più di qualche battaglia decisiva.

    Oggi ci riesce facile ridere di questo ottimismo cieco e sciocco. Eppure molti aspiranti secessionisti odierni vantano analoghe illusioni. Per essi, la secessione sembra facile come chiudere un conto in banca. Ignorano così la dura e fredda realtà che qualsiasi atto di secessione porterebbe necessariamente alla guerra, proprio come accadde nel 1861.

    - 3) I britannici sono passati per un momento terribile per ottenere la Brexit. Per gli Stati Uniti andrebbe molto peggio

    Gli Stati Uniti del 2022 sono molto più interconnessi e interdipendenti rispetto al 1860. Il commercio interstatale è molto esteso. Nessuno Stato produce tutto il necessario per sostenersi da solo. Le inevitabili controversie sulla proprietà interstatale dei beni, sulla finanza interstatale, sul commercio, sulla proprietà delle terre federali, sui risarcimenti e su molti altri aspetti sarebbero irrisolvibili.

    La Brexit è solo un assaggio di ciò che comporterebbe una rottura americana. I britannici hanno fatto bene a lasciare l'Unione Europea. Tuttavia, dopo cinquant'anni di permanenza in essa, hanno avuto difficoltà a separarsi dal mercato comune, dall'unione doganale e dal sistema finanziario. Il dibattito su una "hard Brexit", "soft Brexit" o "no-deal Brexit" ha causato la caduta del governo di Theresa May e un'aspra polemica che ha quasi portato a un secondo referendum. Solo cinque anni dopo il referendum il primo ministro Boris Johnson è stato in grado di effettuare un ritiro completo dall'Unione Europea. Questa difficoltà esisteva nonostante il fatto che il Regno Unito, anche come Stato membro dell'Unione Europea, fosse di fatto rimasto un Paese indipendente con una moneta, leggi e sistema finanziario propri. I singoli Stati americani sono molto più interconnessi di quelli dell’Unione Europea e una simile rottura sarebbe molto più complessa.

    - 4) La maggior parte degli Stati Uniti è divisa a metà

    I secessionisti partono dal presupposto che il nemico sia geografico. Le mappe politiche americane, dove gli Stati sono convenientemente etichettati come "rossi-repubblicani" o "blu-democratici" nelle elezioni presidenziali, distorcono la realtà. Molti elettori repubblicani pensano che i progressisti e i loro sostenitori vivano per lo più in luoghi lontani come New York, l'Illinois o la California.

    Tuttavia, la maggior parte degli Stati rossi-repubblicani è divisa quasi a metà. I progressisti di estrema sinistra non vivono solo sulle coste, ma anche nella maggior parte delle strade e forse anche delle porte accanto. E questi progressisti degli Stati rossi-repubblicani stanno lavorando accanitamente per farli diventare blu-democratici.

    Il Texas e la Florida, due Stati spesso considerati i migliori candidati alla secessione, sono repubblicani per un margine appena superiore della metà. Nel 2020, Donald Trump ottenne il 52,1% dei voti in Texas, il 51,2% in Florida e appena il 50,1% in North Carolina. Quando il senatore texano Ted Cruz si è ricandidato nel 2018 contro Robert Francis "Beto" O'Roark, ha vinto per 2,6 punti percentuali, una gara incredibilmente serrata per un Texas che si presume sia rosso-repubblicano.

    Insomma, anche se il 100% degli elettori di Trump in Texas fosse d'accordo con la secessione e il 100% degli elettori di Biden non fosse d'accordo, circa il 48% dei texani sarebbe contrario a lasciare l'Unione. Non c'è modo che la secessione possa funzionare con uno Stato così diviso.

    Il probabile risultato di una fuoriuscita del Texas - o di qualsiasi altro Stato - dall'Unione sarebbe una massiccia trafila di secessioni all'interno dello Stato stesso. Come il resto della Paese, il Texas è uno Stato con aree rurali conservatrici costellato da città blu-democratiche e quindi liberal. Se il Texas si staccasse dall'Unione, cosa impedirebbe a Houston, El Paso o Austin, città dal colore blu intenso, di separarsi dal Texas? Sarebbe incoerente dire che il principio di autodeterminazione si applica ad alcune persone ma non ad altre. E se Houston si stacca dal Texas, perché le zone più repubblicane di Houston non dovrebbero separarsi da Houston? Una volta iniziata, non ci sarebbe fine alla frammentazione.

    - 5) La Sinistra da sempre vuole la distruzione degli Stati Uniti

    Uno dei principali punti di accordo dell'estrema sinistra mondiale è l'odio per gli Stati Uniti d'America. Nonostante i suoi corrotti politici, gli Stati Uniti sono ancora un simbolo di reazione conservatrice. Gli americani sono il popolo più religioso e antisocialista del mondo sviluppato. I movimenti pro-vita e pro-famiglia a livello mondiale hanno il loro fulcro negli Stati Uniti. Il Paese ha anche la reattività più significativa al terrorismo islamico.

    Dal Venezuela, Cuba e Iran alla Corea del Nord e alla Cina, per non parlare dei numerosi partiti di sinistra in tutto il mondo, la sinistra internazionale da sempre vede gli Stati Uniti come il grande nemico da abbattere. Poco dopo gli attacchi dell'11 settembre, il teologo della liberazione brasiliano Leonardo Boff riassunse la reazione dell'estrema sinistra scrivendo che "25 aerei avrebbero dovuto colpire" l’America. Quando Kabul cadde nell'agosto del 2021, la sinistra ovunque esultò nel vedere gli Stati Uniti umiliati di fronte al mondo intero. Allo stesso modo, per i nemici della civiltà occidentale, il collasso degli Stati Uniti sarebbe l’avveramento di un sogno.

    - 6) La sinistra non vuole "vivere e lasciar vivere", ma fare la guerra alla destra

    I secessionisti pensano ingenuamente che la sinistra degli Stati blu li lascerà in pace una volta che si saranno staccati dall’Unione. Niente di più sbagliato.

    Diversamente dai conservatori, i progressisti vanno in capo al mondo per imporre la loro ideologia utopica. Sono stati i progressisti a invadere Stati un tempo repubblicani come la California e la Virginia e a trasformarli in bastioni liberal. I gruppi progressisti europei e americani spendono molti soldi e sforzi per promuovere l'aborto, i "diritti" LGBT e l'ecologia radicale nei Paesi in via di sviluppo.

    Una delle massime priorità del Partito Democratico è "far diventare il Texas blu". Difatti, il Texas è pieno di attivisti radicali a favore dell'aborto ed è un campo di battaglia per il "trangenderismo" (vedi il caso James Younger). In Oklahoma, la "fibbia della Bible Belt", dal 2014 il Tempio Satanico organizza regolarmente messe nere pubbliche. In Stati del Sud molto repubblicani come la Louisiana, gli attivisti transgender si sono impegnati a fondo per promuovere le Drag Queen Story Hours (ndt, artisti omosessuali o transessuali travestiti da donna che danno lezioni ai bambini). Non sarà certo perché un Stato qualsiasi si è separato che gli attivisti dell'estrema sinistra smetteranno di lottarvi.

    - 7) La secessione non affronta le cause profonde della crisi

    La cosa più importante è che la secessione non affronta le cause profonde della crisi che sta erodendo la società americana.

    Lo sfacelo sociale, morale ed economico degli Stati Uniti è il frutto amaro di un lungo processo di Rivoluzione che da secoli mina la civiltà, consistente in una battaglia ideologica e persino spirituale per l'anima dell'umanità. Si tratta di una guerra culturale che non conosce confini. Nell'ultimo secolo, questa guerra culturale ha causato il decadimento della moralità e della pratica religiosa in tutti i Paesi del mondo. Il fatto che questi Paesi fossero nazioni sovrane non è stato di per sé sufficiente per fermare questo processo.

    E non lo farà certo la secessione. Uno Stato indipendente potrebbe approvare alcune leggi per rallentare questa Rivoluzione, ma le leggi da sole non la fermeranno. Queste nuove nazioni americane indipendenti continuerebbero a vedere la loro cultura marcire come, ad esempio, è accaduto alla Spagna e al Portogallo a metà del XX secolo.

    Senza dubbio queste nuove nazioni guarderebbero, come tutte le altre, gli stessi film debosciati di Hollywood, vedrebbero Kim Kardashian sullo stesso Instagram o indosserebbero gli stessi jeans strappati Levi's. È solo comprendendo la profondità della crisi e rifiutando la sua depravazione morale che potremo condurre una crociata culturale, pacifica e legale contro di essa e che potremo sperare di sopravvivere.

     

    Note

    1. https://thehill.com/homenews/media/529609-rush-limbaugh-says-us-trending-toward-seccession/
    2. https://www.washingtonpost.com/lifestyle/media/rush-limbaugh-trump-secession-election/2020/12/10/8889397a-3b0d-11eb-bc68-96af0daae728_story.html
    3. https://twitter.com/repthomasmassie/status/1471631926368915456?lang=en
    4. https://thehill.com/homenews/state-watch/580613-ted-cruz-wants-texas-to-secede-if-things-become-hopeless-in-the-us/
    5. https://texasgop.org/chairman-allen-wests-response-to-scotus-decision/
    6. https://thehill.com/changing-america/enrichment/arts-culture/563221-shocking-poll-finds-many-americans-now-want-to/
    7. https://centerforpolitics.org/crystalball/articles/new-initiative-explores-deep-persistent-divides-between-biden-and-trump-voters/

    8. Robert Gerwarth, The Vanquished: How the First World War Failed to End (New York: Farrar, Straus, and Giroux, 2016), p. 7-8.

     

    Fonte: Return To Order, 10 maggio 2022. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia.

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte.  

  • Transgenderismo giovanile: l’ultima fermata della Rivoluzione Sessuale

    Un libro rivela l’ampiezza del fenomeno negli Stati Uniti ma non fermerà il "transgenderismo" dei giovani e dei bambini

     

     

    James R. Bascom

    Pochi giorni dopo il suo insediamento, Joe Biden fece su Twitter una dichiarazione radicale che tuttavia passò quasi inosservata: "Cerchiamo di essere chiari: l'uguaglianza dei transgender è la questione dei diritti civili del nostro tempo. Non c'è spazio per compromessi quando si tratta di diritti umani fondamentali”.

  • Un invito a risvegliarsi dalla ‘Rivoluzione del Risveglio’
    (Woke Revolution) che ci sta assediando

     

     

    di Edwin Benson

    “La rivoluzione non nasce da una società stabile di persone integre; essa proviene da una società divisa, popolata da una cittadinanza ferita che vede la rivoluzione come giusta soluzione”.

    Questa è una delle tante affermazioni degne di citazione del libro Awake, Not Woke: A Christian Response to the Cult of Progressive Ideology (Risvegliati dal Risveglio, una risposta cristiana alla setta dell’ideologia progressista), di Noelle Mering.

    La maggior parte delle persone trova sconcertante l'intero movimento “woke”. Era dagli anni Sessanta che nessun movimento rivoluzionario tentava un cambiamento culturale così forte. La folla “woke” trova difetti in ogni aspetto della vita. Vedono l'oppressione in tutto, dalla torta di mele alla matematica alle armi nucleari. Le idee “svegliate” consentono a qualsiasi persona "oppressa" di compiere un’azione proibita, non importa quanto riprovevole essa sia.

    Awake, Not Woke è una guida a quella visione del mondo “svegliata”, dove la signora Mering racconta in cosa consiste e come alcuni sono arrivati ​​a sposarla, rivelando le sue pecche e indicando la strada del ritorno alla sanità mentale.

    I tre dogmi woke

    In poche parole, possono essere riassunti in questo modo: “Il primo dei tre dogmi dell’ideologia wokedominante è il primato del gruppo sulla persona; il secondo è l'enfasi sulla volontà a spese della ragione o della natura; e il terzo è l'elevazione del potere umano nel rifiuto dell'autorità superiore”.

    Sia il cristianesimo sia la cultura americana hanno un forte senso dell'individualità. Il libero arbitrio è una dottrina religiosa e laica, che ha le sue conseguenze nella vita degli individui. Il cristianesimo insegna che gli individui dovranno rendere conto delle loro azioni al momento del loro giudizio: coloro che hanno risposto bene alla grazia di Dio raggiungeranno il paradiso; coloro che hanno rifiutato la Sua Volontà avranno il tormento eterno. Allo stesso modo, lo Stato esercita la giustizia attraverso i suoi sistemi legali e di polizia prendendo in esame gli atti di un individuo. Quando è accusata di un crimine, la persona dovrà essere giudicata colpevole o non colpevole. La colpa comporta la punizione. Gli innocenti sono liberi di vivere e agire nella società.

    La persona woke rifiuta ogni responsabilità individuale. L'appartenenza a un gruppo determina il proprio giudizio. Il vetero-marxista definisce i gruppi per classe economica: i poveri oppressi e i ricchi oppressori. Il movimento del “risveglio” o wokesposta l'attenzione su razza e identità. Pertanto, il movimento woke tollera solo quei bianchi che prendono posizioni antirazziste radicali. Neri, ispanici, asiatici e tutti i popoli indigeni sono automaticamente virtuosi.

    Una dottrina basata sull'egoismo

    Secondo la signora Mering, lo sviluppo della visione del mondo wokeprocede da due domande, entrambe incentrate su motivi egoistici.

    La prima domanda è: "Cosa voglio?". I desideri personali diventano tutti importanti. Non esistono limiti legittimi, specialmente nel campo del comportamento sessuale. Questa ideologia sostiene che la cultura dominante oppressiva tiene a freno tutte le altre e crea tutte le differenze tra uomini e donne, che invece vanno viste come una questione di preferenze personali. Questa attenzione al piacere sessuale sminuisce anche il ruolo della famiglia, responsabile di opprimere donne e bambini.

    La seconda domanda è: "Come sono stato ferito?". Il cristianesimo ci insegna ad accettare le nostre sofferenze e a trascenderle facendo del bene agli altri. I woke si sbracciano invece per ritenere qualcuno o qualche gruppo sempre responsabile delle disgrazie individuali. Questo semenzaio di risentimento diventa la radice del desiderio di potere, da usare in seguito per punire l'oppressore. Mentre la domanda sulla voglia di piacere si concentra sulla sessualità, la domanda sul risentimento si concentra sulla razza. A differenza dei "costrutti sociali" sessuali, che sarebbero mutevoli, il movimento woke enfatizza le differenze razziali che non sono modificabili.

    I “risvegliati” del movimento wokecredono che qualsiasi relazione tra una persona bianca e una di un'altra razza comporti un tentativo oppressore di mantenere il potere e l'autorità. C'è poco che la persona bianca possa fare anche quando segue un rigido codice antirazzista.

    Una visione del mondo profondamente distorta

    L'estate del 2020 ha fornito abbondanti prove di come le idee wokeabbiano distrutto l'ordine sociale (le settimane di disturbi sociali in America che hanno seguito l’omicidio di George Floyd, ndt). I 2 miliardi di dollari di distruzione nelle città della nazione sono il risultato della disintegrazione della responsabilità individuale. Il concentrarsi su desideri e risentimenti priva le persone di qualsiasi ideale superiore. La sessualità sfrenata li rende animaleschi e il risentimento li fa infuriare. L'essere un tempo umano diventa una bestia furibonda.

    "La storia ci mostra che gli esseri umani sono capaci di malvagità prima inimmaginabili, specialmente se, in cerca di un significato, viene fornito qualcuno da odiare e una convinzione che quell’odio è giusto". La signora Mering paragona il movimento woke alla Rivoluzione Culturale cinese (1966-1976). Mao si presentava allora come una figura divina. I suoi seguaci portavano un piccolo libro rosso con le sue citazioni, che consideravano verità rivelate. Molte citazioni soffiavano sull’odio contro ogni tradizione ma si concentravano soprattutto sulla classe dei “proprietari”, i quali venivano giudicati pubblicamente da “tribunali del popolo” che li spogliavano di ogni dignità umana. Allo stesso tempo, i loro accusatori assomigliavano sempre più a gatti selvatici che litigano per un pezzo di pesce.

    Una tale società finisce nel caos e solo allora arriva il colpo di grazia. Il governo centrale usa la sua autorità e le sue truppe per porre fine al caos, instaurando un regime più oppressivo di qualsiasi cosa vista prima.

    Come può riprendersi la società?

    Molti opinionisti e sociologi condannano la cultura woke, ma non arrivano a vedere che è il prodotto di una decadente società liberal che porta l'individualismo fino all'estremo di consentire alla persona di definire il proprio "genere", l'identità e ciò che è giusto o sbagliato. La cultura woketrasforma la libertà in licenza di fare ciò che si vuole, distruggendo tutte quelle strutture che danno scopo e significato alla vita. Soprattutto, il mondo woke non ha in nessun conto Dio o la Chiesa.

    Per la signora Mering l'unica istituzione sociale che può riparare il danno è la famiglia e parla per esperienza essendo madre di sei figli. "Ciascuno dei tre dogmi distorti del movimento woke – diminuzione della persona, rifiuto della ragione e disprezzo dell'autorità – possono essere capovolti dal motore di una famiglia sana".

    L’autrice sostiene che la famiglia tradizionale, come la conosciamo, è un prodotto del cristianesimo. La Chiesa, sostiene, estese la famiglia - limitata dai romani pagani principalmente ai patrizi - "ad ogni classe, anche agli schiavi".

    La famiglia può restaurare la società perché ha tre punti di forza che mancano ad altre istituzioni sociali. “In primo luogo, la famiglia è profondamente personale”. La famiglia è una conseguenza della legge naturale e si piega solo sotto una forza immensa. Ogni famiglia funziona in modi diversi, sebbene la natura della famiglia sia una sola.

    In secondo luogo, la famiglia trasmette virtù che favoriscono l'ordine e la ragione. I genitori cristiani insegnano le tradizioni, la morale e la fede alla generazione successiva. La terza forza sta nel fatto che la famiglia educa i figli alla "giusta autorità, non attraverso il controllo o il dominio, ma con cura e saggezza al fine di saper rispettare i limiti e nutrire l'amore per il bene".

    Una base per comprendere l'ideologia woke

    Il libro spiega le correnti intellettuali che hanno portato al movimento woke. Particolarmente degna di nota è la descrizione dell'autrice dell'impatto avuto dalla "Scuola di Francoforte" sul movimento.

    Awake, not woke - una risposta cristiana al culto dell'ideologia progressista, di Noelle Mering, è una risorsa estremamente preziosa. Non è una lettura facile o veloce. La difficoltà non è dovuta al gergo filosofico, ma piuttosto all'invito del libro a riflettere su ciò che è accaduto alla nazione. Un libro da leggere lentamente e sul quale riflettere.

     

    Fonte: Tfp.org, 27 Luglio 2021. Traduziione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà - Italia

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte.

  • Usa: il presidente Biden si butta nella mischia della “Teoria Critica della Razza”

     

     

    di Edwin Benson

     

    Il conflitto sull'insegnamento della “Teoria Critica della Razza” (CRT) nelle scuole americane, sia pubbliche che private, è in crescita. Al centro di questo scontro ci sono tre versioni della storia del razzismo negli Stati Uniti.

  • USA: una polarizzazione che rischia di far saltare l’americanismo

     

     

    di Julio Loredo

    Sono appena rientrato in Italia dopo un lungo giro di conferenze negli Stati Uniti per presentare l’edizione americana del mio libro sulla Teologia della liberazione[1]. Il primo segnale di essere di nuovo in Europa è stato l’annuncio, all’aeroporto di Londra, per ricordare che in Italia c’è ancora l’obbligo di indossare la mascherina sull’aereo e nell’aeroporto. Mi ero ormai abituato alla totale assenza di restrizioni sanitarie, con quella sensazione di libertà e di normalità che ne consegue.

     

    Vetus e Novus Ordo Missae

    Il secondo segnale di essere di nuovo a casa è stato quando ho voluto fare la comunione in bocca. Nyet! L’arcidiocesi di Milano lo ha vietato perentoriamente. Mi ero ormai abituato alla situazione americana, dove in tutte le chiese, perfino in quelle più progressiste, si può ricevere normalmente la comunione in ginocchio e sulla lingua. Anche lì ci sono le norme emanate dalla Nccb (National Conference of Catholic Bishops), ma prevale lo zelo per le anime dei fedeli. E, infatti, a differenza dell’Italia, negli Stati Uniti non c’è stato un calo rilevante delle presenze. Nel caso della Messa in latino, i numeri sono addirittura raddoppiati o triplicati dall’inizio della pandemia.

    E parlando della Santa Messa, colpisce il gran numero di celebrazioni in rito romano antico, quello “straordinario”. Il Latin Mass Directoryelenca ben 640 parrocchie che celebrano la Messa tridentina. Nella sola diocesi di Arlington (Virginia), dove ero ospite del TFP Washington Bureau, un terzo delle parrocchie offre almeno una Santa Messa tridentina la domenica, e spesso anche nei giorni infrasettimanali. Per non parlare delle chiese dedite esclusivamente al rito tradizionale. Nell’area metropolitana di Washington D.C. ci sono ben ventidue Messe domenicali tradizionali, tutte piene e frequentate anche da noti personaggi pubblici della capitale.

    Chiama pure l’attenzione che, celebrando parimenti il Novus Ordo, molti sacerdoti lo fanno in modo assai composto: versus Deum, usando il Canone I (cioè, quello tradizionale), col crocefisso al centro, cantando alcune parti in latino e via dicendo. C’è una chiara voglia di andare a destra quanto possibile, specie tra i giovani sacerdoti.

    Impressiona anche l’abbigliamento dei fedeli. Nelle Messe tradizionali, ma anche in quelle nuove, regge ancora l’uso del Sunday Best: molti uomini vengono in giacca e cravatta, le donne col velo sul capo e gonna sotto il ginocchio. Sono numerose le famiglie con molti figli.

    C’è dunque una conversione generale in atto? Non andrei così lontano. Mentre c’è una fortissima crescita del tradizionalismo, il progressismo, ancora largamente maggioritario, avanza imperterrito verso aberrazioni sempre più strampalate, come ad esempio le Messe Lgbt. In altre parole, quello che vediamo negli Stati Uniti è una crescente polarizzazione dell’opinione pubblica cattolica. Proprio questa polarizzazione, sulla quale tornerò più avanti, costituisce la grande novità.

    Si stanno sollevando questioni che fino a poco tempo fa erano tabu. Eccone due esempi. Mentre ero lì, è scoppiata una polemica su Jacques Maritain nelle pagine della rivista cattolica intellettuale First Things. Mentre prima c’era un virtuale consenso fra i cattolici americani nel considerare sotto una luce positiva il ruolo del pensatore francese, proprio perché conciliava cattolicesimo e liberalismo, adesso c’è una crescente contestazione da parte della destra cattolica “integralista”, una realtà prima quasi inesistente. In opposizione allo spirito conciliatore e liberale di Maritain, questa destra propone una nuova “mentalità da Contro-Riforma”.

    Un altro esempio: ho assistito a una conferenza serale sulla riforma liturgica, in un’importante chiesa del centro di Washington, in cui il Novus Ordo ne è uscito spennato. Quante parrocchie italiane si potrebbero permettere una tale riunione?

    Questa polarizzazione all’interno del cattolicesimo americano corre parallela a un simile fenomeno in campo politico.

     

    Un dibattito basilare nella destra americana

    L’elezione di Donald Trump nel 2016 è stata causa ed effetto di profondi mutamenti in atto nell’opinione pubblica americana e, in concreto, nel movimento conservatore. C’è in questo momento un dibattito basilare nella destra americana, speculare a uno simile nella sinistra. Non molto visibile sui grandi media, questo dibattito è invece assai vivace negli ambienti accademici e nei think tank. Dall’Indipendenza, la politica americana ha funzionato dentro certi binari che né la destra né la sinistra hanno mai oltrepassato. In termini italiani potremmo dire che oscillava fra centro-destra e centro-sinistra. Ambedue i campi si proclamavano, però, fedeli agli ideali della Rivoluzione Americana e all’American way of life. Non uscivano da ciò che si usa chiamare The American Proposition. Perfino i cattolici vi si erano adeguati[2].

    L’equilibro ha cominciato a rompersi con l’elezione di Ronald Reagan nel 1980, il primo presidente legato al conservative movement piuttosto che all’establishment repubblicano. L’elezione di Reagan segnò l’irruzione negli Stati Uniti della scuola anti-rivoluzionaria europea che si ispira al britannico di fine ‘700 Edmund Burke, scuola diffusa oltre atlantico da pensatori come Russell Kirk[3]. Va notato en passant che i cosiddetti neo-conservatori – molto attivi nel governo di George W. Bush – non sono da tutti considerati membri a pieno titolo del movimento, quanto piuttosto un’anomalia. Giudizio col quale io concordo pienamente.

    Oggi, il dibattito nella destra sembra aver raggiunto un altro livello. Per la prima volta nella storia degli Stati Uniti si cominciano a mettere in discussione alcuni principi basilari della democrazia americana. Perfino l’Illuminismo, sorgente della Rivoluzione Americana, è oggetto di critica. C’è un riallineamento del tradizionale asse destra-sinistra e uno spostamento della destra dal globalismo cosmopolita verso un nazionalismo di tipo populista, simile a certi sviluppi occorsi nell’altra sponda dell’Atlantico.

    Anche la sinistra americana si sta radicalizzando rapidamente, uscendo quindi dai binari consolidati: Green New Deal, aborto libero, frontiere aperte, difesa del socialismo (fino ad oggi una parola impronunciabile nella politica americana), movimento LGBT e via dicendo. Tipico esempio di questa tendenza è Bernie Sanders, sconfitto nelle primarie, ma pur sempre leader dell’ala sinistra del Partito Democratico, sempre più decisiva. D’altronde, la sinistra si sta mostrando sempre più estremista, favorendo la violenza, le rivolte razziali e l’odio alla polizia e alle Forze Armate. Questa sinistra non si manifesta più negli schemi del vecchio New Deal, di rooseveltiana memoria, quanto piuttosto nei movimenti eversivi come Black Lives Matter, Woke e Cancel Culture.

    Un altro esempio è la deputata Alexandria Ocasio-Cortez, stella in ascesa della sinistra americana, eletta nella lista dei Democratic Socialists of America.

    Oggi la sinistra governa gli Stati Uniti. È espressivo che, quale fonte d’ispirazione, Joseph Biden abbia messo nel Salone Ovale un busto dell’agitatore socialista César Chávez, discepolo di Saul Alinsky, il demoniaco fondatore della sinistra populista[4].

    Proprio questa radicalizzazione della sinistra – in nome di un concetto di libertà sempre più totalizzante – sta sollevando a destra dubbi sulla vera natura della libertà e, quindi, sull’essenza dei diritti umani e del cittadino. Mentre i “paleoconservatives” si aggrappano ancora all’idea illuminista di libertà, pur interpretandola in modo conservatore, altri prospettano invece uno Stato forte e confessionale che intervenga a favore del bene e contro il male nella società. La divisione è anche generazionale: mentre i giovani seguono quest’ultima linea, i più anziani sono legati per lo più alla prima.

    La tradizionale divisione politica destra-sinistra si sta trasformando in una divisione fra nazionalisti e internazionalisti, protezionisti e partigiani del libero mercato, sovranisti e partigiani delle frontiere aperte. Parte della vecchia destra sta scegliendo di diventare internazionalista e globalista, mentre parte della vecchia sinistra sta scegliendo di diventare nazionalista e protezionista.

    L’elezione di Donald Trump ha fatto emergere in forma dirompente questo dibattito. Leggiamo in un manifesto sottoscritto da diverse figure del conservatorismo cattolico: “Non c’è possibilità di ritornare al consenso conservatore di prima di Trump. Esso è crollato nel 2016. […] Qualsiasi tentativo di rilanciare questo fallito consenso conservatore dell’era precedente a Trump sarebbe fuorviante e dannoso per la destra”[5].

    Dall’esito di questo dibattito dipenderà il futuro del Paese e, di conseguenza, anche del mondo.

    È significativo che Return to Order, il libro di John Horvat che contesta a fondo il modello liberale americano, abbia venduto quasi quattrocentomila esemplari. L’opera del vicepresidente della TFP americana propone un ritorno alla società organica tradizionale, cioè alla Civiltà Cristiana. E molti americani sono d’accordo.

     

    La fine dell’americanismo?

    Questa crescente polarizzazione dell’opinione pubblica americana, sia a destra sia a sinistra, rischia di incrinare lo spirito americanista che fino ad oggi ha guidato il Paese[6].

    Il sistema americano si fonda su una way of lifeliberale, affabile e ricettiva, che considera con distacco i contrasti di opinione, come essendo tipici di società arretrate; una way of life ottimista e irenica che predilige il pragmatismo e schiva la disquisizione teorica, sempre pericolosa in quanto facilmente suscita idee assolute e, quindi, perniciose divisioni ideologiche. Questa way of life permise di stabilire un clima di tranquilla convivenza distante anni luce dall’ambiente europeo, endemicamente dilacerato da polemiche e da guerre.

    La polarizzazione oggi in atto negli Stati Uniti contraddice frontalmente l’essenza di questa way of life, rischiando in ultima analisi di farla saltare in aria. Tale fenomeno arriverà fino alle sue ultime conseguenze? È ancora presto per dirlo. Tanto più che, dalla parte del bene, c’è sempre il fattore soprannaturale che, con un soffio dello Spirito Santo, può operare meraviglie.

     

    Note

    [1] Julio Loredo de Izcue, Liberation Theology. How Marxism Infiltrated the Catholic Church, The American TFP, 2022.

    [2] Cfr. John Courtney Murray SJ, We Hold These Truths. Catholic Reflections on the American Proposition, Sheed & Ward 1960.

    [3] La letteratura sul conservative movement è vastissima. Un riassunto si trova in Modern Age, vol. 26, n° 3-4, 1982.

    [4] Lo chiamo “demoniaco” in senso proprio. Egli, infatti, dedica il suo principale libro Rules for Radicals “a Lucifero, il primo rivoluzionario della storia”. Cfr. Saul D. Alisnky, Rules for Radicals. A Pragmatic Primer for Realistic Radicals, Vintage Books, Chicago 1969.

    [5] AAVV, “Against Dead Consensus”, First Things, 21 marzo 2019.

    [6] Cfr. Pew Research Center, “Political Polarization in the American Public”, 12 giugno 2014; Frank Newport, “The Impact of Increased Political Polarization”, Gallup, 5 dicembre 2019.

     

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